Archivio delle novità suddivise per anno/categoria
 
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  • Normative complementari  »»  30/12/2011

    La detrazione Imu è uguale per tutti, sempre 200 euro, a prescindere dalla situazione economica del beneficiario. La detrazione secca non cancella le sperequazioni. Che spesso sono collegate a un Catasto bendato.

    Sperequazioni sorprendenti, infatti, sono provocate dalle rendite catastali: basta dare un'occhiata ai dati per capire che tra Roma e Milano ci sono differenze inspiegabili del 25 o anche 50% se rapportate a valori immobiliari o locativi reali di fatto analoghi. O per chiedersi perché Torino 'vale' più di Milano e Napoli poco meno di Milano. E appare poco spiegabile perché Tropea, una delle capitali turistiche del Sud, dove comprare e affittare è proibitivo, ha valori catastali analoghi alla sonnacchiosa Ferentino, nelle campagne del Frusinate.
    Va rilevato un altro aspetto, che nelle intenzioni del Governo avrebbe dovuto andare nella direzione di proteggere la famiglia in base all'equazione più figli = più spese. Il correttivo introdotto consiste in 50 euro di detrazione aggiuntiva per ogni figlio. Si tratta di una misura opportuna anche se, spesso, metter su famiglia è una scelta rinviata in attesa di sistemarsi economicamente.

    Probabilmente, occorrerà ripensare la detrazione in modo da incoraggiare l'opzione-famiglia da parte di chi ha una situazione economica meno favorevole.
    Così come, attraverso correttivi, sarebbe opportuno non penalizzare in modo sproporzionato chi vive, magari con il coniuge, di pensione o di stipendio modesto.

    Saverio Fossati - 27 dicembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  29/12/2011

    Le attuali classi catastali sono destinate ad andare presto in soffitta. Saranno sostituite da un nuovo sistema di classificazione più equo che farà pagare di più gli immobili collocati nelle zone urbane di maggior pregio. Sarà la localizzazione dell'abitazione e le sue caratteristiche edilizie a far crescere il valore del bene, e dunque del reddito a esso collegato, e non come accade oggi la semplice collocazione all'interno di classi catastali, peraltro non più aggiornate dalla fine degli anni 80. Inoltre cambierà l'unità di misura ai fini fiscali per abitazioni e uffici. Non sarà più il «vano» ma la «superficie» espressa in metri quadrati. Sono queste le colonne portanti della legge delega sulla riforma degli estimi, uno dei piatti forti della fase due che l'esecutivo avvierà dal 2012 a completamento della manovra. Mario Monti ha scoperto le carte in un dossier, pubblicato sul sito del Mef, dove oltre a passare in rassegna le novità della legge di conversione del dl 201, si fissano alcuni punti fermi della futura azione di governo.

    Il punto di partenza è la presa d'atto di una realtà che ormai vede una profonda discrasia tra valori di mercato degli immobili e valori catastali.
    Il prezzo delle case è infatti mediamente superiore di oltre 3,7 volte rispetto alla base imponibile Ici e risulta essere tanto maggiore quanto maggiore è il valore della ricchezza posseduta dal contribuente. Il confronto con i costi degli affitti, poi, è ancora più penalizzante perché i canoni di locazione ormai hanno raggiunto livelli pari a 6,5 volte quelli delle rendite catastali.

    Se la realtà immobiliare fotografata dal catasto è molto distante da quella reale, se nei comuni si rinvengono unità immobiliari classificate come popolari, pur essendo ubicate in zone centrali, e con rendite inferiori a quelle di «civili abitazioni» costruite in zone periferiche, per il governo non è solo colpa della vetustà del catasto (riformato nel 1990 con riferimento al biennio 1988-1989) ma anche del fatto che «la classificazione delle unità immobiliari non è più adeguata ai tempi», tanto più che gli unici aggiornamenti intervenuti in questi anni «sono riconducibili a comunicazioni effettuate dai soggetti interessati in occasione di ristrutturazioni e variazioni edilizie».

    Ecco perché la riforma degli estimi catastali dovrà per forza di cose affiancare alla tradizionale rendita anche il valore patrimoniale. E il modo per arrivare a determinare questo importo passerà dall'utilizzo di una serie di funzioni statistiche che metteranno in correlazione il valore del bene alla localizzazione e alle caratteristiche edilizie.

    Francesco Cerisano – 27 dicembre 2011 – tratto da Italia Oggi.com

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  • Fisco e tasse  »»  28/12/2011

    I vecchi minimi, che non potranno applicare il nuovo regime dei super minimi con il forfait del 5 per cento, dal 1° gennaio 2012 torneranno ad essere contribuenti normali ai fini Iva. La nuova norma prevede semplificazioni per le persone fisiche che possiedono i requisiti previsti per il regime dei minimi applicabile fino al 2011, ma non quelli previsti dalla norma che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2012. I vecchi minimi potranno anche optare per il regime contabile ordinario. La specificazione dell'articolo 18 del Dpr 600/1973, richiamato nel punto 4 del provvedimento del 22 dicembre 2011, significa che i vecchi minimi, che non intendono fruire del regime contabile agevolato, potranno optare per il regime di contabilità semplificata o per la contabilità ordinaria (articolo 14, Dpr 600/1973). L'opzione, valida per almeno un triennio, è comunicata con la prima dichiarazione annuale da presentare successivamente alla scelta operata. Trascorso il triennio, l'opzione rimane valida per ciascun anno successivo, fino a quando permane la concreta applicazione della scelta operata, mediante il cosiddetto comportamento concludente. Il divieto d'accesso al nuovo regime dei minimi del 2012 riguarderà, in particolare, le persone fisiche che dal 2008 erano passate al regime dei minimi. Come si è detto,i cosiddetti "vecchi minimi", potranno però fruire di un regime contabile agevolato: saranno esonerati dagli obblighi di registrazione e di tenuta delle scritture contabili, nonché dalle liquidazioni e dai versamenti periodici Iva. Saranno altresì esenti dall'Irap. In pratica, i "vecchi minimi" diventeranno contribuenti ordinari Iva, eseguendo solo il conguaglio Iva, a debito o a credito, in sede di liquidazione annuale, e saranno contribuenti semplificati ai fini Irpef. La determinazione del reddito sarà analitica, ricavi meno costi per le imprese, compensi meno spese per i professionisti, e il reddito sarà soggetto alle normali aliquote. I vecchi minimi saranno anche soggetti al controllo induttivo degli studi di settore. È anche prevista la cessazione del regime agevolato per i vecchi "minimi" a partire dall'anno successivo a quello in cui viene meno una delle condizioni di legge. Può essere il caso della persona fisica che supererà il limite di 30mila euro nel 2012 che, di conseguenza, farà cessare le semplificazioni previste per i "vecchi minimi". "Vecchi minimi" sono gli esclusi per legge dal nuovo regime dal 2012, di norma, le persone fisiche che hanno iniziato l'attività prima del 2008. Questi contribuenti, in possesso dei requisiti per essere "minimi", ma esclusi dal nuovo regime applicabile a partire dal 2012, potranno però beneficiare del regime contabile super semplificato. A questo regime potranno anche accedere i contribuenti che, pur avendo i requisiti per essere "minimi", hanno optato per il regime di contabilità semplificata o di contabilità ordinaria, o per il regime delle nuove iniziative produttive, con il forfait del 10 per cento.

    Salvina Morina - 23 dicembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  27/12/2011

    Doppio sacrificio per gli autonomi
    La manovra di Natale impone un doppio sacrificio previdenziale ai lavoratori autonomi: da una parte, come per tutte le altre categorie del lavoro, si allunga il tempo di permanenza nell'attività lavorativa prima di poter perfezionare i requisiti per la pensione. Dall'altra, aumentano progressivamente anche i contributi di finanziamento della stessa. In entrambi i casi si assiste a un percorso di allineamento alle regole previste per la generalità dei lavoratori dipendenti. Le novità sono contenute nell'articolo 24 del decreto legge 201/2011.

    L'aumento dei contributi
    È dal 1° gennaio 2012 che inizia il percorso di incremento delle aliquote dovute all'Inps dagli iscritti nelle gestioni pensionistiche di artigiani, commercianti e coltivatori diretti, che raggiungeranno nel 2018 la misura del 24 per cento.

    Per il 2012 l'aumento sarà pari a 1,3 punti percentuali: l'aliquota salirà così in un sol colpo dall'attuale 20 al 21,3% (e dal 21 al 22,3% per l'ulteriore fascia di reddito). Poi l'incremento sarà pari allo 0,45% in tutti gli anni successivi fino a raggiungere quota 24% dal 2018. Da quell'anno verrà meno sia l'aliquota ridotta a favore dei collaboratori di età inferiore a 21 anni, sia il punto in più dovuto sui redditi superiori a una certa fascia, e l'aliquota di computo, vale a dire l'accredito previdenziale, si allineerà all'aliquota contributiva.

    Coltivatori diretti
    Arriveranno al 24% anche le aliquote contributive pensionistiche di finanziamento e di computo dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni iscritti all'Inps, per i quali aumentano anche le aliquote nelle zone svantaggiate, nelle quali il vantaggio contributivo sarà azzerato nel 2018.

    Le fasce
    In sostanza, dunque, aumentano sia i contributi fissi, dovuti cioè sul minimale di reddito, sia quelli calcolati sull'eccedenza, in acconto e saldo in base alla dichiarazione dei redditi. Il contributo, infatti, è dovuto sulla totalità dei redditi d'impresa prodotti nell'anno precedente, con un minimale di reddito pari, per il 2011, a 14.552 euro, mentre per la quota eccedente il minimale si applicano le aliquote vigenti nell'anno di riferimento fino al limite di retribuzione annua pensionabile pari, sempre per il 2011, a 43.042 euro.

    La gestione separata
    Sempre dal 1° gennaio 2012, poi, aumenteranno di un punto anche le aliquote dovute dagli iscritti nella gestione separata dei lavoratori parasubordinati, ma questo non per effetto della manovra di Natale ma di quella dell'estate scorsa (legge 138/2011). Tuttavia il comma 26 del decreto legge 201/2011 estende anche ai professionisti iscritti a quella gestione alcune tutele che prima erano riservate ai collaboratori coordinati e continuativi. Si tratta dell'indennità economica in caso di malattia e di maternità, ora applicabile ai professionisti privi di albo e cassa di categoria.

    La pensione
    Anche per i lavoratori autonomi, infine, la pensione si allontana. Rimane tuttavia escluso dalla stretta chi matura entro il 31 dicembre 2011 i requisiti di età e di anzianità contributiva previsti dalla normativa precedente alla manovra di Natale.

    In questo caso, quindi, gli interessati conseguiranno il diritto alla pensione con le vecchie regole, quelle cioè che prevedevano l'applicazione della finestra mobile (legge 122/2010).

    Aldo Ciccarella - 22 dicembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  23/12/2011

    Un mese di tempo in più per lo spesometro: slitta infatti al 31 gennaio 2012 il termine per la presentazione della comunicazione telematica delle operazioni rilevanti ai fini Iva di importo non inferiore a 25mila euro.

    La nuova scadenza è fissata dal provvedimento direttoriale, pubblicato sul sito dell'agenzia delle Entrate, che proroga il vecchio termine del 31 dicembre 2011 (che, cadendo di sabato, slitta a lunedì 2 gennaio 2012) entro cui era fissata la segnalazione al Fisco delle operazioni riferite al periodo d'imposta 2010, come previsto dal decreto legge 78/2010.

    L'Agenzia spiega che il nuovo termine per la comunicazione, che non incide sulla tempistica dell'utilizzazione delle informazioni per le attività di controllo, si è reso indispensabile al fine di consentire i necessari adeguamenti di tipo tecnologico e di superare le difficoltà operative segnalate dai soggetti titolari di partita Iva.

    Difficoltà ribadite nei giorni scorsi dalle categorie che, al di là delle opinioni sulla validità o meno dello strumento, puntano l'indice contro la farraginosità dello strumento e, soprattutto, contro la mancanza del software per raccogliere i dati in maniera rapida e precisa.

    Enrico De Mita - 21 dicembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  22/12/2011

    Giro di vite della Suprema corte sulle fatture inesistenti. L'imprenditore non ha diritto alla detrazione Iva se i pagamenti non trovano coincidenza nella contabilità del fornitore. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza numero 27547 del 19 dicembre 2011, ha respinto il ricorso di un commerciante al quale l'ufficio delle Entrate aveva contestato fatture false perché non c'era corrispondenza fra la sua contabilità e quella del fornitore.
    Non solo. Rileva anche il mezzo di trasporto usato che dev'essere coerente con la quantità di merce che il contribuente dichiara di aver acquistato.

    Debora Alberici – 21 dicembre 2011 – tratto da Italia Oggi.com

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  • Fisco e tasse  »»  21/12/2011

    La fattura fa da guida
    A pochi giorni dalla prima scadenza delle comunicazioni dello spesometro (per il 2010 il termine scade il 2 gennaio) gli operatori si interrogano ancora su come identificare con certezza le operazioni «cosiddette collegate», da segnalare solo se nel complesso superano le soglie di rilevanza (25mila euro per il 2010, 3mila o 3.600 per il 2011). Quello che non risulta chiaro è l'identificazione esatta dell'elemento di collegamento che fa scattare l'obbligo di comunicazione. L'amministrazione, nella circolare 24/E/2011, si è occupata dei contratti collegati, ma non è andata oltre l'enunciazione di un concetto, di estrazione giurisprudenziale, che poco aiuta in vista del 2 gennaio.

    Il nodo del collegamento
    Nella prassi si afferma che il collegamento si ha quando le parti del rapporto perseguono un risultato economico unitario e complesso che è realizzato non tramite un singolo contratto, bensì mediante una pluralità coordinata di contratti. Il «collegamento negoziale» può riguardare sia l'elemento oggettivo che soggettivo, e può trovare origine nella legge o nell'autonomia negoziale delle parti. Nei contratti collegati e a corrispettivi periodici la soglia va riferita ai corrispettivi previsti fra le parti, ancorché i pagamenti effettuati in un periodo risultino sotto il limite.

    Conta il corrispettivo pattuito
    Nel valutare quindi se una certa prestazione, per esempio il contratto di manutenzione di un macchinario, debba essere oggetto di comunicazione, si dovrà fare riferimento all'ammontare del corrispettivo pattuito contrattualmente e non a quanto effettivamente pagato nel corso di un anno solare. Stabilisce, infatti, la circolare che a fronte del pagamento frazionato in relazione a un unico contratto che prevede corrispettivi periodici o a più contratti tra loro collegati in relazione ai quali in un anno solare sono previsti corrispettivi di importo totale superiore ai limiti, dovrà essere comunicato l'importo complessivo delle operazioni rese e ricevute nell'anno di riferimento, anche se il corrispettivo relativo al singolo contratto è inferiore ai limiti.
    Riprendendo l'esempio, se per il contratto di manutenzione è fissato un corrispettivo globale oltre le soglie di rilevanza e nel periodo di riferimento, relativamente a tale rapporto, è emessa una sola fattura sotto soglia (ad esempio di 2.500 euro), l'operazione, nel rispetto dell'unitarietà negoziale, va comunque segnalata, perchè parte di un contratto stipulato per un ammontare totale oltre il limite di legge (25mila euro per il 2010, 3mila euro a regime). Se, invece, nel periodo considerato non si emette alcuna fattura, non si dovrà neppure procedere alla segnalazione.

    Il ruolo della fattura
    In un documento dell'11 ottobre scorso (reso noto il 24 ottobre), le Entrate, rispondendo a quesiti sullo spesometro, hanno introdotto, come fattore di collegamento delle operazioni ai fini dello spesometro, l'elemento formale dato dalla fattura: è questo documento che va considerato nella verifica del superamento della soglia di rilevanza e non l'ammontare delle singole operazioni ivi certificate. Di conseguenza, in caso di cessioni con emissione di documento di trasporto, il limite di rilevanza va valutato con riferimento all'importo totale della fattura differita a prescindere dall'importo di ogni singola operazione, sebbene, quando non collegate sul piano negoziale oggetto della comunicazione – come stabilito nel Dl 78/2010 – dovrebbero essere le cessioni singolarmente prese.
    La nota dell'11 ottobre dice invece chiaramente che occorre dare rilievo all'importo della fattura, ossia al documento che rappresenta l'operazione oggetto di comunicazione. Lo stesso vale per le fatture riepilogative di più operazioni anche fra loro diverse e non collegate: l'obbligo di comunicazione dipende dall'ammontare della fattura, che deve essere segnalata per il totale, specificando la tipologia dell'operazione prevalente (cessione o prestazione).

    Il quadro
    01 | RILEVA IL VALORE TOTALE DEI CONTRATTI
    I contratti collegati vanno dichiarati in base al valore complessivo a prescindere dal fatto che siano documentati da una o più fatture

    02 | QUANDO SI HA IL COLLEGAMENTO
    Il collegamento si ha quando le parti del rapporto perseguono un risultato economico unitario e complesso che viene realizzato non per mezzo di un singolo contratto bensì mediante una pluralità coordinata di contratti (collegamento negoziale)

    03 | COLLEGAMENTO OGGETTIVO O SOGGETTIVO
    Il collegamento negoziale può essere di tipo soggettivo o oggettivo (si possono considerare gli esempi dei contratti quadro, dei subappalti o dei contratti ultrannuali)

    04 | LA FATTURA COME ELEMENTO DI UNIONE
    La fattura può essere elemento di collegamento quando riunisce in sé più operazioni anche se tra esse separate (posizione espressa dall'agenzia delle Entrate con le risposte dell'11 ottobre 2011). Si può considerare, ad esempio, il caso dell'emissione di una fattura differita in relazione a singole operazioni avvenute nel corso di un mese nei confronti dello stesso cliente

    Matteo Mantovani - 14 dicembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  20/12/2011

    Piccoli e grandi acquisti. Nuove e vecchie abitudini. Il fisco sarà in grado di ricostruire i comportamenti di spesa. Dalla mattina alla sera i contribuenti italiani, volente o nolente, trasmetteranno informazioni.

    Il decreto salva-Italia rende tracciabile quasi tutta la vita (almeno per l'ambito di interesse tributario) grazie alla trasmissione dei movimenti bancari all'Anagrafe tributaria e alla nuova soglia massima di utilizzo del contante.

    Regole nuove che si aggiungono alla marea di dati che già ora alimentano, in modi e attraverso canali diversi, i database a disposizione dell'amministrazione finanziaria per dare la caccia a chi non paga le tasse.

    Consideriamo una giornata tipo con sveglia alle sei e trenta.
    Il primo gesto di accendere la luce per farsi largo nel buio della camera è un'informazione di cui il fisco è già a conoscenza.
    No, nessuna intercettazione ambientale o microcamera nascosta.
    In realtà l'utenza è già comunicata, quindi il Fisco sa chi ha stipulato con un contratto per la fornitura di energia elettrica.
    Addirittura risalendo ancora più a monte il fatto stesso che si trovi in quella casa è un dato conosciuto: se è inquilino, il contratto è stato registrato (o almeno dovrebbe esserlo) all'agenzia delle Entrate; se è proprietario, l'acquisto è stato segnalato all'Anagrafe tributaria.
    Ma andiamo avanti nella giornata. Dopo essersi alzato, il nostro contribuente decide di far colazione fuori con cappuccino e cornetto e, poiché è sprovvisto di contanti, pagherà con il bancomat.
    Quell'acquisto diventa tracciato e rappresenta un movimento (seppur minimo) sul suo conto corrente che potrebbe entrare a far parte del pacchetto dei dati da comunicare dal prossimo 1° gennaio.
    In questo caso, è un'informazione assolutamente irrilevante per quanto riguarda l'acquirente ma potrebbe comunque risultare preziosa dal lato dell'esercente che
    riceve il pagamento.

    Discorso diverso, invece, se il nostro "osservato speciale" decidesse di effettuare una spesa straordinaria, come ad esempio cambiare la cucina di casa.
    Un acquisto, ammettiamo, oltre la soglia di 3.600 euro. Se pagasse in contanti?
    Violerebbe la soglia di utilizzo del contante, visto che l'allarme rosso scatta già da mille euro.
    Una piccola moratoria sarà concessa non appena la conversione del decreto salva-Italia diventerà legge ma coprirà le violazioni fino al 31 gennaio 2012.

    G. Parente – 19 dicembre 2011 - tratto da Il sole 24 ore –

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  • Lavoro e previdenza  »»  19/12/2011

    ROMA - Anche nel 2013 tutte le pensioni fino a 1.402 euro saranno indicizzate al 100 per cento. A ripristinare per un altro anno la perequazione totale per i trattamenti di importo fino a tre volte il minino, già reintrodotta ma per il solo 2012, è un subemendamento dei relatori alla Camera della manovra 'salva Italia' approvato quasi in extremis nella notte di martedì prima del via libera delle commissioni Bilancio e Finanze al testo, che ieri ha cominciato il suo cammino in Aula.

    La copertura di quest'ulteriore intervento di alleggerimento sui pensionati rispetto alla versione originaria del decreto (costo di circa un miliardo l'anno) sarà garantita dai proventi derivanti dalla cosiddetta tassa sull'anonimato.

    Ieri il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, ha chiarito che per definire la soglia oltre la quale è bloccata la rivalutazione delle pensioni rispetto all'inflazione «vale la somma degli assegni». Non si farà quindi riferimento alle singole pensioni ma sul reddito pensionistico totale dell'anziano.

    Ma quelli sulla perequazioni non sono i soli correttivi apportati al testo della manovra. Sempre in Commissione è deciso di prorogare di tre mesi, dal 31 marzo al 30 giugno 2012, il termine entro il quale le Casse previdenziale dei professionisti dovranno adottare le misure necessarie per assicurare l'equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni pensionistiche in un arco temporale di 50 anni. In assenza di questi interventi interverrà automaticamente il ministero del Lavoro imponendo l'immediata adozione del contributivo per tutti, in forma pro rata, e un contributo di solidarietà dell'1% a carico dei pensionati per il biennio 2012-2013.

    Resta ancora aperta la partita sulla riduzione delle penalizzazioni per gli 'under 62' che escono anticipatamente utilizzando il solo canale contributivo (42 anni e 1 mese per gli uomini e 41 anni e 1 mese per le donne). Il testo approdato in Aula alla Camera prevede una penalizzazione ridotta dal 2 all'1% l'anno per che andrà in pensione con 60 o 61 anni.
    Ma per un intoppo in Commissione non è passato un emendamento, concordato tra Pd, Pdl e Terzo Polo, che avrebbe dovuto azzerare in toto le penalizzazioni o quanto meno farle scendere all'1% per tutte le uscite con meno di 62 anni. Una modifica che dovrebbe ora essere recuperata nel passaggio della manovra al Senato o, al più tardi, nel decreto milleproroghe.

    Confermati gli altri ritocchi al testo, messi a punto dal ministro del Lavoro Elsa Fornero. A partire dall'attenuazione dell'impatto della riforma sui nati nel 1952: chi entro il 2012 sarà in possesso di 35 anni di contribuzione e con le vecchie regole avrebbe maturato i requisiti per uscire prima della fine del prossimo anno con il sistema delle 'quote', potrà accedere alla pensione con un'età minima di 64 anni. Una mini-agevolazione è stata introdotta anche per le lavoratrici private: chi prima del 31 dicembre 2012 avrà maturato 60 anni di età e 20 anni di contributi potrà uscire al compimento dei 64 anni di età, quindi con un leggero anticipo rispetto al percorso di innalzamento della soglia di vecchiaia previsto dalla riforma (da 62 anni nel 2012 fino a 65 e 7 mesi nel 2016, considerando anche l'adeguamento alla speranza di vita, e 66 anni e 7 mesi nel 2018). Nel pacchetto anche il contributo di solidarietà del 15% sugli assegni superiori a 200mila euro e un ulteriore aumento dei contributi a carico degli autonomi.

    Marco Rogari - 15 dicembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  16/12/2011

    Via libera, in edilizia, al recupero dello sgravio contributivo (11,50%) riferito al 2011. I datori di lavoro che non vi hanno già provveduto hanno tempo fino al 16 marzo (scadenza del versamento della contribuzione riferita al periodo «febbraio 2012») per eseguire le operazioni di conguaglio. Per ottenere l'agevolazione occorre possedere il Durc (anche con riferimento alle casse edili) e autodichiarare l'assenza di condanne, passate in giudicato, per violazione delle norme in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro nel quinquennio precedente. Per rendere la dichiarazione, i datori di lavoro devono utilizzare l'apposito modello predisposto dall'Inps. Nella circolare 154/11, diffusa ieri, l'Istituto ricorda che la dichiarazione di responsabilità va comunque resa anche se l'azienda è in regola con gli aspetti contributivi, in quanto l'autocertificazione attesta il possesso di una caratteristica diversa da quella riconosciuta dal Durc.
    Dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del relativo decreto ministeriale arrivano, così, le istruzioni del l'Inps che consentono, ai soggetti che non ne hanno già fruito, di accedere alla facilitazione. La speciale riduzione contributiva (Dl 244/95, in legge 341) in favore delle aziende edili è stata di recente modificata dalla legge 247/07.
    Dello sconto possono beneficiare anche le società cooperative di produzione e lavoro che svolgono attività edile con riferimento ai soci lavoratori (escluse le imprese impiantistiche del settore metalmeccanico).

    An. Can. - 15 dicembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  15/12/2011

    Si allungano le rateazioni (fino a 72 tranche) per i contribuenti in difficoltà con Equitalia.
    E mentire al fisco non sarà reato, mentre esibire documenti falsi sì.
    Sono alcune misure fiscali recate dagli emendamenti dei relatori al dl 201/2011.

    Rateazioni.
    Il Milleproroghe 2010 (dl n. 225/2010) aveva previsto la possibilità di ottenere una rateazione aggiuntiva per tutti i contribuenti ai quali era già stata concessa una dilazione entro il 27 febbraio 2011.

    La norma riproposta ora, intervenendo sul dettato normativo dell'articolo 19 del dpr n. 602/1973, intende mettere a regime questa facoltà, anche in maniera retroattiva: pure i debitori che hanno ottenuto la dilazione tra il 27 febbraio 2011 e l'entrata in vigore della legge di conversione, e non risultano in regola con i pagamenti, potranno beneficiare dell'allungamento.

    A tale scopo i contribuenti dovranno attivarsi prima che intervenga la decadenza e dimostrare l'avvenuto peggioramento della propria situazione.
    Un'altra novità è costituita dalla possibilità di chiedere, in luogo del pagamento costante, rate variabili di importo crescente per ciascun anno.

    Aggio.
    Remunerazione degli agenti della riscossione al restyling. L'attuale aggio del 9% sarà sostituito da un parametro di riferimento da individuare ogni anno tramite decreto ministeriale.
    La rimodulazione terrà conto dei carichi annui affidati, dell'andamento delle riscossioni coattive e del processo di ottimizzazione e di efficientamento del gruppo Equitalia.

    V. Stroppa - 13 dicembre 2011 – tratto da Italia oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  14/12/2011

    Il pagamento in contanti superiore alla nuova soglia di tracciabilità di mille euro andrà segnalato immediatamente anche all'Agenzia delle entrate.
    In tal modo, al di là delle specifiche sanzioni previste dalla normativa antiriciclaggio, sarà più diretto e immediato l'uso di tali operazioni anche con valenza accertativa.

    Così tra spesometro, tracciabilità pressoché integrale, invio dei conti correnti e indagini finanziarie anticipate è un vero e proprio arsenale quello messo a disposizione dell'amministrazione finanziaria per la crociata contro l'evasione fiscale.

    L'articolo 12 della manovra riduce, in prima battuta, il limite al di sopra del quale tutti i pagamenti devono essere effettuati con strumenti tracciabili.
    Mille euro al posto delle 2.500 introdotte appena alcuni mesi fa dalla manovra di agosto; ancor prima il limite era di 5 mila euro.

    La norma specifica che il nuovo limite impone, tra l'altro, la necessità di posticipare al 31 dicembre 2011 il termine entro il quale devono essere estinti o ridotti a importo inferiore alla nuova soglia, i libretti di deposito bancari o postali al portatore, esistenti alla data di entrata in vigore del decreto.
    Accanto alla misura base sono presenti ulteriori interventi secondari rivolti ad accrescere l'efficacia della restrizione anche e soprattutto a fini antievasivi.

    Intanto tale soglia viene praticamente ridotta a 500 euro in alcuni specifici casi che coinvolgono la pubblica amministrazione.
    E il caso delle operazioni di pagamento delle spese delle pubbliche amministrazioni centrali e locali e dei loro enti, le quali devono essere disposte mediante l'utilizzo di strumenti telematici.
    Tali operazioni vanno effettuate in via ordinaria mediante accreditamento sui conti correnti bancari o postali dei creditori ovvero con le modalità offerte dai servizi elettronici di pagamento interbancari prescelti dal beneficiario.
    In ogni caso è esclusa la possibilità di effettuare pagamenti per cassa superiori all'importo di 500 euro.

    Analogamente, lo stipendio, la pensione, i compensi comunque corrisposti dalla pubblica amministrazione centrale e locale e dai loro enti, in via continuativa a prestatori d'opera e ogni altro tipo di emolumento a chiunque destinato, di importo superiore a 500 euro, debbono essere erogati con strumenti diversi dal denaro contante ovvero mediante l'utilizzo di strumenti di pagamento elettronici bancari o postali, comprese le carte di pagamento prepagate.

    A. Felicioni – 12 dicembre 2011 - tratto da Italia oggi

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  • Lavoro e previdenza  »»  14/12/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Lavoro e Previdenza - n. 07/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    IL TESTO UNICO SULL’APPRENDISTATO
    L’INPS COMUNICA SOLO PER VIA TELEMATICA
    INCENTIVI PER L’ASSUNZIONE DI GIOVANI GENITORI
    CONDIZIONI DI VALIDITÀ DEL PATTO DI DEMANSIONAMENTO DELLA LAVORATRICE
    MADRE
    PRIVACY E SISTEMI DI LOCALIZZAZIONE DEI VEICOLI
    VIDEOSORVEGLIANZA E PRIVACY
    QUOTE DI INGRESSO DI CITTADINI EXTRAUE PER TIROCINI E FORMAZIONE
    RICHIESTA DI NULLA OSTA PER ASSUNZIONE DI CITTADINO EXTRACOMUNITARIO E
    MANCATA ASSUNZIONE
    SCONTO CONTRIBUTIVO EDILI
    RAPPRESENTANTE DEI LAVORATORI PER LA SICUREZZA
    LA FESTIVITÀ DEL 4 NOVEMBRE NEL 2011
    LE PRECISAZIONI SUL CONGEDO PARENTALE
    LA GIURISPRUDENZA
    SCADENZARIO LAVORO: NOVEMBRE 2011, DICEMBRE 2011 E PRIMI GIORNI DI
    GENNAIO 2012

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    Signa, 14.11.2011
    Studio Bambagioni

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  • Fisco e tasse  »»  13/12/2011

    Doppio taglio al cuneo fiscale. Dal 2012 arrivano deduzioni Irap maggiorate per donne e giovani under 35 e scatta la piena deducibilità dal reddito Ires o Irpef dell'imposta regionale pagata sul costo del lavoro, che si affianca allo sconto del 10% in vigore dal 2008. A prevederlo l'articolo 2 della versione attuale del Dl 201/2011.

    Una delle maggiori criticità dell'Irap è che - oltre a gravare sul costo del lavoro e sugli interessi passivi - non risulta deducibile dal reddito di impresa o di lavoro autonomo, neppure per la parte corrispondente a tali oneri (aspetto quest'ultimo che ha generato dubbi di legittimità costituzionale). Le imprese, anche se in perdita, finiscono per pagare comunque una consistente Irap e, in alcune circostanze, anche l'Ires.

    La percezione che le imprese hanno di questo meccanismo, in parte fondata, è quella di un doppio tributo sul costo del lavoro: l'Irap e quella parte di Ires causata dalla non deduzione dell'imposta regionale. Gli imprenditori con bilanci in perdita, che impiegano manodopera diretta, si confrontano con le società che hanno esternalizzato la produzione e notano che queste ultime non versano imposte, mentre loro sì. Chi assume più personale - pensano in molti - paga più tasse.

    Il taglio di questo onere fiscale sul lavoro passa per l'introduzione di crescenti deduzioni del costo del personale dall'Irap: la Finanziaria 2007 aveva concesso sconti per contributi e retribuzioni a tempo indeterminato, aumentate dal Dl 201/2011 per donne e giovani. Se i dipendenti e gli assimilati fossero tutti deducibili, l'imponibile Irap si allineerebbe (salve le differenze per le perdite su crediti e Ici) al margine operativo netto (Ebit) e il tributo graverebbe sulla redditività operativa e non sul lavoro.

    Il secondo, più articolato strumento per tagliare il cuneo, è la deduzione dell'imposta regionale dall'Ires delle società di capitali o dall'Irpef di imprese personali o professionisti. L'Irap che grava sul personale e sugli oneri finanziari (che sono costi e non reddito) deve poter essere dedotta nel calcolo delle imposte societarie o personali, pena un vizio di legittimità costituzionale. Il Dl 185/2008 aveva introdotto una prima deduzione del 10% forfettariamente riferita al tributo corrispondente alle due componenti sopra indicate. Questo calcolo forfettario non pare sufficiente a eliminare i rischi di incostituzionalità e la manovra Monti corregge il tiro prevedendo una deduzione analitica e integrale dell'imposta pagata sul costo del lavoro che si aggiunge al 10 per cento.

    In pratica, dal 2012 imprese e professionisti suddivideranno l'imposta pagata in due: da una parte quella derivante dalle spese per dipendenti e assimilati (al netto degli sconti previsti dall'articolo 11 del Dlgs 446/1997, compreso l'ultimo su donne e giovani) e, dall'altra, l'importo restante. La prima quota sarà dedotta al 100% dal reddito per il calcolo di Ires o Irpef (con criterio di cassa: conta il pagato in acconto e a saldo), mentre il residuo importo sarà deducibile al 10 per cento.

    Calcoli complessi
    L'Irap scalabile integralmente dall'Ires è quella riferita alle «spese per il personale dipendente e assimilato». Oltre al costo dei dipendenti veri e propri (al netto delle deduzioni), rilevano i compensi (e relativi contributi) che costituiscono reddito assimilato al lavoro dipendente a norma dell'articolo 50 del Tuir. In tal senso, dovrebbe diventare deducibile anche l'Irap calcolata sulla retribuzione di collaboratori coordinati e continuativi e lavoratori a progetto, nonché di amministratori di società ed enti. Sulla rilevanza di questi ultimi compensi (generalmente non configurati come costo del lavoro) sarà comunque opportuno attendere le istruzioni dell'agenzia delle Entrate.

    Per i contribuenti che operano in più regioni con aliquote differenziate, il conteggio dell'imposta riferita al costo indeducibile richiederà la preventiva ripartizione del costo tra le diverse regioni applicando le percentuali determinate in base all'articolo 4, comma 2, del Dlgs 446/1997 per il calcolo dell'imposta (rapporto tra l'ammontare delle retribuzioni del personale impiegato con continuità nei vari stabilimenti).

    Luca Gaiani - 12 dicembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  12/12/2011

    Il contante non esce dal sistema dei pagamenti. È questa la premessa necessaria per chiarire che il decreto legge 201 non elimina la possibilità di utilizzare la moneta corrente nelle transazioni commerciali.
    Si tratta solo dell'ennesima limitazione, dal 1991 a oggi, all'utilizzo di contante e titoli al portatore oltre una certa soglia, fissata a 1.000 euro.

    Nel tempo, la regolamentazione contro il riciclaggio di denaro sporco ha previsto che nel nostro Paese non possano essere effettuati trasferimenti di contante e titoli al portatore (per esempio assegni liberi, libretti di risparmio, certificati di deposito), tra soggetti diversi (ossia tra privati, siano persone fisiche o società) non in assoluto, ma al di sopra di un tetto via via modificato verso il basso. Ciò soprattutto in seguito al riscontro da parte delle autorità competenti di comportamenti illeciti, agevolati proprio dall'uso di strumenti di pagamento poco tracciabili come quelli "liberi".

    Ad esempio, sono da sempre vietati, nei termini visti, pagamenti di beni o servizi (come i generi di consumo oppure le prestazioni professionali) con denaro liquido. Un esercizio commerciale, un qualsiasi imprenditore, un libero professionista possono condurre in porto operazioni con la clientela, ma se la somma dovuta dal cliente è, a oggi, pari o superiore ai mille euro, l'acquisto del bene o la fornitura del servizio saranno comunque validi a ogni fine di legge, solo che l'infrazione alle regole dell'antiriciclaggio può costare a entrambi i contraenti (chi vende e chi compra) dall'uno per cento al 40% delle somme trattate. Si può evitare la sanzione usando uno strumento nominativo per il pagamento: un assegno non trasferibile e che rechi il nominativo del beneficiario, una carta di credito, un bonifico.

    Quindi, acquisti liberi, in contanti o con assegni senza nominatività e clausola di non trasferibilità fino a 999 euro. La regola si applica anche in caso di "frazionamenti". Chi dovesse effettuare uno dei pagamenti in più momenti successivi (per esempio: 500 euro al giorno per 3 giorni, anche non consecutivi) e la somma di questi sia riconducibile a un'unica operazione di acquisto, attuerebbe un trasferimento di denaro comunque sanzionabile in via amministrativa. Il che non avverrebbe, deve essere precisato, se si trattasse di acquisti di oggetti diversi anche presso lo stesso commerciante oppure, a maggior ragione, in punti vendita differenti.

    Non si deve poi dimenticare che il divieto si applica anche ai trasferimenti a titolo gratuito. Una donazione, un lascito ereditario, un'offerta, un prestito tra amici o parenti dovranno seguire la regola del contante.

    L'articolo 12 del decreto 201 del 6 dicembre prevede gli stessi limiti anche per i libretti di risparmio o postali al portatore (cioè senza intestazione o con intestazione di fantasia), che andranno riportati sotto i mille euro entro il 31 dicembre. Per poter, quindi, essere utilizzati ancora da soggetti diversi da chi li ha aperti, il saldo (ossia la somma massima contenuta e disponibile) dovrà fermarsi a mille euro. Va comunque ribadito che resta ferma l'obbligatorietà, già prevista dal decreto 231/2007 sull'antiriciclaggio, di produrre all'intermediario bancario o postale una certificazione, all'atto del prelievo o versamento da parte di un diverso portatore (rispetto a quello originario), che dia prova dell'avvenuta cessione.

    Lo stesso avverrebbe nel caso in cui si presentasse allo sportello un soggetto con dei certificati di deposito (titoli bancari tipicamente al portatore) non accesi da lui in origine. Per poterli estinguere dovrebbe produrre idonea attestazione della loro provenienza. Si badi bene che i trasferimenti, se riguardano titoli al portatore, generano pagamenti che non possono essere rifiutati dalle banche e dalle poste; queste avranno solo l'obbligo di comunicare al ministero dell'Economia e delle Finanze e all'agenzia delle Entrate l'infrazione. A maggior ragione, ciò vale per gli assegni, ma in pratica solo quelli tratti su libretti senza la clausola prestampata di non trasferibilità, che è sempre possibile acquisire allo sportello versando una tassa di euro 1,50 per ogni modulo. È quindi opportuno evidenziare che le regole sul contante riguardano i "trasferimenti" che non transitano dagli intermediari abilitati, ma solo tra privati.

    Nessun limite è invece imposto ai prelevamenti o versamenti sui propri conti (o altrui con apposita delega) presso gli sportelli bancari o postali.

    Ranieri Razzante - 09 dicembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  09/12/2011

    Gli studi di settore puntano all'adeguamento già da Gerico 2012 e per arrivare a questo risultato "promettono" anche una maggiore tutela rispetto all'accertamento sintetico.

    La manovra varata domenica dal Governo prevede, infatti, una nuova articolazione delle "coperture" per chi risulta congruo (e coerente) rispetto ai risultati degli studi di settore.

    Vengono, invece, rafforzati i controlli per chi non risulta in linea rispetto ai risultati degli studi, ricorrendo anche alle indagini finanziarie.
    Il «regime premiale per favorire la trasparenza» prevede alcune semplificazioni contabili e amministrative, nonché alcune particolari coperture dalle rettifiche effettuabili dall'amministrazione finanziaria.

    Il regime si applica dal 1 gennaio 2013, anche se l'opzione dovrà essere fatta per la prima volta in Unico 2012.
    Per chi applica gli studi di settore la norma poi prevede un "capitolo" specifico dedicato a una sorta di «super-congruità».

    Viene stabilito che nei confronti di chi risulta essere allineato a Gerico (oltreché coerente rispetto agli indicatori) ci sono gli stessi vantaggi previsti per chi aderisce al regime premiale, ma non è soggetto agli studi.
    Quindi, vi è l'esclusione dagli accertamenti analitici-induttivi basati su presunzioni semplici (purché gravi, precise e concordanti) e la riduzione di un anno dei termini di decadenza dell'azione di accertamento.

    In più per chi è congruo agli studi c'è l'aggiunta di un ulteriore importante vantaggio, e cioè che l'accertamento sintetico risulta possibile soltanto quando il reddito accertabile si discosta di un terzo (in luogo di un quinto) dal reddito dichiarato.

    A. Crescione/D. Deotto – 6 dicembre 2011 - tratto da Il sole 24 ore

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  • Fisco e tasse  »»  07/12/2011

    Taglio del cuneo fiscale per le lavoratrici e per tutti i giovani under 35. E per il bonus sulle capitalizzazioni delle imprese il rendimento nazionale viene fissato al 3% per i primi tre anni d'imposta a partire da quello in corso al 2011.

    Sono le principali novità contenute nel testo del decreto salva-Italia approvato domenica dal Consiglio dei ministri e ancora in fase di messa a punto per la firma del Capo dello Stato.

    La novità dello sgravio Irap per le donne e per i giovani, annunciati nel corso della conferenza stampa di presentazione della manovra, hanno trovato posto nell'articolo 2 del decreto.

    In sostanza le imprese si vedranno aumentare le deduzioni Irap, che di fatto incidono sul cuneo fiscale, del 130% per le lavoratrici e per i giovani sotto i 35 anni di età che operano in azienda con contratto a tempo indeterminato.

    Lo sconto oggi fissato in 4.600 euro, su base annua, per ogni lavoratore dipendente a tempo indeterminato impiegato nel periodo di imposta, aumenterà fino a 10.600 euro «per i lavoratori di sesso femminile» e per gli under 35.

    Come prevede la "legge Irap" (Dlgs 446/97) la deduzione Irap non si applica alle imprese che operano in concessione e a tariffa nei settori dell'energia, dell'acqua, dei trasporti, delle infrastrutture, delle poste, delle telecomunicazioni, della raccolta e depurazione delle acque di scarico e della raccolta e smaltimento rifiuti.

    Il taglio del cuneo sale ulteriormente a 15.200 - con un aumento del 65% visto che fino a oggi la deduzione forfettaria era fissata in 9.200 euro - per le donne e i giovani sotto i 35 anni che lavorano in imprese del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia).

    M. Mobili – 6 dicembre 2011 - tratto da Il sole 24 ore -

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  • Fisco e tasse  »»  07/12/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi - n. 14/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    RINVIO DI UN MESE PER LA PEC
    LA COMUNICAZIONE DEI BENI AI SOCI
    LE RISPOSTE DELL'A.E. AI QUESITI SULLA COMPILAZIONE ELENCHI CLIENTI E
    FORNITORI
    LA COMPENSAZIONE IVA
    DIVIETO DI COMPENSAZIONE IN PRESENZA DI ISCRIZIONI A RUOLO
    IL TRATTAMENTO FISCALE DEGLI OMAGGI E DELLE CESSIONI GRATUITE
    LE SPESE DI RAPPRESENTANZA
    MISURA DELLA DEDUCIBILITÀ
    INVIO TELEMATICO COMUNICAZIONE DICHIARAZIONI D’INTENTO RICEVUTE
    RICHIESTA DATI A CLIENTI E FORNITORI
    SALDO ICI 2011 – PROMEMORIA
    SCADENZARIO FISCALE DICEMBRE 2011
    SCADENZARIO FISCALE PRIMI GIORNI DI GENNAIO 2012

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    Signa, 07.12.2011
    Studio Bambagioni

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  • Normative complementari  »»  07/12/2011

    Con il DL 201/2011, in vigore dal 06/12/2011, è stata ulteriormente ridotta la soglia oltre la quale è vietato il trasferimento di denaro contante fra soggetti privati.

    In pratica dal 06/12/2011 qualsiasi transazione commerciale di importo uguale o superiore a € 1000,00=(mille) dovrà essere effettuata (pagata e/o incassata) esclusivamente con mezzi di pagamento tracciabili: assegno bancario intestato non trasferibile, bonifico bancario o postale, carta di credito, etc.

    La regola si applica anche alle cosiddette operazioni frazionate (ad esempio il pagamento o l’incasso mediante piu’ versamenti in date diverse di somme sotto soglia tutte riferite al saldo di una unica fattura pari o superiore a € 1000,00 dovrà essere eseguito con mezzi tracciabili anche per le singole rate sebbene, considerate singolarmente, inferiori alla soglia).

    Il divieto riguarda anche il trasferimento di denaro oltre soglia effettuato a titolo gratuito: un prestito gratuito fra amici, il finanziamento gratuito di un socio ad una società e viceversa, una donazione fra soggetti diversi, etc.

    La violazione delle norme sopra descritte comporta le sanzioni già previste dal DL 231/2007 (Antiriciclaggio) ovvero l’automatica segnalazione al MEF (Ministero delle Finanze) e la successiva sanzione per un importo fino al 40% della somma trasferita.

    Considerato l’automatismo della sanzioni è necessario adeguarsi a quanto prescritto dalla legge.

    Il nostro studio è a disposizione per gli ulteriori occorrendi chiarimenti.

    Signa, 07 dicembre 2011
    Studio Bambagioni

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  • Fisco e tasse  »»  06/12/2011

    I controlli sui «falsi circoli» e sulle finte associazioni messi in campo dall'agenzia delle Entrate dopo il monitoraggio effettuato attraverso il modello Eas (la comunicazione dei dati rilevanti ai fini fiscali prevista dal Dl 185/2008, articolo 30 e inviata alle Entrate da 265.733 enti associativi) ha consentito di recuperare da gennaio a ottobre di quest'anno 65,2 milioni di tassazione.
    Gli accertamenti effettuati sono stati 1.800, e 800 le verifiche svolte "sul campo".
    Il risultato è stata l'emersione di redditi non dichiarati per 233 milioni (base imponibile a fini Ires, Irap e di ritenute), contro i 110 milioni del 2010, e Iva non versata per 31,5 milioni (contro i 22 milioni del 2010).

    Aumenta, quindi, rispetto all'anno scorso, l'ammontare delle imposte evase individuato dalle attività di verifica, anche se il numero degli accertamenti è diminuito.
    L'Agenzia ha puntato su una maggiore selettività dei controlli, in base alle indicazioni operative fornite dalla circolare 21/F 2011, che invitava a dare «priorità assoluta» agli «abusi di particolare rilevanza economica».

    L'occasione per tracciare il quadro dei controlli sugli enti non profit e per fare il punto sui risultati del tavolo tecnico nazionale sul Terzo settore, nato nel 2009, è stata il convegno «Il Terzo Settore, la promozione e lo sviluppo del non profit», organizzato dall'agenzia delle Entrate e dall'Agenzia per il Terzo Settore, che si è svolto ieri a Roma.

    Il direttore dell'agenzia delle Entrate Attilio Befera ha sottolineato che «il terzo settore assume oggi per lo Stato una rilevanza ancora maggiore rispetto al passato» e che l'agenzia delle Entrate intende mantenere la collaborazione avviata con il tavolo tecnico, «anche per monitorare l'uso distorto delle forme organizzative del non profit».

    V.Melis/F.Nariello – 2 dicembre 2011 - tratto da Il sole 24 ore -

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  • Fisco e tasse  »»  05/12/2011

    La legge 398 del 16 dicembre 1991 ha previsto per le società e associazioni sportive dilettantistiche la possibilità di optare per un regime forfettario di determinazione delle imposte sia ai fini Ires sia ai fini Iva. Le associazioni sportive con periodo d'imposta coincidente con l'anno solare devono aver conseguito, nell'anno solare precedente, proventi di natura commerciale non superiori a 250mila euro.

    Il limite vale anche per gli enti associativi con periodo d'imposta non coincidente con l'anno solare. I soggetti di nuova costituzione potranno beneficiare del regime forfettario qualora ritengano di conseguire nel periodo d'imposta proventi di natura commerciale per un ammontare non superiore al limite citato. Sempre per i soggetti che iniziano l'attività, l'agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti con la risoluzione 63/E del 16 maggio 2006. In particolare, essi devono applicare il criterio proporzionale richiamato nell'allegato E, punto 1, del decreto 18 maggio 1995. Perciò le associazioni di nuova costituzione con periodo d'imposta coincidente con l'anno solare, per fruire del regime forfettario, devono rapportare il limite massimo di proventi, pari a 250mila euro, al periodo compreso tra la data di costituzione e il termine dell'esercizio, computandolo a giorni.

    Il limite massimo, che fa riferimento ai soli proventi commerciali, dev'essere determinato in base al principio di cassa. L'indicazione è stata fornita dal ministero delle Finanze con la circolare 1 dell'11 febbraio 1992. Inoltre, tale ammontare è composto esclusivamente dai proventi aventi natura commerciale di cui all'articolo 85 del Tuir e dalle sopravvenienze attive di cui all'articolo 88 del Tuir, relative alle attività commerciali. Risultano così esclusi dal computo i proventi aventi natura istituzionale (quote associative, donazioni eccetera), i proventi realizzati tramite la raccolta pubblica di fondi, i proventi "decommercializzati" ex articolo 148 del Tuir, i proventi realizzati con la cessione di beni strumentali, i premi di addestramento e di formazione tecnica spettanti alle associazioni sportive, i corrispettivi derivanti dalla cessione degli atleti dilettanti, le sopravvenienze attive relative alle attività istituzionali.

    L'Iva
    L'Iva va determinata con l'applicazione di una detrazione forfettaria prevista dall'articolo 74, comma 6, del Dpr 633/1972. Sono previste tre percentuali forfettarie. La prima, di base, è pari al 50% dell'imposta relativa alle operazioni imponibili. La seconda, relativa alle imposte concernenti le operazioni di sponsorizzazione, è del 10 per cento. Invece, in caso di cessioni o concessioni di diritti di ripresa televisiva e di trasmissione radiofonica è prevista l'applicazione di una detrazione forfettaria di un terzo.

    In pratica, si deve effettuare la sommatoria dell'Iva relativa alle operazioni attive, applicata in base alle diverse aliquote di legge, e determinare l'Iva detraibile applicando le percentuali forfettarie. La differenza deve essere versata con periodicità trimestrale senza l'aggiunta degli interessi. Le scadenze sono il 16 maggio, il 16 agosto (annualmente prorogato per la pausa estiva), il 16 novembre e il 16 febbraio dell'anno successivo (quarto trimestre).

    Il reddito imponibile, invece, deve essere determinato nella misura del 3% dei proventi commerciali, con l'aggiunta di eventuali plusvalenze commerciali.

    Ires e semplificazioni
    L'Ires è pari al 27,5% dell'imponibile. Sono poi previste anche semplificazioni di tipo contabile. Infatti le associazioni in regime ex legge 398/1991 sono esonerate dagli obblighi di registrazione e dalla tenuta dei libri contabili. Gli obblighi riguardano la conservazione della documentazione. Inoltre, devono essere fatturate solo le sponsorizzazioni e le cessioni di diritti radio-televisivi.
    Le entrate commerciali devono essere annotare in un apposito prospetto (ex Dm 11 febbraio 1997) con un'unica registrazione entro il giorno 15 del mese successivo a quello di riferimento. L'opzione per il regime forfettario viene esercitata tramite comportamento concludente. C'è solo un obbligo di comunicazione. Un analogo obbligo di comunicazione sussiste nei confronti della Siae.

    L'opzione vincola il contribuente per cinque anni e successivamente per ciascun anno fino a revoca. Nel caso in cui si superi il limite di 250mila euro nel corso dell'esercizio, gli effetti dell'opzione vengono meno con decorrenza dal mese successivo.

    21 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  02/12/2011

    Sul piano operativo, l'impresa che intende richiedere il rilascio del Durc deve autocertificare «l'assenza di provvedimenti, amministrativi o giurisdizionali, definitivi per gli illeciti penali o amministrativi, commessi dopo il 30 dicembre 2007, in materia di tutela delle condizioni di lavoro, o il decorso del periodo indicato dallo stesso allegato per ciascun illecito». La dichiarazione – da redigere sul modello appositamente predisposto dallo ministero del Lavoro – potrà essere consegnata a mano alla Direzione provinciale del lavoro (Dpl) territorialmente competente, ovvero trasmessa via fax o lettera raccomandata con avviso di ricevimento e, riteniamo, anche tramite Pec (gli indirizzi sono reperibili sul sito del ministero del Lavoro). In quest'ultimo caso sarà necessario fare attenzione a sottoscrivere digitalmente il documento, secondo le prescrizioni vigenti. Questo obbligo, come è stato chiarito, non può essere esteso ai casi di rilascio del Durc in occasione della stipula di contratti di appalto pubblici o privati, ma deve esclusivamente riferirsi «al Durc finalizzato alla fruizione dei benefici normativi e contributivi».

    Le cause ostative
    Il ministero del Lavoro ha previsto alcune fattispecie di "cause ostative" (con altrettanto tassative eccezioni) al rilascio del Durc per i datori di lavoro che, pur in regola con gli obblighi contributivi, non rispettino ovvero non abbiano rispettato alcune fondamentali norme a garanzia della salute del lavoratore (nell'ambito della legislazione sulla salute e sicurezza sul luogo di lavoro ovvero sull'orario di lavoro).
    In particolare, la violazione da parte del datore di lavoro o del dirigente responsabile delle disposizioni penali e amministrative in materia di tutela delle condizioni di lavoro costituisce "causa ostativa" al rilascio del Durc .
    La causa ostativa deve essere accertata «con provvedimenti amministrativi o giurisdizionali definitivi» e viene meno qualora il procedimento penale sia estinto a seguito di prescrizione ovvero oblazione.
    Inoltre, la causa ostativa permane indipendentemente dal l'«eventuale successiva sostituzione dell'autore dell'illecito».
    Se, da un lato, è quindi necessario che il provvedimento che accerta la causa ostativa sia definitivo, rimanendo pertanto irrilevanti eventuali provvedimenti soggetti a impugnazione, dall'altro il datore di lavoro non potrà sottrarsi alle conseguenze pregiudizievoli derivanti dalla causa ostativa semplicemente sostituendo la persona all'epoca responsabile.
    Infatti, è stato successivamente chiarito che:

    • la violazione deve essere accertata con sentenza passata in giudicato ovvero con ordinanza ingiunzione non tempestivamente impugnata;
    • - «tenuto presente che le cause ostative sono costituite da violazioni penali o amministrative commesse da una persona fisica, identificata dal decreto nel datore di lavoro o nel dirigente responsabile dell'impresa, l'eventuale sostituzione del trasgressore non determina il venir meno della causa ostativa stessa nei confronti dell'impresa, in quanto la "sanzione interdittiva" esplica la sua efficacia non sul piano soggettivo, ma sul piano oggettivo della persona giuridica coinvolta nella violazione».

    Vincenzo Fabrizio Giglio - 28 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  01/12/2011

    Le società in fallimento non sono obbligate a comunicare il proprio indirizzo di posta elettronica certificata (Pec) al Registro delle imprese entro il 29 novembre.
    Il curatore, se interessato a iscrivere la casella Pec della società da lui curata, può presentare la domanda alla Camera di commercio competente e indicare, a questo scopo, il proprio indirizzo Pec. È uno dei chiarimenti forniti dal ministero dello Sviluppo economico con la circolare 223761 diffusa ieri. Il chiarimento arriva mentre le società di persone e di capitali stanno sfruttando gli ultimi giorni utili, fino a martedì prossimo, per comunicare il proprio indirizzo di posta elettronica certificata al Registro imprese.

    In effetti l'obbligo di iscrizione della Pec per le società in fallimento e il ruolo del curatore, nella comunicazione dell'indirizzo al Registro imprese, aveva suscitato un certo dibattito – e opinioni contrastanti – fra i tecnici. C'era chi riteneva che il curatore avesse l'obbligo di comunicare la Pec al registro imprese per la società fallita, e chi riteneva invece che l'obbligo cadesse sul legale rappresentante della società, ancora formalmente in carica.

    E' escluso, dunque, l'obbligo di comunicare la Pec per le società in fallimento. La circolare dello Sviluppo economico 3645/C del 3 novembre, invece, aveva incluso esplicitamente fra le obbligate le società in liquidazione.

    L'interpretazione del Ministero si estende anche ai concordati. Per i «concordati preventivi nella fase che precede l'omologa e per quelli non liquidatòri o in prosecuzione dell'attività», poiché in questi casi la gestione della società rimane in capo agli amministratori, vale la regola generale stabilita dal Dl 185/08 (articolo 16, comma 6): la comunicazione spetta al legale rappresentante della società «che potrà indicare - si legge nella circolare – un autonomo indirizzo di posta certificata». Il legale rappresentante potrà anche incaricare un professionista di procedere alla comunicazione.

    Nel caso dei «concordati liquidatori nella fase post-omologa - si legge ancora – atteso che in questi casi la gestione passa al liquidatore, l'adempimento spetterà a quest'ultimo, ferma restando la possibilità, per lo stesso (...), di indicare il proprio indirizzo di posta elettronica certificata».

    Il chiarimento dello Sviluppo economico sulla Pec nelle procedure concorsuali è accolto con favore da Giulia Pusterla, componente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili con delega al diritto fallimentare: «Siamo riconoscenti al Ministero – spiega – per questa interpretazione. In effetti, è difficile immaginare che i curatori adempiano in tutti i casi alla trasmissione della Pec. Senza l'intervento del Ministero, le Camere di commercio sarebbero state costrette a irrogare le sanzioni previste, nei casi di inadempienza (sanzione che va da 103 a 1.032 euro, ndr).

    Valentina Melis - 25 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  30/11/2011

    Tra moglie e marito si piazza il fisco. Il nuovo redditometro, infatti, calcola un reddito familiare, ma la domanda è: come si passerà dalla famiglia al reddito personale? La risposta che viene dalle Entrate è che il programma del redditometro non attribuisce un reddito sul quale viene calcolato un accertamento, ma seleziona solamente le situazioni di non normalità.
    All'accertamento, invece, provvederà - come spiegato nella presentazione del 25 ottobre scorso a Roma - un programma in fase di elaborazione che si baserà sulle spese effettivamente sostenute.
    Quindi, in famiglia, in prima istanza ognuno sarà chiamato a "giustificare" le proprie spese.
    E per questo servirà il contraddittorio. Nelle settimane scorse è stata messa sul sito dell'agenzia delle Entrate la versione del programma del redditometro, chiamato appunto Redditest, che per ora ha una "destinazione" esclusivamente di raccolta dei dati da parte delle associazioni professionali.
    In futuro - è da presumere - sarà lo stesso programma a permettere ai contribuenti o, meglio, alle famiglie di calcolare la propria "congruità" fiscale.
    Il programma darà appunto un verdetto per la famiglia. Che però dirà solo se è in regola o meno: o meglio, se risponderà o meno a criteri di normalità, tracciati nei mesi scorsi dal fisco sulla base dell'esame delle dichiarazioni dei redditi presentate negli ultimi anni e ora in fase di verifica nel confronto con le associazioni di categoria.
    A seconda del profilo di rischio che risulterà dal programma, l'Agenzia deciderà cosa fare, ma da quanto emerge al momento non ci sarà un'attribuzione automatica di un reddito ai componenti del nucleo familiare.
    Lo strumento utilizzato per l'accertamento sarà infatti un altro programma, in fase di elaborazione da parte dell'agenzia delle Entrate, che si baserà - secondo quanto spiegato dall'Agenzia stessa- sulle spese effettivamente sostenute (comma 5 dell'articolo 38 del Dpr 600 del 1973 ) o «di un altro strumento presuntivo fortemente basato sulle spese».
    Questo strumento presuntivo aggiunge alle spese sostenute una "quota presunta" di reddito speso per le esigenze quotidiane della vita. Siccome questo strumento «segue» le spese, ogni coniuge si vedrà attribuito un reddito a seconda di quanto avrà materialmente speso e per ciascuno il confronto sarà con quanto dichiarato personalmente al fisco come entrate nell'anno di riferimento.
    Si potranno, perciò, verificare tutti i casi in cui le spese sostenute da un coniuge sono in realtà pagate dall'altro e così via.

    A. Crescione - 29 novembre 2011 – tratto da Il sole 24 ore

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  • Fisco e tasse  »»  29/11/2011

    Per ogni bene concesso in godimento e per ogni finanziamento o capitalizzazione realizzato nel periodo d'imposta deve essere effettuata la comunicazione all'anagrafe tributaria, ai sensi dell'articolo 2, comma 36-sexiesdecies del dl 138/2011, convertito con modificazioni nella legge n. 148/2011.

    Secondo il provvedimento direttoriale del 16 novembre scorso (prot. 166485) la comunicazione andrà inviata a prescindere dalla circostanza che i beni siano stati concessi in godimento a soci o familiari a un corrispettivo inferiore a quello di mercato.

    In realtà la norma istitutiva della comunicazione limita l'adempimento alle sole ipotesi di «beni dell'impresa concessi in godimento a soci o a familiari dell'imprenditore per un corrispettivo annuo inferiore al valore di mercato del diritto di godimento».

    L'estensione operata dal provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate in ordine alle fattispecie che obbligano alla segnalazione non è l'unica anomalia che caratterizza il nuovo adempimento telematico a carico di imprese e contribuenti.
    Vediamo, in sintesi, le principali questioni sul tappeto e le possibili soluzioni pratiche che imprese e contribuenti dovranno adottare.

    L'obbligo solidale.
    In maniera del tutto anomala e singolare la norma prevede che la comunicazione dei dati all'Agenzia delle entrate sia effettuata dall'impresa concedente ovvero dal socio o familiare dell'imprenditore.

    L'obbligo di comunicare i dati relativi ai beni in godimento dovrà, dunque, ritenersi assolto allorquando almeno una delle due parti in causa avrà provveduto a tale adempimento in virtù del fatto che la disposizione utilizza la locuzione «ovvero» tipica delle obbligazioni solidali nelle quali l'adempimento dell'uno libera automaticamente l'altro.

    Sarà dunque sufficiente che l'impresa o la società concedente comunichi all'agenzia delle entrate i dati relativi ai beni concessi in godimento perché si possa ritenere automaticamente liberato dall'obbligo anche il socio o il familiare beneficiario.

    Al contrario la dichiarazione inviata da questi ultimi libererà dall'obbligo la società o l'imprenditore.

    Ovvio che dal punto di vista pratico il «doppio obbligo» puo’ essere fonte di incertezza e complessità soprattutto nelle situazioni in cui i rapporti di comunicazione fra le due parti del rapporto (società/soci) non siano proprio idilliaci.
    Si potrebbe porre cioè in più di un caso il problema di far conoscere all'altra parte l'adempimento per evitare l'invio doppio degli stessi dati.

    Soprattutto quando il numero dei soggetti coinvolti è elevato.

    A. Bongi - 28 novembre 2011 – tratto da Italia oggi

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  • Normative complementari  »»  28/11/2011

    1.Come fa una società a procurarsi una casella di Posta elettronica certificata (Pec)?
    La Pec deve essere acquistata - anche online - da uno dei gestori autorizzati da DigiitPA (Ente nazionale per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione). L'elenco dei gestori si trova sul sito www.digitpa.gov.it/pec_elenco_ gestori. Per acquistare la casella basta cliccare sul nome del gestore e seguire le istruzioni. L'indirizzo Pec deve essere già attivato nel momento della comunicazione al Registro Imprese.

    2.Ci sono costi per l'attivazione di una casella Pec?
    Sì, i costi sono quelli stabiliti da ogni singolo gestore autorizzato al rilascio. Mediamente, in base ai servizi offerti, il prezzo può variare da 5 a 50 euro all'anno.

    3.Posso comunicare al Registro Imprese un indirizzo Pec assegnato da un gestore ma non ancora attivato dal punto di vista tecnico-informatico (ad esempio perché non è stato ancora accertato il pagamento)?
    No, l'indirizzo Pec solo assegnato ma non ancora attivato dal punto di vista tecnico-informatico non esiste e sarà applicata la relativa sanzione in caso di ritardo.

    4. Le società iscritte che non comunicano l'indirizzo Pec entro il 29 novembre 2011 o che lo comunicano oltre il termine, che conseguenze hanno?
    A ciascun legale rappresentante della società viene applicata la sanzione amministrativa prevista dall'art. 2630 codice civile da un minimo di 103 ad un massimo di 1.032 euro. La sanzione si riduce a un terzo se la comunicazione avviene nei 30 giorni successivi alla scadenza.

    5. Le società semplici, le cooperative e i consorzi hanno l'obbligo di attivare e comunicare l'indirizzo Pec al Registro Imprese?
    Sì, tranne i consorzi.

    6. Le imprese individuali hanno l'obbligo di dotarsi e comunicare l'indirizzo Pec al Registro Imprese?
    No, l'articolo 16 comma 6 del decreto legge 29 novembre 2008 n. 185 convertito con legge 2/2009, prevede la comunicazione solo per le imprese costituite in forma societaria.

    7. Le Società estere con sede secondaria e/o unità locale in Italia hanno l'obbligo di attivare e comunicare l'indirizzo Pec al Registro Imprese?
    Sì per le sedi secondarie iscritte ai sensi dell'art. 2508 codice civile relativo alla pubblicità degli atti societari perché la Pec si configura come "sede elettronica" della società.
    No per le unità locali di imprese estere (che non abbiano una rappresentanza stabile in Italia) in quanto non sono iscritte nel Registro Imprese e non sono pertanto tenute al nuovo obbligo.

    8. Le variazioni dell'indirizzo Pec dell'impresa devono essere comunicate al Registro Imprese?
    Sì, è necessario che l'indirizzo che compare in visura e nei certificati sia sempre valido e attivo.
    La comunicazione è gratuita e va effettuata per via telematica con le stesse modalità previste per la prima comunicazione.

    9. La Pec che le società devono comunicare alla Camera di Commercio può essere associata a più soggetti?
    La normativa non prevede un'univocità "casella PEC - società". Quindi una stessa casella Pec può essere utilizzata per più imprese.
    La piena responsabilità sull'indicazione e relativo accesso alla gestione e sul mantenimento della validità e attivazione tecnica dell'indirizzo ricade esclusivamente sui legali rappresentanti della società che hanno effettuato la comunicazione all'ufficio del registro delle imprese.

    10. Se l'impresa dispone di più unità locali o sedi secondarie in varie province si deve dotare e comunicare più indirizzi PEC?
    No, la società deve comunicare un solo indirizzo Pec presso il Registro Imprese della sede legale a prescindere dalle sedi secondarie e unità locali di cui dispone.

    11.Come va comunicato l'indirizzo Pec al Registro Imprese?
    L'indirizzo Pec va comunicato al Registro Imprese della sede legale dell'impresa esclusivamente per via telematica attraverso le procedure Comunica, Starweb o nuova procedura semplificata presente sul portale PEC.

    Valentina Melis - 23 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  25/11/2011

    Manca meno di una settimana alla scadenza del 29 novembre, entro la quale le società di persone e di capitali devono comunicare al Registro imprese il proprio indirizzo di Posta elettronica certificata (Pec).

    Con l'iscrizione nel Registro delle imprese della propria Pec "ufficiale", le società avranno in sostanza una vera e propria sede legale elettronica accessibile da chiunque - e senza costi né registrazioni preventive - con la semplice consultazione online del sito www.registroimprese.it.

    L'operazione Pec, da un lato, mira a ridurre i costi per la Pubblica amministrazione, che non dovrà più trasmettere documentazione cartacea (il messaggio di posta elettronica certificata ha il valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno), dall'altro consente ai privati di semplificare le comunicazioni ufficiali (si pensi alla trasmissione di contratti, atti negoziali, diffide) tra loro e anche nei confronti della Pa.

    La legge di stabilità 2012, poi, ha previsto una "rivoluzione Pec" per le comunicazioni e notificazioni nel processo civile telematico, che dovrebbe consentire di semplificare la notifica di atti giudiziari alle società tramite la Pec pubblicata nel Registro imprese, con vantaggi sui tempi della giustizia civile.

    La società che non comunica il proprio indirizzo Pec al registro imprese entro il 29 novembre è soggetta - come confermato dal ministero dello Sviluppo economico nella circolare 3645/c del 3 novembre scorso) - all'applicazione della sanzione prevista dall'articolo 2630 del Codice civile.

    Lo Statuto delle imprese (legge 180/2011) ha dimezzato l'importo della sanzione, che oggi va dunque da un minimo di 103 euro a un massimo di 1.032 euro. La sanzione si riduce a un terzo per coloro che adempiono entro i trenta giorni successivi alla scadenza.

    Valentina Melis e Maurizio Pirazzini - 23 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  24/11/2011

    Si riduce di 17 punti percentuali l'acconto d'imposta per l'Irpef, il prelievo sulle persone fisiche da versare entro mercoledì 30 novembre, quale acconto su quanto dovuto per l'anno d'imposta 2011. Ne dà notizia il Dipartimento delle Politiche fiscali, segnalando l'avvenuta firma del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri in data 21 novembre 2011. Il provvedimento è in corso di pubblicazione.

    Le indicazioni per il pagamento
    «Di conseguenza - precisa il comunicato del Dipartimento - l'acconto Irpef dovuto entro mercoledì 30 novembre ammonterà all'82% anziché al 99 per cento. La differenza sarà versata a giugno del 2012. Ai contribuenti che hanno già effettuato il pagamento dell'acconto nella misura del 99% spetta un credito d'imposta pari alla differenza pagata in eccesso, da utilizzare in compensazione con il modello F24 (articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241)».

    Per chi fa il 730
    Per dipendenti e pensionati che utilizzano il modello 730 e quindi si avvalgono dell'assistenza fiscale, «i sostituti d'imposta tratterranno l'acconto applicando la nuova percentuale dell'82 per cento. Qualora sia stato già effettuato il pagamento dello stipendio o della pensione senza considerare tale riduzione, i sostituti d'imposta provvederanno a restituire nella retribuzione erogata nel mese di dicembre le maggiori somme trattenute».

    Se i sostituti d'imposta non sono in grado di riconoscere la riduzione dell'acconto sulle retribuzioni erogate nel mese di dicembre 2011, dovranno comunque restituire le maggiori somme trattenute nella retribuzione successiva.

    23 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  23/11/2011

    I lavoratori impegnati in attività con un particolare indice di stress psico-fisico maturano il diritto al trattamento pensionistico con un anticipo di 3 anni. Il Dlgs 67/2011, in applicazione della delega contenuta nel Collegato lavoro, disciplina i criteri del pensionamento anticipato.
    L'agevolazione andrà a regime solo nel 2013, ma in prospettiva potrebbe anche subire modifiche da un'eventuale stretta sulle pensioni di anzianità.

    Le regole attuali
    Restando fermo il requisito di anzianità contributiva non inferiore a 35 anni, il diritto viene riconosciuto ai soggetti che hanno svolto alcune attività specifiche, tra cui: lavori in galleria, nelle cave o espletati in spazi ristretti con carattere di prevalenza e continuità; la lavorazione del vetro; l'attività di conducenti di autobus, i lavoratori impegnati all'interno di un processo produttivo in serie. Inoltre, i lavoratori a turni che hanno prestato la loro attività nel periodo notturno per almeno 6 ore, comprendenti l'intervallo tra la mezzanotte e le 5 del mattino, per un minimo di 78 notti (per chi ha maturato i requisiti tra il 1° luglio 2008 e il 30 giugno 2009), o per un minimo di 64 notti per coloro che maturano i requisiti dopo il 1°luglio 2009.
    Nell'elenco anche l'attività in orario notturno che comprenda almeno 3 ore tra la mezzanotte e le cinque del mattino, per l'intero anno lavorativo.
    Per fruire del beneficio pensionistico anticipato è necessario che i lavoratori abbiano svolto una o più delle attività lavorative, per un periodo di tempo pari a:

    • almeno sette anni, compreso l'anno di maturazione dei requisiti, negli ultimi dieci di attività lavorativa, per le pensioni aventi decorrenza entro il 31 dicembre 2017;
    • almeno la metà della vita lavorativa complessiva, per le pensioni con decorrenza dal 1° gennaio 2018. In quest'ultimo caso, invece, la sola condizione posta è che il lavoratore abbia svolto attività usuranti per almeno la metà della vita lavorativa, indipendentemente dalla loro collocazione temporale.

    Il periodo utile
    La circolare ministeriale 22/2011 precisa che ai fini del computo dei periodi di lavoro si tiene conto della durata effettiva dell'attività. Il lavoro effettivo è desumibile dall'accredito di contribuzione obbligatoria, dovendo perciò escludere i periodi totalmente coperti da contribuzione figurativa (ad esempio i periodi di cassa integrazione a zero ore), mentre si tiene comunque conto dei periodi di lavoro anche soltanto parzialmente coperti da contribuzione figurativa. L'accesso anticipato al pensionamento potrà essere richiesto anche dai lavoratori che maturano i requisiti cumulando la contribuzione da lavoratore autonomo. Il beneficio previdenziale si sostanzia in un anticipo della decorrenza della pensione di anzianità. I benefici, fermo restando il requisito minimo contributivo dei 35 anni, consistono nella riduzione dei requisiti (età anagrafica ovvero somma di età anagrafica e anzianità contributiva) per l'accesso al pensionamento di anzianità.

    Temistocle Bussino - 21 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  22/11/2011

    Un codice sulle ricette salva la privacy del paziente: non è tenuto a dichiarare il proprio reddito al farmacista per individuare l'importo del ticket da pagare.
    È sufficiente che i medici appongano un codice sulle ricette per l'acquisto dei farmaci e per le altre prestazioni sanitarie.
    Su queste basi il Garante ha licenziato il proprio parere favorevole (n.406 del 26 ottobre 2011) allo schema di linee di indirizzo in materia di misure regionali di compartecipazione alla spesa sanitaria per fasce di reddito, predisposte da Ministero dell'economia e delle finanze.
    In effetti il decreto 98/2011 ha ripristinato una quota di compartecipazione di dieci euro a carico degli assistiti non esentati sulle ricette per l'assistenza specialistica ambulatoriale.
    In alcuni casi, dunque, il cittadino deve pagare il ticket, a meno che non goda di esenzioni o comunque di tariffe particolari stabilite in base al reddito.
    Pre disciplinare la materia è prevista l'adozione di linee guida alle regioni e su queste linee guida è stato interpellato il Garante.

    A. Ciccia – 18 novembre 2011 - tratto da Italia oggi -

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  • Normative complementari  »»  21/11/2011

    Ho stipulato un contratto di locazione quadriennale con decorrenza dal 1° luglio 2010. Ho già inviato la raccomandata all'inquilino e ho versato l'acconto a giugno 2011. Quando va esercitata l'opzione? Poiché intendo applicare la cedolare secca fino alla scadenza naturale del contratto (30 giugno 2014), è sufficiente esprimere l'opzione nel modello Unico 2012 o dovrò utilizzare anche il modello 69 per il periodo successivo? Sono tenuto a pagare l'acconto a novembre? In caso di pagamento del secondo acconto, qual è il codice?

    Il quesito del lettore tocca diversi punti della disciplina della "cedolare secca sugli affitti", prevista dall'articolo 3 del Dlgs 23/2011 (in vigore dal 7 aprile 2011), e ci dà così la possibilità di illustrare - con l'aiuto della circolare 26/E del 1° giugno 2011 - gli adempimenti che anche il nostro interlocutore è tenuto a osservare ai fini dell'applicabilità del nuovo regime fiscale sostitutivo. Peraltro, novembre è il mese del pagamento degli acconti anche in tema di cedolare secca. Entro mercoledì 30, infatti, occorrerà versare a titolo di eventuale acconto la seconda o unica rata dell'imposta sostitutiva dovuta nella forma della cedolare secca (21% o 19% sul canone annuale pattuito). Ma procediamo con ordine.

    L'ambito applicativo
    I soggetti interessati all'opzione sono i locatori, persone fisiche e titolari del diritto di proprietà o di altro diritto reale di godimento (ad esempio usufrutto) di unità immobiliari abitative concesse in locazione. In buona sostanza, la possibilità di scegliere il nuovo regime fiscale, che è facoltativo e alternativo al regime ordinario vigente per la tassazione del reddito fondiario dei fabbricati, è riservata soltanto alle persone fisiche che non agiscono nell'esercizio delle attività d'impresa, arte e professione. Il nuovo regime fiscale, quindi, è vietato alle società (di persone o di capitali) e agli enti (commerciali e non commerciali), anche nel caso in cui concedano in locazione un fabbricato abitativo ai propri dipendenti o collaboratori.
    L'opzione, che può essere esercitata anche per i contratti di locazione di durata inferiore a 30 giorni complessivi nell'anno con lo stesso conduttore (Cm 12/E del 16 gennaio 1998, paragrafo 2), cioè per i contratti per i quali non sussiste l'obbligo di registrazione in termine fisso (30 giorni), va dunque espressa con riferimento a ciascun fabbricato a uso abitativo (immobili di gruppo catastale A, esclusa la categoria A/10) locato per finalità abitative. Come precisato dall'agenzia delle Entrate nella citata circolare 26/E, non possono accedere alla cedolare secca i contratti di locazione di fabbricati censiti in catasto come abitativi, ma locati per uso ufficio o promiscuo. Ad esempio, un immobile di categoria A/2 concesso in locazione per uso studio a un avvocato. Il nuovo regime non trova applicazione nemmeno per i contratti conclusi con i conduttori che agiscono nell'esercizio delle attività d'impresa, arte e professione, indipendentemente dalla circostanza che l'immobile possa essere locato per finalità abitative da dipendenti o collaboratori dei conduttori stessi. La cedolare secca abbraccia anche le pertinenze (dotate di autonoma rendita catastale), purché locate congiuntamente al fabbricato abitativo oppure locate con successivo contratto, a condizione che: a) il rapporto di locazione sia tra le stesse parti contrattuali di quello abitativo; b) il contratto di locazione relativo alle pertinenze (non c'è limite al numero) richiami quello concernente l'abitazione ed evidenzi la sussistenza del vincolo pertinenziale con l'abitazione stessa (cantina, box, soffitta). Si ricorda, inoltre, che la cedolare secca non si applica né ai contratti di sublocazione di fabbricati abitativi né ai contratti di locazione di fabbricati situati all'estero, giacché entrambe le tipologie danno luogo non a un reddito di natura fondiaria (articoli 25 e seguenti del Dpr 917/86), ma a un reddito "diverso" di cui all'articolo 67, comma 1, lettere h) ed f), dello stesso Dpr 917/86 (Tuir).

    L'opzione
    Il regime di tassazione della cedolare secca, come detto, ha carattere facoltativo e quindi la sua applicazione è subordinata all'esercizio di un'opzione da parte del locatore. In linea generale, vale a dire nella disciplina "a regime", la scelta deve essere esercitata in sede di registrazione del contratto di locazione e produce effetti per tutta la durata del contratto, salvo revoca da parte del locatore. In buona sostanza, l'obbligo di registrazione, da eseguirsi tramite la presentazione del modello telematico Siria o del modello cartaceo 69, va assolto entro 30 giorni dalla data di formazione (o, se antecedente, da quella di esecuzione) del contratto di locazione. In caso di proroga (anche tacita) del contratto (ad esempio locazione "4+4"), invece, la scelta deve essere esercitata entro il termine di versamento dell'imposta di registro (30 giorni dal momento della proroga), mediante utilizzo del modello 69. Tuttavia, ove la scelta non sia stata fatta in sede di registrazione del contratto o di proroga dello stesso, il locatore potrà accedere alla cedolare secca per le annualità contrattuali successive esercitando l'opzione (tramite il modello 69) entro il termine di pagamento annuale dell'imposta di registro (30 giorni dalla scadenza di ciascuna annualità), anche se questa sia stata corrisposta in unica soluzione al momento della registrazione del contratto. Per i contratti per i quali non sussiste l'obbligo di registrazione in termine fisso (locazioni a uso stagionale di breve durata), la scelta per la cedolare secca va fatta in sede di dichiarazione dei redditi relativa al periodo d'imposta nel quale il reddito è conseguito. Ad esempio, per un contratto di locazione (non registrato) con durata di 25 giorni (decorrenza dal 23 agosto al 17 settembre 2011), l'opzione va esercitata in sede di dichiarazione dei redditi da presentare nell'anno 2012.
    Qualora, invece, tale contratto stagionale venga sottoposto a registrazione volontaria oppure, prima della presentazione della dichiarazione dei redditi, a registrazione in caso d'uso, l'opzione deve essere esercitata in sede di registrazione del contratto stesso.
    Con riferimento al periodo d'imposta 2011, essendo questo il primo anno di applicazione della cedolare secca, le modalità di esercizio dell'opzione variano a seconda che il contratto di locazione, la sua proroga o l'eventuale sua risoluzione siano stati registrati o meno alla data del 7 aprile 2011. In buona sostanza, per i contratti registrati prima del 7 aprile 2011 la scelta va fatta in sede di dichiarazione dei redditi, mentre per quelli registrati a partire da tale data la scelta deve essere fatta nei modi ordinari, cioè in sede di registrazione tramite presentazione del modello Siria o 69. Pertanto, il nostro interlocutore dovrà esprimere la scelta in sede di dichiarazione dei redditi da presentare nell'anno 2012 e ripeterla nel modello 69, da presentare entro il termine previsto per il versamento annuale dell'imposta di registro (circolare 26/E, paragrafo 8.1.1).

    A.Piccolo - 17 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  18/11/2011

    Per i beni concessi in godimento ai soci o ai familiari dell'imprenditore, di valore superiore a 3 mila euro, pronta la comunicazione da inviare alternativamente dall'impresa concedente o dal socio e/o familiare per singolo bene concesso nel periodo d'imposta, con obbligo esteso ai finanziamenti o prestiti dei soci.

    Queste le indicazioni contenute nel provvedimento direttoriale dell'Agenzia delle entrate (prot. n. 166485/2011), emanato tempestivamente (16/11/2011) ai sensi del comma 36-sexiesdecies, dl n. 138/2011, convertito con modificazioni dalla legge n. 148/2011 e avente a oggetto le modalità e i termini di comunicazione dei dati relativi ai beni in carico all'impresa concessi in godimento a soci o familiari.

    Innanzitutto, il provvedimento evidenzia che l'obbligo di comunicazione può essere assolto, alternativamente, dall'impresa concedente o dal familiare dell'imprenditore e detta comunicazione si rende necessaria anche quando i beni sono concessi in godimento dall'impresa ai soci (o familiari) di società appartenenti al medesimo gruppo.

    Detta comunicazione deve essere effettuata per ogni singolo bene concesso in godimento o per ogni finanziamento o capitalizzazione effettuati nei confronti dell'impresa (individuale o collettiva) nello stesso periodo d'imposta, dovendo considerare che l'obbligo deve essere rispettato con riferimento anche ai beni per i quali il godimento permane nel periodo d'imposta in corso alla data del 17/09/2011; ciò significa che, in caso di soggetto solare, se il bene viene restituito dal socio entro il prossimo 31 dicembre, la comunicazione dovrà essere inviata.

    F. G. Poggiani – 17 novembre 2011 - tratto da Itaia oggi -

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  • Normative complementari  »»  17/11/2011

    Se non è necessario presentare un domanda al comune per eseguire gli interventi agevolati al 36%, la data di inizio dei lavori deve essere individuata da una dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà sottoscritta dal contribuente, in quanto non è più possibile utilizzare quanto indicato nell'abrogata comunicazione da inviare preventivamente al Centro operativo di Pescara. La conferma è arrivata dall'agenzia delle Entrate con il provvedimento del 2 novembre, nel quale sono stati individuati i documenti che il contribuente deve conservare per beneficiare della detrazione del 36% sul ristrutturazioni iniziate dal 14 maggio 2011, cioè da quando non è più necessario inviare la comunicazione al Centro operativo (articolo 7, comma 2, lettera q, Dl 70/2011).

    Autorizzazione comunale
    Anche prima dell'eliminazione di questo obbligo, l'agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 325/E, aveva preteso la sottoscrizione e la conservazione di una dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà (articolo 47, Dpr 445/2000) quando non era previsto alcun titolo abilitativo edilizio per iniziare un intervento detraibile. In questo documento, deve essere indicata «la data di inizio dei lavori» e va attestato che le spese sostenute sono agevolabili al 36%, anche se non è necessario alcun titolo abilitativo.

    Data inizio lavori
    Nella disciplina sulle ristrutturazioni edilizie, la data di inizio lavori, che era precedentemente riportata nella comunicazione al Centro operativo di Pescara, è rilevante, tra l'altro, anche per stabilire il termine entro il quale effettuare i frazionamenti dell'unità immobiliare in più abitazioni, per beneficiare di un maggiore limite di spesa agevolabile. Per le spese di ristrutturazione sostenute dopo il 1° ottobre 2006, infatti, l'incentivo spetta sino al limite di spesa di 48.000 euro per ogni unità immobiliare. Secondo la circolare 11 maggio 1998, n.121/E, «ai fini dell'individuazione del limite di spesa su cui calcolare la detrazione, è necessario tener conto del numero iniziale di unità immobiliari sul quale si eseguono i lavori». Ad esempio, se alla fine dei lavori su un'unica unità immobiliare si prevede di ottenere due abitazioni, previo frazionamento al catasto, è preferibile effettuare questa pratica prima dell'inizio dei lavori, se possibile tecnicamente, al fine di beneficiare di un limite di spesa pari a 96.000 euro (48.000 euro per ciascuna unità). Al posto della data indicata come inizio dei lavori nella comunicazione, quindi, si deve prendere a riferimento quella indicata nella dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà. Se l'immobile oggetto di ristrutturazione non era già stato accatastato, ad esempio perché sottoposto a frazionamento, si dovevano riportare nell'abrogata comunicazione gli estremi della domanda di accatastamento. Ora, questo documento deve essere solo conservato dal contribuente.

    Luca De Stefani - 13 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  16/11/2011

    Amministratori di Srl con pieno diritto all'indennità di malattia. Questa tutela (ma anche quella per la maternità e l'assegno al nucleo familiare) è estesa a tutti gli iscritti alla Gestione separata dell'Inps, quindi anche agli amministratori di Srl. Rimane fuori solo chi è iscritto ad altre forme di previdenza obbligatoria e i pensionati. Con l'interpello 42/2011 il ministero del Lavoro dà un'interpretazione diversa da quella dell'ente di previdenza (messaggio n.12768 del 2007). In quell'occasione l'Inps aveva negato l'indennità
    economica di malattia ad alcune categorie, tra cui, appunto, gli amministratori di società. Questi lavoratori, ricordano i tecnici ministeriali, si devono iscrivere, a fini contributivo-previdenziali, alla Gestione separata dell'Inps (articolo 2, comma 26 della legge 335/95). Il richiamo di questa norma all'articolo 49 del T.U. delle imposte sui redditi (Dpr 917/86) fa concludere che i redditi prodotti dagli amministratori di società, considerati di lavoro autonomo, vanno inclusi nell'ambito della Gestione stessa. Anche se una norma del 2000 (legge 342) li ha poi considerati assimilabili a quelli di lavoro dipendente, l'obbligo di iscrizione alla Gestione a fini previdenziali non è venuto meno.

    12 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  15/11/2011

    È il reddito effettivo e non quello figurativo che assume rilievo ai fini del redditometro.
    Lo ha stabilito la Commissione tributaria provinciale di Bari con l'interessante sentenza 7 ottobre 2011 n. 201 resa dalla sezione 21.

    La sentenza
    La sentenza barese affronta in modo assai sbrigativo una problematica di estrema rilevanza pratica, consistente nel valutare se e in che misura possa incidere nel calcolo la quota di oneri figurativi che hanno in concreto concorso ad elevare il reddito complessivo dichiarato dal contribuente.

    La risposta dei giudici è positiva e dunque favorevole al contribuente: la sentenza, infatti, seppure in modo estremamente stringato osserva che se il reddito risente di costi dedotti che «non sono di natura monetaria ... Le potenzialità finanziarie dell'imprenditore sono maggiori di quelle desunte dal reddito imponibile».

    Si tratta di un principio interessante ma che, senza dubbio, apre un fronte di calcoli che potrebbero rivelarsi assai complessi, e non necessariamente favorevoli al contribuente: è infatti verosimile che questi, nell'anno «n» abbia ad esempio spesato 10 a titolo di quote di ammortamento ma abbia al contempo pagato fatture per 15 spesate però per competenza nell'anno «n -1».

    M.Tasini – 14 novembre 2011 - tratto da Italia oggi

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  • Normative complementari  »»  14/11/2011

    È legittimo il diniego del Comune all'apertura per 24 ore su 24 e per tutti i giorni della settimana, dei «negozi automatici» che provvedono alla vendita di alimenti caldi e pronti, mediante apparecchi automatici. Così ha deciso il Tar Toscana, sezione II, sentenza del 6 ottobre 2011, n. 1154, che ha stabilito, tra l'altro, un'importante interpretazione del principio di libertà di concorrenza. Il caso riguardava una Società, chiamata «Caldo in automatico», che svolgeva attività di vendita di alimenti pronti per il consumo mediante apparecchi automatici collocati in locali adibiti esclusivamente a questa attività e senza personale addetto alla consegna dei prodotti e alla riscossione del denaro.
    La Società aveva chiesto l'autorizzazione all'apertura di questi locali per 24 ore su 24 e per tutti i giorni della settimana, ma il Comune aveva risposto negativamente. La società aveva allora proposto ricorso al Tar, sostenendo tra l'altro che i negozi automatici costituivano una categoria speciale di esercizi pubblici assimilabili alle rosticcerie o alle gastronomie e che le limitazioni all'orario di apertura violavano la libertà di concorrenza. Il Tar ha però respinto il ricorso in base ai seguenti argomenti, tra loro collegati.

    1 - I negozi automatici non sono riconducibili agli esercizi di somministrazione o di vendita, ma anche se dovessero essere considerati una categoria nuova o speciale, varrebbero per essi i limiti previsti per tutti gli altri esercizi commerciali, e non potrebbe essere consentita la loro apertura nelle ore notturne.
    2 - Le limitazioni di orario per i negozi automatici non violano la libertà di concorrenza, perché il principio della libertà di concorrenza deve essere considerato in riferimento al «diritto di libero accesso al mercato di riferimento».
    3 - Questo principio riguarda quindi la concorrenza «nel mercato», e non quello, più ristretto, legato «all'attività di imprenditori già presenti nel mercato di riferimento».
    4 - Di conseguenza, le limitazioni di orario per i negozi automatici non incidono negativamente sull'accesso al mercato di riferimento.

    La sentenza, in riferimento al caso di specie, è esatta, ed ha il merito di avere precisato alcune significative sfaccettature di quel complesso poliedro giuridico che è il principio della libertà di concorrenza.

    Vittorio Italia - 24 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  11/11/2011

    Le persone fisiche in possesso dei requisiti per l'applicazione del regime dei contribuenti minimi (articolo 1, commi 96 e seguenti, legge. 244/2007) e che hanno iniziato  l'attività dopo il 31 dicembre 2007 si interrogano se possono continuare ad applicare il medesimo regime anche dal 2012. Dal prossimo anno tale regime, riservato alle persone fisiche che esercitano un'attività d'impresa o di lavoro autonomo, è particolarmente favorevole in quanto l'imposta sostitutiva viene ridotta al 5% in luogo dell'attuale 20. I contribuenti devono però effettuare una verifica a ritroso per stabilire se l'attività non abbia costituito in alcun modo la mera prosecuzione di altra attività esercitata in precedenza sotto forma di lavoro dipendente o autonomo (articolo 27, comma 2, lettera b, del Dl 98/2011). Si tratta di una condizione analoga a quella prevista per il regime delle nuove iniziative produttive di cui all'articolo 13 della legge 388/2000.
    Analoga verifica deve essere svolta dai contribuenti che dall'anno prossimo intendono intraprendere una nuova attività.
    L'agenzia delle Entrate ha precisato, con le circolari 1 del 3 gennaio 2001 e 8 del 26 gennaio 2001, che la disposizione ha carattere antielusivo ed è finalizzata a evitare gli abusi dei contribuenti i quali, al solo fine di fruire delle agevolazioni tributarie previste dal nuovo regime, potrebbero di fatto continuare a esercitare l'attività in precedenza svolta, modificando solamente la veste giuridica in impresa o lavoro autonomo.
    Per esempio, si presenta spesso il caso del medico che avendo raggiunto la pensione nell'ambito della attività ospedaliera, inizia un'attività di libero professionista. Tenuto conto che l'attività verrà svolta in locali diversi da quelli in cui aveva svolto l'attività di medico alle dipendenze dell'azienda ospedaliera, appare praticabile l'applicazione del regime dei minimi. È pur vero che non si tratta di nuova attività e che certamente la professionalità acquisita come lavoratore dipendente verrà ora spesa come libero professionista, ma nella fattispecie non vi è nulla di elusivo. In sostanza, se a tale disposizione viene attribuito esclusivamente carattere antielusivo si possono aprire molte opportunità a soggetti che intendono mettersi in proprio.
    Anche in alcuni settori dell'artigianato è prevista la pratica professionale per l'iscrizione all'albo (per esempio, parrucchiere); il giovane che svolge la pratica viene inquadrato come apprendista e se poi si mette in proprio, in base al dato letterale della norma, rientrerebbe nell'ipotesi di esclusione (prosecuzione della attività svolta come lavoratore dipendente). Anche in questo caso il giovane artigiano che si mette in proprio non ha alcuna relazione con il precedente datore di lavoro, anzi ne diviene un concorrente; quindi nulla dovrebbe ostare alla applicazione del regime dei contribuenti minimi.
    Peraltro, per le attività professionali l'esercizio della pratica professionale è stato espressamente escluso come causa ostativa al regime dei minimi.
    Altra questione riguarda la ritenuta d'acconto del 20% in presenza di attività di lavoro autonomo; la ritenuta è prevista ancorché in misura inferiore anche per le attività degli agenti di commercio. Per i contribuenti minimi l'Agenzia, con circolare 13 del 26 febbraio 2008, ha confermato l'applicazione della ritenuta d'acconto, mentre per le nuove iniziative produttive la circolare 8/E/2001 lo aveva escluso. Tenuto conto che la nuova norma prevede, per i contribuenti minimi, l'imposta sostitutiva del 5%, la ritenuta d'acconto del 20% creerà una situazione di creditori d'imposta cronici. Occorre tenere presente che tali contribuenti non hanno altre imposte da versare e che i contributi previdenziali dovuti alle casse di previdenza, per quasi tutte le categorie professionali non si versano con il modello F24 e quindi non sono compensabili.

    Gian Paolo Tosoni - 08 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  10/11/2011

    A 48 ore dalla prima scadenza di giovedì 10 novembre, l'agenzia delle Entrate diffonde le istruzioni per l'addizionale erariale richiesta ale auto oltre i 225 kilowatt (nota anche come superbollo), chiarendo anche le esclusioni dal nuovo prelievo, introdotto dalla manovra del luglio scorso (decreto legge 98 del 2011). A fare il punto è la circolare 49/E.

    Nel comunicato che accompagna la circolare, l'ufficio stampa dell'Agenzia rammenta la scadenza del 10 novembre per i pagamenti relativi ai veicoli iscritti al Pra alla data del 6 luglio 2011, mentre per i veicoli immatricolati dal 7 luglio al 31 dicembre 2011 il termine per il versamento è fissato al 31 gennaio 2012.

    Sono invece esentati dal pagamento del superbollo i contribuenti che hanno venduto il veicolo prima del 6 luglio 2011 e coloro che usufruiscono di un regime di esenzione o di interruzione dal pagamento delle tasse automobilistiche.

    La circolare - anticipa il comunicato - «ricorda che sono tenuti al pagamento dell'addizionale, pari a 10 euro per ogni kilowatt di potenza superiore alla soglia di 225 stabilita dal Dl 98/2011, non soltanto i proprietari ma anche gli usufruttuari, gli acquirenti con patto di riservato dominio, gli utilizzatori a titolo di locazione finanziaria di autovetture e di veicoli per il trasporto promiscuo di persone e cose».

    Tempi e modalità di pagamento
    Il pagamento deve essere effettuato:

    • entro giovedì 10 novembre, con il modello F24, per gli autoveicoli presenti nei registri del Pra alla data del 6 luglio 2011. Se il veicolo è stato venduto dopo il 6 luglio, l'ex proprietario, o titolare di altri diritti, deve comunque versare l'addizionale entro il 10 novembre;
    • entro il 31 gennaio prossimo per i veicoli immatricolati tra il 7 luglio e il 31 dicembre 2011. Se questi veicoli vengono rivenduti nel corso del 2011 l'addizionale deve essere versata dal primo proprietario sempre entro il 31 gennaio 2012 e il nuovo proprietario non è tenuto al pagamento per il 2011.

    A partire dal 2012 l'addizionale andrà versata contestualmente al pagamento delle tasse automobilistiche.

    08 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  09/11/2011

    Antiriciclaggio senza automatismi sui limiti per l'utilizzo del denaro contante richieste da un cliente non concretizzano automaticamente una violazione e, pertanto, non comportano l'obbligo di effettuare la comunicazione al ministero dell'economia e delle finanze.

    Tale comunicazione è dunque obbligatoria solo qualora concreti elementi inducano a ritenere violata la disposizione normativa. Lo evidenzia il ministero dell'econonomia e delle finanze con una circolare diffusa ieri e condivisa con Banca d'Italia, Unità di informazione finanziaria e Guardia di finanza, avente a oggetto "Circolare esplicativa in materia di disciplina antiriciclaggio; obblighi di comunicazione ai sensi dell'articolo 51 del dlsg 231/2007".

    G.Galli/C.Bartelli- 5 novembre 2011 - tratto da Italia oggi -

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  • Normative complementari  »»  08/11/2011

    La detrazione del 36% per i lavori di ristrutturazione edilizia riduce gli obblighi per i contribuenti: è stato infatti diramato il provvedimento del direttore dell'agenzia delle Entrate che consente di non inviare più con raccomandata la comunicazione di inizio lavori al Centro operativo di Pescara. Ne dà notizia la stessa Agenzia, precisando in un comunicato che chi si avvale di questo sconto sulle imposte «deve ricordarsi di conservare ed esibire a richiesta degli uffici alcuni specifici documenti».

    Cosa conservare
    Il provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate ricorda quali sono i documenti da conservare:

    • le abilitazioni amministrative richieste in relazione alla tipologia di lavori da realizzare (concessione, autorizzazione o comunicazione di inizio lavori) o, nel caso in cui non sia richiesto alcun titolo abilitativo, la dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà;
    • la domanda di accatastamento per gli immobili non ancora censiti;
    • la ricevuta di pagamento dell'Ici (se dovuta);
    • la delibera assembleare di approvazione dell'esecuzione dei lavori in caso di interventi su parti comuni di edifici e tabella millesimale di ripartizione delle spese;
    • la dichiarazione di consenso del possessore dell'immobile all'esecuzione dei lavori quando sono effettuati dal detentore dell'immobile, se diverso dai familiari residenti.

    Sono inclusi nell'elenco - ricorda il comunicato dell'Agenzia - «anche la comunicazione preventiva con la data di inizio lavori all'Asl, le fatture e le ricevute fiscali che provano le spese sostenute, le ricevute dei bonifici di pagamento. Questi documenti, già interessati dall'obbligo di conservazione ed esibizione agli uffici delle Entrate, sono riportati per completezza espositiva e per la rilevanza della documentazione».

    Niente comunicazione di inizio lavori
    L'eliminazione relativa all'inizio dei lavori avviene dopo le modifiche introdotte dal decreto legge 70 del 2011, che ha appunto soppresso l'obbligo di inviare la comunicazione di inizio lavori al Centro Operativo dell'Agenzia delle Entrate di Pescara. Il contribuente - rammentano le Entrate - deve invece inserire i dati relativi all'immobile direttamente nella dichiarazione dei redditi. È previsto, tuttavia, l'invio della comunicazione preventiva di inizio lavori all'Azienda sanitaria locale, quando obbligatorio».

    03 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  08/11/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi – n. 13/2011

    La newsletter è integralmente dedicata alla recente introduzione della nuova aliquota ordinaria IVA del 21%. In particolare:
    Posta elettronica certificata obbligatoria per tutte le società dal 29.11.2011
    Il DL. 138/2011 Manovra d’agosto tra cui:
    Contributo di solidarietà (comma 2)
    Aliquota IVA 20% elevata al 21% (art. 2 da c. 2-bis a 2-quater
    Limiti all’uso del contante sotto i 2.500 € (art. 2 c. 4 e 4bis)
    Sospensione al professionista che non rilascia fattura (art. 2 c. 5)
    Caccia a chi non ha saldato il condono 202-2003 (art. 2 c. 5-bis e 5-ter)
    Tassazione rendite finanziarie unificata al 20% (art. 2 c. da 6 a 12)
    Detrazione 36% ceduta con l’immobile (art. 2 c. 12-bis e ter)
    Rendite e tassazione 20% (art. 2 c. da 13 a 34)
    Tassazione sugli utili
    Studi di settore necessari due anni congrui (art. 2 c. 35)
    Giustizia e Contributo unificato (art. 2 c. da 35-bis a 35 spties)
    Mediazione civile
    Incompatibilità giudici tributari
    Bollo sul money tansfer (art. 2 c.35-octies)
    Società cooperative incremento della base imponibile (art.2 c. da 36-bis a 36-quater)
    Società di comodo incremento dell’imposizione (art. 2 c. da 36-quinquies a 36-terdecies)
    Beni dell’impresa concessi in godimento ai soci (art. 2 c. da 36-terdecies a 36-duodevicies)
    Scontrino fiscale in spiaggia
    Modifiche ai reati tributari
    Contribuenti minori, sanzioni alla metà se utilizzano pagamenti tracciati (art. 2 c. 36-vicies ter)
    Depositi fiscali IVA
    Professioni apertura alla concorrenza (art. 3 c. da 5 a 6)
    Sistri (art. 6 c. da 2 a 3-bis)
    Restituzione bonus bebè (art. 6 c. 6-bis)
    Robin Tax
    Estrazione a sorte dei revisori
    Art. 20 Entrata in vigore

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  • Lavoro e previdenza  »»  08/11/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Lavoro e Previdenza – n. 06/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    Posta elettronica certificata obbligatoria per tutte le società dal 29.11.2011
    Il DL. 138/2011 Manovra d’agosto tra cui:
    Contributo di solidarietà (comma 2)
    Aliquota IVA 20% elevata al 21% (art. 2 da c. 2-bis a 2-quater
    Limiti all’uso del contante sotto i 2.500 € (art. 2 c. 4 e 4bis)
    Sospensione al professionista che non rilascia fattura (art. 2 c. 5)
    Caccia a chi non ha saldato il condono 202-2003 (art. 2 c. 5-bis e 5-ter)
    Tassazione rendite finanziarie unificata al 20% (art. 2 c. da 6 a 12)
    Detrazione 36% ceduta con l’immobile (art. 2 c. 12-bis e ter)
    Rendite e tassazione 20% (art. 2 c. da 13 a 34)
    Tassazione sugli utili
    Studi di settore necessari due anni congrui (art. 2 c. 35)
    Giustizia e Contributo unificato (art. 2 c. da 35-bis a 35 spties)
    Mediazione civile
    Incompatibilità giudici tributari
    Bollo sul money tansfer (art. 2 c.35-octies)
    Società cooperative incremento della base imponibile (art.2 c. da 36-bis a 36-quater)
    Società di comodo incremento dell’imposizione (art. 2 c. da 36-quinquies a 36-terdecies)
    Beni dell’impresa concessi in godimento ai soci (art. 2 c. da 36-terdecies a 36-duodevicies)
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    Modifiche ai reati tributari
    Contribuenti minori, sanzioni alla metà se utilizzano pagamenti tracciati (art. 2 c. 36-vicies ter)
    Depositi fiscali IVA
    Professioni apertura alla concorrenza (art. 3 c. da 5 a 6)
    Sistri (art. 6 c. da 2 a 3-bis)
    Restituzione bonus bebè (art. 6 c. 6-bis)
    Robin Tax
    Estrazione a sorte dei revisori
    Art. 20 Entrata in vigore
    Scadenzario fiscale novembre 2011

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  • Normative complementari  »»  07/11/2011

    Il decreto sviluppo, in corso di approvazione da parte del Governo, potrebbe contenere alcune novità rilevanti in tema di patto di famiglia e di successione ereditaria "necessaria", vale a dire quell'insieme di regole contenute nel codice civile che tutelano i più stretti congiunti del de cuius (coniuge, discendenti e, se mancano costoro, gli ascendenti) con l'attribuzione a loro favore della cosiddetta "quota di legittima", e cioè la quota di patrimonio di cui il defunto non può privare questi suoi familiari né con donazione in vita né con testamento.

    Con il patto di famiglia, come noto, l'imprenditore, durante la propria vita, dona l'azienda familiare a quello dei suoi discendenti che egli ritiene essere il soggetto più capace di gestirla in futuro; quest'ultimo, secondo il vigente testo del codice civile, deve contestualmente provvedere a compensare gli altri familiari, a meno che essi vi rinuncino (e non è affatto chiaro se il testo normativo attuale possa esser letto anche nel senso che, a tali compensazioni, possa dar corso direttamente l'imprenditore).

    La nuova norma potrebbe dunque finalmente rendere chiaro che la compensazione dei familiari non attributari dell'azienda possa essere fatta sia, come oggi accade, dal figlio beneficiario dell'azienda, sia dallo stesso imprenditore: si tratterebbe di una innovazione di notevole significato, in quanto è noto che spesso il figlio "prediletto" non dispone delle risorse sufficienti per tacitare i suoi parenti e che quindi non è facile organizzare queste operazioni, se non ricorrendo a fastidiose e impegnative acrobazie (nel caso più frequente ci si prodiga in pratiche di indebitamento del figlio beneficiario dell'azienda il quale, per rendersi finanziabile, deve dare in garanzia gli asset aziendali appena conseguiti).

    Un'altra novità in materia di patto di famiglia sarebbe poi rappresentata dall'introduzione della possibilità, per l'imprenditore, di attribuire l'azienda all'erede designato non al momento stesso di stipula del patto, ma da un momento posteriore, e questo anche dopo la morte dell'imprenditore stesso, nominando un terzo amministratore per la gestione dell'azienda nel periodo tra la morte dell’ imprenditore e il momento di subentro del beneficiario: e con ciò venendo incontro a quelle frequenti situazioni nelle quali l'imprenditore intende tenere il comando dell'impresa anche dopo la stipula del patto di famiglia oppure nelle quali l'imprenditore abbia discendenti in tenera età (si pensi al classico caso dei figli di secondo o terzo letto).

    Passando alle probabili nuove norme in tema di successione necessaria, la bozza del dl Sviluppo propone l'introduzione del principio in base al quale, se il defunto lascia una pluralità di figli, la quota di legittima loro spettante (i 2/3 se il defunto era vedovo; la metà se al de cuius lascia a sé superstite il coniuge), va ripartita per la metà in tante parti quanti sono i figli e per l'altra metà può essere orientata mediante un testamento ma sempre all'interno della cerchia dei figli. In altri termini, quest'ultima metà può essere attribuita a piacimento del testatore a uno o più figli, senza rispettare il principio oggi vigente della ripartizione in parti uguali tra i figli medesimi.

    Ad esempio, posto in 1 milione di euro il patrimonio del de cuius e ipotizzando che costui lasci il coniuge e due figli, la quota disponibile è di 250mila euro, la legittima del coniuge è di 250mila euro e ai due figli spettano gli ultimi 500mila euro. La legge attuale vuole che ciascuno dei due figli erediti necessariamente un valore di 250mila euro; per la nuova norma, se introdotta, si avrebbe l'attribuzione necessaria a ciascun figlio di 125mila euro (per totali 250mila euro) e, dei restanti 250mila euro, il testatore potrebbe invece disporre a favore di uno solo dei suoi figli (oppure in misura maggiore a favore di un figlio rispetto all'altro figlio).

    Ancora, se il defunto, titolare di un patrimonio di 450mila euro, muoia con tre figli ma senza lasciare un coniuge superstite, oggi la disponibile è di 150mila euro mentre la legittima di ciascun figlio è di 100mila euro (per totali 300mila euro e cioè i 2/3 di 450mila euro). Nel prossimo futuro potrebbe dunque aversi una norma che consentirebbe di limitare le pretese di ciascuno dei tre figli a 50mila euro, lasciando al testatore la possibilità di distribuire a piacimento, anche se pur sempre tra i suoi figli, gli altri 150mila euro, senza osservare il vigente principio di parità di trattamento.

    A.Butani/E.Lucchini Guastalla - 26 ottobre 2011- tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  04/11/2011

    Il contratto di apprendistato è un rapporto a termine?
    No, l'apprendistato è un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Si tratta di un rapporto che presenta, tuttavia, delle regole speciali rispetto a quello ordinario. Infatti, fino a quando non finisce il periodo di formazione, il lavoratore può essere inquadrato sino a due livelli in meno rispetto alle mansioni che svolge, e può ricevere un trattamento retributivo ridotto. Inoltre, al momento in cui finisce il periodo formativo, il datore di lavoro può recedere dal rapporto senza dare una motivazione. Durante il periodo formativo, e sino a un anno dopo, il datore di lavoro gode di incentivi contributivi.

    Quanto forme di apprendistato esistono?
    Il rapporto di lavoro dell'apprendista è disciplinato in maniera unitaria, ma può essere accompagnato da tre diversi percorsi formativi. Un primo percorso – apprendistato qualificante – è finalizzato al conseguimento di un diploma o una qualifica, e può coinvolgere i giovani di età compresa tra i 15 e i 25 anni. Un secondo percorso – apprendistato professionalizzante – è finalizzato all'apprendimento di un mestiere è può coinvolgere i giovani tra i 18 e il 29 anni. Un terzo percorso – apprendistato di alta formazione – è finalizzato a conseguire master e titoli secondari, e può coinvolgere, al pari del precedente, i giovani tra i 18 e 29 anni.

    Chi vuole usare l'apprendistato professionalizzante dove trova le regole del contratto?
    Una volta che saranno approvate le relative norme collettive, la fonte unica di riferimento – oltre naturalmente al Testo Unico – sarà il contratto collettivo di settore. In questo testo si troveranno tutte le regole della formazione, e non sarà necessario andare a coordinare tale regole con altre norme (es. fonti regionali). Le Regioni dovranno essere coinvolte solo in fase di erogazione della formazione: se esistono corsi integrativi per gli apprendisti, questi dovranno svolgerli.

    Se il datore di lavoro non eroga la formazione, cosa succede?
    Se viene eluso l'obbligo formativo, il datore di lavoro deve restituire il doppio dei contributi previdenziali risparmiati. Tale sanzione scatta, però, solo se l'inadempimento formativo è imputabile al datore di lavoro: se invece la formazione è stata elusa per fattori esterni, nessuna sanzione può essere addebitata. Oltre alla sanzione contributiva, il lavoratore può agire per chiedere la conversione del contratto in un ordinario rapporto di lavoro.

    03 novembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  03/11/2011

    L'operatività delle presunzioni in materia di indagini finanziarie continua a essere oggetto di una copiosa giurisprudenza di merito e di legittimità, la cui analisi può essere utile per difendersi al meglio dalle contestazioni dell'agenzia delle Entrate.

    Le giustificazioni
    Il contribuente può essere chiamato a giustificare non solo i versamenti ma anche i prelevamenti dai conti correnti a lui intestati o cointestati, con possibile estensione delle indagini ai conti intestati esclusivamente a soggetti terzi. La prova liberatoria non può essere generica ma deve essere specifica, facendo riferimento quindi alle singole operazioni attive e passive risultanti dalla documentazione finanziaria.

    La presunzione sui versamenti riguarda in particolare tutti i contribuenti, a prescindere dalla tipologia di reddito prodotto o dichiarato. Si deve in questo caso fornire la prova contraria alla ricostruzione dei verificatori, dimostrando che le operazioni di versamento sono state già sottoposte a tassazione oppure riguardano operazioni non rilevanti a fini impositivi. I contribuenti sono quindi chiamati a conservare i documenti che attestano, ad esempio, rimborsi, prestiti, mutui, risarcimenti di danni oppure tutta la documentazione relativa a titoli di credito quali assegni, cambiali o polizze assicurative: è una documentazione idonea a dimostrare la natura e l'origine delle movimentazioni finanziarie in modo oggettivo.

    Quanto invece alla presunzione sui prelevamenti, che determina anch'essa l'inversione dell'onere della prova in capo al soggetto verificato, opera solamente nei confronti dei titolari di reddito di lavoro autonomo e di impresa.

    Per evitare la riclassificazione come ricavi o compensi delle somme prelevate, ad esclusione degli importi coerenti con il proprio tenore di vita e del volume di affari relativo all'attività esercitata, devono essere indicati i soggetti effettivamente beneficiari dei prelevamenti o, in via alternativa, occorre dimostrare che tali movimenti risultano annotati dalle scritture contabili.
    La Cassazione, tra le altre con le sentenze 767 e 802 del 2011, ha consolidato una serie di principi in materia di presunzioni, sia sui prelevamenti che sui versamenti, riconoscendogli in generale un'elevata capacità probatoria a favore dell'amministrazione finanziaria. Il contribuente è chiamato infatti a dimostrare di averne tenuto conto nella determinazione del reddito oppure che le operazioni bancarie contestate risultano estranee all'attività svolta: in assenza di prova contraria, le presunzioni rilevano a fini accertativi.

    Il «peso» dei riscontri
    Nessuna ulteriore attività istruttoria è invece richiesta ai verificatori in quanto le movimentazioni bancarie integrano di per sé una presunzione legale relativa di maggiori ricavi o compensi. Il contribuente deve quindi fornire una dimostrazione rigorosa del contrario, allegando i fatti e i documenti a supporto della propria difesa. È, infatti, onere del soggetto verificato dimostrare che gli elementi su cui si fondano le movimentazioni bancarie non si riferiscono ad una operazione imponibile, mentre l'onere a carico dell'ufficio è soddisfatto attraverso i semplici dati risultanti dagli stessi conti: in questo senso la Suprema corte con le sentenze 6906/2011 e 10036/2011.

    Niente confronto
    Infine, la legittimità dell'utilizzo dei dati desunti dalla verifica operata sui conti correnti bancari del contribuente non è condizionata alla previa instaurazione di un contraddittorio, la cui omissione non pregiudica quindi la validità dell'atto impositivo emesso.

    31 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  02/11/2011

    Pagare solo il 5% di tasse per cinque anni. Il regime fiscale dei minimi – che scatta nella sua nuova versione dal 1° gennaio 2012 – fa gola a tanti micro-imprenditori. Un popolo di giovani, ex lavoratori dipendenti, pensionati e piccoli professionisti, che ha iniziato a farsi i conti in tasca per capire se potrà ottenere il prelievo superscontato. I ricavi annui non devono superare i 30mila euro, ma ci sono tanti altri requisiti da rispettare, resi ancora più stringenti dalla manovra di luglio (Dl 98/2011). Talmente stringenti che saranno quasi in 500mila i contribuenti costretti a lasciare l'attuale regime agevolato, con il forfettone al 20 per cento. Tra gli esclusi, tanto per cominciare, ci saranno tutti coloro che hanno aperto la partita Iva prima del 2008. Ma anche tutti quelli che svolgono un'attività che – di fatto – prosegue un lavoro iniziato come dipendente o autonomo. Insomma: chi continua a fare con una partita Iva le stesse cose per lo stesso datore di lavoro, sarà tagliato fuori.

    Non è una questione di età. Tra le cause di esclusione non c'è l'anagrafe: il regime dei minimi può benissimo essere sfruttato da persone avanti negli anni, come pensionati o lavoratori che hanno perso l'impiego. Quello che cambia è la permanenza: normalmente, infatti, si potrà sfruttare la tassazione di favore per un massimo di cinque anni (a patto, ovviamente, di mantenere per tutto questo periodo i requisiti). I giovani al di sotto dei 35 anni, invece, avranno più tempo, perché – a prescindere dalla data di ingresso nell'agevolazione – potranno restarvi fino al periodo d'imposta in cui compiono il 35° anno d'età. Naturalmente i giovani avranno maggiori opportunità di accedere al regime, dato che è più facile che a centrare i requisiti previsti dalla normativa sia un'impresa di nuova costituzione. Tra l'altro, gli investimenti in beni strumentali non devono superare i 15mila euro nel triennio precedente.

    Qui di seguito, ecco le cinque domande più comuni.

    Come si fa a capire se l'attività è nuova
    Il nuovo regime dei minimi in vigore dal 1° gennaio 2012 stabilisce l'ulteriore requisito della non prosecuzione di attività svolta in precedenza sotto forma di lavoro  dipendente o autonomo. È previsto un intervallo di tempo (e se sì, di quale durata) tra la cessazione della vecchia attività e l'avvio della nuova?

    No, non è previsto uno specifico intervallo di tempo superato il quale una nuova attività si può considerare automaticamente come "diversa". Si tratterà di valutare caso per caso, fermo restando che se è passato più di un anno dalla cessazione risulta difficile ritenere che la nuova attività costituisca una mera prosecuzione di quella precedente.

    L'ex socio con partita Iva
    Fino al 2010 ho esercitato un'unica attività in qualità di socio di Srl artigiana e ho dichiarato di svolgere in forma prevalente lavoro personale e manuale nella società. Nel 2011 ho aperto una partita Iva come artigiano (svolgendo lo stesso lavoro) e ho optato per il regime dei minimi. Nel 2012 resterò ancora nel regime?

    Sì, ma a condizione che la Srl non sia in regime di trasparenza (articolo 116 del Tuir). Se così non fosse, non ci sono ostacoli normativi ad applicare il regime dei minimi fino al 2011 e poi il regime dei nuovi minimi per altri tre anni fino al 2014, o anche oltre se il contribuente non avrà ancora compiuto 35 anni.

    Il geometra che fattura allo stesso studio
    Sono un geometra di 25 anni. Ho aperto la partita Iva e mi sono iscritto all'Albo dei geometri nel 2011 optando per il regime di tassazione dei minimi. In precedenza avevo prestato attività come apprendista (contratto part-time della durata di 30 mesi) presso lo studio di un architetto. Dopo l'apertura della partita Iva, ho continuato a collaborare anche con lo studio fatturando quindi all'architetto le mie prestazioni. Posso optare a decorrere dal 2012?

    In linea di massima la circostanza che il lavoratore autonomo esegua prestazioni a favore dell'ex datore di lavoro è elemento che qualifica una mera prosecuzione della precedente attività di lavoro dipendente. Quindi nel caso posto è del tutto probabile che non venga riconosciuto il diritto all'applicazione del regime dei nuovi minimi. Altra questione sarebbe se tali prestazioni fossero del tutto marginali rispetto ad altre prestazioni rese a favore di nuovi clienti, che non siano clienti del vecchio datore di lavoro né da questi veicolati al nuovo lavoratore autonomo. In quest'ultimo caso sarebbe più agevole dimostrare la «non prosecuzione» dell'attività e quindi il diritto ad applicare il regime dei nuovi minimi.

    L'età non è rilevante
    Un contribuente ha aperto la partita Iva nel gennaio 2009 e ha optato per il regime dei contribuenti minimi. Nel 2012 compie 35 anni: rientra nei nuovi minimi o dovrà accedere al regime super semplificato?

    Il contribuente, qualora rispetti tutti gli altri requisiti richiesti, potrà rimanere nel regime dei minimi sino al 2013, nonostante nel 2012 abbia compiuto 35 anni. In base alle disposizioni introdotte dalla manovra di luglio, il mancato compimento dei 35 anni è rilevante solo per la permanenza oltre il quinquennio nel nuovo regime.

    Ok al "transito" dal regime delle nuove iniziative
    Un contribuente di 23 anni ha iniziato l'attività nel 2008 adottando il regime delle nuove iniziative produttive. La permanenza di un anno (il 2011) nel regime ordinario è una causa di esclusione dal nuovo regime dei minimi dal 2012?

    No. Il regime applicato nel 2011 è irrilevante ai fini dell'accesso al nuovo regime dei minimi. È importante, però, possedere gli altri requisiti richiesti dalla legge. Nel caso specifico, è possibile passare al nuovo regime dal 2012 e fino al compimento del 35° anno di età.

    Cristiano Dell'Oste e Giovanni Parente - 26 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  31/10/2011

    Le possibilità non mancano: basta un po' di impegno nella ricerca dei preventivi migliori, una maggiore attenzione nel contenere gli sprechi e magari un pizzico di inventiva, che può arrivare fino alla decisione limite di rimboccarsi le maniche e "risolvere" in autogestione la cura delle piante nel giardino comune.

    In tempo di crisi economica, il risparmio delle famiglie può partire dal condominio: con un vantaggio economico che, se studiato con cura, pesa alla fine dell'anno anche per tre zeri.

    A scendere in campo e dispensare qualche consiglio utile a chi vuole abbattere i costi in accordo con i "vicini di pianerottolo" è l'Anammi, l'Associazione nazional-europea degli amministratori di immobile, che ha stilato un decalogo di regole utili per ridurre le spese comuni.

    A seconda delle situazioni di partenza, bastano spesso pochi accorgimenti e si riesce, secondo le stime dell'associazione, a contenere l'ammontare di bollette e consuntivi anche del 30 o 40 per cento.

    «La base da cui partire è sempre la corretta manutenzione dello stabile – spiega Giuseppe Bica, presidente dell'Anammi –, che non deve mai essere dilazionata. Compito degli amministratori è sensibilizzare i condomini. Tenendo conto che, quando dovesse capitare che non c'è accordo su un intervento urgente, l'amministratore può anche intervenire di propria volontà nell'interesse comune. Ad esempio per ascensori o pozzetti di scarico. Seconda regola fondamentale è evitare gli sprechi, a partire dalla luce, attraverso l'installazione di sistemi a tempo nelle parti comuni».

    D'accordo anche i proprietari, che pongono l'accento su altre misure per restringere la spesa. «Diminuire le uscite è possibile – afferma Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia –. L'introduzione della contabilizzazione del calore, ad esempio, riduce i costi anche nell'ordine del 35-40%. Questa soluzione, però, richiede un sacrificio economico iniziale, che non sempre è possibile sopportare, anche se si ripaga in tempi brevi. Se, in alternativa, si cerca un risparmio senza costi di partenza, una strada può essere la ricerca di condizioni più vantaggiose per la fornitura dell'energia elettrica e del gas, eventualmente da parte di un unico soggetto e prestando sempre attenzione alle condizioni effettive dell'offerta, per evitare di sottoscrivere contratti che sono solo convenienti in apparenza. Buona prassi è, inoltre, confrontare sempre più preventivi, ad esempio per la manutenzione degli impianti».

    Se il risparmio è garantito per il titolare di un immobile, diverso può essere a volte il discorso per gli inquilini, che non sempre hanno la possibilità di votare le decisioni dell'assemblea. «Su alcune questioni – fa presente Guido Piran, segretario generale del sindacato Sicet – il potere dell'inquilino è limitato. Ad esempio, chi è in locazione ha diritto di esprimersi solo su alcune questioni, come le spese per il riscaldamento o il servizio di portierato, che ricade al 90% su chi effettivamente abita. Una delle soluzioni caldeggiate dal nostro sindacato, che in passato è stata a volte utilizzata e che poi, nel tempo, si è un po' persa, è l'autogestione di alcuni servizi, come le pulizie delle scale o il taglio dell'erba negli eventuali spazi verdi. La contabilizzazione del calore può essere una scelta conveniente, anche se spesso sorgono questioni sulla suddivisione delle spese».

    Una via per alleggerire le spese delle famiglie in condominio, soprattutto negli edifici più grandi, è poi la locazione o la vendita di spazi comuni che, nel tempo, non sono più utilizzati. Ad esempio gli ex locali caldaia, che possono essere ceduti anche a terzi (ma serve l'unanimità). Inoltre, se l'immobile è ubicato in posizione appetibile, a volte è possibile affittare il tetto o la facciata per l'installazione di manifesti pubblicitari.

    «Una scelta, a volte scontata, ma che paga – prosegue Bica – è rivolgersi ad amministratori di condominio professionisti, perché il fai-da-te può comportare un notevole aggravio di spese. Basta non ottemperare a una norma o violare una legge e si rischia di incorrere in sanzioni anche molto salate».

    Ma a volte risparmiare significa semplicemente utilizzare il buon senso. «Non rovinare o danneggiare gli spazi comuni, magari con un uso improprio – conclude il Sicet – evita di dover far fronte a spese elevate, per il ripristino delle aree a uso della collettività».

    Maria Chiara Voci - 24 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  28/10/2011

    Dalla barca al circolo, dal pezzo di antiquariato alla villa al mare, al maneggio. Ma anche asili, spese per colf, o pay tv. Con il redditometro il Fisco scandaglierà tutte le spese per verificare se le cifre di reddito che il contribuente indica nella dichiarazione corrispondano al tenore di vita. Sono circa cento le voci del redditometro, l'arma sulla quale l'amministrazione fiscale punta per combattere con più forza l'evasione. Il redditometro è stato presentato questa mattina dall'Agenzia delle Entrate alle categorie e alla stampa. Dopo la sperimentazione, sarà operativo da febbraio.

    Sarà applicato dall'anno di imposta 2009
    «Con una procedura semplicissima - ha spiegato il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera - i contribuenti potranno verificare la coerenza tra il livello di spesa il reddito dichiarato». Il redditometro partirà in via sperimentale. Interesserá tutti i contribuenti persone fisiche e sará applicato dall'anno d'imposta 2009. La potenziale platea è composta da 22 milioni di famiglie per complessivi 50 milioni di soggetti, che dal 2012 potranno verificare la propria posizione, utilizzando il sistema dell'Agenzia via internet.

    Si compone di sette categorie
    Il redditometro, afferma il direttore dell'Agenzia delle entrate, Attilio Befera, «è uno strumento che vogliamo mettere. Il redditometro si compone di sette categorie, che vanno dall'abitazione ai mezzi di trasporto, dai contributi previdenziali all'istruzione; all'interno delle quali vengono raccolte oltre 100 voci, come l'arredamento, le minicar, la pensione complementare e gli asili nido». Il redditometro sará inoltre definito in base alle caratteristiche del nucleo familiare e dell'area geografica che andranno a costituire 55 gruppi omogenei.

    Cento voci rappresentano tutti gli aspetti della vita quotidiana
    Entriamo nel dettaglio: sono cinque le aree geografiche (nordest, nordovest, centro, sud, isole) prese a riferimento dalla funzione matematica studiata. Undici i tipi di nuclei familiari e le cento voci di spesa divise in sette categorie. «Cento voci - spiega l'Agenzia - rappresentative di tutti gli aspetti della vita quotidiana». C'è il divano, ma anche il cellulare, la casa di abitazione e il caravan, l'iscrizione alla palestra, ma anche all'università, per arrivare alle spese per veterinario. La capacità di spesa del contribuente è scandagliata a 360 gradi, dai gioielli fino alle donazioni in denaro a favore di Onlus.

    Befera: i contribuenti potranno capire la coerenza fra spese e reddito dichiarato
    «È innanzitutto uno strumento di compliance - sottolinea Befera - a disposizione dei contribuenti che potranno così capire la coerenza tra le loro spese e il reddito che hanno dichiarato». Con il redditometro «avremo la possibilità di non scocciare - ha aggiunto Luigi Magistro, direttore centrale accertamento delle Entrate - chi non merita di essere scocciato e non impiegheremo risorse inutilmente, quando c'è una grande massa imponibile da far emergere».

    Sperimentazione per due mesi poi operatività da febbraio
    Il software verrà sperimentato, con la collaborazione delle categorie, per un paio di mesi.
    L'obiettivo è che da febbraio i cittadini possano controllare la coerenza tra spese e reddito dichiarato, e soprattutto reddito che intendono dichiarare.

    Nicoletta Cottone - 25 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  27/10/2011

    Sono iscritto nel registro dei revisori contabili perché, dilettandomi di politica, faccio il revisore dei conti in un Comune. Ma di mestiere mi occupo solo di import-export, tramite un'impresa familiare con mia moglie e mia figlia. Sono anche liquidatore di una Srl costituita fra i coeredi di mia madre. Mi dicono che devo procurarmi urgentemente un recapito di posta elettronica certificata. Posso sapere come?
    E a che serve? Per evitare spese superflue, va bene una sola Pec per la ditta individuale e la società?
    L.F. – MILANO

    Il quesito trova una triplice risposta in altrettante disposizioni del Dl 185 del 29 novembre 2008. Cominciamo dal primo punto, visto che l'interessato risulta iscritto nel registro dei revisori legali.

    I liberi professionisti
    L'articolo 16, comma 7, del decreto 185 obbliga a munirsi di posta elettronica certificata (Pec) tutti i «professionisti iscritti in albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato». Il registro dei revisori contabili fu inizialmente istituito con il Dlgs 88 del 1992, poi soppresso e sostituito dal registro dei revisori legali, disciplinato dal Dlgs 39 del 2010. Sussistono perciò le condizioni per cui il lettore deve munirsi di un indirizzo di Pec da comunicare al registro stesso. La norma precisa a sua volta che gli ordini e i collegi professionali (tra cui può includersi il "registro" in questione) sono tenuti a pubblicare «in un elenco riservato, consultabile in via telematica esclusivamente dalle pubbliche amministrazioni, i dati identificativi degli iscritti con il relativo indirizzo di posta elettronica certificata».
    L'obbligo è in vigore, per tutti i professionisti, dal 29 novembre 2009. La sua violazione non è sanzionata specificamente, se non attraverso la violazione degli obblighi di comunicazione e di pubblicità che – secondo l'ordinamento di ciascuna professione – gli iscritti devono osservare (per esempio, i revisori legali devono comunicare al registro i dati di cui all'articolo 7, comma 1, del Dlgs 39 del 2010, e le successive variazioni, tra cui la Pec).

    Le società commerciali
    Il lettore è liquidatore di una società a responsabilità limitata. Il comma 6 dell'articolo 16 del medesimo Dl 185 del 2008 stabilisce che le imprese costituite in forma societaria sono tenute a indicare il proprio indirizzo di Pec (o «analogo indirizzo… basato su tecnologie che certifichino data e ora dell'invio e della ricezione delle comunicazioni e l'integrità del contenuto delle stesse, garantendo l'interoperabilità con analoghi sistemi internazionali») nella domanda di iscrizione al registro delle imprese. Per le società già iscritte al 29 novembre 2008, l'iscrizione della Pec nel registro delle imprese va fatta entro il 29 novembre 2011. L'adempimento è a cura degli amministratori. Il fatto che la società sia in liquidazione non esonera dall'adempimento (che, in questo caso, incombe sul liquidatore), a meno che la società non si cancelli dal registro imprese prima del 29 novembre 2011.
    La pubblicazione della Pec nel registro avviene tramite una procedura disponibile su internet («Comunicazione Unica» – «ComunicaStarweb»), ed è gratuita (esente da imposta di bollo e diritti di segreteria). La violazione dell'obbligo (che sussiste anche se l'iscrizione è tardiva) è punita dall'articolo 2630 del Codice civile (omessa esecuzione di denunce, comunicazioni o depositi: «Chiunque, essendovi tenuto per legge …, omette di eseguire, nei termini prescritti, denunce, comunicazioni o depositi presso il registro delle imprese, … è punito con la sanzione… da 206… a 2.065 euro»). Le stesse norme (obbligo di deposito e sua gratuità) si applicano in caso di variazione della Pec (per esempio, cambio di "provider" o sostituzione di Pec scaduta).

    Le imprese individuali
    Per le imprese individuali – anche "familiari", ma non costituite in forma di società commerciali – non esistono, per ora, particolari disposizioni in materia di Pec. L'articolo 4, comma 4, del "regolamento" sull'utilizzo della posta elettronica (Dpr 68 dell'11 febbraio 2005) prevedeva che le imprese, nei reciproci rapporti, potevano «dichiarare la esplicita volontà di accettare l'invio di posta elettronica certificata mediante indicazione nell'atto di iscrizione al registro delle imprese». Ma questa norma non è mai entrata in vigore; anzi, è stata abrogata dall'articolo 16, comma 11, del Dl 185/2008, ed è rimasta in vita, nei limiti già visti, per le sole imprese societarie. Attualmente l'imprenditore individuale si trova nella condizione di un qualsiasi cittadino che non sia né imprenditore né libero professionista.

    I privati cittadini
    La Pec non è obbligatoria per i privati cittadini (perché non sono obbligati a disporre di un personal computer). Tuttavia, lo Stato ne stimola l'impiego (articolo 16-bis, comma 5 del 185 del 2008). Possono richiedere la Pec tutti i cittadini italiani di maggiore età, residenti o non residenti in Italia, e gli immigrati in soggiorno regolare. Essa, una volta ottenuta, comporta, per il cittadino e per l'imprenditore individuale, l'«espressa accettazione dell'invio, tramite posta elettronica certificata, da parte delle pubbliche amministrazioni, degli atti e dei provvedimenti che lo riguardano» (articolo 6 del Dlgs 82 del 2005). Quindi la Pec rimane confinata ai rapporti con la Pa, e uno dei vantaggi consiste nel fatto che le comunicazioni transitano per la casella di Pec senza oneri (la Pa, per esempio, se spedisce la bolletta per il consumo dell'acqua, o la fattura della tariffa d'igiene ambientale, non può addebitare all'utente le spese postali).

    Pluralità di «recapiti»
    Non si può utilizzare lo stesso indirizzo Pec come professionista (revisore dei conti), come cittadino, ancorché imprenditore, e per la società di cui si è il liquidatore. Ciascuno di questi recapiti, oltre che nei rapporti con la Pa, ha una funzione particolare:

    • per gli affari professionali del professionista (ad esempio, comunicazioni tra i membri dell'organo di revisione e tra costoro e l'ente controllato);
    • nei rapporti con la Pa come cittadino e imprenditore (per esempio, denuncia di cambio di residenza);
    • quanto al liquidatore, l'indirizzo elettronico della società deve essere nella disponibilità della società stessa, e non del suo legale rappresentante (si pensi, in caso contrario, ai problemi che potrebbero sorgere nell'eventualità che il liquidatore venisse sostituito).

    Ezio Maria PISAPIA - 25 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  26/10/2011

    Incentivi in arrivo per l'assunzione delle donne e dei giovani.

    Il pacchetto di misure per l'occupazione inserito nell'articolato del decreto sviluppo prende sempre più forma. E promette, se confermato, sgravi con tanto di quantificazioni economiche che smentiscono l'ipotesi finora circolata di un provvedimento a costo zero.

    Per i datori di lavoro che assumono, tra il 2012 e il 2013, giovani under 25 con sei mesi di disoccupazione alle spalle (o under 35 con almeno 12 mesi), sarà assicurata per 36 mesi una decontribuzione che allinea l'aliquota a quella degli apprendisti, vale a dire all'8%.

    La misura, stando alle quantificazioni dei tecnici, potrebbe riguardare almeno 90mila lavoratori, una platea dalla quale sono esclusi i beneficiari di altre misure.
    Immaginando una permanenza media nell'agevolazione di 5 mesi e con una probabilità di rimanere occupati del 30%, gli oneri previsti sono pari a 265 milioni nel 2012, 380 milioni nel 2013,145 nel 2014 e 60 nel 2015.

    Per le assunzioni delle donne, finalizzata ad avvicinare l'Italia il più possibile al target di un tasso di occupazione femminile al 60% entro il 2020, l'incentivo si applicherà invece «per i primi tre (cinque) anni del rapporto» nei contratti a tempo indeterminato e per «i primi 5 (sei) anni» in quelli a termine.

    Con un'altra misura si riconosce poi la possibilità di prevedere, con accordi aziendali, che il datore di lavoro e il lavoratore possano accordarsi su una retribuzione inferiore a quella dovuta, in cambio di servizi messi a disposizione dei lavoratori, quali «asili nido, servizi alla persona ovvero misure per la mobilità».
    L'accordo tra le parti individua la durata dello scambio che viene introdotto, i tempi ed i modi per l'erogazione del servizio e la corrispondente riduzione salariale prevista, sulla quale non saranno dovuti contributi assistenziali e previdenziali.
    Sempre per incentivare l'ingresso o il reingresso nel mercato del lavoro delle madri con uno o più figli, si prevedono poi sgravi contributivi e Irpef per i nuovi contratti part-time.

    D. Colombo – 25 ottobre 2011 - tratto da Il sole 24 ore

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  • Fisco e tasse  »»  25/10/2011

    Tracciabilità della spesa con moneta elettronica, dimostrazione della convivenza, conservazione dei "legami" tra chi finanzia l'acquisto e chi lo effettua materialmente. Cambia il redditometro e cambiano anche le precauzioni da adottare per evitare che un futuro accertamento colga il contribuente impreparato con conseguenze pesanti sul piano sanzionatorio.

    Vediamo di seguito, allora, come è possibile muoversi sul fronte della prevenzione.
    La prima tutela da adottare è quella di cambiare le abitudini con cui si decide e si affronta sul piano finanziario una spesa. Infatti, bisognerà eliminare alcuni comportamenti che generano spese non documentate o, in futuro, non documentabili.
    Quello che capita frequentemente è che la gestione delle spese (ordinarie, come l'acquisto di prodotti alimentari o il pagamento delle bollette elettriche, ma anche straordinarie, come l'acquisto di un immobile o di un'autovettura) è dovuta alle più diverse esigenze temporanee che non rispondono necessariamente alle logiche fiscali. Per esempio, all'effettuazione della spesa al supermercato o all'acquisto un biglietto di un treno, aereo o al termine di una corsa in taxi, il più delle volte si decide la formula di pagamento in modo non predeterminato.

    Di solito dipende dal contante a disposizione, o dall'ammontare della spesa o addirittura dalla tipologia della stessa. Mentre le modalità di pagamento diventano più consapevoli nel momento in cui l'acquisto riguarda beni durevoli in cui gli importi sono più sostanziosi (acquisto di immobili o di un'autovettura). Inoltre, può capitare non tanto di pagare in contanti, ma tramite terzi direttamente o indirettamente collegabili al privato/acquirente.

    B. Santacroce – 24 ottobre 2011 - tratto da Il sole 24 ore -

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  • Normative complementari  »»  24/10/2011

    Stop agli agenti immobiliari "faciloni" che si lasciano andare a comunicazioni di cui non sono certi o che non hanno verificato personalmente. Durante lo svolgimento della mediazione, infatti, l'agente deve muoversi seguendo l'ordinaria diligenza richiesta al professionista. E se non lo fa, rischia una condanna per truffa e anche di dover risarcire la parte lesa. La Corte di cassazione, con la sentenza 19095/2011 ha confermato la condanna inflitta dalla Corte di appello di Bari a un' agenzia locale per aver fatto sottoscrivere un contratto preliminare di acquisto di un fondo rustico - con relativo anticipo e pagamento della commissione - senza però aver informato l'acquirente che sull'immobile gravava una ipoteca giudiziale.

    Il mediatore risponde delle informazioni che fornisce
    Per la Suprema Corte, che ha condiviso l'argomentazione dei giudici dell'Appello, se è vero che il mediatore non è tenuto a svolgere indagini di natura tecnico giuridica, «come l'accertamento della libertà dell'immobile oggetto del trasferimento, mediante le visure catastali e ipotecarie», tuttavia «è comunque tenuto ad un obbligo di corretta informazione secondo il criterio della media diligenza professionale». Non solo, la Corte, entrando nello specifico, ha anche chiarito che ciò «comprende, in positivo, l'obbligo di comunicare le circostanze a lui note o comunque conoscibili con la comune diligenza che si richiede al mediatore, e, in negativo, il divieto di fornire informazioni su circostanze che non abbia controllato».

    Non basta la dichiarazione della venditrice
    Ed è qui che è scattata la responsabilità dell'agente il quale, come risulta anche dal connesso procedimento penale arrivato a sentenza definitiva, «aveva assicurato la promissaria acquirente che l'immobile fosse libero da pesi, basandosi su dichiarazioni rese per iscritto dalla venditrice».

    Francesco Machina Grifeo - 19 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  21/10/2011

    L'aumento dell'aliquota Iva dal 20 al 21%, entrato in vigore dalla mezzanotte di venerdì 16 settembre, ha causato notevoli disagi tra gli operatori. I dettaglianti si sono trovati spiazzati nel dover adeguare in una notte i corrispettivi dei prodotti in vendita al consumo, i quali per definizione sono Iva compresa. Tutti i contribuenti hanno dovuto modificare i loro sistemi informatici per rilevare la nuova aliquota e fatturare la maggiorazione nonché per registrare i corrispettivi sotto una nuova percentuale e per registrare le operazioni passive, parte ancora con la vecchia aliquota e parte con la nuova aliquota.
    Le difficoltà sono state in parte alleggerite dalla notizia dell'ultima ora, comunicata dalle Entrate il 12 ottobre con la circolare 45: questa ha ampliato i termini per regolarizzare eventuali omissioni che, in un primo momento a seguito di un comunicato stampa del 16 settembre, dovevano essere corrette – per non incorrere in sanzioni – entro il 17 ottobre dai contribuenti mensili e il 15 novembre da quelli trimestrali. L'Agenzia ha concesso un termine più ampio per sanare il mancato adeguamento alla nuova aliquota e ha ammesso la possibilità di correggere gli errori entro il 27 dicembre, termine per il versamento dell'acconto, e il 16 marzo 2012, termine per il versamento del saldo annuale. Se si rispetta questo termine è dovuta solo l'imposta, maggiorata degli eventuali interessi, dovuti nella misura dell'1,50% annuo se non si sono rispettati i termini "ordinari" di versamento, mentre nessuna sanzione deve essere corrisposta da chi sana le omissioni entro questi maggiori termini.
    Durante l'edizione straordinaria di Telefisco sono pervenuti diversi quesiti e le domande continuano a pervenire incessantemente da parte dei partecipanti online.
    I maggiori dubbi riguardano la determinazione del momento di effettuazione dell'operazione per le operazioni "a cavallo" dei due periodi e le modalità di correzione degli errori.
    Per individuare su quali operazioni è scattato l'aumento, occorre far riferimento al momento di effettuazione dell'operazione che, per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, è stabilito dall'articolo 6 del decreto Iva; per gli acquisti intracomunitari di beni dall'articolo 39 del Dl 331/93 e per le importazioni dall'articolo 201 del Codice doganale comunitario. In particolare: sugli acconti pagati fino alle ore 24 di venerdì 16 settembre si manterrà l'aliquota del 20% vigente alla data del pagamento, mentre la maggiorazione riguarderà solo le fatture a saldo. Si potranno, così, avere per la stessa operazione (ad esempio una cessione di beni) due aliquote: una del 20% se si è pagato un acconto prima del 17 settembre, l'altra del 21% se la consegna del bene avviene dopo tale data.
    Eventuali spese accessorie pagate dopo la consegna dei beni avvenuta prima del 16 settembre seguono la vecchia aliquota. Lo stesso vale qualora ci sia un reso di merce venduta prima di questa data anche se la stessa viene restituita al fornitore in un periodo successivo all'entrata in vigore della nuova aliquota maggiorata di un punto.
    Per non danneggiare chi ha avuto difficoltà con l'applicazione della nuova aliquota, l'agenzia delle Entrate, con la circolare 45, ha dunque consentito un ampio periodo di regolarizzazione, senza sanzioni e con il solo pagamento di interessi. I contribuenti mensili possono regolarizzare entro il termine stabilito per il versamento dell'acconto Iva (27 dicembre 2011) le fatture emesse entro tutto il mese di novembre, ed entro il termine di liquidazione annuale (16 marzo 2012) le fatture emesse nel mese di dicembre. I contribuenti trimestrali (sia per opzioni che per autorizzazione) possono regolarizzare le fatture di settembre entro il 27 dicembre, mentre slitta per loro al 16 marzo la possibilità di regolarizzare le fatture dell'ultimo trimestre.

    IL DUBBIO RISOLTO
    Come vanno trattate le spese accessorie relative a merci spedite prima del 17 settembre?

    Per le merci consegnate prima del 17 settembre si applica l'aliquota del 20% anche alle spese accessorie. Ciò si rileva dall'articolo 12 del decreto Iva: «Il trasporto, la posa in opera, l'imballaggio, il confezionamento (...) non sono soggetti autonomamente all'imposta nei rapporti fra le parti dell'operazione principale»

    Renato Portale – 20 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  20/10/2011

    Per la concessione in godimento di beni (auto, barche, immobili e quant'altro) intestati all'impresa ma acquisiti anche grazie a finanziamenti dei soci, finalizzati anche alla capitalizzazione della società, rischio potenziale di accertamenti in capo al socio e alla società, ma doppia tassazione del reddito accertato impraticabile.

    Questo ciò che emerge dalla combinata lettura dei commi 36-sexiesdecies e 36-septiesdecies aggiunti, all'art. 2, del dl n. 138/2011, in sede di conversione nella legge n. 148/2011, dal legislatore fiscale, che dispongono sull'obbligo dell'adempimento comunicativo e sui riflessi di natura accertativa dei beni concessi in godimento ai soci e dall'art. 163, dpr n. 917/1986.
    Preliminarmente, si evidenzia che la comunicazione, in attesa del provvedimento direttoriale da emanare entro il prossimo 16 novembre, relativa ai dati dei beni utilizzati dai soci, si aggiunge, inevitabilmente, alla comunicazione, di cui all'art. 21, dl n. 78/2010 («spesometro») e alla comunicazione dei dati contenuti nei contratti di leasing, locazione e noleggio, nelle modalità indicate dal provvedimento del 5 agosto scorso (Agenzia delle entrate, comunicato 26/09/2011), con l'obbiettivo di implementare le banche dati da utilizzate per gli accertamenti sintetici, di cui all'art. 38, dpr n. 600/1973 («redditometro» ).

    F. G. Poggiani –19 ottobre 2011 - tratto da Italia oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  19/10/2011

    Massima attenzione per l'operatività delle società (di capitali e personali) che nel biennio 2009 - 2010 hanno dichiarato perdite fiscali. Le nuove norme introdotte con il decreto legge 138/2011, infatti, oltre ad aver previsto la maggiorazione dell'aliquota Ires al 38%, hanno anche esteso la disciplina "di comodo" ai soggetti che si trovano in perdita fiscale per più esercizi. Le nuove disposizioni troveranno applicazione a decorrere dall'esercizio successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del Dl 138/2011 (dal 2012 per i "solari).
    Ciò significa che diventa fondamentale il risultato reddituale dell'anno in corso (2011) in quanto, se ancora negativo, potrebbe far scattare la disciplina della non operatività per il 2012.
    Tuttavia, neppure l'evidenziazione di un reddito imponibile potrebbe essere sufficiente per la disapplicazione della normativa antielusiva, ove inferiore al "minimo" di cui al comma 3 del citato articolo 30.
    L'articolo 36-decies del decreto legge 138/2011 dispone che, pur non ricorrendo i presupposti della non operatività, le società che presentano dichiarazioni in perdita fiscale per tre periodi d'imposta consecutivi sono considerati "di comodo" a decorrere dal successivo quarto periodo d'imposta.
    In sostanza, se una società dichiara per tre esercizi consecutivi una perdita fiscale, sarà considerata di comodo a decorrere dal successivo quarto esercizio.
    Si tratta, a ben vedere, di un'ipotesi di non operatività completamente "avulsa" rispetto alla situazione ordinaria in quanto la presunzione non deriva dal mancato superamento del "test" previsto dalla legge 724/1994 nel quale si mettono a confronto i ricavi dichiarati da quelli presunti. Inoltre, l'effetto negativo si manifesta non negli esercizi in cui il soggetto dichiara le perdite, come nel caso dei ricavi insufficienti, bensì nel periodo d'imposta successivo in cui l'azienda potrebbe essere ritornata in attivo. Nel qual caso, la società sarà considerata non operativa anche se avrà superato il test dei ricavi.
    Inoltre, il successivo articolo 36-undecies ha stabilito che la non operatività si presume anche qualora, nel triennio di riferimento, la società ha dichiarato, per due esercizi, una perdita fiscale e, in uno, «un reddito inferiore a quello calcolato presuntivamente all'ammontare determinato ai sensi dell'articolo 30, comma 3 della citata legge n. 724 del 1994».
    Quest'ultima norma disciplina ordinariamente la modalità di calcolo del reddito minimo presunto nell'ipotesi in cui il soggetto sia risultato non operativo, ossia abbia riscontrato un valore dei ricavi inferiore a quelli determinati forfetariamente ai sensi del precedente comma 1 del citato articolo 30.
    Il richiamo fatto dall'articolo 36 undecies al comma 3, anziché al comma 1, porta a sostenere che, ai fini dell'applicazione della disciplina delle società non operative, non sia necessario risultare "di comodo" a causa del mancato superamento del test dei ricavi in nessuno dei tre periodi oggetto di osservazione.
    Sarebbe, infatti, sufficiente l'aver evidenziato in Unico un reddito imponibile più basso di quello individuato applicando agli asset aziendali i coefficienti di redditività previsti dal comma 3 (test del reddito).
    In sostanza, la norma, così come proposta, realizza una equiparazione tra la scarsa redditività dell'azienda rispetto al suo valore patrimoniale, e la perdita.
    Questa conclusione rende la nuova regola poco razionale ed estremamente iniqua.
    Essa colpisce non solo i soggetti in evidente difficoltà economica per le perdite subite ma, addirittura, la presunzione di non operatività scatta tramite l'utilizzo di un meccanismo di calcolo parziale (test di redditività) che, proprio in ragione della sua incompletezza, appare estremamente rozzo e poco ponderato.
    L'incongruità delle norme introdotte è dimostrata dal fatto che la non operatività si applica in un esercizio (il successivo quarto) ove la società non solo potrebbe essere tornata profittevole e aver superato il test dei ricavi ma, addirittura, dichiarare un reddito imponibile di ammontare consistente il quale, tuttavia, sarebbe ugualmente soggetto alla penalizzante disciplina degli enti di comodo.

    Giorgio Gavelli - 12 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  18/10/2011

    Le aziende che entro il 31 dicembre 2011 effettueranno interventi per il miglioramento delle condizioni di sicurezza ed igiene nei luoghi di lavoro aggiuntive rispetto a quelle previste dalla normativa in materia, all’inizio del 2012 potranno presentare all’ INAIL richiesta di riduzione del tasso applicato secondo la tabella di seguito riportata :

    N.TOTALE LAVORATORI RIDUZIONE TASSO %
    fino a 10 30%
    11 - 50 23%
    51 - 100 18%
    101 - 200 15%
    201 - 500 12%
    oltre 500 7%


    Come si può notare, gli sconti sono assai maggiori di quelli concessi nel passato, e di importo tale che è opportuno che ogni azienda prenda in considerazione l’opportunità.

    La quantificazione esatta della riduzione ottenibile può essere fatta con il consulente del lavoro.

    Chi fosse interessato ad analizzare la questione e la eventuale opportunità è pregato di attivarsi quanto prima rivolgendosi al nostro studio per raccogliere quanto necessario alla richiesta e alla documentazione necessaria.

    Signa, 18 ottobre 2011
    Studio Bambagioni

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  • Normative complementari  »»  17/10/2011

    Via al pagamento del superbollo per le auto potenti: è stato pubblicato ieri sulla «Gazzetta Ufficiale» 237 dell'11 ottobre il decreto dell'Economia 7 ottobre 2011 che ne regola le modalità.
    Il provvedimento, firmato dai direttori generali delle Finanze e dell'agenzia delle Entrate, era atteso, in quanto il nuovo tributo è stato introdotto più di tre mesi fa dalla prima manovra economica (Dl 98/11, articolo 23, comma 21) che stabiliva l'obbligo di pagamento già per l'anno in corso.
    Ora il decreto chiarisce che l'obbligo riguarda chi era intestatario – secondo le regole generali sul bollo auto – di un automezzo soggetto al superbollo alla data del 6 luglio scorso. Per il 2011 si deve pagare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto (10 novembre, salvo diverse interpretazioni) col modello «F24 elementi identificativi». Scelta necessaria per due motivi: separare i flussi contabili (il superbollo è un'addizionale erariale al bollo normale, che spetta alle Regioni) e consentire a chi ha già pagato il bollo 2011 di integrarlo a posteriori nel modo meno scomodo possibile (assodata l'impossibilità di usare le stesse modalità del tributo normale).
    A regime (dal 2012), il decreto prevede invece la possibilità di assolvere tutti gli obblighi con un unico versamento assieme al bollo. Ma ciò è subordinato all'emanazione di un ulteriore decreto che regoli i rapporti con le Regioni, materia notoriamente insidiosa. Per questo, è previsto che in assenza di tale decreto resti in vigore il pagamento separato con F24. In ogni caso, dal 2012 la scadenza di pagamento coinciderà con quella del bollo e il tributo sarà dovuto se si è intestatari l'ultimo giorno utile per il versamento. Ma sotto quest'ultimo profilo – dato il tenore letterale del decreto – andrà verificato se c'è compatibilità anche con norme locali che, come in Lombardia, hanno variato il regime nazionale delle scadenze.
    Rispetto al bollo ordinario, comunque, ci sono due differenze di rilievo, sfavorevoli al contribuente. La prima riguarda le vetture di nuova immatricolazione: il superbollo è dovuto per intero anche per il primo anno; invece per il tributo ordinario si deve pagare per un numero variabile da 9 a 12 mesi (dipende da quanti mesi ci sono da quello d'immatricolazione alla prima scadenza), con eccezioni in Piemonte e Lombardia. La seconda differenza è che non c'è il rimborso dei mesi di mancato possesso dell'auto, che alcune Regioni riconoscono in caso di furto, rottamazione e/o esportazione.

    Maurizio Caprino - 12 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  14/10/2011

    Si ricorda che in base al D.L. 185 del 29 novembre 2008 (convertito con L. 2/2009) è obbligatorio, per tutte le società, dotarsi di una casella di posta elettronica certificata (PEC) entro il 29/11/2011.
    L’indirizzo PEC dovrà essere comunicato alla CCIAA che provvederà a pubblicalo in visura e nel certificato camerale.
    Sono escluse dall’obbligo di comunicazione della PEC le imprese individuali.

    Il nostro studio è a disposizione per ottemperare a tale adempimento.
    A tal fine è necessario che si presenti presso i nostri uffici il legale rappresentante della società munito di:

    • documento d’identità valido
    • coordinate bancarie per l’addebito dell’iscrizione ed abbonamento PEC
    • fondo spese per lo studio (30 euro)

    Le società nostre clienti che invece già dispongono di PEC sono pregate di comunicarci il proprio indirizzo mail certificato per l’obbligatoria comunicazione alla CCIAA. Anche per questo servizio sarà richiesto un fondo spese.
    Per ulteriori informazioni rivolgersi alla dott.ssa Barbara Sancisi d el nostro studio.
    Cordiali saluti.

    14 ottobre 2011
    STUDIO BAMBAGIONI

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  • Normative complementari  »»  13/10/2011

    Per il 15° censimento i questionari ricevuti vanno compilati e restituiti dal 9 ottobre al 20 novembre agli uffici postali o ai centri di raccolta dei Comuni. Il questionario può essere anche compilato e inviato online a partire dal 9 ottobre. I 60mila rilevatori avranno il compito, dal 21 novembre al 29 febbraio, di recuperare i questionari non restituiti e rilevare le famiglie non presenti nelle Liste anagrafiche. L'inquadramento contrattuale dei rilevatori esterni addetti al censimento offre l'occasione per soffermarsi sulle differenze tra prestazioni occasionali e co.co.co (valide per la sola Pubblica amministrazione), entrambe prestazioni di lavoro autonomo ma con conseguenze profondamente diverse dal punto di vista sia finanziario che operativo per gli enti.

    La circolare Inps n. 103/2004, che fa propri i principi espressi in diverse pronunce dalla Cassazione, precisa che «i caratteri differenziali del lavoro autonomo occasionale rispetto alla collaborazione coordinata, a progetto od occasionale, vanno individuati, tendenzialmente, nel l'assenza del coordinamento con l'attività del committente, nella mancanza dell'inserimento funzionale nell'organizzazione aziendale, nel carattere episodico dell'attività, nella completa autonomia del lavoratore circa il tempo ed il modo della prestazione».
    Individuato il corretto inquadramento contrattuale gli adempimenti per i committenti variano notevolmente. Il compenso per prestazione occasionale rientra tra i redditi diversi di cui all'articolo 67, punto l) del Tuir e prevede che il prestatore presenti una nota che il committente liquiderà assoggettandola a ritenuta d'acconto del 20% (articolo 25, Dpr 600/1973). È dovuto il contributo alla gestione separata Inps (legge 335/1995), con le aliquote previste per i co.co.co., solo sulla somma eccedente i 5mila euro annui, con obbligo, per il prestatore, di comunicazione del superamento della soglia per effetto dei compensi liquidati da altri committenti, (circolare Inps n. 103/2004). Il committente provvederà, in base all'articolo 4, Dpr 322/1998, a certificare le ritenute operate, sia fiscali che previdenziali, entro il 28 febbraio dell'anno successivo. Non è prevista nessuna copertura Inail.

    Il compenso per co.co.co rientra tra i redditi assimilati a lavoro dipendente, come da articolo 50, comma 1, lettera c-bis del Tuir. Il committente, articolo 24, comma 1, Dpr 600/1973, dovrà redigere un prospetto paga applicando le ritenute fiscali Irpef a scaglioni, applicando le detrazioni di cui agli articoli 12 e 13 del Tuir, predisporre e consegnare il modello Cud entro il 28 febbraio dell'anno successivo. Il compenso è interamente assoggettato alla gestione separata Inps (legge 335/1995) la cui aliquota è attualmente pari al 26,72% per i prestatori senza copertura assicurativa e 17% per i pensionati o provvisti di altra copertura assicurativa.

    L'onere è ripartito per un terzo a carico del lavoratore e due terzi a carico del datore di lavoro.
    È obbligatoria l'iscrizione all'Inail con un onere ripartito analogamente alla contribuzione Inps, un terzo e due terzi. Inoltre ai sensi del Dl 510/1996, articolo 9-bis, le pubbliche amministrazioni sono tenute a comunicare, entro il ventesimo giorno del mese successivo alla data di assunzione al servizio competente, l'assunzione, la proroga, la trasformazione e la cessazione dei rapporti di lavoro relativi al mese precedente, anche quando trattasi di collaborazioni coordinate e continuative.

    Dom.L. - 10 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  12/10/2011

    Oggi 9 ottobre è il giorno scelto dall'Istat per fotografare l'Italia con il 15esimo Censimento generale della popolazione e delle abitazioni 2011. Venticinque milioni di famiglie, quasi 61 milioni di cittadini, fra italiani e stranieri, come ogni dieci anni sono chiamati a compilare un questionario per raccontare se stessi, la propria vita quotidiana e il proprio lavoro in quella giornata-tipo. Ecco una piccola guida per facilitare l'operazione, sciogliere dubbi ed evitare errori.

    Perché il Censimento?
    Serve a conteggiare la popolazione e conoscere le sue caratteristiche, ma anche per aggiornare e revisionare le anagrafi comunali, così da determinare la popolazione legale necessaria a fini giuridici ed elettorali. Inoltre, serve a registrare anche informazioni sulla quantità e le caratteristiche strutturali delle abitazioni e degli edifici.

    Perché la data del 9 ottobre?
    E' il giorno di riferimento del Censimento, scelto per scattare la fotografia al Paese. Il questionario può essere compilato e riconsegnato a partire da quella data, non prima. Sebbene la data di riferimento sia esclusivamente il 9 ottobre, si ha tempo fino al 20 novembre per compilare il questionario.

    Come posso ricevere il questionario?
    Una novità di questo Censimento è l'invio del questionario per posta. Fino all'edizione precedente, infatti, veniva consegnato dai rilevatori comunali direttamente casa per casa.
    Quindi, ogni nucleo familiare, così come registrato in Anagrafe al 31 dicembre 2010, riceverà il plico nella cassetta postale entro il 22 ottobre. Ogni plico contiene il questionario, la Guida alla compilazione e la lettera di presentazione del Censimento.

    Posso compilarlo anche via internet?
    Sì, è un'altra delle novità del Censimento 2011. Basta collegarsi al sito www.censimentopopolazione.istat.it e inserire la propria password di accesso, che si trova stampata in fondo a destra sulla prima pagina del questionario. Questa modalità semplifica la procedura di riconsegna.

    Ma sono obbligato a rispondere?
    Sì. L'obbligo di risposta per il Censimento è sancito dall'art. 7 del decreto legislativo 322/1989. Tuttavia, la normativa vigente prevede la facoltà di rispondere o meno alle domande riguardanti dati sensibili come gli eventuali problemi di salute (contenuti nei punti 8.1 e 8.4 della Sezione II).

    Come e quando va riconsegnato il questionario?
    Sia la versione cartacea sia quella digitale possono essere riconsegnate dal 10 ottobre al 20 novembre. Se si è scelta la modalità cartacea, il questionario va inserito nell'apposita busta preaffrancata che si trova nel plico inviato dall'Istat e riconsegnato a mano o negli uffici postali oppure nei Centri di raccolta allestiti dai Comuni, dove si può anche ricevere assistenza per la compilazione. Alla famiglia sarà in ogni caso consegnata una ricevuta che va conservata. I questionari compilati non vanno imbucati in alcun caso nelle cassette postali.

    E se mi dimentico di riconsegnarlo entro il 20 novembre?
    Nienta paura. Dal 21 novembre e fino al 29 febbraio 2012 i Comuni metteranno in campo i cosiddetti "rilevatori", cioè persone incaricate di recuperare i questionari non ancora restituiti. Saranno circa 60mila e saranno riconoscibili da un apposito tesserino, denominato "Carta di autorizzazione per il rilevatore" rilasciato dal Comune.

    Come viene tutelata la riservatezza dei miei dati?
    Tutte le risposte fornite sono protette dalla legge sulla tutela della riservatezza (decreto legislativo 196 del 30 giugno 2003). Tutte le persone che lavorano al Censimento sono tenute al segreto d'ufficio.

    Com'è fatto il questionario?
    Il questionario è composto da due liste (A e B) e da due Sezioni (I e II). Nella Lista A devono essere inseriti tutti i componenti della famiglia, ovvero tutte le persone che hanno dimora abituale nell'alloggio, anche se assenti alla data del Censimento. Nella Lista B vanno inserite tutte le persone eventualmente e temporaneamente presenti nell'alloggio alla data del Censimento. Per quanto la Sezione I essa contiene domande sulla famiglia e sull'alloggio; la Sezione II, composta da 3 fogli individuali (ognuno formato da più pagine), contiene domande a cui devono rispondere tutti i componenti della famiglia. Per ogni persona inserita nella Lista A deve essere compilato un Foglio individuale della Sezione II, rispettando l'ordine secondo il quale le stesse figurano nella Lista A. Se in questo alloggio dimorano abitualmente più famiglie, ciascuna deve compilare un Foglio di famiglia.

    Chiara Beghelli - 30 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  11/10/2011

    Il 14 settembre 2011 dopo una fase transitoria è entrata definitivamente a regime la procedura telematica di invio delle certificazioni di malattia all’Inps e di ricezione degli attestati da parte dei datori di lavoro. Un riepilogo pratico...

    Questa novità presenta vantaggi sia per i dipendenti che per le aziende: infatti, il lavoratore non è più obbligato a presentare il certificato medico all’INPS e il datore di lavoro è facilitato nella ricezione delle attestazioni di malattia.

    Procedura di inoltro telematico
    Secondo le nuove disposizioni, i medici certificatori (dipendenti del SSN o convenzionati), acquisiscono ed inviano i certificati al SAC (sistema di accoglienza centrale) del Ministero dell’Economia e delle Finanze che provvede ad inoltrarli all’INPS.
    Il medico deve obbligatoriamente inserire i seguenti dati del lavoratore:

    • codice fiscale;
    • residenza o domicilio abituale;
    • eventuale domicilio di reperibilità durante la malattia;
    • codice di diagnosi;
    • data dichiarata di inizio della malattia, data di rilascio del certificato, data presunta di fine dell’evento nonché, nei casi di accertamento successivo al primo, di prosecuzione o ricaduta della malattia;
    • modalità ambulatoriale o domiciliare della visita eseguita.

    Successivamente, il medico rilascia al lavoratore il numero di protocollo del certificato o, nei casi in cui non sia stato possibile l’invio telematico, il certificato e l’attestato cartacei. In quest’ultima ipotesi, che dovrebbe rappresentare l’eccezione, il lavoratore è tenuto a inviare il certificato medico all’INPS entro il termine di due giorni dal rilascio e l’attestato di malattia al datore di lavoro secondo le modalità tradizionali.

    Resta comunque fermo l’obbligo del lavoratore di informare tempestivamente l’azienda dell’assenza per malattia, secondo le regole stabilite dal contratto di lavoro.

    Per la giustificazione dell’assenza, invece, è sufficiente il certificato telematico, anche se a richiesta del datore di lavoro il lavoratore deve fornire il numero di protocollo.
    Le informazioni sono canalizzate dall’Istituto alle sedi territoriali per consentire l’effettuazione di visite mediche di controllo e, nei casi previsti, il pagamento diretto delle prestazioni di malattia.

    Procedura di ricezione
    Gli attestati di malattia possono essere ricevuti direttamente dal datore di lavoro o da intermediari abilitati quali i Consulenti del Lavoro, mediante tre canali:

    1. Posta elettronica certificata
    2. Accesso al portale INPS con PIN
    3. Accesso al portale INPS senza PIN

    Ricezione da parte del datore di lavoro

    1. Posta elettronica certificata
      Questa procedura, sicuramente più semplice ed immediata, richiede la preventiva attivazione del servizio. La richiesta deve partire dall’indirizzo PEC dell’azienda all’indirizzo PEC della sede INPS competente. Le aziende titolari di più posizioni assicurative possono abbinarle ad un solo indirizzo PEC (Circ. INPS 7 settembre 2010 n. 119).
    2. Accesso al portale INPS con PIN
      Il datore di lavoro ha due possibilità:
      - nel caso in cui richieda l’attivazione per sé, deve utilizzare il modello SC65;
      - nel caso di delega a uno o più dipendenti per consultare i servizi INPS, deve compilare sottoscrivere e presentare alla sede competente un modulo con l'elenco dei dipendenti e un ulteriore modulo "individuale" compilato e firmato da ogni dipendente autorizzato alla consultazione con allegata la fotocopia del documento d'identità (Circ. INPS 16 aprile 2010 n. 60).
    3. Accesso al portale INPS senza PIN
      Questa procedura, residuale rispetto alle precedenti e utilizzabile anche tramite il Contact Center INPS (803.164), è adatta per le aziende più piccole e meno strutturate, a condizione che, tramite regolamento interno o contrattazione di secondo livello opportunamente comunicati ai dipendenti, prevedano l’obbligo del lavoratore di fornire il numero di protocollo telematico del certificato.
      Infatti, per accedere ai certificati di malattia è necessario essere in possesso di:
      - codice fiscale del lavoratore;
      - numero di protocollo del certificato da ricevere.

    Con queste informazioni, il datore di lavoro deve seguire questo percorso:

    • accedere al sito http://www.inps.it/portale/default.aspx
    • sezione “Servizi On Line” - “Per tipologia di Servizio”
    • “Consultazione” – “Consultazione attestati di malattia” (questo servizio compare nell’elenco due volte: il primo richiede il PIN, il secondo consente l’accesso libero).

    Questo strumento può essere utilizzato dal datore di lavoro, già attivo con le modalità ordinarie, nei casi in cui il sistema non abbini la certificazione del lavoratore all’azienda (Circ. INPS 9 settembre 2011 n. 117).

    Ricezione tramite intermediari abilitati
    La possibilità di ricevere le attestazioni di malattia è riservata ai soli intermediari (Consulenti del Lavoro, altri professionisti e associazioni di categoria indicati all’art.1, c. 1-4, L. 12/1979) che hanno ricevuto delega generale dal datore di lavoro allo svolgimento di tutti gli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale nei confronti dell’INPS e che hanno comunicato all’Istituto l’esistenza di tale delega (Circ. Presidenza Cons. Ministri 18 marzo 2011 n. 4; Circ. INPS 9 settembre 2011 n. 117).
    La ricezione da parte dell’azienda e dell’intermediario non sono alternative, ma possono essere cumulate. In particolare, nel caso di ricezione tramite Pec, questo canale può essere contemporaneamente attivato anche sulla Pec dell’azienda.
    Per quanto concerne l’accesso tramite PIN, gli intermediari devono seguire il seguente percorso:

    • www.inps.it
      - servizi on line
      - Per tipologia di utente - Aziende, consulenti e professionisti
      - Consultazione attestati di malattia,

    o in alternativa,

    • www.inps.it
      - servizi on line
      - Tipologia di servizio
      - Consultazione attestati di malattia.

    Le aziende e gli intermediari in possesso di PIN o di abilitazione alla ricezione dell’attestato di malattia via PEC devono chiedere tempestivamente la revoca dell’autorizzazione al verificarsi della cessazione dell’attività, della sospensione o del trasferimento dell’intestatario del PIN o dell’abilitazione, in modo tale che l’INPS possa revocare, con effetto immediato, l’abilitazione.

    Obblighi del lavoratore e del datore di lavoro
    Il lavoratore deve tempestivamente comunicare all’azienda l’insorgere dell’evento morboso secondo le modalità previste dal CCNL e da eventuali accordi di secondo livello, nonché dal regolamento aziendale.

    Per contro l’azienda deve comunicare ai lavoratori, tramite affissione in bacheca, l’avvenuta attivazione del canale telematico, in modo che i dipendenti siano informati dell’esonero dall’obbligo di inoltrare il certificato cartaceo.

    Anna Marino - 10 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  10/10/2011

    L'àncora di riferimento per il tasso variabile - l'Euribor a tre mesi - nello stesso periodo è rimasto praticamente invariato (dall'1,49% del 15 giugno all'1,54%).

    Insomma, saggi di riferimento in calo e mutui più cari: come è possibile? Sono diverse le ragioni di questa accelerazione. La prima è che è aumentata la quota di italiani (dal 19 di luglio al 24% di agosto) che ha comprato casa con un finanziamento a tasso fisso, che è ovviamente più costoso del corrispondente mutuo a tasso variabile. Sul totale dei nuovi mutui, insomma, rispetto al passato è aumentato il peso dei prestiti con prezzi più alti. Tuttavia, oltre a questo, sull'aumento generalizzato dei prezzi ha inciso un altro elemento, forse più nascosto ma pur sempre decisivo: ovvero l'aumento del costo del finanziamento delle banche italiane. Tra i deleteri effetti dell'allargamento del differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, c'è infatti la crescita del costo della raccolta di denaro a medio e lungo termine per le nostre banche. Più lo spread sui titoli governativi aumenta, più gli istituti devono pagare per collocare il loro debito. Nelle ultime settimane, dunque, i maggiori costi per le banche hanno iniziato a riversarsi sulla clientela. A farne più le spese, guarda caso, sono stati proprio i sottoscrittori del mutuo a tasso fisso, prodotto che per la sua natura di lunga scadenza appare più rischioso per gli istituti emittenti. Ebbene, mentre vedevano scendere l'Irs ai minimi storici, dove si trova oggi, i sottoscrittori di questa tipologia di prestito a partire da giugno hanno registrato un incremento dello spread (ovvero del ricarico da parte delle banche) in media di 30 centesimi di punto, secondo i dati forniti dal broker specializzato Mutuionline.it. Tanto che oggi non mancano sul mercato offerte sul fisso a 20 anni al 5%, con uno spread quindi superiore al 2 per cento. Più contenuto, ma comunque significativo, l'incremento del 'cuscinetto' applicato sul tasso variabile, salito in media di circa 10 punti base. Cosicchè le migliori offerte oggi garantiscono prestiti a 20 anni al 2,7 per cento.

    L'effetto finale, in sostanza, è che oggi il tasso fisso risulta relativamente più costoso rispetto al variabile. Sia chiaro, la sua convenienza rimane evidente: chi stipulasse oggi un mutuo a tasso fisso si troverebbe infatti a sfruttare i minimi storici dell'Eurirs e si garantirebbe tassi di interesse bassissimi (impensabili solo qualche mese fa) per i prossimi decenni. Ma in futuro?
    Se è vero che alcune banche si sono mosse da subito per ritoccare il differenziale al rialzo, e qualche altra lo sta facendo proprio in questi giorni, altre lo faranno a partire dalle prossime settimane. Molto ovviamente dipenderà dalle dinamiche che muoveranno il mercato del debito governativo in futuro: certo è che se la tensione sui BTp italiani dovesse continuare a rimanere elevata, con tutta probabilità a farne le spese maggiori sarebbero proprio i sottoscrittori di questa tipologia di mutuo, che agli occhi degli istituti diventerà sempre più rischiosa e quindi relativamente più cara. Alternativamente, è realistico pensare che le banche facciano retromarcia sulle mosse recenti.

    Luca Davi - 22 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  07/10/2011

    Rispetto al passato la riscossione è più cara e più veloce.
    E’ più cara perché, nel nuovo atto di accertamento esecutivo , è scritto a chiare lettere che, in caso di pagamento oltre i 90 giorni dalla ricezione, sugli ulteriori interessi il contribuente dovrà calcolare l'aggio al concessionario (9%) anche per quel periodo.

    Invece fino a settembre, cioè prima della riforma, questo compenso scattava solo in seguito alla scadenza dei 60 giorni dalla notifica della cartella da parte dell'agente della riscossione.
    Ma la nuova riscossione è anche più veloce che in passato.
    Perché, se il contribuente non paga le somme provvisorie, fin dal 91 giorno l'agenzia delle Entrate lascia il carico a Equitalia.

    Da questo momento, e per 180 giorni, la Spa pubblica è vero che non può fare azioni esecutive, ma può comunque mettere in campo quelle cautelari, come il fermo e l'ipoteca.
    Prima del pignoramento e dell'espropriazione forzata veri e propri, quindi, passano almeno 270 giorni, vale a dire nove mesi, ma è lo stesso tempo che con le vecchie regole passava tra l'atto di accertamento e la cartella esattoriale.
    «Niente allarmismi», ha però detto ieri il direttore delle Entrate, Attilio Befera, a Radio24: «Questa nuova regola riguarda soltanto gli accertamenti», ha spiegato.
    «Non riguarda i controlli formali delle dichiarazioni, come ad esempio gli errori formali o la deducibilità degli oneri, e non riguarda i crediti dei Comuni e di tutti gli altri enti che si avvalgono di Equitalia per la riscossione.

    Al contribuente - ha aggiunto Befera - è noto che complessivamente ci sono 270 giorni dal momento della notifica dell'accertamento prima che Equitalia possa fare dei passi di procedura esecutiva mentre, con i tempi ordinari delle procedure per la cartella di pagamento, arriviamo a 12 mesi».
    E «il contribuente ha tutto il tempo per fare il ricorso».

    A. Iorio/M. Peruzzi – 6 ottobre 2011 - tratto da Il sole 24 ore

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  • Normative complementari  »»  06/10/2011

    Dalle multe per le infrazioni al codice della strada alla messe di violazioni amministrative, sul lavoro, previdenziali, valutarie, in materia ambientale ecc. Da venerdì prossimo, 7 ottobre, per portare di fronte a un giudice tutte queste sanzioni, nel tentativo di trasformarle in carta straccia, bisogna seguire nuove regole. Quelle del processo del lavoro, improntato a una maggiore oralità, con la lettura del dispositivo in udienza. Questo non significa che i giudici delle sezioni lavoro saranno raggiunti da tutti questi ricorsi, più semplicemente questi ultimi saranno affrontati con le regole da quei giudici normalmente applicate. A stabilirlo è il provvedimento di riordino e semplificazione dei riti civili, prefigurato nella riforma dell'estate del 2009, e ora attuato con il decreto legislativo n. 150.

    Le infrazioni stradali
    Piatto forte è senza dubbio il dimezzamento dei tempi per opporsi alle multe per le infrazioni al codice della strada. Il termine entro il quale recarsi dal giudice di pace per tentare l'annullamento del verbale, passa infatti da 60 a 30 giorni dalla sua ricezione (nel caso il presunto contravventore risieda invece all'estero, per ricorrere ci sono comunque 60 giorni). I termini decorrono dalla data di contestazione della violazione oppure dalla notificazione del verbale di accertamento.

    Il Dlgs n. 150 è il provvedimento che ha ridotto da oltre trenta a soli tre i modelli processuali utilizzabili nei procedimenti civili non contenziosi, come appunto le opposizioni a sanzioni amministrative: il rito del lavoro, quello ordinario e quello sommario di cognizione. Ora, proprio il posizionamento di tutte le opposizioni – da quelle contro le violazioni del codice della strada a quelle delle norme antiriciclaggio – sotto lo stesso tetto del rito del lavoro ha comportato come conseguenza l'identità dei termini per fare ricorso.

    Una differenza si registra nell'individuazione del giudice competente a decidere. Le multe, infatti, finiscono in ogni caso, a prescindere dall'importo in gioco, sui tavoli dei giudici di pace.
    Di certo, il dimezzamento dei termini avrà conseguenze sulle dichiarazioni di inammissibilità per ritardo nella proposizione dei ricorsi. Una buona notizia, tutto sommato, per chi deve amministrare la giustizia, perché la riduzione dei termini si tradurrà giocoforza in una diminuzione dei fascicoli che supereranno il vaglio di ammissibilità. Una notizia un po' meno digeribile dal popolo degli automobilisti, da anni abituato a continui ritocchi. Anche perché questo è solo l'ultimo capitolo in ordine cronologico di una lunga serie di modifiche. Che fa il paio con il colpo giocato all'inizio del 2010, quando è stata cancellata l'esenzione dal pagamento del contributo unificato per le opposizioni alle sanzioni amministrative, comprese quelle per le infrazioni al codice della strada.

    Le altre opposizioni
    A queste modifiche si aggiungono quelle sull'altra faccia della medaglia, disciplinata dal l'articolo 6 del decreto legislativo 150/2011. Come per le violazioni al codice della strada, le opposizioni alle altre sanzioni amministrative (in gergo chiamate Osa) sono di competenza del giudice di pace – tranne alcuni tassativi casi – ma solo per sanzioni fino a 15.493 euro. Oltre tale importo, infatti, a decidere è sempre chiamato il tribunale.

    In particolare si tratta di violazioni legate alla tutela del lavoro, all'igiene e alla prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro. Si pensi, ad esempio in tema di lavoro a tempo parziale, alla violazione del divieto di espletamento di lavoro supplementare che comporta, per il datore, l'irrogazione della sanzione amministrativa quando non sia giustificato dalle eccezionali esigenze previste dalla contrattazione collettiva. Altro capitolo è quello delle violazioni alle norme previdenziali, in particolare alle conseguenze del mancato versamento dei contributi.
    C'è poi tutto il contenzioso sull'igiene degli alimenti e delle bevande, come quello che scaturisce dall'obbligo di indicare la scadenza o la provenienza del prodotto.
    Nel campo delle sanzioni amministrative ci sono poi le violazioni valutarie e quelle sugli obblighi antiriciclaggio. Qui nel mirino finiscono l'esportazione di valuta all'estero o il mancato rispetto, ad esempio in banca, degli obblighi di segnalazione di operazioni sospette. Anche parte della tutela dell'ambiente, della flora e della fauna è riservata a tali strumenti deterrenti, con un contenzioso alimentato soprattutto da questioni legate allo scarico di rifiuti senza autorizzazione, all'inquinamento acustico e alla caccia.

    Andrea Maria Candidi - 03 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  05/10/2011

    Risponde di concorso in dichiarazione fraudolenta mediante l'utilizzo di fatture false l'autotrasportatore che quietanza il pagamento del documento fittizio e attesta l'avvenuto trasporto dei beni. A precisarlo è la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 35730 depositata ieri.

    Un autotrasportatore era stato condannato per concorso nella dichiarazione fraudolenta commessa da un imprenditore che aveva utilizzato fatture false. In sintesi il conducente del mezzo su alcuni di questi documenti aveva apposto la firma per quietanza del pagamento e a conferma dell'avvenuto trasporto. Allo stesso contribuente, poi, era stata anche contestata l'emissione di false fatture nei confronti di un'impresa che aveva partecipato anche alla prima frode. Nel ricorso per Cassazione il trasportatore si è difeso, tra l'altro, eccependo l'illegittimità della condanna, sia per l'emissione sia per l'utilizzazione di false fatture, dato che l'articolo 9 del decreto legislativo 74/2000 esclude il concorso di questi reati. Era stato, infatti, evidenziato che la dichiarazione fraudolenta non era stata presentata dal conducente ma dall'impresa che aveva ricevuto (e utilizzato) la fattura.

    La Corte ha respinto il ricorso ricordando che il divieto di concorso di persone nei reati di emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, a norma dell'articolo 9 del decreto 74/2000, riguarda solo i casi relativi alla medesima operazione e fatturazione, per evitare che l'emittente debba rispondere, oltre che del proprio reato (l'emissione), anche del concorso nell'utilizzazione del documento da parte dell'altro contribuente (che l'ha inserito in dichiarazione) e viceversa. Ciò, al fine evidente di evitare che la medesima condotta, sia punita due volte. Questa esclusione, però, non introduce alcuna regola ai principi generali previsti dal Codice penale all'articolo 110 in base al quale quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le disposizioni degli articoli seguenti.

    La Corte ha, quindi, precisato che la regolarità della emissione della fattura prescinde dalla sottoscrizione per quietanza. Quest'ultima può essere apposta sulla fattura e ha unicamente la funzione di attestare da parte del creditore l'adempimento dell'obbligazione del debitore. In altre parole, con l'attestazione, lo stesso creditore dichiara di aver ricevuto quanto da lui dovuto. Ne consegue, secondo la sentenza, che non può ritenersi illogica né contraria a principi di diritto, la motivazione del giudice di appello che ha valorizzato l'attività di sottoscrizione per quietanza non già in termini di concorso nell'emissione del documento (di per sé completo ed efficace a prescindere dalla sottoscrizione), bensì di utilizzo delle fatture con finalità evasiva delle imposte da parte di chi le ha ricevute. È evidente, infatti, concludono i giudici di legittimità, che la sottoscrizione per quietanza a fronte di un rapporto fittizio, serve evidentemente a rendere credibile l'esistenza di un rapporto reale che giustifica l'emissione della fattura.

    Il quadro normativo
    01|IL PRINCIPIO
    L'articolo 110 del Codice penale stabilisce che quando più persone concorrono nello stesso reato, ciascuna soggiace alla pena stabilita

    02|IL DECRETO
    In deroga a questa norma, l'articolo 9 del decreto 74/2000 prevede che:

    • l'emittente di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e chi concorre con esso non è punibile, a titolo di concorso, nel reato di dichiarazione fraudolenta con uso di fatture fittizie;
    • chi si avvale di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, e chi concorre con esso, non è punibile a titolo di concorso nell'emissione di fatture false

    Antonio Iorio - 04 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  04/10/2011

    Bye bye minimi. Se non è un esodo "fiscale", ci assomiglia molto. Saranno quasi 500mila gli autonomi, i professionisti e i piccoli esercenti a salutare definitivamente il
    regime agevolato, alla fine dell'anno in corso: quasi il 96% di quanti attualmente ne fanno parte. È un addio non volontario ma indotto. La manovra di luglio ha
    completamente cambiato le carte in tavola per l'accesso al recinto dell'agevolazione.
    Una modifica in qualche modo epocale per quelle micro-imprese e quei piccoli studi a cui, proprio per le limitate dimensioni di fatturato, è stato finora assicurato un basso prelievo fiscale, insieme a tutta una serie di semplificazioni anche contabili.

    Del resto, come nota il dipartimento delle Finanze nel rapporto sui minimi realizzato appena un anno fa, «è stato quantificato in circa 1.500 euro il costo medio per
    impresa degli obblighi previsti dalle direttive europee sulla rendicontazione». Anche per ovviare a questa "tassa occulta", il Fisco ha concesso una sorta di wild card, per dirla in gergo sportivo, e ha garantito alle attività con basso livello di ricavi (non superiore ai 30mila euro annui e con investimenti non oltre i 15mila euro nel triennio) la possibilità di entrare o restare sul mercato e si è accontentato di un prelievo minore: il 20% dei redditi prodotti a cui va aggiunta l'esenzione dall'Irap e l'esonero dagli obblighi Iva.

    Ma chi sono i "minimi"? Il 60% è rappresentato da tre grandi categorie: professionisti (oltre il 35%), commercianti (12,5%) e imprese delle costruzioni (11%). A livello
    territoriale, un terzo dei 506mila contribuenti che fanno parte del regime è condensato in tre regioni: Lombardia (13%), Lazio (11%) e Campania (10%). Di quelli che hanno dichiarato un reddito, ben il 60% arriva appena a 10mila euro e solo il 6% supera i 40mila. In pratica significa che le dimensioni delle attività coinvolte sono davvero ridotte.

    Capire fino a quanto i vantaggi della permanenza nel regime abbiano inciso sulla capacità di crescita e di sviluppo dell'attività non è semplice anche perché negli ultimi tre anni la crisi economica si è fatta sentire e anche i «piccoli» e «piccolissimi» operatori economici hanno pagato uno scotto molto alto.

    Anche per questo è altrettanto difficile - e i numeri sembrano suggerirlo - se dietro il regime si sia comunque nascosta una sacca di sommerso e di redditi non dichiarati al Fisco. Considerazioni che, in fondo, non possono essere sfuggite prima di varare le modifiche introdotte dalla manovra di luglio (il Dl 98, convertito dalla legge 111/2011). Anche se la finalità dichiarata del restyling resta quella di supportare e favorire l'imprenditoria giovanile e le nuove attività produttive. Non a caso, dal 2012
    potranno essere ammessi nella cerchia degli agevolati imprese, artigiani e professionisti che hanno appena aperto bottega o che non hanno alzato le serrande prima del 2008. Ci sarà un preciso limite temporale: 5 anni con la chance di fermarsi più a lungo offerta solo a chi non avrà ancora compiuto 35 anni (sempre che non cresca il suo volume di fatturato). La motivazione è proprio quella di evitare che il recinto si trasformi in un limite alla crescita dimensionale. Un recinto che, però, avrà un maxi-sconto dal Fisco in quanto si pagherà appena il 5% di tasse.

    Ma quanti saranno i fortunati? Partiamo da chi c'è già. Sono i quasi 21mila che si salveranno dall'esodo. In termini relativi, sono sopra il 5% degli attuali minimi regionali solo i piccoli del Lazio e della Campania. Di questi, al momento, non è dato sapere quanto rimarranno perché la precedente permanenza si scala dal plafond dei 5 anni. Pertanto chi è già minimo da tre anni, potrà rimanere al massimo altri due.

    L'altra porzione (quella più cospicua) è rappresentata dalle partite Iva nuove di zecca.
    Nonostante la congiuntura economica negativa, i giovani che scelgono la via del lavoro autonomo sono progressivamente aumentati, dal 27% del totale nel 2006 al 35,3% nel 2010. Se si prendessero solo gli under 35 che hanno comunicato al fisco l'avvio di un'attività o di uno studio professionale lo scorso anno, si avrebbe già una platea potenziale di 200mila contribuenti interessati e destinati a durare. E per chi esce? Qualche semplificazione rimane - sempre se si resta nei parametri di ricavi e
    investimenti - e probabilmente la consolazione maggiore è non dover pagare l'Irap.

    M.Mobili/G.Parente - 03 ottobre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  03/10/2011

    La crisi cambia volto alle perizie, tassello indispensabile fra le fasi (preventivo, istruttoria) che anticipano l'erogazione del mutuo. Dal 2008 – subito dopo il fallimento di Lehman Brothers – si sono avvertiti i primi segnali di cambiamento. Segnali che adesso si sono consolidati in una tendenza.

    «Per effettuare le valutazioni sul valore degli immobili, necessarie per determinare il valore del mutuo in relazione al valore dell'immobile (per legge questo rapporto, sintetizzato nel l'espressione loan to value, non può eccedere la soglia dell'80%, ndr) le banche hanno cambiato totalmente registro – spiega Paola Viola, responsabile di Mutuiperlacasa.com -. Se prima ci si affidava a periti "interni" adesso questo servizio è gestito in outsourcing da società esterne, come Crif, Praxi o Reag. Si tratta di un cambiamento sostanziale perché oggi sono scomparse le "perizie allegre", quelle ancorate al valore commerciale e come tale decisamente influenzato dagli optional della casa (ristrutturazione effettuata, impianto di climatizzazione, domotica ndr). Le perizie oggi vengono effettuate sulla base del valore sterile dell'immobile sulla base dei range minimi e massimi indicati per ciascun quartiere dall'Agenzia del Territorio che è, difatti, diventata il Quattroruote delle case».

    In sostanza le perizie sono oggi più rigide. I periti vengono scelti in automatico dagli istituti di credito accedendo a una banca dati in modalità random, per evitare conflitti di interesse. «Un gran vantaggio per il sistema finanziario – prosegue Viola – perché in questo modo è impossibile ottenere importi superiori al valore dell'immobile, calcolati su loan to value reali ben superiori al 100%. Fenomeno diffuso, invece, fino a qualche tempo fa. Lo dimostra il fatto che abbiamo riscontrato molti problemi a surrogare/sostituire mutui su vecchi immobili proprio perché il valore finanziato era nettamente superiore al valore dell'immobile, anche se formalmente al di sotto dell'80%».

    Ma quanto costa una perizia? «Circa 275 euro – conclude –. Va tenuto conto che il costo di periza è l'unico costo che il 99% delle banche che operano in Italia fanno sostenere in anticipo al cliente. Alcune banche, invece, sottraggono queste spese, unitamente ai costi di istruttoria, all'imposta sostituiva e del procuratore bancario (che rappresenta l'istituto all'atto del rogito, ndr) dall'importo erogato. Da ciò deriva che l'importo effettivamente finanziato è minore di quello richiesto. Un dato che molti ignorano fino al giorno del rogito».

    Vito Lops - 23 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  29/09/2011

    I liberi professionisti pagano l'Irap anche se la loro organizzazione è di «modesta entità».

    Insomma, con la sentenza n. 19688 del 27 settembre 2011, la Corte di cassazione fa vacillare il concetto giurisprudenziale di autonoma organizzazione sancendo che un professionista, che non sia dipendente o collaboratore, è soggetto al prelievo fiscale anche se la sua “struttura è minimale”. Insomma, la sezione tributaria ha accolto il ricorso che l'amministrazione finanziaria ha presentato contro la decisione della Ctr del Lazio di accordare il rimborso dell'imposta a due commercialisti e a un avvocato perché, pur essendo liberi professionisti, erano titolari di un «assetto organizzativo di rilievo minimale».
    Ecco il motivo presentato dal fisco. «L'Agenzia», si legge in sentenza, «lamenta la violazione di norme di legge, poiché il giudice di appello non considerava che i contribuenti sono dei liberi professionisti, che perciò operano con autonoma organizzazione e quindi non in maniera subordinata o di collaborazione, né saltuaria od occasionale, bensì con struttura propria, ancorché di modesta entità, tale da costituire la base reale dell'imposizione specifica e ciò anche prescindendo dal reddito finale».

    Un motivo, questo, pienamente condivisibile secondo Piazza Cavour, che, senza smontare ufficialmente il principio sancito finora sull'autonoma organizzazione ma, anzi, ribadendolo (almeno sulla carta), ha messo nero su bianco che «la doglianza va condivisa».

    Infatti, la Commissione tributaria regionale «osservava che non era dato riscontrare la presenza di un'autonoma organizzazione nei confronti dei professionisti di che trattasi, posto che invece si trattava di attività svolta con un assetto organizzativo di rilievo minimale, che quindi non consentiva di ravvisare gli elementi sufficienti per farne scaturire la tassazione, anche perché l'elemento organizzativo di regola non è riscontrabile nell'attività di lavoro autonomo».

    D. Alberigi - 28 settembre 2011 – tratto da Italia oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  28/09/2011

    L'inerenza delle spese di pubblicità e la distinzione con quelle di rappresentanza non vanno valutate in astratto ma tenendo conto della specifica attività svolta dall'impresa. È il principio dalla Ctr Lombardia con la sentenza 113/28/2011. La vicenda riguardava le spese che una società del mondo della moda aveva considerato di pubblicità mentre il fisco le aveva, invece, qualificate di rappresentanza. Si trattava, in particolare, dei costi sostenuti per eventi a cui avevano partecipato personaggi famosi del mondo dello spettacolo e per la fornitura gratuita agli stessi di abiti di rappresentanza e accessori, nonché dei compensi corrisposti per servizi di comunicazione e organizzazione.

    La Commissione ha innanzitutto affermato che le spese di pubblicità sono quelle sostenute, anche se non esclusivamente, per la realizzazione di iniziative finalizzate a incrementare le vendite e che «il concetto di inerenza non è più legato ai ricavi dell'impresa, ma all'attività stessa». Le spese di rappresentanza sono, invece, rivolte a creare e sviluppare il prestigio e l'immagine della società, «senza dar luogo ad aspettative di incremento delle vendite».
    È stato, inoltre, precisato che, sotto questo aspetto, le aziende nel mondo della moda non possono essere considerate «alla stregua di normali società industriali e/o commerciali», perché si avvalgono, per il proprio business, di un modello comunicativo consistente nell'associare al marchio «un mondo che si caratterizza e si identifica con uno stile di vita immediatamente riconoscibile». Di conseguenza, assume assoluta importanza il coinvolgimento di personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport, ai quali vengono forniti gratuitamente abiti, accessori o altri prodotti contrassegnati dal marchio aziendale affinché vengano utilizzati in occasione di feste, premiazioni e altri eventi di elevata visibilità. Queste spese (così come quelle sostenute per servizi di organizzazione di eventi quali sfilate e inaugurazioni di boutiques) sono state, pertanto, ritenute a «elevata valenza promo-pubblicitaria», perché rappresentano «il primo fattore di influenza delle scelte di acquisto dei consumatori».
    I principi affermati nella sentenza, sebbene riferiti all'anno d'imposta 2004, risultano ancora sostanzialmente validi, anche dopo che la legge Finanziaria per il 2008 e il decreto di attuazione del 19 novembre 2008 hanno meglio precisato il requisito dell'inerenza delle spese di rappresentanza (deducibili entro il limite rapportato all'entità dei ricavi dell'attività caratteristica) e le differenze con le spese di pubblicità (deducibili interamente nell'esercizio di sostenimento o in quote costanti nello stesso e nei quattro successivi).

    Nel comma 1 dell'articolo 1 del decreto è stato individuato come carattere essenziale delle spese di rappresentanza quello della gratuità, mentre le spese di pubblicità sono caratterizzate – come chiarito nella circolare n. 34/E del 2009 – dalla circostanza che il loro sostenimento è frutto di un contratto a prestazioni corrispettive, la cui causa va ricercata nell'obbligo della controparte di pubblicizzare, a fronte di un corrispettivo, «il marchio e/o il prodotto dell'impresa» al fine di stimolarne la domanda. Quindi il carattere di spese di pubblicità dei compensi erogati ad altre società del gruppo per servizi di comunicazione e organizzazione di eventi appare confermato dalla nuova normativa.

    Per quanto concerne le altre spese caratterizzate, invece, dal requisito della gratuità, si poneva il dubbio se le stesse rientrassero tra quelle di rappresentanza, contrassegnate, come precisato nel decreto del 2008, dalle «finalità promozionali o di pubbliche relazioni». Nella sentenza è stato, invece, ritenuto che si tratta di spese di pubblicità, in quanto direttamente destinate a incrementare le vendite, che risultano fortemente influenzate dai comportamenti dei personaggi che partecipano agli eventi organizzati dall'impresa.

    norme/documenti
    La sentenza 113/28/11 della Ctr Lombardia

    Gianfranco Ferranti - 26 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  27/09/2011

    L'agente di commercio non è tenuto a versare l'Irap solo perchè svolge un'attività di tipo imprenditoriale. Questo in sintesi il principio che emerge dalla sentenza della Cassazione n. 19329/11 depositata oggi dai supremi giudici.

    Come si è svolta la vicenda
    Alla base della decisione un agente di commercio a cui la Commissione tributaria provinciale aveva dato ragione in relazione al silenzio rifiuto dell'amministrazione sull'istanza di rimborso per l'imposta versata negli anni 1998, 1999 e 2000. L'Ufficio aveva appellato la sentenza, ma la Ctr Lombardia (sentenza n. 17/2006) ha dato nuovamente ragione al privato. Nella sentenza di merito era stato, infatti, precisato che se l'organizzazione è un elemento connaturale all'impresa non lo era per l'attività professionale. I magistrati lombardi, inoltre, avevano affermato che la circostanza emersa in sede di dichiarazione, secondo cui il contribuente avesse dichiarato beni strumentali non costituiva di per sè condizione sufficiente per integrare la presenza di autonoma organizzazione.

    Per l'Agenzia delle entrate si versa comunque
    La tesi, tuttavia, era stata contestata dall'Ufficio secondo cui l'agente di commercio nella veste di imprenditore era comunque obbligato a versare l'Irap. Ma non è finita. Per le Entrate era sbagliato equiparare l'agente a un lavoratore autonomo. Quest'ultimo, infatti, per definizione dove avere dipendenti e capitali esterni per integrare il requisito organizzativo richiesto dalla legge. L'amministrazione, infine, aveva anche eccepito come fosse sbagliato invertire l'onere della prova a carico dell'Ufficio in una vicenda del genere.

    Conclusioni
    La Cassazione si è trovata alle prese con questa vicenda rilevando, tuttavia, come non potesse intervenire per un errore eseguito nella notifica che impediva anche l'ipotesi di un'eventuale rimessione in termini. Dichiarata, pertanto, l'inammissibilità del ricorso presentato dell'Agenzia delle entrate da parte della Suprema corte passa il principio espresso dai giudici di merito.

    Giampaolo Piagnerelli - 22 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  26/09/2011

    Il decentramento tributario porta con sé una inevitabile dose di complicazioni per contribuenti e sostituti d'imposta.
    La situazione, tuttavia, peggiora se si aggiungono interventi legislativi scoordinati e ambiguità testuali che consentono una pluralità di soluzioni operative. In questo caso,
    infatti, a complicazione si aggiunge complicazione.
    Questo potrebbe accadere con lo sblocco delle addizionali all'Irpef disposto dalla manovra. Il problema riguarda in particolar modo i sostituti d'imposta, chiamati ad applicare le addizionali su migliaia di buste paga dei lavoratori dipendenti.
    Per il prelievo comunale, in particolare, gli appuntamenti sono due: l'acconto e il saldo. L'acconto si effettua in nove rate mensili, da marzo a novembre, sulla base dei
    dati pubblicati sul sito delle Finanze al 31 dicembre dell'anno precedente (per l'acconto 2012, il 31 dicembre 2011). Il saldo, invece, deve essere trattenuto in un massimo di 11 rate mensili, da gennaio a novembre. Anche per applicare correttamente il saldo, occorre consultare il sito delle Finanze. In particolare, anche per il saldo riferito al
    2011, da trattenere nel 2012, vanno guardate le risultanze del sito al 31 dicembre 2011.
    Se poi il rapporto cessa in corso d'anno, il sostituto deve altresì trattenere l'addizionale a saldo di competenza dell'anno in corso, sempre previa verifica dei dati delle Finanze.
    In buona sostanza, nel 2012 i datori di lavoro sono chiamati a prelevare in busta paga:

    • l'acconto dell'addizionale comunale 2012;
    • il saldo dell'addizionale comunale 2011;
    • in caso di cessazione, il saldo dell'addizionale comunale 2012.

    Le stesse regole operano anche per l'addizionale regionale con l'eccezione dell'acconto, che non si applica.
    Anche per l'individuazione della residenza, però, la disciplina dei due prelievi non coincide del tutto. Per l'Irpef regionale, vale la residenza al 31 dicembre di ciascun
    anno ovvero alla cessazione del rapporto di lavoro, mentre per l'Irpef comunale si guarda sempre alla residenza al 1° gennaio di ciascun anno. Va inoltre ricordato che i
    datori di lavoro, secondo l'agenzia delle Entrate, devono anche applicare d'ufficio le esenzioni comunali, sulla base dei dati in loro possesso.
    Già la disciplina consolidata richiederebbe semplificazioni, di facile attuazione (si potrebbero, infatti, unificare del tutto le regole del prelievo). Se a questo, tuttavia, si
    aggiunge un'addizionale a scaglioni fai-da-te, obiettivamente la gestione diventa difficile. Non è chiaro, infatti, se anche l'aliquota potrà essere "segmentata" in
    funzione di ciascuno scaglione, oppure, come sarebbe preferibile, se vi sarà un'aliquota unica per ogni scalino di reddito. La medesima ambiguità sembra peraltro
    profilarsi anche per l'addizionale regionale.
    C'è da augurarsi che almeno sulle esenzioni comunali vi sia uniformità di impostazioni.
    Non erano, infatti, mancate proposte di correlare le esenzioni alla tipologia di reddito, effettuando una discriminazione di dubbia legittimità, oppure alla situazione familiare
    del contribuente (numero di figli a carico).
    L'esenzione dovrà essere, si spera, unica e collegata solo al reddito posseduto.

    Luigi Lo vecchio - 21 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  23/09/2011

    La società di persone con esercizio sociale che si chiude entro il 30 giugno può presentare la dichiarazione unificata, modello Unico, insieme alla dichiarazione
    annuale Iva.
    In questo caso, la società di persone deve presentare sia il modello Unico società di persone nei termini previsti dall'articolo 2 del Dpr 322/1998 (30 settembre di ogni anno) sia il modello Iva, che, vista la coincidenza tra periodo d'imposta e anno solare, non deve essere inviato in via autonoma.
    È questo il parere dell' agenzia delle Entrate, risoluzione 92/E del 20 settembre 2011, sugli adempimenti dichiarativi degli imprenditori individuali e delle società di persone con esercizio non coincidente con l'anno solare.
    Il parere contrasta con le istruzioni di Unico 2011 Sp, nel punto in cui escludono la presentazione della dichiarazione unificata da parte dei contribuenti con periodo d'imposta che non coincide con l'anno solare.
    Nel paragrafo 2 delle istruzioni per la compilazione del modello Unico società di persone «come si utilizza il modello Unico», è precisato che «l'obbligo di presentazione della dichiarazione unificata è previsto per i contribuenti con periodo d'imposta coincidente con l'anno solare».
    La risposta delle Entrate ritiene perciò possibile presentare la dichiarazione unificata anche nel caso di società di persone con esercizio infrannuale, cioè chiuso prima del 31 dicembre, che non coincide con l'anno solare.
    Per l'Agenzia, la società di persone che chiude l'esercizio il 10 giugno di ogni anno, deve presentare Unico Sp nei termini previsti, cioè entro il 30 settembre, contenente sia il quadro RF per la determinazione del reddito di impresa con riferimento al periodo di imposta 1 gennaio - 31 dicembre, sia il modello Iva, che, stante la coincidenza tra periodo d'imposta e anno solare, non deve essere inviato in via autonoma.
    Le stesse Entrate avvertono che il reddito di impresa, rilevante anche ai fini Irap e ai fini dell'attribuzione del reddito di partecipazione ai soci, sarà quello determinato sulla base del conto dei profitti e delle perdite dell'esercizio chiuso in tale periodo di imposta.

    T. Morina - 21 settembre 2011 – tratto da Il sole 24 ore -

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  • Fisco e tasse  »»  22/09/2011

    Slitta al 31 dicembre di quest'anno il termine per effettuare la comunicazione dello "spesometro" per le operazioni da 25mila euro in su.

    Il nuovo termine proroga, quindi, quello originario del 31 ottobre. Inoltre, sono stati modificati alcuni dati previsti nella comunicazione. È quanto prevede il provvedimento del direttore delle Entrate del 16 settembre 2011, pubblicato ieri sul sito dell'Agenzia.

    Il provvedimento dispone due modifiche a quello (originario) del 22 dicembre 2010: il differimento al 31 dicembre 2011 del termine per la comunicazione delle operazioni non inferiori a 25mila euro e l'integrale sostituzione delle specifiche tecniche che risultavano allegate al provvedimento del dicembre dello scorso anno.

    Va rilevato che rimane fermo (per ora), invece, il termine del 30 aprile, che varrà per le comunicazioni da effettuarsi nel 2012 e negli anni successivi.
    La proroga per la comunicazione è spiegabile anche per le numerose perplessità che vi sono sui dati da inserire nella stessa comunicazione.
    Per questo sono state modificate integralmente le specifiche tecniche, allegate al provvedimento.

    Ad esempio, rispetto ai dati richiesti originariamente, è stato inserito il "campo" relativo alle modalità di pagamento, dove bisogna indicare se si tratta di importo frazionato, non frazionato o corrispettivo periodico, cosi come è stato previsto il "campo" relativo all'importo che risulta dovuto per l'operazione.
    Per le operazioni con soggetti dotati di partita Iva è stato inserito, inoltre, il "campo" relativo al numero della fattura.

    E stato anche inserito il tracciato di dettaglio per le note di variazione.

    D. Deotto - 20 settembre 2011 – tratto da Il sole 24 ore -

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  • Fisco e tasse  »»  21/09/2011

    Incertezza sulla moratoria delle sanzioni per gli errori di fatturazione connessi al passaggio dell'Iva al 21 per cento.
    Nel comunicato stampa delle Entrate del 16 settembre è prevista «nella fase di prima applicazione», l'esclusione delle sanzioni per quegli errori giustificati da «ragioni di ordine tecnico» che hanno impedito l'adeguamento dei «software per la fatturazione e i misuratori fiscali», a condizione che gli operatori provvedano a regolarizzare «le fatture eventualmente emesse e i corrispettivi annotati in modo non corretto effettuando la variazione in aumento» ai sensi del comma i, articolo 26, Dpr 633/72 (nota di debito), versando la maggiore imposta collegata all'aumento dell'aliquota «nella liquidazione periodica in cui l'Iva è esigibile».

    La portata della comunicazione, e quindi il campo di applicazione della moratoria, richiede l'attenta ponderazione del significato da attribuire a due aspetti: il requisito rappresentato dalle «ragioni di ordine tecnico» da cui è dipeso l'errore e il riferimento al soli corrispettivi certificati con fattura.

    In merito a questa seconda precisazione, il comunicato, rinviando all'articolo 26 del Dpr 633/72, circoscrive il proprio campo di applicazione alle operazioni certificate con fattura, anche se emessa su richiesta del cliente.

    Ai sensi dell'articolo 6, Dlgs 471/97, l'emissione e/o la registrazione di un documento che riporta un corrispettivo esatto ma con l'indicazione dell'Iva in misura inferiore a quella dovuta, comporta la sanzione fra il 100 e il 200% dell'imposta non correttamente documentata o registrata (circolare 23/E/99), con un minimo di 516 euro.

    M. Mantovani/B. Santacroce - Il sole 24 ore - 20 settembre 2011 -

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  • Fisco e tasse  »»  20/09/2011

    A più di dieci anni dalla riforma del sistema penale tributario la manovra di ferragosto, convertita nella legge 148/2011, interviene sul dlgs n. 74 del 2000 per inasprire l'intero regime, offrendo una efficace sponda alle altre disposizioni in tema di lotta all'evasione.

    Diversi i fronti sui quali si muove il legislatore per il rafforzamento delle misure deflattive e soprattutto afflittive.

    Inasprimento delle pene, riduzione delle soglie di punibilità, limitazione all'accesso a istituti premiali o circostanze attenuanti, allungamento dei termini prescrizionali.

    Con tali modifiche il sistema penale tributario accresce i suoi aspetti di peculiarità rispetto alle previsioni ordinarie del codice penale, evidenziando come la questione fiscale sia ormai al centro dell'attenzione e stiano venendo meno tutte le remore in ordine alla opportunità di intervenire (anche) con tale strumento nella lotta all'evasione.

    Con riferimento ai reati cosiddetti dichiarativi che si configurano cioè in sede di presentazione della dichiarazione annuale (Iva, Irap o imposte sui redditi) viene innanzitutto eliminata la riduzione di pena prevista nel caso di dichiarazione fraudolenta con emissione di fatture per operazioni inesistenti.
    Riduzione che interveniva quando l'ammontare delle poste fittizie non avesse superato la soglia di 300 milioni delle vecchie lire.

    Parallelamente, analoga modifica è introdotta nel complementare reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti.

    Come noto le tipologie di reato dichiarativo con gravità e pericolosità via via decrescente in ragione della condotta del contribuente sono caratterizzate, generalmente, dall'avere rilevanza penale al superamento di determinate soglie; solo la dichiarazione fraudolenta mediante fatture per operazioni inesistenti non prevede alcuna soglia di punibilità.

    A. Felicioni - 19 settembre 2011 – tratto da Italia Oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  19/09/2011

    Entrano in vigore domani le nuove regole Iva introdotte dalla manovra. E, per chi vorrà farlo, scatta la corsa contro il tempo per aggiornare alla nuova aliquota del 21%
    i listini prezzi dei commercianti al dettaglio e quelli delle imprese all'ingrosso, se indicati al lordo dell'imposta, ad esempio perché utilizzati dai clienti rivenditori che
    hanno rapporti con i privati.

    Per evitare di ristampare costosi cataloghi, si possono applicare etichette adesive sulla copertina o apporre dei timbri nelle pagine dei prezzi lordi, indicando che dalla data di entrata in vigore dell'aumento dell'aliquota Iva si applica un aumento del prezzo pari allo 0,833334 per cento.

    Se, per esempio, il prezzo al lordo dell'Iva è pari a 120 euro (100 euro x 20% di Iva = 120 euro), l'aumento sarà pari a un euro. Rispetto al prezzo lordo, l'aumento è pari allo 0,833334% (1/120). Quindi, per determinare il nuovo prezzo di vendita al lordo dell'Iva, partendo da quello precedente, si deve moltiplicare quest'ultimo per 1,00833334.

    Nei prossimi giorni, per determinare l'aliquota Iva applicabile (20% o 21%) alle cessioni di beni mobili o immobili o alle prestazioni di servizi, si dovrà prestare particolare attenzione al momento fiscalmente rilevante dell'operazione. Solo se questo cadrà dopo l'entrata in vigore della modifica (cioè SABATO 17 SETTEMBRE 2011) si applicherà l'aliquota Iva del 21 per cento. Per applicare ancora l'Iva del 20%, però, è possibile anticipare la fatturazione alla data precedente all'entrata in vigore dell'aumento al 21 per cento. In questo caso, però, l'Iva deve essere versata nella successiva liquidazione mensile o trimestrale, indipendentemente dal pagamento del
    corrispettivo da parte del cliente. Anche il pagamento anticipato a oggi del corrispettivo consente l'applicazione dell'aliquota al 20 per cento.

    Le fatture differite relative alle consegne di beni effettuate nel mese di settembre 2011, emesse entro il 15 ottobre, indicheranno due aliquote Iva ordinarie differenti: il
    20% per le consegne effettuate fino al 16 settembre (compreso), e il 21% per quelle successive. Nulla vieta, però, di emettere nei confronti dello stesso cliente due
    differenti fatture differite. L'articolo 21, comma 4 Dpr 633/1972, infatti, prima concede la possibilità di emettere una fattura differita per ogni cessione di beni documentata da documento di trasporto o da altro documento simile, poi prevede la possibilità di emettere anche «una sola fattura per le cessioni effettuate nel corso di un mese solare fra le stesse parti». La conferma arriva dalla circolare 31 ottobre 1974, n. 42, secondo la quale «per le cessioni effettuate nel corso di un mese solare fra le stesse parti si può emettere una unica fattura che riepiloghi le operazioni effettuate nel mese ovvero più fatture che riassumano operazioni effettuate in periodi più brevi del mese stesso». Quindi, le cessioni effettuate nei confronti di un medesimo soggetto nel mese possono anche essere riepilogate in più fatture, fermo restando l'obbligo di indicare in fattura gli estremi dei documenti di trasporto emessi.

    Luca De Stefani - 16 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  17/09/2011

     
     download allegato »  2011.09.17_NOVaumento iva.pdf
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  • Fisco e tasse  »»  16/09/2011

    Aumento dell'aliquota Iva ordinaria dal 20 al 21 per cento, ma non solo. Le legge di conversione del Dl 138/201 contiene diverse novità in materia di Iva che entreranno in vigore dal giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta del provvedimento; per i depositi Iva, invece, occorre attendere un provvedimento di attuazione.

    L'aumento di un punto percentuale dell'aliquota ordinaria dal 20 al 21 per cento si trascina dietro tutta una serie di problematiche che sono collegate alla variazione dell'imposta. Esse riguardano sia il comportamento che i contribuenti dovranno seguire per le operazioni 'a cavallo' tra le due aliquote, sia lo scorporo dell'imposta contenuta nei corrispettivi 'Iva compresa', sia la fatturazione che la liquidazione periodica dell'Iva. Il provvedimento contiene anche altre disposizioni che interessano l'Iva e che riguardano: l'abolizione dell'esonero della certificazione per gli stabilimenti balneari e i depositi Iva.

    L'aumento dell'aliquota riguarda la generalità delle operazioni imponibili, eccettuate quelle aventi per oggetto i beni e servizi elencati nella parte II e nella parte III della tabella A allegata al Dpr 633/1972; per questi sono previste le aliquote agevolate, rispettivamente del 4 e del 10 per cento. Le operazioni che si considereranno effettuate dopo l'aumento dell'aliquota dovranno rispettare la nuova percentuale.

    Per i contribuenti Iva, quindi, si potrà verificare una delle seguenti situazioni:
    pagamento di precedenti acconti. Sugli acconti pagati prima dell'entrata in vigore della maggiorazione, si applicherà l'aliquota del 20% mentre la maggiorazione del 21% riguarderà solo le fatture a saldo;
    fattura anticipata. Se una fattura ha preceduto la consegna del bene o il pagamento del corrispettivo, sull'importo fatturato si pagherà l'aliquota del 20% vigente alla data di emissione della fattura;
    consegna di beni con fattura differita (art. 21, quarto comma del Dpr n. 633/72). È rilevante la data della consegna del bene per cui anche la fattura, emessa entro il 15 del mese successivo, segue la vecchia aliquota del 20% esistente alla data della consegna;
    nota di variazione in diminuzione. Per eventuali note di credito emesse ai sensi dell'articolo 26, comma 2, si segue l'aliquota vigente alla data dell'operazione cui si riferisce la variazione.

    In considerazione della nuova aliquota, viene poi modificato il secondo comma dell'articolo 27 del Dpr 633/1972, adeguando le modalità di scorporo dell'imposta da parte dei soggetti che annotano i corrispettivi lordi. La modifica, però, ha lasciato il metodo matematico, abolendo quello semplificato dei coefficienti di scorporo.
    Per quanto riguarda le cessioni di beni o le prestazioni di servizi effettuate nei confronti dello Stato e degli enti e istituti indicati nel quinto comma dell'articolo 6 del decreto Iva (Regione, Provincia, Comuni, Asl, istituti universitari, eccetera), per espressa disposizione contenuta nel comma 2-quater aggiunto all'articolo 2 del decreto legge, se la fattura è stata emessa e contemporaneamente registrata dal fornitore fino al giorno precedente alla data di entrata in vigore della maggiorazione, si mantiene l'aliquota del 20% anche se in tale giorno il corrispettivo non è stato ancora pagato. Il fornitore, quindi, non soltanto dovrà dimostrare di avere emesso - ossia consegnato o spedito - la fattura in data anteriore all'entrata in vigore dell'aliquota maggiorata, ma dovrà anche provare di aver annotato il documento nel registro delle fatture emesse o in quello dei corrispettivi.
    Abrogata poi la norma che consente l'esonero dall'obbligo della certificazione fiscale per le prestazioni di servizi rese sul litorale demaniale dai titolari dei provvedimenti amministrativi. Pertanto, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione, negli stabilimenti balneari dovrà essere rilasciato lo scontrino o la ricevuta fiscale per tutte le prestazioni e non solo, come previsto sinora, per le somministrazioni di alimenti e bevande e per le attività non connesse a quella autorizzata.

    Luca De Stefani/Renato Portale - 15 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  16/09/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi – n. 12/2011

    La newsletter è integralmente dedicata alla recente introduzione della nuova aliquota ordinaria IVA del 21%. In particolare:
    LA NUOVA ALIQUOTA IVA
    - Premessa
    - Decorrenza
    - Riepilogo
    - Regime dell’IVA per cassa
    - Art. 6 – effettuazione delle operazioni

    Per consultarla/scaricarla occorre andare nell'area "newsletter", riservata ai clienti.
    Ricordiamo che l'iscrizione è completamente gratuita.
    Iscriversi è semplicissimo:
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    Buona navigazione!

    Signa, 16.09.2011
    Studio Bambagioni

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  • Lavoro e previdenza  »»  15/09/2011

    Sfuggono alla stretta sui tirocini formativi e di orientamento promossa dalla manovra di Ferragosto - durata non superiore ai sei mesi e promozione dello stage a favore di neodiplomati e neo-laureati non oltre i 12 mesi dal conseguimento del titolo - quelli per il reinserimento nel mercato del lavoro dei disoccupati, compresi i lavoratori in mobilità, e degli inoccupati. Fuori anche quelli promossi a favore degli immigrati, nell'ambito del decreto flussi, e gli stage destinati a ulteriori categorie di persone svantaggiate, destinatarie di iniziative promosse dal ministero del Lavoro, Regioni e Province. Gli stage avviati o comunque formalmente approvati prima del 13 agosto - data di entrata in vigore del decreto legge 138 - potranno proseguire sulla base della vecchia normativa e sino alla scadenza prevista. I chiarimenti sono contenuti nella circolare 24 del ministero, firmata ieri. E l'Inail ha subito revocato la nota 5950, emessa nei giorni scorsi sulle novità della manovra bis.
    L'obiettivo del legislatore è arginare o disincentivare l'abuso degli stage, ma l'articolo 11 del Dl 138/2011 ha destato preoccupazioni e perplessità tra aziende e lavoratori. Le prime, al di fuori dei master universitari, si sono trovate di fronte a una improvvisa limitazione dello strumento dello stage e, quindi, di una valida opportunità di formare giovani. I secondi (aspiranti stagisti, neo laureati e laureati) si sono visti compromettere la prospettiva di un'assuzione o, quanto meno, la possibilità di fare esperienza sul campo.
    Con questa circolare ministeriale si registra un'apertura. Ad esempio: un lavoratore iscritto alle liste di mobilità, perché licenziato, potrà svolgere senza limitazioni un tirocinio formativo. Maggiori tutele anche per altre persone svantaggiate, tra cui - oltre i disabili, gli invalidi e altre categorie, già previste dalla manovra - anche gli immigrati nell'ambito dei decreti flussi, i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale.
    Porta chiusa per le scuole di formazione private, non universitarie: gli stage – spiega la circolare – non possono essere promossi da semplici istituzioni formative private, salvo che non siano senza fini di lucro, e comunque esclusivamente autorizzate dalla Regione.
    La circolare dà una definizione di tirocini curriculari. Si tratta di un chiarimento atteso dagli operatori. Sono da considerarsi tali gli stage il cui fine non è quello di favorire l'inserimento lavorativo bensì «di affinare il processo di apprendimento e di formazione con una modalità di cosiddetta "alternanza" tra studio e lavoro».
    Ci sono però delle condizioni: i tirocini dovranno essere promossi da università o istituti di istruzione secondaria abilitati al rilascio di titoli accademici, da istituzioni scolastiche che rilascino titoli di studio con valore legale, da centri professionali operanti in regime di convenzione con Regioni o Province. I destinatari del tirocinio potranno essere solo gli studenti universitari, quelli delle scuole superiori e gli allievi di istituti professionali.

    Andrea Carli - 13 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  14/09/2011

    Commercianti al dettaglio e soggetti assimilati, per i quali non è previsto l'obbligo di emettere fattura quando effettuano vendite di beni o prestazioni di servizi al pubblico, avranno un solo metodo di scorporo dei corrispettivi: quello "matematico".
    Da quando entrerà in vigore la norma contenuta nella lettera b) Del nuovo comma 2-bis della manovra di Ferragosto, sparirà il metodo delle "percentuali di scorporo" (secondo comma dell'articolo 27 del Dpr 633/72) e resterà valido solo il calcolo matematico riferito non soltanto all'aliquota ordinaria, maggiorata al 21%, ma anche a quelle ridotte del 4 e 10 per cento.
    L'emendamento interessa i contribuenti esonerati dall'obbligo di emettere la fattura e, in particolare, i commercianti al dettaglio.
    Con il ritocco dell'aliquota ordinaria, il legislatore ha apportato una modifica all'articolo 27 del decreto Iva che riguarda le liquidazioni periodiche, ma che tocca di riflesso anche altre disposizioni, in particolare quelle relative all'indicazione dell'imposta in fattura con scorporo della stessa quando non c'è l'obbligo della sua emissione, e il diritto di rivalsa dell'imposta (articolo 18 del decreto Iva) da esercitare in presenza di corrispettivo concordato già comprensivo dell'imposta.
    La normativa nazionale, in linea con quella comunitaria, prevede che per ogni operazione imponibile effettuata dai soggetti passivi d'imposta debba essere emessa fattura, per rilevare ogni operazione effettuata.
    Per evidenti motivi di ordine pratico, sono esonerati dall'obbligo di emettere fattura alcune categorie di contribuenti (per esempio commercianti al dettaglio, artigiani, alberghi e ristoranti) che intrattengono rapporti generalmente con i privati, che non hanno possibilità di detrarre l'imposta e, quindi, non avvertono la necessità del documento di addebito dell'Iva.
    Questi contribuenti, quindi, devono certificare i corrispettivi con altri strumenti, quali scontrino e ricevuta fiscale, e devono annotare i corrispettivi percepiti, al lordo dell'imposta, su un registro, previsto dall'articolo 24 del decreto Iva.

    R. Portale - 9 settembre 2011 - tratto da Il sole 24 ore

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  • Fisco e tasse  »»  13/09/2011

    Sta per entrare in vigore la nuova aliquota Iva "ordinaria" del 21%, che colpisce la parte prevalente delle cessioni e delle prestazioni di servizi, in quanto viene applicata come criterio default: se il bene o il servizio non è contemplato da una norma speciale, che concede l'aliquota del 4 o del 10%, si applica l'imposta ordinaria.

    Le aliquote ridotte sono comprese nella tabella A, parte II e III, allegata alla legge Iva. Si tratta di elenchi estremamente bisognosi di restyling: non solo continuano a riferirsi alle voci doganali, soppresse ormai da una ventina di anni, ma sono talvolta modificate da norme esterne.

    Il giorno del cambiamento
    La «Gazzetta Ufficiale» viene stampata nella tarda serata: dalle successive ore 24 bisognerà modificare la fatturazione e l'annotazione dei corrispettivi. Ma ci saranno dei casi in cui anche una fattura con data successiva potrebbe avere ancora la vecchia aliquota.
    Per stabilire la percentuale da applicare, occorre guardare l'"effettuazione" dell'operazione (articolo 6 della legge Iva), che viene modulata secondo criteri
    differenziati, che possiamo distinguere in:

    1. Momenti naturali:

      • cessione di beni immobili: data della stipulazione, di regola coincidente con il rogito;
      • cessioni di beni mobili: data della consegna o della spedizione, normalmente attestata dal documento di trasporto;
      • prestazioni di servizi: data del pagamento.
    2. Momenti anticipatori:

      • incasso del corrispettivo;
      • fatturazione.

    Questa seconda serie di eventi prevale sulla precedente, per il relativo importo, così l'acconto pagato per un acquisto prima del cambiamento mantiene l'aliquota vecchia, e quella nuova si applicherà solo sul residuo prezzo.

    I beni prodotti su misura
    Nella legge Iva i beni prodotti in base a contratti d'opera o di appalto vengono tassati con l'aliquota propria del bene consegnato, ma sono considerati il risultato di una prestazione di servizio, con il relativo criterio.

    Il registro dei corrispettivi
    Chi fa operazioni senza obbligo di emissione della fattura, con annotazione nel registro dei corrispettivi, dovrà istituire una ulteriore colonna, per distinguere quelli che dovranno essere scorporati al 20% dai successivi che comprendono l'Iva al 21 per cento. Nulla cambia nella registrazione per i commercianti al dettaglio che annotano le operazioni in una sola colonna, che viene poi scomposta mensilmente o trimestralmente in proporzione alle aliquote degli acquisti dei beni destinati alla rivendita (cosiddetta "ventilazione" ancora regolata da un decreto del 1973). In questo caso l'effetto pratico del cambiamento di aliquota dipenderà dal livello delle scorte e dall'incidenza degli acquisti con le nuove misure del tributo.

    Le note di variazione
    Le modifiche relative a fatture già emesse, normalmente in meno per effetto di rettifiche di prezzo, sconti e abbuoni, anche di fine anno, non danno luogo a nuove operazioni, così che un documento di variazione emesso ex articolo 26 legge Iva, continuerà a riportare l'aliquota del documento al quale si riferisce, dato che determina la variazione della base imponibile a suo tempo calcolata.

    Rapporti con enti pubblici
    Inutile perdere tempo per cercare di capire il comma 2-quater dell'articolo 2 della manovra(frutto del copia-incolla di una disposizione del Dl 328 del 1997, che aveva cambiato l'ordinaria dal 19 al 20%). Dal 1º gennaio 1998, la norma Iva non rinvia l'effettuazione, ma solo l'esigibilità del tributo, e pertanto le regole da applicare al momento del passaggio di aliquota sono esattamente le stesse, tanto nei confronti dei clienti privati che pubblici.

    Raffaele Rizzardi - 12 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  12/09/2011

    Da domani mutui per la prima casa più facili per le giovani coppie di precari. È quanto prevede l'intesa siglata dal ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, e dall'Abi sul fondo di garanzia per l'accesso ai mutui per l'acquisto dell'abitazione principale.
    Il fondo, gestito dalla Consap, ha una dotazione patrimoniale a regime di 50 milioni di euro.
    Inoltre rilascia a favore delle banche e degli intermediari finanziari garanzie a prima richiesta a copertura di un ammontare non superiore ai 75mila euro. I mutui verranno concessi per immobili non superiori ai 90 metri quadri e a nuclei familiari con reddito complessivo entro i 35mila euro. I mutui interessati dal fondo saranno quelli con un importo non superiore a 200mila euro.

    I beneficiari
    Ne potranno usufruire, nel dettaglio, giovani coppie coniugate o nuclei familiari con unico genitore con figli minori. Sono escluse, invece, le coppie di fatto senza figli, mentre quelle con figli a carico potranno accedere.
    Abi e ministero della Gioventù hanno creato anche un "fondo per lo studio'" che consente ai giovani meritevoli, ma privi di mezzi finanziari sufficienti, di intraprendere un percorso di studi o completare la propria formazione grazie ad un prestito garantito dallo Stato.

    Gelmini: a settembre sui banchi quasi 8 milioni di studenti
    A palazzo Chigi invece il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha snocciolato i principali dati del nuovo anno scolastico. Sono quasi 8 milioni (7.830.650) gli alunni iscritti all'anno scolastico 2011-2012: 1.021.438 studenti andranno alla scuola dell'infanzia, 2.571.949 alla scuola primaria; 1.689.029 saranno i ragazzi della scuola media, 2.548.189 quelli della scuola superiore.

    Calano le iscrizioni al Sud e nei professionali
    Il numero delle iscrizioni è in diminuzione al Nord-Est, nel Sud e nelle Isole, in aumento al Nord-Ovest e nel Centro. Gli studenti iscritti ai licei sono il 49,2% (46,2% l'anno scorso), agli istituti tecnici il 32,1% (31,7%), ai professionali 18,7% (22,1 per cento). Per quanto riguarda i licei, aumentano del 2% rispetto al 2010 gli alunni al liceo scientifico delle scienze applicate, del 1,2% quelli del liceo linguistico, dello 0,5% quelli del liceo delle scienze umane. Negli istituti tecnici del settore tecnologico si registra un incremento delle iscrizioni pari all'1,1%; mentre si registra una significativa flessione negli istituti professionali pari al 3,4 per cento. Il 30,5% degli alunni frequenterà una classe a tempo pieno.

    Sarà un'inizio anno regolare
    «Ci sono le condizioni per un avvio regolare dell'anno scolastico», ha sottolineato il ministro Gelmini. «Abbiamo completato tutte le procedure necessarie per l'immissione in ruolo dei 66mila nuovi insegnanti e dipendenti tecnico-amministrativi e abbiamo fatto in modo di garantire fin dal primo giorno un docente in ogni classe, garantendo agli studenti la continuità didattica».

    Claudio Tucci - 31 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  09/09/2011

    I contribuenti che il prossimo anno non potranno più applicare il regime dei minimi (sono circa 500mila), a seguito dei nuovi requisiti introdotti dal Dl98/2011, entreranno in un regime Iva residuale e potranno detrarre parte dell'imposta che hanno pagato per acquistare i beni strumentali e le giacenze di magazzino alla fine del 2011.

    Regime residuale.
    Non potranno più beneficiare del regime dei minimi dal 1° gennaio 2012, i contribuenti che pur rispettando le condizioni "originarie" per applicarlo, e cioè ricavi/compensi fino a 30.000 euro, nessuna esportazione o spese per dipendenti, beni strumentali fino a 15mila euro, non regime speciale o trasparenza, ecc., non hanno intrapreso «un'attività d'impresa, arte o professione» dal 1 gennaio 2008 ovvero non rispettano i requisiti aggiunti al regime senza Iva dall'articolo 27, comma 1, Dl98/2011 (non esercizio di attività di impresa o professionale nel triennio precedente, non mera prosecuzione di altra attività già svolta come dipendente o autonomo, eccetera).
    Nel nuovo regime, introdotto dall'articolo 27, comma 3, Dl 98/2011, entreranno anche quelle persone fisiche che apriranno la partita Iva nel 2012, ma che, pur rispettando le condizioni "originarie" dei minimi, non sono in regola con quelle introdotte dalla manovra estiva 2011.

    L. De Stefani – 9 settembre 2011 - tratto da Il sole 24 ore -

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  • Fisco e tasse  »»  08/09/2011

    Aumento dell'Iva ordinaria dal 20% al 21%.

    Ripristino del contributo di solidarietà ma solo sopra i redditi superiori ai 300mila euro e con un'aliquota del 3%.

    Anticipo dal 2016 al 2014 del meccanismo per alzare gradualmente l'età pensionabile delle lavoratrici private da 60 a 65 anni. E attenuazione del dispositivo sul carcere per gli evasori fiscali: per far scattare le manette al già previsto superamento della soglia di 3milioni di euro dovrà corrispondere anche il 30% del volume d'affari.
    È questo il nuovo mini-pacchetto di correttivi alla manovra su cui alla fine la maggioranza è riuscita, non senza nuove tensioni, a trovare un'intesa e adare una risposta anzitutto all'appello di lunedì del capo dello Stato ad adottare subito misure più robuste ma anche alle sollecitazioni del Governatore di Bankitalia e presidente in pectore della Bce, Mario Draghi.
    Le modifiche sono confluite in un maxi-emendamento presentato in tarda serata al Senato su cui il governo ha posto la fiducia (la 49esima dall'inizio della legislatura), che è stata autorizzata da un improvviso Consiglio dei ministri pomeridiano. Che, al termine di giornata caratterizzata da un nuovo giro di contatti telefonici tra Palazzo Chigi, Quirinale e Banca d'Italia, ha riservato un'ultima sorpresa: l'abbassamento a quota 300mila euro del tetto sopra il quale far scattare la super-Irpef, che solo qualche ora prima era stato fissato a 500mila euro dalla nota ufficiale diramata dalla Presidenza del Consiglio dopo il vertice in cui Silvio Berlusconi, il ministro Giulio Tremonti e lo stato maggiore di Pdl e Lega, avevano concordate le ultime modifiche.
    E sempre nel corso del Consiglio dei ministri Berlusconi sarebbe tornato a chiedere la cancellazione o l'attenuazione della misura sulle manette agli evasori, in un primo tempo non prevista.
    L'accordo nella maggioranza prevede, inoltre, il varo in un nuovo Consiglio dei ministri già convocato per domani, del Ddl costituzionale sull'inserimento nella Carta del vincolo del pareggio di bilancio, nonché l'integrazione del ddl Calderoli sul riassetto istituzionale e il dimezzamento dei parlamentari con l'abolizione delle province.
    Positivo il giudizio della Commissione europea, che approva le misure adottate dal Governo e in particolare la mini-stretta sulle pensioni delle lavoratrici private dal 2014 e l'abolizione delle province.

    M. Mobili/M. Rogari – 7 settembre 2011 - tratto da Il sole 24 ore -

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  • Fisco e tasse  »»  07/09/2011

    La presunzione sulla distribuzione degli utili occulti proporzionalmente tra i soci nelle società di capitali a ristretta base partecipativa è valida fino a quando non sono forniti altri elementi di segno contrario. A chiarirlo è la sentenza n. 40/6/11 della Ctr Puglia. I giudici hanno giudicato infondata la rettifica del maggior reddito di partecipazione nei confronti del socio di minoranza di una Srl, che aveva dimostrato - sia pure attraverso elementi indiziari - la sua estraneità alla gestione sociale.
    La vicenda trae origine dall'accertamento nei confronti di una Srl a ristretta base societaria di un maggior reddito d'impresa per il 2001, in virtù del quale veniva poi calcolato un maggior reddito di partecipazione in capo ai soci, proporzionalmente alla quota da ciascuno detenuta. Uno di essi (titolare di una quota di partecipazione pari al 20% del capitale sociale) proponeva ricorso contro l'accertamento, contestando l'inconsistenza della presunzione secondo cui gli utili occulti accertati in capo alla società erano stati distribuiti tra tutti i suoi soci. A tal fine, ha precisato di essere estraneo tanto all'attività quanto alla gestione della Srl: con la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, l'amministratore unico della società aveva, infatti, affermato di essere il solo soggetto coinvolto nel procedimento penale scaturito dalla richiamata rettifica
    del reddito d'impresa. Inoltre, il ricorrente ha dimostrato che nel 2001 era residente in Germania, dove svolgeva l'attività di aiuto operaio.
    La Ctp ha accolto il ricorso. A questo punto l'ufficio ha presentato appello in Ctr, sostenendo che i giudici di primo grado non avessero correttamente applicato il principio secondo cui nelle società di capitale a ristretta base sociale opera la presunzione di distribuzione tra tutti i soci degli utili extra bilancio accertati dal fisco, salvo che non sia provato il loro reinvestimento o l'accantonamento.
    La Ctr, però, ha ritenuto che il contribuente avesse fornito adeguati elementi dimostrativi (sia pure indiziari) per accertare la mancanza di qualunque suo coinvolgimento nella gestione societaria e, di conseguenza, il venir meno della presunzione invocata dall'appellante.
    In particolare, questo era dimostrato «indirettamente, dal fatto che il giudizio penale per truffa relativo all'illecita richiesta di rimborso Iva posta in essere dalla società non lo ha minimamente riguardato, individuando esclusivamente nell'amministratore unico della società stessa il dominus dell'intera gestione societaria».
    Decisivo poi che il contribuente risiedesse in Germania nel 2001, per svolgere l'attività di aiuto operaio. Gli elementi forniti (sebbene di natura indiziaria) sono risultati sufficienti a dimostrare che la sua partecipazione all'attività sociale «non può che essere stata, se non completamente nulla, del tutto marginale e priva di qualunque ritorno economico in termini di utili societari».

    Domenico Carnimeo - 05 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  06/09/2011

    Dietrofront sul Sistri. La commissione Bilancio del Senato salva il Sistema di tracciabilità dei rifiuti industriali, che era stato abrogato nella versione originaria della manovra di Ferragosto. Un lavoro di mediazione tra maggioranza e opposizioni ha messo a punto un emendamento approvato nel pomeriggio che introduce tre novità.

    Il Sistri entrerà in vigore a partire dal 9 febbraio 2012: le circa 360mila imprese interessate avranno così cinque mesi di tempo per cercare di affrontare le complicazioni procedurali e nelle difficoltà tecnologiche
    che hanno denunciato con forza nei mesi scorsi. Allo stesso tempo - e qui sta il secondo fronte di novità - il ministero dell'Ambiente sarà chiamato a confrontarsi con rappresentanze di imprese e gestori proprio
    per mettere nero su bianco le criticità finora emerse e individuare eventuali rimedi.

    Terza novità è la possibilità di definire una serie di esoneri. Sarà un decreto del ministero dell'Ambiente con quello della Semplificazione a definire un regime di esenzioni parziali o totali dal Sistri solo per i rifiuti
    non pericolosi. L'emendamento fissa anche una deadline per il provvedimento: dovrà essere emanato entro 60 giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione della manovra di Ferragosto. Una disposizione che - come spiegano da ambienti parlamentari - cerca di alleggerire gli adempimenti per quelle imprese, soprattutto di medie o piccole dimensioni, che producono rifiuti assimilabili a quelli urbani. Un intervento che va incontro agli scetticismi manifestati soprattutto dalla Lega sul sistema di tracciabilità.

    Le reazioni politiche
    Non nasconde la soddisfazione il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che aveva definito «un atto di miopia politica» la cancellazione del Sistri all'indomani della manovra. «L'approvazione all'unanimità da parte della commissione Bilancio del Senato dell'emendamento che ripristina il sistema di tracciabilità dei rifiuti speciali e pericolosi - afferma ora in una nota il ministro - è un segnale importante
    per la difesa dell'ambiente e la tutela della legalità nel nostro paese». La Prestigiacomo ha poi ringraziato Berlusconi che «si è impegnato in prima persona per agevolare una soluzione positiva e rivolgo un plauso a tutti o componenti della Commissione e tutte le forze politiche per la sensibilità, l'attenzione ed il senso di responsabilità dimostrato in questo delicato passaggio».

    In questo nuovo quadro, secondo il ministro, «con l'opportuno rodaggio previsto e con gli interventi che si renderanno necessari per andare incontro agli operatori, il Sistri partirà al meglio e si rivelerà un utilissimo strumento per le aziende e per la protezione del territorio».

    I senatori Salvo Fleres e Mario Ferrara (Forza del Sud), sottolineano la "paternità" della presentazione dell'emendamento e sono convinti che «il mantenimento del Sistri non solo assicurerà trasparenza nei movimenti dei rifiuti e nella loro destinazione, tenendo alto il livello di contrasto alla mafia e all'evasione fiscale, ma garantirà una più corretta gestione e tutela del territorio».

    Dall'opposizione, i senatori Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante parlano di «ottima notizia: ora però il Governo deve impegnarsi, da oggi fino all'entrata in vigore delle nuove procedure, per correggere i
    tanti difetti, le tante tare che hanno impedito finora l'efficace avvio del sistema complicando inutilmente la vita a imprese e operatori».

    I problemi da risolvere
    Non va dimenticato che le imprese sottoposte all'obbligo di tracciabilità hanno sostenuto già tutta una serie di costi: dal tempo dedicato alla formazione degli addetti, al ritiro dei dispositivi e al montaggio delle
    black box. E hanno già dovuto fare i conti con le difficoltà presentate dai dispositivi Usb, sia sotto il profilo del numero che dei malfunzionamenti, e dall'interoperabilità dei sistemi.

    Giovanni Parente - 04 settembre 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  06/09/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi – n. 11/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    LA MANOVRA ECONOMICA - DECRETO-LEGGE NR. 98 DEL 6 LUGLIO 2011
    tra cui:
    Regime fiscale di vantaggio per l'imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità
    Variazione aliquote IRAP
    Tassazione delle comunicazioni sui depositi titoli
    Riduzione ritenuta sui bonifici per ristrutturazioni
    Riporto delle perdite
    Revoca della partita IVA per inattività
    Sanatoria mancata chiusura della Partita IVA
    Studi di settore
    Sanzioni ridotte sui ritardi di pochi giorni
    Comunicazioni delle operazioni rilevanti ai fini IVA effettuate mediante carte di credito

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    Signa, 06.09.2011
    Studio Bambagioni

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  • Normative complementari  »»  05/09/2011

    La tempesta perfetta che si è abbattuta ad agosto sui mercati finanziari ha scombussolato l'andamento di azioni e obbligazioni ma anche le idee di chi prima dell'estate si è mosso per chiedere un mutuo da chiudere poi, terminate perizia e istruttoria, tra fine estate e inizio autunno. Questo perché le indicazioni sul fronte dei tassi di maggio e giugno sono state profondamente rimescolate dalle turbolenze di luglio-agosto.

    La tentazione del fisso
    A tal punto che chi in primavera/inizio estate era orientato sul variabile adesso magari è adesso tentato dal fisso. E come dargli torto? Gli Eurirs - i parametri con cui si aggancia alla stipula del mutuo il calcolo delle rate dei mutui a tasso fisso che, unito allo spread applicato dalla banca determina il Tasso annuo nominale - sono scesi violentemente. L'Irs a 20 anni - utilizzato appunto per i mutui con durata 20 anni - l'11 aprile 2011 viaggiava al 4,16 per cento.
    Questa mattina è stato fissato al 3,3 per cento. Dal punto di vista finanziario gli 86 punti base persi da questo indicatore sono un abisso, un risparmio di 7-8 mila euro su un mutuo medio di 150mila euro.

    L'andamento degli Eurirs evoca quello che è successo l'anno scorso quando, complice l'avvillupparsi della crisi dell'economia in Grecia, gli investitori corsero ad acquistare Bund tedeschi facendone scendere il rendimento portando al minimo storico anche gli Eurirs (con l'indice a 20 anni piombato al 2,7%) che seguono da vicino l'andamento dei titoli sovrani tedeschi. Proprio l'anno scorso, di questi tempi, era possibile stipulare mutui a tasso fisso con un Taeg (Tasso annuo effettivo globale che contempla interessi e altri oneri legati al mutuo) intorno al 4 per cento. Un'offerta finanziarimente molto interessante dato che permetteva ai mutuatari di bloccare per tutta la durata del prestito un tasso corrispondente al costo medio pagato da chi negli ultimi 10 anni ha scelto il variabile (statisticamente più conveniente del fisso, ottenuto sommando a un Euribor medio del 3% uno spread dell'1%) ma allo stesso tempo non soggetto a eventuali schizofrenie delle rate, a cui solo il mutuo variabile è soggetto.
    Ma oggi, con gli Eurirs nuovamente in forte discesa, è possibile stipulare ottimi mutui a tasso fisso? I più competitivi partono da un Taeg del 4,7 per cento. Nell'ottica di lungo periodo non si tratta di un tasso elevato ma resta distante di ben 70 punti base dalla soglia di "estrema convenienza" per il fisso che potremmo allineare intorno al 4% sulla base del ragionamento sin qui seguito.

    Ma il variabile dovrebbe scendere ancora
    A ciò va aggiunto che la tempesta d'agosto ha rimescolato le carte anche sul fronte dei tassi variabili. Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro e tornare a maggio 2011 quando gli Euribor - gli indici con cui, in aggiunta dello spread concordato in sede di stipula, sono calcolate via via le rate dei mutui a tasso variabile - viaggiavano in lenta ma costante risalita. E, soprattutto, erano proiettati in rialzo anche per il prossimo triennio. Lo scorso maggio i future sull'Euribor a 3 mesi (contratti scambiati sul mercato Liffe di Londra) proiettavano l' "indice dei mutui variabili" al 2% a dicembre 2011, al 2,775% a dicembre 2012, al 3% (tasso medio negli ultimi 10 anni), a settembre 2013, e al 3,43% a settembre 2014.

    Oggi, invece, dopo lo scotto pagato dai mercati a luglio ed agosto, i timori laterali che gli Usa debbano affrontare il rischio di una doppia recessione uniti a una persistente instabilità dei Pigs, hanno ribaltato queste proiezioni. A giudicare dai prezzi a cui vengono scambiati oggi i future sull'Euribor, questo parametro, fissato da due sedute consecutive all'1,54%, dovrebbe invertire la rotta e tornare a scendere nei prossimi mesi. A dicembre 2011 è visto all'1,3 per cento. A marzo 2012 all'1,19%, a giugno 2012 all'1,16% per ritornare sui livelli attuali intorno a giugno 2013 e superare la soglia del 2% dopo la primavera del 2014. A giugno 2015 dovrebbe portarsi al 2,75%, ancora un po' lontano da quel 3% che è la sua media storica degli ultimi 10 anni.

    Il mercato, in sostanza, sta puntando in questo momento su una crescita stentata dell'economia dell'area euro nei prossimi mesi. Scenario che costringerebbe la Banca centrale europea a raffreddare l'idea di operare altri rialzi dei tassi di interesse dopo aver alzato nel corso del 2011 il tasso di riferimento dall'1 all'1,5% in due tranche.

    Se l'ipotesi letta dietro i contratti future sul mercato londinese Liffe sarà dalla realtà, vorrà dire che i tassi variabili (a parità di spread) risulteranno ancor più bassi rispetto alle soglie attuali (il miglior variabile a 20 anni si stipula intorno a un Taeg del 2,7%).

    Vito Lops - 30 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  05/09/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Lavoro e Previdenza - n. 05/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    INAIL - INCENTIVI ECONOMICI PER GLI INVESTIMENTI IN SICUREZZA NELLE
    AZIENDE
    PERMESSI PER ASSISTENZA AI DISABILI
    L’INTERVENTO DELLA CIG IN PRESENZA DI FERIE NON GODUTE
    LAVORI USURANTI – OBBLIGHI COMUNICATIVI A CARICO DEI DATORI DI LAVORO
    LE REGOLE DEL RIPOSO SETTIMANALE
    CONTRATTO DI SOLIDARIETÀ ED ESTERNALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE
    R.O.L. ED EX FESTIVITÀ NON GODUTI E OBBLIGAZIONE CONTRIBUTIVA
    DECRETO SVILUPPO – ASPETTI LAVORISTICI
    LA MANOVRA FINANZIARIA DI LUGLIO
    CERTIFICAZIONE MEDICA DI MALATTIA
    LE SANZIONI PER LE VIOLAZIONI IN MATERIA DI LIBRO UNICO
    LA GIURISPRUDENZA
    SCADENZARIO LAVORO: SETTEMBRE 2011, OTTOBRE 2011 E PRIMI GIORNI DI NOVEMBRE 2011

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    Signa, 05.09.2011
    Studio Bambagioni

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  • Lavoro e previdenza  »»  02/09/2011

    La gestione online dei certificati di malattia comporterà sicuramente alcuni passaggi a carico delle imprese: se infatti i lavoratori saranno esonerati dalla presentazione delle attestazioni cartacee alle aziende, queste ultime dovranno rapportarsi al canale telematico per prendere visione delle stesse.

    Il sistema si basa sullo scambio delle informazioni contenute nel certificato medico, secondo una procedura definita: i medici certificatori acquisiscono e inviano online i certificati al Sistema di accoglienza centrale del ministero dell'Economia (Sac); dopo l'invio, il Sac restituisce al medico il numero identificativo del certificato (protocollo); il medico stampa la copia cartacea del certificato e dell'attestato di malattia e li consegna al lavoratore; l'Inps riceve i dati del certificato dal Sac e individua per l'intestatario del certificato il datore di lavoro al quale mettere a disposizione l'attestato.

    Lo stesso lavoratore può poi accedere al sito web dell'Inps per consultare e stampare i propri certificati: attraverso l'inserimento del codice fiscale e del numero di certificato oppure entrando nell'apposita area dedicata, se in possesso di Pin (previo accredito).

    Anche il datore di lavoro ha a disposizione diverse alternative per recuperare le attestazioni di malattia, a seconda delle specifiche esigenze.

    La prima strada, forse la più semplice, è quella di adottare come regola - secondo quanto è stato definito dall'avviso del 20 luglio per il settore industriale - la comunicazione, da parte del lavoratore, del numero di protocollo del certificato, magari definendo a priori le modalità (email, sms, eccetera). Con questo dato basta collegarsi al sito www.inps.it e consultare la singola attestazione.

    È un metodo che si presenta come il più "sicuro": si riesce infatti a ovviare alle criticità nel caso in cui il certificato di malattia trasmesso dal medico non dovesse essere abbinato all'azienda, consentendo comunque a quest'ultima di poter consultare la relativa attestazione.

    Viceversa, i datori di lavoro possono richiedere al l'Inps il Pin per consultare gli attestati nell'area web dedicata: qui la ricerca può avvenire adottando criteri diversi, quali l'inserimento del codice fiscale o dei dati anagrafici del lavoratore o del periodo temporale individuato.

    Infine, l'ultima opzione, alternativa a quella precedente e secondo quanto dettato dalla circolare Inps n. 119/2010, è quella di rivolgere apposita richiesta alle caselle Pec delle strutture territoriali competenti dell'istituto per farsi recapitare, sulla propria Pec, le attestazioni di malattia. Si tratta del metodo più agevole per recepire le attestazioni, per il quale l'azienda non deve adottare alcun adempimento.

    Questa possibilità è peraltro percorribile anche nel caso in cui l'azienda fosse in possesso di più matricole Inps, poiché si possono abbinare allo stesso indirizzo Pec per la ricezione dei dati.
    Si ricorda infine che l'Inps, con messaggio n. 9197 del 20 aprile 2011, ha precisato che, anche successivamente alla scadenza del 13 settembre, rimangono le seguenti ipotesi residuali in cui il lavoratore dovrà continuare a esibire la copia cartacea del certificato di malattia all'Inps e al datore di lavoro: ricovero ospedaliero, degenze in strutture di pronto soccorso, emissione dei certificati da parte di strutture di medici privati non ancora abilitati all'invio telematico.
    In questi casi, le sedi Inps dovranno accettare le certificazioni di malattia pervenute in formato cartaceo.

    29 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  01/09/2011

    Errori nel libro unico del lavoro (quasi) sempre sanabili. Pressochè tutte le violazioni relative alla tenuta del Lul possono essere oggetto di diffida obbligatoria, il cui adempimento comporta l'applicazione delle sanzioni in misura minima.

    Se il datore di lavoro utilizza la copia del libro unico come prospetto di paga da consegnare al lavoratore, non vi può essere duplicazione della sanzione in caso di errata o incompleta indicazione dei dati nel libro: si applica il solo regime sanzionatorio previsto per quest'ultimo.

    Con la circolare 23 di ieri il ministero del Lavoro chiarisce l'applicazione delle sanzioni in caso di pluralità di violazioni nella tenuta del Lul e affronta la connessione fra quest'ultimo e l'obbligo di consegna al lavoratore del cedolino di paga.

    Superando il precedente distinguo fra registrazioni omesse e registrazioni errate, il ministero ritiene che l'entrata in vigore dell'articolo 33 della legge 183/2010 (il «Collegato lavoro») consenta di considerare oggetto di diffida ad adempiere tutte le inosservanze materialmente sanabili. Tutti gli illeciti previsti dal legislatore in materia di Lul possono essere ammessi alla diffida obbligatoria che, se ottemperata entro 30 giorni, consente il pagamento - entro i successivi 15 giorni - della sanzione minima edittale. Rimarrebbe esclusa solo la mancata conservazione.

    Nel confermare la non punibilità del mancato aggiornamento del Lul per cause non imputabili a dolo o colpa datoriale è chiarito che, qualora l'omessa o infedele registrazione si protragga per più mensilità, si applicheranno tante sanzioni quante sono le mensilità interessate, tenendo conto del numero dei lavoratori coinvolti. Il comma 7 dell'articolo 39 del Dl 78/08 prevede che, salvo i casi di errore materiale, l'omessa o infedele registrazione dei dati nel Lul è punita con la sanzione pecuniaria amministrativa da 150 a 1500 euro e se la violazione si riferisce a più di dieci lavoratori la sanzione va da 500 a 3000 euro.

    La mancata compilazione entro il 16 del mese successivo a quello di riferimento è punita con la sanzione da 100 a 600 euro; se la violazione si riferisce a più di dieci lavoratori la penalità va da 150 a 1500 euro. Pertanto, se risulta che il Lul non è stato compilato nei termini previsti per più mensilità si applicheranno tante sanzioni quanti sono i mesi di mancata compilazione. Se il datore di lavoro impiega, per esempio, un numero di dipendenti non superiore a dieci, si applicherà la sanzione da 100 a 600 euro per ogni mese. Qualora l'inadempienza abbia ricadute in materia di previdenza e assistenza obbligatoria, in sede di emanazione dell'ordinanza-ingiunzione potrà applicarsi l'articolo 8 della legge 689/81 che consente l'applicazione della sanzione prevista per la violazione più grave, aumentata fino al triplo.

    Quanto alla connessione fra l'obbligo di tenuta del Lul e quello di consegna al lavoratore del cedolino di paga, è prassi corrente di adempiere a quest'ultimo con la consegna, al lavoratore, di copia delle scritturazioni effettuate nel libro unico del lavoro. I due obblighi, tuttavia, possono essere tenuti distinti: in tal caso la violazione dell'articolo 1 della legge 4/53, che impone di consegnare al dipendente - all'atto della corresponsione della retribuzione - un prospetto con i dati retributivi, diventa autonomamente sanzionabile. Anche la reiterata mancata consegna del "cedolino" può essere attribuita a unica condotta antigiuridica che consente, in sede di emanazione dell'ordinanza-ingiunzione, di applicare la sanzione prevista per la violazione più grave, aumentata fino al triplo per chi con una azione od omissione viola
    diverse disposizioni o commette più violazioni alla stessa disposizione.

    Maria Rosa Gheido - 31 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  31/08/2011

    A partire dal 13 luglio scorso le ipoteche dell'agente della riscossione non possono essere iscritte se non sono precedute dalla notifica di un'intimazione a pagare le somme dovute entro trenta giorni. La novità è stata introdotta dalla legge 106/2011 (decreto sviluppo). Un'altra innovazione riguarda la riscossione coattiva dei crediti non superiori a 2mila euro, che deve essere preceduta dall'invio per posta ordinaria di due preavvisi di pagamento, di cui il secondo non prima di sei mesi dalla spedizione del primo.
    Le stesse regole, peraltro, trovano applicazione per la riscossione dei tributi locali mediante ingiunzione fiscale. Questo perché, in forza dell'articolo 36 del Dl 248/2007, che deve ritenersi in vigore fino alla fine dell'anno, la riscossione coattiva tramite ingiunzione si effettua secondo le disposizioni del titolo II del Dpr 602/73.
    Sebbene la norma non disponga nulla in ordine alle conseguenze dell'omissione del l'intimazione di pagamento, deve ritenersi che l'ipoteca in tale eventualità possa essere annullata, se tempestivamente contestata dal contribuente. Un altro dubbio riguarda l'ipotesi in cui l'agente della riscossione decida di procedere direttamente all'espropriazione immobiliare, senza passare attraverso l'ipoteca. Ma, considerate le finalità dell'intimazione di pagamento, la notifica preventiva di tale atto risulta ancor più necessaria quando si intende attivare immediatamente il pignoramento dell'immobile.
    Sempre a partire dal 13 luglio, inoltre, il limite per disporre l'ipoteca è salito a 20mila euro nell'ipotesi in cui il credito a ruolo sia in contestazione e l'immobile costituisca l'abitazione principale del contribuente. In tutti gli altri casi, resta il limite di 8mila euro.
    Le novità che riguardano i crediti di piccolo importo (non superiori a 2mila euro) impattano con maggiore frequenza nel comparto dei tributi locali. Si prevede in particolare che, a partire dalle riscossioni coattive attivate dal 13 luglio, prima di effettuare sia le azioni cautelari che quelle esecutive occorre spedire per posta ordinaria due solleciti di pagamento.
    La decorrenza della nuova previsione non è chiara. Dovrebbe trattarsi delle partite a ruolo per le quali, al 13 luglio 2011, non è stata ancora intrapresa alcuna operazione inerente al recupero, quali ad esempio l'iscrizione del fermo amministrativo dei veicoli o l'inizio di un pignoramento presso terzi. E a prescindere dalla data della notifica del titolo esecutivo (ingiunzione fiscale o cartella di pagamento).
    In tali ipotesi, dunque, qualunque azione del soggetto incaricato della riscossione dovrà essere preceduta dall'invio dei due solleciti. È possibile che con il nuovo differimento obbligatorio si giunga oltre l'anno dalla notifica del titolo esecutivo. In questa eventualità, prima di attivare le operazioni di esproprio, sarà necessario notificare un atto di messa in mora, con l'intimazione a pagare entro cinque giorni. Trattandosi di invio per posta ordinaria, sarà opportuno che, in caso di contestazione del contribuente, il riscossore sia in grado di provare la spedizione, per esempio con l'esibizione di un registro di protocollo della posta in uscita.

    Il percorso

    01 | LA PRIMA FASE
    Le nuove regole per il recupero dei crediti non superiori a 2.000 euro prevedono tre passaggi.
    La prima fase consiste nella notifica della cartella di pagamento o dell'ingiunzione fiscale

    02 | LA SECONDA FASE
    Il secondo passaggio si svolge agli uffici postali, con l'invio per posta ordinaria di due solleciti di pagamento, dei quali il secondo non prima che siano trascorsi sei mesi dall'invio del primo

    03 | LA TERZA FASE
    Da ultimo, il terzo step prevede l'attivazione delle misure cautelari (cioè il fermo amministrativo) o esecutive (cioè il pignoramento mobiliare o il pignoramento presso terzi).

    Luigi Lo vecchio - 30 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  30/08/2011

    Via libera al sistema che segnerà l'abbandono dei certificati medici su carta. La data "spartiacque" è fissata al 13 settembre: dopo questa data tutti i datori di lavoro non potranno più chiedere la copia cartacea delle attestazioni di malattia ai dipendenti, potendo procedere alla consultazione delle relative attestazioni solo con l'utilizzo di sistemi informatici.
    L'ultimo intervento in materia è la circolare congiunta n. 4 del Dipartimento della Pa e del ministero del Lavoro, del 18 marzo scorso: questa dettava anche un periodo transitorio di tre mesi per consentire l'avvio a regime del sistema online, a partire dalla data di pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale», avvenuta il 13 giugno scorso.

    Se i passaggi che regolano le procedure telematiche sono stati ormai definiti nei dettagli, manca ancora un impianto di regole certe che supportino i datori di lavoro nella gestione del rapporto di lavoro, soprattutto con riferimento agli obblighi in capo ai lavoratori che realizzeranno le assenze. Con l'obiettivo di facilitare il flusso di informazioni tra impresa e lavoratori in occasione di eventi di malattia, lo scorso 20 luglio Confindustria insieme a Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto un accordo interconfederale ad hoc, per delineare un comportamento comune, in attesa che i contratti collettivi nazionali possano essere aggiornati alle nuove disposizioni e coordinati con le nuove modalità di rilascio e trasmissione telematica dei certificati di malattia (un altro accordo è stato sottoscritto il 26 luglio da Confapi con Cgil, Cisl e Uil).

    Nulla è innovato – come chiarisce l'accordo del 20 luglio – sul trattamento economico e normativo applicabile in caso di malattia al lavoratore. In proposito le parti hanno ribadito che continuano a
    sussistere gli obblighi di tempestiva comunicazione dell'assenza, poiché il sistema telematico di consultazione dei certificati che l'azienda dovrà utilizzare non esonera il lavoratore da avvisare la stessa.
    Si tratta di un principio comune a tutti i Ccnl che, se non viene osservato dal lavoratore, può portare all'applicazione di sanzioni disciplinari.
    Inoltre deve sempre essere comunicata ogni variazione dell'indirizzo di reperibilità durante l'assenza, utile in caso di effettuazione di visite di controllo.

    L'avviso del 20 luglio – che sebbene limitato al comparto industriale, fornisce comunque utili indicazioni per gli altri settori – introduce a carico del lavoratore un nuovo adempimento che va a sostituire quello previgente di consegna del certificato medico al datore di lavoro: l'obbligo di comunicare all'azienda il numero di protocollo identificativo del certificato inviato dal medico in via telematica. È un passaggio che consente al datore di lavoro di avere certezza del l'evento oltre a poter accedere alla sezione dedicata del sito web dell'Inps per visualizzare l'attestazione di malattia.
    Questa regola potrebbe essere introdotta anche a livello aziendale: peraltro, qualora l'azienda non intenda sottoscrivere un accordo ovvero – per le proprie dimensioni – non abbia una rappresentanza sindacale costituita tra i lavoratori, potrà comunque avvalersi della disposizione contenuta nella circolare ministeriale n. 4/2011 che fissa l'obbligo in capo al lavoratore di comunicare il numero di protocollo, qualora tale adempimento sia stato richiesto dal datore di lavoro.

    Se il datore di lavoro opta per questa possibilità è comunque opportuno che effettui una comunicazione scritta ai lavoratori per informarli circa i nuovi obblighi, magari aggiornando i regolamenti aziendali. Si ricorda infine che (come specificato dalla circolare n. 4) nel caso in cui il medico non proceda all'invio online del certificato di malattia – ad esempio per malfunzionamenti dei sistemi di trasmissione telematica – il lavoratore rimane tenuto alla presentazione dell'attestazione cartacea (rilasciata dal medico) al proprio datore di lavoro e, ove previsto, alla consegna all'Inps del certificato, secondo le modalità tradizionali previgenti.

    Alessandro Rota Porta - 29 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  29/08/2011

    Arriva il modello che gli addetti a lavorazioni usuranti iscritti all'Inps devono compilare se vogliono dare il via alla procedura per vedersi riconosciuto il diritto al trattamento pensionistico anticipato (decreto legislativo 67/2011).

    Per quelli che hanno già maturato o matureranno i requisiti agevolati entro il 31 dicembre il termine ultimo entro il quale vanno presentate domanda e documentazione minima è il 30
    settembre.

    Il modello - che segue la pubblicazione da parte del ministero del Lavoro della circolare 22/2011 - può essere scaricato dal sito dell'Inps (www.inps.it), nella sezione «moduli».
    Nel messaggio 16762 di ieri l'Istituto previdenziale (dopo l'emanazione del decreto interministeriale con le modalità attuative del provvedimento l'ente pubblicherà una circolare, con altre indicazioni operative) ricorda che le domande che sono state presentate prima della pubblicazione di questo chiarimento, e quindi prima che l'ente mettesse a disposizione il modello, «sono da ritenere utilmente presentate»: l'interessato sarà contattato dall'Istituto.
    Perché la richiesta possa andare avanti, o il lavoratore o il patronato che lo rappresenta dovranno consegnare alla struttura territoriale Inps competente, sempre entro la fine del mese prossimo, la documentazione minima.

    Più in generale, la richiesta di accesso al beneficio va considerata validamente presentata (e quindi può scattare l'istruttoria) in presenza della sola manifestazione di volontà dell'interessato, volontà che si registra con il modulo appena predisposto. Entro il 30 settembre, poi, bisogna presentare la documentazione minima e specificare i periodi per i quali sono state svolte le attività che danno accesso al beneficio (anche in questo caso si ricorre al modello).
    Il lavoratore deve chiedere al datore di lavoro di fornirgli i documenti che attestano lo svolgimento delle attività usuranti (libro matricola, libro unico del lavoro, comunicazione al centro per l'impiego di assunzione/cessazione/variazione sul rapporto di lavoro, busta paga, ordini di servizio eccetera). Il datore ha 30 giorni per mettere a disposizione quanto richiesto.

    Considerato che la scadenza è alla fine del mese prossimo, il materiale andrà fornito, in copia, non oltre martedì. La documentazione dovrà riportare, salvo i casi «di comprovata possibilità»,
    la dichiarazione di conformità all'originale, rilasciata dal datore o «da chi detiene stabilmente la documentazione in originale» (la dichiarazione andrà accompagnata con una copia del documento di identità del dichiarante). Il materiale, chiarisce l'Inps, dovrà risalire all'epoca in cui sono state svolte le attività faticose e pesanti, e non può essere sostituita da dichiarazioni rilasciate «ora per allora».

    Andrea Carli - 26 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  29/08/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi – n. 10/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    VERSAMENTO DELLE IMPOSTE – I PRINCIPALI CODICI TRIBUTO
    IL DECRETO SVILUPPO
    SCADENZARIO FISCALE: SETTEMBRE 2011, OTTOBRE 2011, PRIMI GIORNI NOVEMBRE 2011

    Per consultarla/scaricarla occorre andare nell'area "newsletter", riservata ai clienti.
    Ricordiamo che l'iscrizione è completamente gratuita.
    Iscriversi è semplicissimo:
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    - (dopo le necessarie verifiche lo studio invierà uno "username" e una "password" per posta elettronica che vi consentiranno di accedere liberamente all'area)

    Buona navigazione!

    Signa, 29.08.2011
    Studio Bambagioni

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  • Fisco e tasse  »»  23/08/2011

    I chiarimenti arrivati dalla Cassazione sull'Irap nel corso dell'ultimo mese non riguardano solo i professionisti. La Suprema corte ha ribadito l'esonero dal tributo per le micro-imprese sprovviste dell'autonoma organizzazione. Così anche il commerciante ambulante di casalinghi, in assenza di tale requisito, è escluso dall'obbligo di versamento (ordinanza n. 16340/2011). L'apertura del fronte dei «piccoli» era arrivata con le sentenze 21122, 21123 e 21124 del 13 ottobre 2010, relative ai coltivatori diretti, ai titolari di licenza di taxi e agli esercenti l'attività di raccolta e trasporto di rifiuti speciali . In queste ultime pronunce i giudici di legittimità hanno affermato che tali contribuenti si collocano, sul piano civilistico, nella categoria dei «piccoli imprenditori». Ai sensi dell'articolo 2083 del Codice civile, rientrano in tale definizione «i
    coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un'attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio o dei componenti della famiglia». Gli stessi sono stati, pertanto, assimilati ai lavoratori autonomi, ai fini dell'esclusione dall'Irap.
    L'ordinanza in esame ha, tra l'altro, dissipato i dubbi provocati dalla precedente pronuncia 10853 del 17 maggio scorso, che aveva affermato come «per le imprese il requisito dell'autonoma organizzazione è intrinseco alla natura stessa dell'attività svolta», citando, peraltro, alcune sentenze del 2007, anteriori a quelle del 2009. In quella occasione dalla Corte era stato successivamente precisato che «la causa nella quale tale ordinanza è stata pronunciata … aveva a oggetto la richiesta di rimborso Irap da parte di un contribuente lavoratore autonomo (ingegnere) e non da parte di una impresa».
    Per le ordinanze n. 10851/ 2011 e n. 15586/2011, poiché «la giurisprudenza ha ordinariamente assimilato la figura del procacciatore assicurativo a quella dell'agente di commercio», trova applicazione anche per gli «intermediari delle assicurazioni» l'orientamento interpretativo formulato nelle sentenze delle Sezioni Unite (sentenze numeri 12108, 12109, 12110 e 12111 del 26 maggio 2009): è escluso dall'applicazione del l'Irap l'esercizio delle attività di agente di commercio e di promotore finanziario che non riveste la qualifica di lavoratore dipendente qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata.
    C'è poi il capitolo dei minimi. Secondo la circolare 45/ 2008 delle Entrate, sono esclusi dall'Irap anche qualora non si avvalgano del relativo regime fiscale, pur ricorrendone i presupposti. Tale orientamento, applicabile anche ai soggetti in possesso dei requisiti per avvalersi del nuovo regime dal 1° gennaio 2012 e di quello semplificato "residuale" delineato dall'articolo 27 della manovra (Dl n. 98/11), è stato, però, formulato dall'Agenzia in riferimento agli esercenti arti e professioni e non ancora esplicitamente esteso ai soggetti titolari di reddito d'impresa ai fini Irpef. È ipotizzabile che a tale conclusione si debba, comunque, pervenire, in quanto la circolare citata ha affermato che il principio assume validità «in mancanza di parametri normativi e al fine di individuare concreti criteri per orientare e uniformare l'operato degli uffici» e in coerenza con il riconoscimento (operato dalla circolare n. 28/E del 2010) dell'esclusione anche per i soggetti titolari di reddito d'impresa.

    08 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  19/08/2011

    Ampliati gli intermediari finanziari presso cui l'amministrazione potrà accedere per acquisire direttamente dati e notizie nei confronti dei clienti: i controlli non riguarderanno più i soli uffici postali egli istituti bancari ma tutti gli intermediari che non hanno risposto alle richieste della Guardia di finanza o dell'agenzia delle Entrate, ovvero hanno fornito informazioni di dubbia correttezza.
    Vengono poi semplificate le modalità che disciplinano questi accessi.

    Sono queste alcune delle principali novità contenute nella manovra a proposito di indagini finanziarie e che modificano le norme relative alle potestà dell'amministrazione in questo comparto sia ai fini delle imposte sui redditi (Dpr 600/73) sia ai fini Iva (Dpr 633/72).

    Gli accessi dagli intermediari.
    La previgente normativa già contemplava la possibilità per la Gdf e l'agenzia delle Entrate di eseguire accessi diretti presso gli intermediari finanziari.

    La norma, tuttavia, non era stata adeguata né all'evoluzione dei soggetti che operano sui mercati finanziari, tantomeno alle novità organizzative che hanno caratterizzato in questi anni l'amministrazione.
    La manovra provvede così ad attualizzare il tutto anche al fine di prevenire facili contestazioni da parte dei soggetti interessati che, in vigore della precedente norma, ritenevano di essere esclusi da tali controlli.
    Gli accessi innanzitutto non riguarderanno soltanto le aziende e istituti di credito e l'amministrazione postale ma tutti gli operatori finanziari.

    A. Iorio - 5 agosto 2011 – tratto da Il sole 24 ore

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  • Lavoro e previdenza  »»  17/08/2011

    MILANO
    Il contributo di perequazione sulle pensioni d'oro debutterà sulla rata di settembre. Sulla pensione del mese prossimo, in particolare, l'Inps effettuerà il conguaglio relativo ad agosto. L'importo minimo del prelievo previsto dalla manovra (decreto legge 98/2011, convertito dalla legge 111) - spiega l'Inps nella circolare 109/2011 - è di 12 euro all'anno.
    Dal 1° agosto il prelievo è effettuato in via preventiva su ciascun rateo di pensione. In concreto, la prima trattenuta mensile di questo contributo sarà "visibile" nella rata di settembre e da allora in poi ogni mese, fino al dicembre del 2014. In un altro chiarimento (messaggio 16032/2011), l'ente conferma che la manovra prevede che la trattenuta venga applicata in via preventiva e conguagliata a conclusione dell'anno di riferimento.
    Il contributo è pari al 5% della parte eccedente l'importo di 90mila euro (lordi all'anno) e fino a 150mila euro. Il prelievo sulla pensione diventa invece del 10% per la parte eccedente i 150mila euro. Nel caso di più pensioni, con un importo che va oltre la soglia dei 90mila, il contributo va trattenuto in misura proporzionale ai trattamenti erogati. Se sono concessi da più enti, l'Istituto di previdenza dovrà fornire a ciascuno tutte le informazioni per effettuare le trattenute. I dati necessari sono contenuti nel Casellario centrale dei pensionati.
    Sul contributo non è dovuta l'Irpef. Sarebbe come applicare una tassa su un'altra. In pratica, quindi, l'importo lordo deve essere diminuito del 43%, che è l'aliquota massima cui sono soggetti i redditi oltre 90mila euro annui.
    L'Inps definisce "entrate per partite di giro" la trattenuta (deve essere riversata allo Stato).
    È poi confermato che rientrano negli importi soggetti al contributo anche i trattamenti integrativi erogati a ex dipendenti degli enti parastatali (sono interessati anche quelli destinati agli ex dipendenti delle regioni a statuto speciale), le forme integrative per gli ex dipendenti di aziende del gas, del personale addetto alle imposte di consumo ed esattoriali. Rimangono fuori le pensioni assistenziali, gli assegni alle vittime del terrorismo, le rendite Inail.

    Andrea Carli - 09 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  16/08/2011

    Indietro tutta, abbiamo scherzato. Con due tratti di penna, mascherati da numeri e lettere di rimandi normativi dentro il decreto correttivo della manovra, il Sistri saluta e se ne va. Niente più tracciamento digitale dei rifiuti, chiavette Usb e sistema satellitare di rilevamento, niente più software e hardware ministeriali che si bloccano e non dialogano con quelli delle aziende.

    Così, dopo "tre rinvii tre" nell'arco di 18 mesi, e dopo una rivolta delle oltre 300mila aziende divampata a seguito del test del click day dell'11 maggio (che mostrò tutta l'inadeguatezza dell'infrastruttura informatica approntata dal ministero dell'Ambiente) l'acronimo più terrorizzante per il mondo imprenditoriale lascia spazio a tutto quello che doveva soppiantare, dai registri di carico e scarico ai moduli cartacei di dichiarazione.

    Non c'è nulla da festeggiare, soprattutto perché quel sistema di tracciamento digitale sarebbe servito a combattere smaltimenti illegali, criminalità organizzata e, in definitiva, la legalità di un comparto tanto importante quanto a rischio di infiltrazioni. Ma non si può nemmeno dimenticare tutto ciò che è successo durante. A cominciare dai costi, ingenti, sostenuti da centinaia di migliaia di aziende per adeguarsi a un sistema che non è mai funzionato.
    Aziende che hanno tra l'altro già versato due annualità del contributo Sistri.

    14 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  11/08/2011

    Cassazione ed Entrate si sono occupate, in due recenti interventi, delle modalità attraverso le quali i contribuenti possono far valere il credito Irap loro spettante.
    La sentenza n. 14932/2011 della Cassazione ha precisato che il rimborso dell'Irap può essere chiesto entro 48 mesi dal versamento, mentre la dichiarazione integrativa a favore del contribuente, da presentare entro l'anno successivo, mira solo a consentire l'utilizzo in compensazione del credito.
    Anche la risoluzione n. 459/ E del 2008 aveva sostenuto che il contribuente, pur non potendo presentare una dichiarazione integrativa a proprio favore oltre il termine per la presentazione della dichiarazione relativa al periodo d'imposta successivo, può, però, recuperare l'imposta versata in eccesso attraverso la presentazione dell'istanza di rimborso prevista dall'articolo 38 del Dpr n. 602/1973 entro il termine di 48 mesi.
    Nel caso esaminato dalla Cassazione l'ufficio aveva, invece, stabilito che il contribuente non avrebbe potuto presentare l'istanza di rimborso nel termine di 48 mesi dal versamento, ma solo la dichiarazione integrativa entro il termine "annuale", come affermato in precedenza dalla risoluzioni n. 24/E del 2007 e n. 71/E del 2008. Queste istruzioni sono state, però, revocate su sollecitazione del l'avvocatura generale dello Stato, in quanto il termine di 48 mesi previsto per il rimborso coincide con quello di decadenza per l'accertamento da parte dell'amministrazione.
    La risoluzione n. 79/2011 delle Entrate ha esaminato la questione delle modalità di recupero del credito Irap evidenziato nella dichiarazione annuale e richiesto in compensazione dal contribuente che non presenta, però, la dichiarazione dell'anno successivo in quanto escluso dal campo di applicazione del tributo. In questo caso l'eccedenza di imposta regionale richiesta in compensazione nel periodo precedente può essere esposta nella sezione seconda del quadro RX del modello Unico, con l'indicazione del codice tributo «3800» (nonostante che la dichiarazione Irap non si presenti più in forma unificata). Si applica, quindi, una procedura analoga a quella delle altre eccedenze d'imposta richieste in compensazione nella dichiarazione precedente, per le quali nel periodo d'imposta successivo non è presente la relativa
    dichiarazione o il corrispondente quadro.
    Non è stato, invece, affrontato il caso del versamento del l'acconto Irap e della successiva omissione della presentazione della dichiarazione relativa all'anno cui si riferisce tale acconto.
    In questa ipotesi l'importo a credito non sembrerebbe utilizzabile in compensazione, non risultando lo stesso dalla detta dichiarazione, a meno che l'Agenzia non riconosca la possibilità di effettuare la compensazione direttamente nel modello F24. A favore di tale possibilità si è espressa la Ctp di Milano nella sentenza n. 141 del 5 maggio 2010, mentre in senso contrario la Ctp di Treviso nella sentenza n. 116 del 5 ottobre 2010. In questi casi è invalsa anche la prassi di presentare un'istanza correttiva del modello F24, imputando il versamento dell'Irap a un altro tributo, quale l'Irpef, e gestendo, poi, il relativo credito nel quadro RX di Unico.

    08 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  10/08/2011

    La Banca centrale europea (Bce) che decide di acquistare titoli di Stato italiani e spagnoli, Standard & Poor's che declassa il rating degli Stati Uniti: azioni impensabili soltanto fino a
    qualche settimana fa, ma che in quest'estate particolarmente calda (almeno sui mercati) mettono giustamente in apprensione i risparmiatori impegnati a difendere strenuamente il
    proprio gruzzolo.

    «Devo vendere le mie azioni? Cosa rischio con i BTp che ho in portafoglio?» sono le domande che più di frequente riecheggiano all'interno delle famiglie di questi tempi. Interrogativi che si fanno sempre più pressanti con lo stillicidio di notizie in arrivo ogni giorno, ma ai quali è anche complesso dare risposte assolute. La decisione dipende infatti in modo cruciale dalla
    composizione del portafoglio e da quanta parte della ricchezza è impiegata nelle attività finanziarie che oggi oscillano paurosamente e che quindi sono percepite come maggiormente a
    rischio.

    Chi ha in tasca soltanto 10mila euro in BoT o BTp ed è abituato a tenerli fermi nel cassetto rinnovandoli a ogni scadenza, per esempio, farà probabilmente meglio a non farsi spaventare:
    i suoi soldi sarebbero in teoria a rischio soltanto in caso di default dell'Italia, un'eventualità che - almeno in teoria - si allontana con l'arrivo del soccorso della Bce. Alleggerire la quota,
    parcheggiando magari il denaro in uno dei diversi conti deposito che offrono tassi allettanti, non è in teoria sbagliato, ma è una decisione che occorre valutare con cura. Chi vende adesso
    titoli di Stato italiani deve molto probabilmente mettere in conto una perdita secca e il gioco potrebbe non valere la candela.

    Scegliere il momento più adatto per agire, quando i mercati sono così volatili, è compito più adatto a un oracolo che a un investitore professionista, figuriamoci per un risparmiatore fai-date
    che non ha a disposizione gli stessi mezzi sofisticati del gestore. Il tempismo sbagliato potrebbe costare quindi caro, a maggior ragione per chi ha puntato tutto sulle azioni, che casomai dovrebbe chiedersi perché non ha distribuito in modo più equilibrato in propri averi.

    Diversificare (parola magica adatta a tutte le stagioni) non è per la verità facile quando si ha a disposizione un quantitativo limitato di denaro: alcuni strumenti potrebbero risultare
    inaccessibili e in alcuni casi le maggiori commissioni finirebbero per vanificare gli eventuali benefici. All'aumentare del denaro impiegato crescono però anche le possibilità di gestire in
    modo più efficace le situazioni critiche come quelle di questi giorni.

    Dai 50mila euro in su (e a maggior ragione oltre la soglia dei 100mila euro) non solo gli strumenti finanziari accessibili si moltiplicano, ma diventa anche possibile effettuare aggiustamenti in corsa sul portafogli senza per questo rischiare l'osso del collo. Trasferire una quota non eccessiva di BoT e BTp verso altri strumenti di liquidità può in questo caso avere senso, così come ribilanciare la componente azionaria verso settori (e mercati, se possibile) meno esposti alle turbolenze.

    L'importante è ragionare avendo sempre chiara in mente la situazione finanziaria generale della famiglia (considerando al tempo stesso il mutuo, come si può leggere nell'articolo della
    pagina a fianco) e soprattutto l'orizzonte temporale di impiego del denaro: se non serve nell'immediato, è inutile e forse dannoso prendere decisioni affrettate sull'onda dell'emotività.

    Per chi ha una quota di risparmio 10.000 euro
    OBBLIGAZIONI
    La bufera finanziaria che ha colpito l'Italia e i suoi titoli di Stato ha messo giustamente in apprensione i risparmiatori che storicamente impiegano i propri risparmi in BoT, CcT e BTp,
    bombardati ogni giorno da notizie sullo spread nei confronti del Bund tedesco. La svendita ha provocato un sensibile calo dei prezzi, che tuttavia non dovrebbe spaventare chi detiene i titoli con l'ottica di lasciarli nel cassetto e di portarli a scadenza. Solo vendendoli adesso sul mercato secondario si correrebbe il rischio di contabilizzare una perdita nel caso si fossero a suo tempo acquistati a un valore più elevato. Il pericolo, per il risparmiatore che non ha velleità di fare del trading, è la dichiarazione di insolvenza da parte dello Stato italiano: in questo caso sarebbero a rischio tanto le cedole semestrali (quando dovute), quanto la restituzione dell'intero capitale a scadenza. Ma la decisione di ieri della Bce di sostenere il nostro Paese acquistandono i titoli sul mercato rende più lontana quest'ipotesi.

    AZIONI
    Il risparmiatore che si trova con un portafoglio di 10mila euro investito esclusivamente in azioni dovrebbe prima di tutto chiedersi il motivo per cui si è trovato in una situazione così sbilanciata. In ogni caso, liberarsi di società quotate a Piazza Affari agli attuali livelli di prezzo significa molto probabilmente dover sopportare una perdita che può essere anche molto
    significativa in termini percentuali rispetto al patrimonio esistente. Senza contare che vendere significa perdersi possibili rimbalzi: se proprio non si ha una necessità impellente di liquidare
    l'investimento è forse più opportuno resistere e puntare a un recupero in un'ottica di mediolungo periodo.

    LIQUIDITA'
    Il momento per gettarsi nella mischia non è certo dei migliori: quando la volatilità è così elevata come in questi giorni azzeccare il «timing» giusto è un'impresa e per chi ha a disposizione una quantità limitata di denaro e ogni passo falso potrebbe tradursi in perdite molto salate. Gli strumenti a disposizione per la gestione della liquidità sono del resto numerosi e in questo momento offrono anche rendimenti interessanti: con pronti contro termine e depositi vincolati si può pure arrivare a spuntare un tasso fino al 4% annuo lordo, che non è male se l'obiettivo è parcheggiare il denaro minimizzando i rischi di ogni sorta. Anche chi vuole provare ad assumersi qualche rischio in più farà bene a mantenersi comunque piuttosto abbottonato: titoli di Stato se ne possono acquistare, ma meglio se con scadenza residua (la cosiddetta duration) inferiore ai 2 anni. «Ma destinando loro soltanto fino al 50% del portafoglio», sottolinea Corrado Caironi, investment strategist di R&ca Ricercaefinanza.it.

    Per chi ha una quota di risparmio 50.000 euro
    OBBLIGAZIONI
    Possedere un ammontare di titoli di Stato nell'ordine dei 50mila euro consente un atteggiamento più costruttivo al risparmiatore. La quota in obbligazioni italiane, qualora risultasse particolarmente significativa, potrebbe infatti anche essere ridotta a vantaggio di bond sovrani ritenuti più «sicuri». L'utilizzo di fondi comuni di investimento può inoltre garantire l'accesso ad altre classi di attivo quali i corporate bond che, fatte le dovute proporzioni, hanno sofferto in misura minore le tensioni sui mercati e che, paradossalmente, vengono adesso ritenuti meno rischiosi dei titoli dei rispettivi Stati.

    AZIONI
    Diversificazione settoriale è la parola d'ordine. Con un patrimonio di 50mila euro la si può iniziare a ottenere in modo piuttosto efficace. A patto che si utilizzino non tanto azioni singole,
    quanto fondi di investimento a gestione attiva o passiva (Etf). Nella fase attuale questi ultimi possono risultare però più volatili perché replicano indici puri, che possono avere oscillazioni
    più pronunciate. La mano del gestore, se abile, può essere in grado di scegliere le società che operano in settori più difensivi, quelli meno esposti alle turbolenze e al ciclo economico.

    LIQUIDITA'
    Una liquidità a disposizione attorno ai 50mila euro può permettere al risparmiatore di assumere qualche posizione in più a rischio. Siamo infatti probabilmente di fronte a un patrimonio in via di formazione: ancora insufficiente per il momento a fornire alla famiglia una redditività aggiuntiva significativa in un'ottica di medio e lungo termine, ma che può comunque rappresentare una buona base di partenza per il futuro. Proprio per questo sarebbe opportuno iniziare a costruire le prime posizioni significative, mantenendo comunque un profilo di rischio medio-basso. «Suggerirei di impiegare il 40% del portafoglio in titoli di Stato italiani a maturità compresa fra 3 e 5 anni per avere rendimenti intorno al 4% e il 10% in obbligazioni tedesche», sottolinea Alexandre Hezez, responsabile investimenti di Convictions Asset Management.
    Una soluzione prudente, aggiunge Hezez, che potrebbe cambiare «nel caso vi fossero elementi concreti che rassicurino sullo stato del debito italiano o l'annuncio di un nuovo intervento non convenzionale della Federal Reserve» che si riunirà oggi.

    Per chi ha una quota di risparmio 100.000 euro
    OBBLIGAZIONI
    Un patrimonio superiore ai 100mila euro permette di mantenere una diversificazione adeguata anche acquistando obbligazioni di singoli emittenti e non soltanto affidandosi ai fondi di
    investimento. Ai titoli di Stato italiani, i gestori consigliano di affiancare titoli di debito societari e di Paesi emergenti (in valuta locale). «Eviterei soltanto i bond sovrani tedeschi, francesi e
    statunitensi: in questo momento sono molto sopravvalutati, se ci saranno dei problemi in Europa li pagherà soprattutto la Germania e questo rischio non è al momento inglobato nei
    prezzi», sottolinea Massimo Biglia, gestore del Plurima Frame Alpha Strategy.

    AZIONI
    Per chi ha un portafoglio azionario superiore a 100mila euro effettuare aggiustamenti per ricalibrare gli elementi di rischio potrebbe rappresentare un sacrificio, in termini di perdite,
    tutto sommato sopportabile. Gli analisti sottolineano che in una fase simile, con il pericolo di una ricaduta in recessione degli Stati Uniti, le società legate al ciclo economico siano le più
    vulnerabili. Pareri contrastanti invece sui finanziari: chi continua a credere in loro sottolinea come i prezzi siano ormai scesi ai livelli post crisi Lehman e che, almeno per le banche italiane,
    l'intervento della Bce sui titoli del Tesoro, possa avere un effetto favorevole a medio termine.

    LIQUIDITA'
    Con un livello di liquidità a disposizione che supera i 100mila euro si aprono numerose possibilità di diversificazione, anche in termini di strumenti che potrebbero invece essere poco
    convenienti o addirittura inaccessibili per chi ha a disposizione un patrimonio di livello inferiore.
    È molto probabile che una famiglia in una situazione simile possa avere un profilo di rischio medio che permetterebbe, secondo i gestori, di ridurre la componente liquida al 25%,
    suddividendo le quote restanti in obbligazioni e azioni. «Può essere opportuno – spiega Luca Vaiani, responsabile gestioni a rendimento Assoluto di Fondaco Sgr – inserire asset di Paesi
    emergenti, bond o azioni, in valuta locale in modo di beneficiare della crescita di queste aree».

    Maximilian Cellino - 09 agosto 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  08/08/2011

    In attesa dei chiarimenti dell'agenzia delle Entrate, ieri l'Abi ha inviato una prima informativa alle banche associate sulle novità fiscali introdotte dalla recente manovra finanziaria varata con
    il decreto legge 98 del 6 luglio 2011, convertito con modifiche dalla legge 111/2011 pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 luglio scorso.

    In particolare, con la circolare tributaria n. 13 del 29 luglio 2011, l'Abi ha ritenuto opportuno fornire le prime indicazioni sugli aspetti problematici relativi alla nuova versione dell'imposta di
    bollo prevista per le comunicazioni relative ai depositi titoli rilasciate alla clientela.

    Nel proporre delle soluzioni interpretative sui punti che necessitano dei chiarimenti più urgenti, la circolare Abi sgombra subito il campo da ogni dubbio sul fatto che ai fini dell'applicazione
    dell'imposta di bollo è rilevante la data di invio degli estratti conto del deposito titoli, mentre non riveste alcuna importanza il periodo di riferimento del documento stesso. Sulla base di
    questo principio, le banche che hanno inviato entro il 5 luglio ai clienti l'estratto conto relativo al primo semestre (o secondo trimestre) 2011, hanno applicato a tutti i clienti la vecchia tariffa
    di 17,1 euro (o 8,55 euro), commisurata sui 34,2 euro su base annua. Gli istituti di credito che hanno inoltrato, invece, la comunicazione tra il 6 e il 16 luglio hanno applicato il bollo così
    come rimodulato inizialmente dal decreto legge, che prevedeva il pagamento su base annua di 120 o 380 euro, a seconda del valore del deposito sopra o sotto i 50mila euro. Altre banche, e
    non sono poche, hanno infine atteso la conversione in legge del provvedimento per inviare la documentazione; in quest'ultimo caso, applicando le tariffe definitive per i vari scaglioni, che
    variano da un minimo di 34,2 a un massimo di 680 euro su base annua.

    Una diversa operatività che ha portato gli investitori a pagare cifre diverse a seconda della tempestività con cui ogni singola banca ha inviato l'estratto conto. L'incertezza sulla
    decorrenza del provvedimento, quindi, è il primo punto che andrebbe chiarito dalle Entrate.

    Ma una volta dipanato tale dubbio, ci sono altri aspetti meritevoli di una precisazione ufficiale prima possibile. Per definire le diverse fasce di applicazione dell'imposta, il testo della manovra
    considera la posizione detenuta dal soggetto presso ciascuna banca. «Questo - sottolinea la circolare Abi – sembrerebbe imporre il monitoraggio della situazione complessiva del singolo
    cliente, in modo da tenere conto, in sede di individuazione dello scaglione applicabile, del valore totale dei valori presenti anche in diversi dossier». Ma un'interpretazione in tal senso si
    porrebbe in contrasto con la natura propriamente cartolare dell'imposta di bollo. «Peraltro - evidenzia l'Abi – laddove fosse accolta la tesi della rilevanza di tutti i depositi, sembrerebbe
    logico prendere in considerazione solo quelli ugualmente intestati e con le comunicazioni aventi la medesima periodicità». In presenza, per esempio, di un deposito intestato al marito e di un
    altro cointestato a marito e moglie, il cumulo non andrebbe effettuato.

    Senza entrare nei dettagli dei singoli strumenti finanziari che vanno o meno appoggiati su un dossier, l'Abi ritiene che «la strada che dovrebbe garantire maggiore neutralità rispetto alle
    scelte degli investitori appare essere quella di computare ai fini della verifica delle soglie solamente quegli strumenti finanziari per i quali effettivamente sussiste un obbligo normativo
    che ne imponga il deposito presso l'intermediario». Vale a dire i titoli per i quali ricorre un servizio di amministrazione. E nel rimandare all'articolo 1838 del codice civile, ribadisce che
    «sulla questione è necessario un chiarimento ufficiale, anche al fine di assicurare uniformità di comportamento da parte degli intermediari», che oggi procedono in ordine sparso. E questi
    sono solo alcuni dei nodi che l'agenzia delle Entrate è chiamata a sciogliere prima possibile.

    Gianfranco Ursino - 30 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  05/08/2011

    La Cassazione fissa un altro fondamentale paletto sull'Irap. Sono esenti dai versamento dell'imposta i piccoli commercianti e artigiani, in generale i piccoli imprenditori, che lavorano
    da soli e con i mezzi indispensabili alla professione.

    Insomma secondo la Suprema corte (ordinanza numero 16340 depositata il 27 luglio 2011), il concetto di autonoma organizzazione, che fa da ago della bilancia nel contenzioso sull'Irap, non deve fare riferimento solo ai liberi professionisti ma va esteso senza restrizioni anche ai piccoli commercianti (in questo caso un ambulante) e ai piccoli imprenditori in genere.

    Tre i paletti fissati dai giudici di Piazza Cavour: il contribuente ha diritto al rimborso quando «sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione e non sia quindi inserito in
    strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità e interesse».

    Poi, ecco il secondo requisito chiesto anche per le organizzazioni dei piccoli professionisti, si ottiene il rimborso quando il commerciante non «impieghi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività in assenza di organizzazione». Oppure quando non si «avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui». Resta a carico del contribuente, precisa ancora la sezione tributaria, l'onere di dimostrare l'assenza dell'autonoma organizzazione.

    D. Alberigi – tratto da Italia Oggi - 27 luglio 2011

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  • Fisco e tasse  »»  04/08/2011

    Tregua fino a settembre per la stretta sulla garanzia dovuta per l'introduzione delle merci nei depositi Iva.
    Le nuove norme su depositi previste dal decreto legge Sviluppo (Dl 70/2011) dovranno essere osservate solo dal 12 settembre prossimo, così che gli operatori avranno un congruo lasso di tempo per adattare le prassi in uso alle modifiche antifrode volute dal legislatore del Dl 70.

    Il rinvio.
    Questa dilazione dell'adempimento è stata comunicata dall'agenzia delle Dogane con la nota 86094 del 20 luglio, che riconosce l'operatività dei termini voluti dall'articolo 3, comma 2 dello Statuto del contribuente (legge 212/2000).
    Questa norma, a tutela degli interessi dei contribuenti, stabilisce che le disposizioni tributarie che impongono nuovi adempimenti siano produttive di effetti solo decorsi 60 giorni dall'entrata in vigore.
    Considerato che la legge di conversione del Dl 70 (legge 106/2011) è in vigore dal 13 luglio, la data fissata dalle Dogane rispetta i termini di garanzia dello Statuto.
    A ogni modo, la modifica introdotta dal Dl Sviluppo incide fortemente sull'operatività dei depositi, rendendone decisamente più rigido l'impiego.
    Così, al di là del maggior tempo a disposizione, agli operatori è richiesta una valutazione di convenienza: si tratta di capire se il regime in discorso è ancora in grado di facilitare la
    gestione delle merci in libera pratica, nonostante i vincoli connessi alla garanzia dell'Iva.

    Obiettivo doppio.
    Per comprendere la portata della modifica occorre rammentare che il Dl Sviluppo (articolo 7, comma 2 lettera cc-ter, inserito in sede di conversione) ha ridisegnato la regolamentazione dei depositi Iva in una duplice ottica di razionalizzazione dell'istituto e di prevenzione delle frodi.

    M. Mantovani/B. Santacroce - 2 agosto 2011- tratto da Il sole 24 ore -

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  • Normative complementari  »»  03/08/2011

    Concorso in bancarotta fraudolenta documentale per gli amministratori di una Srl i cui libri contabili sono tenuti in modo tale da mettere a dura prova la capacità del curatore di capire la situazione dell'impresa. La Corte di Cassazione con la sentenza n. 29161 non ha dubbi nel confermare la condanna per il più grave reato di bancarotta fraudolenta, anziché semplice, per due membri del consiglio di amministrazione colpevoli di aver consegnato al curatore fallimentare documenti da cui era impossibile desumere gli andamenti
    economici dell'azienda senza ricorrere a "fonti informative extracontabili".
    Inutile la difesa dei diretti interessati che hanno tentato di addossare la colpa delle mancate o inesatte annotazioni sia alle carenze di un commercialista poco accorto sia alla "sudditanza" nei confronti di un padre che, benché impossibilitato a rivestire cariche sociali per un precedente fallimento, era il vero dominus della situazione.

    Le responsabilità individuale
    Paraventi che si rivelano inefficaci. La Cassazione sottolinea, infatti, che l'eventuale imperizia del tecnico non giustifica l'inosservanza dell'obbligo di vigilare sull'attività svolta dal delegato. Allo stesso modo la concorrente responsabilità del genitore non escluderebbe quella degli imputati che esercitavano il ruolo di amministratori di diritto.

    Il dolo generico
    Non passa neppure il tentativo della difesa di negare la sussistenza di un altro elemento costitutivo del reato: il dolo insito nella consapevolezza di rendere ardua la ricostruzione del patrimonio.

    La parziale "trasparenza"
    Secondo la suprema Corte la volontà di nascondere la situazione è provata da gravi omissioni, tra cui la mancata registrazione di passaggi di denaro sui conti correnti accesi presso le banche, anche per cifre ragguardevoli. "Sviste" difficili da giustificare con la buona fede. Per finire, i ricorrenti negano che la carenza di annotazioni fosse tale da rendere completamente illeggibile una situazione che poteva essere compresa seppure con qualche "difficoltà", come riconosciuto dallo stesso curatore nella sua relazione. I giudici del "Palazzaccio" chiariscono in proposito che per far scattare il reato non è necessario che i documenti siano completamente "oscuri" ma è sufficiente che gli ostacoli siano tali da essere superabili solo «con l'uso di particolare diligenza». Nel caso specifico era stato necessario il ricorso a estratti bancari e indagini presso i clienti dell'impresa per avere, in modo comunque incompleto e preciso, un quadro sul reale andamento degli affari sociali. La Cassazione conferma dunque la condanna, compreso il divieto di intraprendere per 10 anni attività commerciali o rivestire cariche sociali.

    Patrizia Maciocchi - 21 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  02/08/2011

    Impatto immediato in bilancio del nuovo articolo 84 del Tuir.
    La riscrittura operata della manovra del regime delle perdite nel mondo Ires farà sentire i suoi effetti sui bilanci sia con riguardo a comportamenti già tenuti sia con riguardo a
    comportamento fino a oggi rimandati ma che dovranno essere riconsiderati.
    L'art. 23, comma 9 della legge 111/2011 ha riformulato il testo dell'art. 84 introducendo due diverse innovazioni.
    In primo luogo ha eliminato il limite temporale di utilizzo delle perdite prima fissato in cinque anni.
    L'art. 84 prevedeva, infatti, che la perdita di un periodo d'imposta potesse essere computata in diminuzione del reddito dei periodi d'imposta successivi, ma non oltre il quinto.
    Ora, invece, il riporto diviene illimitato, così come anche prima previsto con riguardo alle perdite dei primi tre anni. Infatti, il comma 2 dell'art. 84 prevede che le perdite realizzate nei
    primi tre periodi d'imposta dalla data di costituzione possono essere computate in diminuzione del reddito complessivo dei periodi d'imposta successivi senza alcun limite di tempo a
    condizione che si riferiscano a una nuova attività produttiva.

    Ciò comporta tale effetto:
    Vecchia previsione.
    Perdita dell'anno X che è uno dei primi tre di attività: possibile utilizzo senza limiti di tempo.
    Perdita dell'anno X che non è uno dei primi tre di attività: possibile utilizzo entro l'anno x 5.
    Nuova previsione.
    Perdita dell'anno X che è uno dei primi tre di attività: possibile utilizzo senza limiti di tempo.
    Perdita dell'anno X che non è uno dei primi tre di attività: possibile utilizzo senza limiti di tempo.
    In secondo luogo, però, introduce un limite quantitativo stabilendo che le perdite potranno
    essere utilizzate in abbattimento del reddito dei periodi d'imposta successivi solo entro l'80%
    del reddito realizzato in ciascun esercizio.

    F. Cornaggia/N. VillA - 1 agosto 2011 – tratto da Italia Oggi

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  • Normative complementari  »»  01/08/2011

    Nuove opportunità per risolvere i conflitti tra privati e pubbliche amministrazioni dopo procedure di esproprio dichiarate illegittime: questa è la novità contenuta nell'articolo 34 del decreto legge 98/2011 convertito nella legge 111/2011. La norma riguarda l'utilizzazione senza titolo di beni per scopi di interesse pubblico, e sostituisce il meccanismo previsto dall'articolo 43 del Testo unico sugli espropri, azzerato dalla Corte costituzionale con la sentenza 293 dell'ottobre 2010.

    Quando l'amministrazione ha sbagliato la procedura e mantiene ancora il possesso del bene, sarà possibile un trasferimento che converta in denaro il valore dell'immobile: il meccanismo è simile a quello del Testo unico espropri 327/2001, ma cambiano sia lo spessore della motivazione di interesse pubblico, sia l'entità dell'indennizzo dovuto al
    privato.

    Sul primo elemento è necessaria una specifica valutazione degli interessi in conflitto (articolo 42 bis, comma 1), che devono essere attuali e corrispondere a eccezionali ragioni di interesse pubblico (comma 4), senza ragionevoli alternative all'acquisizione. Solo in tal modo il legislatore si adegua all'indirizzo della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo, che in più occasioni ha criticato i comportamenti abusivi delle pubbliche amministrazioni verso i privati.

    Oggi, quindi, non basta più una generica motivazione di opportunità, ma, se l'amministrazione vuole appropriarsi di un bene immobile, deve elencare circostanze specifiche, tra le quali, a titolo esemplificativo, l'ingente onere economico cui si andrebbe incontro restituendo il bene al privato, la stretta connessione delle opere realizzate a esigenze di interesse
    generale, l'idoneità dell'opera pubblica nel suo complesso a soddisfare le utilità collettive.

    A fronte di queste documentate circostanze, il privato che voglia la restituzione del bene, potrà eccepire la possibilità di soddisfare altrove le esigenze dell'ente pubblico: ad esempio un'area a verde attrezzato illecitamente detenuta dalla Pa potrebbe essere sostituita con altre aree di pari qualità, essendo difficile sostenere che un'area verde sia indispensabile per "eccezionali ragioni di interesse pubblico". Viceversa, una palestra eseguita in modo illecito ma adiacente a un complesso scolastico cui è funzionale per natura, potrà restare pubblica convertendo i diritti del proprietario in una congrua indennità.

    L'indennità è il secondo elemento innovato dall'articolo 42 bis: al privato che perde definitivamente l'area andrà riconosciuto un indennizzo da pagare entro 30 giorni, corrispondente al valore venale del bene, incrementato del pregiudizio patrimoniale (interessi moratori) e di quello non patrimoniale (10% del valore venale del bene). Se si tratta di un'area edificabile, si terranno presenti le possibilità legali ed effettive di intervento edilizio, con il limite (di dubbia legittimità) del valore dichiarato ai fini Ici; le aree non edificabili saranno valutate secondo il loro valore in libero commercio, secondo criteri che di recente (Corte costituzionale n. 181/2011) accordano valore anche ad aree vincolate per usi temporanei quali il parcheggio.

    L'innovazione del Dl sembra essere retroattiva, e riguardare cioè tutte le acquisizioni dell'ultimo decennio.
    Anche chi ha percepito un indennizzo o ricevuto un provvedimento di acquisizione a norma dell'articolo 43 del Testo unico espropri 327/2001 sembra poter riaprire la partita sull'entità della somma dovutagli. La norma prevede infatti che il privato che subisca l'acquisizione abbia diritto al valore venale incrementato del pregiudizio patrimoniale (offerte
    di acquisto andate perse, interessi moratori) e un danno non patrimoniale pari al 10% del valore venale.

    I cittadini insoddisfatti potranno quindi rivolgersi al Tar, se ritengono che il bene non esprima un interesse pubblico prevalente, nonché alla Corte d'appello (o direttamente ai giudici di Strasburgo) per la quantificazione dell'indennizzo. Le amministrazioni dovranno affrettarsi nei pagamenti, avendo 30 giorni per il pagamento a decorrere dall'accordo con
    il privato, con il rischio di rispondere in proprio dinanzi alla Corte dei conti di eventuali ritardi.

    I passaggi per sanare le situazioni

    01 | RICOGNIZIONE DEI BENI
    Ricognizione da parte delle pubbliche amministrazioni dei beni acquisiti senza un valido titolo. La procedura è affidata al soggetto che utilizza il bene, anche se diverso da chi ha iniziato (e sbagliato) la procedura

    02 | INDIVIDUAZIONE DEGLI INTERESSI IN CONFLITTO
    È necessario individuare l'attualità e l'eccezionalità delle ragioni di interesse pubblico: di fatto, il bene deve essere stato modificato in modo economicamente irreversibile o comunque essere indispensabile al raggiungimento dell'utilità generale

    03 | VALORE VENALE
    Bisogna stimare il valore venale del bene, del pregiudizio patrimoniale (interessi moratori, se il danneggiato è un imprenditore) e non patrimoniale (pari al 10%, che diventa 20% per aree edilizia pubblica, calcolati sul valore venale del bene)

    04 | DELIBERA
    È necessaria la delibera dell'autorità che cura gli interessi cui è destinato il bene immobile, con motivazione e stima

    05 | NOTIFICA AL PROPRIETARIO
    Nella notifica va indicata l'offerta di pagamento

    06 | PAGAMENTO
    L'importo va pagato entro 30 giorni dall'acquisizione

    07 | SEGNALAZIONE
    L'acquisizione va segnalata alla Corte dei conti

    Cristian Immovilli/Guglielmo Saportio - 21 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  29/07/2011

    Ispezioni a tempo, sanzioni ridotte a seguito di diffida, modalità diverse per presentare i ricorsi. E ancora, invio dell'avviso di addebito con valore di titolo esecutivo a seguito di verbale, modalità dei pagamenti a rate per le aziende in difficoltà. Sono alcuni degli aspetti su cui sono intervenute delle novità, che si intrecciano tra loro, a regolare i rapporti tra Inps e datori di lavoro.

    Le ispezioni
    Le disposizioni del decreto sviluppo n. 70/2011 (convertito in legge 106/2011) prevedono che - esclusi i casi straordinari di controlli per salute, giustizia ed emergenza - il controllo amministrativo in forma d'accesso può essere operato al massimo con cadenza semestrale.
    Se la verifica è svolta presso imprese in contabilità semplificata o lavoratori autonomi, l'accesso nella sede della azienda non può durare per più di 15 giorni. Con un apposito decreto saranno disciplinati gli aspetti operativi per garantire un miglior coordinamento degli accessi dell'agenzia delle Entrate, della Guardia di Finanza, dell'Inps e del ministero del Lavoro.
    Inoltre, sebbene tali norme necessiteranno di una maggiore armonizzazione, viene stabilita l'estensione delle disposizioni dello Statuto del contribuente (articolo 12 della legge del 27 luglio 2000 n. 212) anche alle ipotesi di attività ispettiva effettuata dall'Inps. Tuttavia il ministero del Lavoro, con circolare n. 16/2011, ha precisato che, in attesa del decreto operativo, il personale ispettivo continuerà a operare secondo quanto specificato dalla circolare n. 41/2010 dello stesso ministero.

    La diffida riduce le sanzioni
    Il verbale unico contiene:

    • la diffida a regolarizzare gli inadempimenti sanabili; la possibilità di estinguere gli illeciti ottemperando alla diffida e provvedendo al pagamento della somma agevolata (l'importo minimo previsto o un quarto della sanzione in misura fissa);
    • la possibilità di estinguere gli illeciti non diffidabili (pagamento della sanzione in misura ridotta, la più favorevole fra un terzo del massimo ed il doppio del minimo, se previsto).

    In questo modo sono stati concentrati in un solo atto amministrativo, il verbale unico, sia la diffida sia la contestazione-notificazione di illecito per tutti gli illeciti accertati.
    La novità è che il verbale va consegnato sia alle persone fisiche, una o più d'una, che hanno compiuto gli illeciti, i trasgressori, che sono i debitori diretti delle sanzioni, sia al debitore
    solidale, che può essere imprenditore individuale ovvero una società.
    In precedenza, infatti, il datore di lavoro risultava l'unico soggetto nei confronti del quale indirizzare la diffida, finalizzata alla «regolarizzazione delle inosservanze comunque sanabili, fissando il relativo termine». Con le nuove disposizioni, invece, nell'ipotesi – peraltro frequente nella pratica –, di una società di persone con più amministratori, legali rappresentanti della società, gli amministratori sono gli eventuali trasgressori, mentre la società è l'unico obbligato in solido.

    Temistocle Bussino - 25 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  28/07/2011

    Termini allungati per presentare istanza di rimborso/compensazione del credito Iva del secondo trimestre 2011: la scadenza fissata dalla legge a fine luglio, ossia domenica 31, slitta al lunedì successivo, scivolando al 22 agosto per effetto della proroga estiva degli adempimenti fiscali che cadono tra il 1 e il 20 agosto, disposta dall'art. 3 del dpcm 12 maggio 2011.

    Se si vuole compensare un credito oltre la soglia di 10 mila euro già nel mese di agosto, è necessario trasmettere istanza entro il mese di luglio.

    La predetta soglia si riferisce all'ammontare complessivo dei crediti Iva trimestrali del 2011, per cui deve tenersi conto di quanto già eventualmente compensato con riferimento al credito del primo trimestre.

    Chi può presentare istanza.
    Possono presentare istanza di rimborso del credito Iva infrannuale i soggetti che si trovano in una delle condizioni previste dall'art. 38-bis, secondo comma del dpr 633/72, ovverosia:

    • contribuenti che hanno effettuato operazioni attive la cui aliquota media, maggiorata del 10%, risulta inferiore a quella media degli acquisti e delle importazioni.
      Nel calcolo devono essere incluse anche le operazioni attive sottoposte al meccanismo di inversione contabile e fatturate, pertanto, senza l'addebito dell'imposta; non si deve tenere conto, invece, delle operazioni relative ai beni ammortizzabili;
    • contribuenti che hanno effettuato operazioni non imponibili (es. cessioni all'esportazione, cessioni e prestazioni su lettera d'intento del cliente, operazioni assimilate alle esportazioni, servizi internazionali, cessioni intra-comunitarie) per oltre il 25% di tutte le operazioni effettuate;
    • contribuenti che hanno effettuato acquisti e importazioni di beni ammortizzabili per importo superiore a due terzi dell'ammontare complessivo di tutti gli acquisti e le importazioni di beni e servizi imponibili; in questo caso è rimborsabile/compensabile non l'intero credito del trimestre, ma soltanto quello riferibile agli acquisti ed alle importazioni di beni ammortizzabili;
    • contribuenti non residenti che si sono identificati in Italia direttamente o mediante rappresentante fiscale.

    F. Ricca - 27 luglio 2011 - tratto da Italia Oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  27/07/2011

    È costituzionale la normativa che dispone il raddoppio dei termini per la decadenza dell'azione di accertamento in presenza di un reato tributario, anche se la constatazione della violazione
    penale è stata effettuata quando già i termini ordinari di accertamento erano decaduti.
    Compete al giudice tributario, ove richiesto dal contribuente, accertare se l'amministrazione abbia agito con imparzialità o abbia, invece, fatto un uso pretestuoso e strumentale della
    normativa per fruire ingiustificatamente di un più ampio termine di accertamento.

    Lo ha chiarito la Corte costituzionale con la sentenza 247 depositata ieri, 25 luglio, che potrebbe avere conseguenze fortemente negative per contribuenti e imprese, i quali, in buona
    sostanza, dovranno per il futuro abituarsi a conservare documenti fiscali e contabilità per almeno otto anni dopo la presentazione della dichiarazione.

    L'attesa pronuncia della Consulta fa seguito all'ordinanza di remissione della Ctp di Napoli, la quale, in estrema sintesi, dubitava dell'incostituzionalità della norma introdotta dal Dl
    223/2006 che aveva raddoppiato i termini di decadenza dell'azione di accertamento ai fini delle imposte sui redditi e Iva in presenza di violazioni che comportano l'obbligo di denuncia in base
    all'articolo 331 del Codice di procedura penale.

    La incostituzionalità, secondo i giudici partenopei, emergeva in modo evidente laddove la segnalazione di reato per una violazione relativa a un determinato periodo di imposta fosse
    stata effettuata in una data successiva al termine di decadenza ordinario dell'accertamento per quel medesimo periodo. Ciò in quanto si sarebbero di fatto riaperti i termini, non vi sarebbe
    stata alcuna certezza sul loro spirare e, in concreto, si sarebbe potuto verificare che il contribuente, non conservava più i documenti fiscali di quell'esercizio.

    La Consulta ha invece ritenuto questo raddoppio dei termini pienamente legittimo perché, in buona sostanza, non si tratta di una «riapertura o proroga di termini scaduti» né di «reviviscenza di poteri di accertamento ormai esauriti», ma di termini fissati direttamente dalla legge, operanti automaticamente in presenza di una speciale condizione obiettiva (obbligo di denuncia penale peri reati tributari), senza che all'amministrazione sia riservato alcun margine di discrezionalità perla loro applicazione.

    A. Iorio - 26 luglio 2011 – tratto da Il sole 24 ore

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  • Fisco e tasse  »»  26/07/2011

    Il decreto Sviluppo (Dl 70/2011 convertito dalla legge 106/2011) ridisegna la disciplina dei depositi Iva in una duplice ottica di razionalizzazione dell'istituto e di prevenzione delle frodi.

    Il Dl rappresenta solo l'ultimo di una serie di interventi che in pochi mesi hanno interessato la regolamentazione dei depositi, a testimonianza del fatto che la materia necessita di essere definita in modo più accurato.

    Tutto nasce dalla sentenza della Cassazione n. 12580/2010, seguita da diversi lavori parlamentari sul tema (una interrogazione, due audizioni e una risoluzione) che hanno fatto da preludio all'emendamento sui depositi inserito in sede di conversione del decreto 70/2011 (articolo 7, comma 2, lettera ccter).
    Sul piano della razionalizzazione, la nuova norma individua in modo puntuale le strutture eleggibili a deposito Iva.

    Accanto alla conferma dei magazzini generali con autorizzazione doganale e dei depositi doganali di tipo C e D, va segnalata l'ufficializzazione della possibilità - già ammessa dalla prassi - di utilizzare anche quelli di tipo E, in cui non è necessario predeterminare il locale di stoccaggio, ma il deposito delle merci può avvenire nell'insieme delle istallazioni, anche non confinanti, del soggetto
    titolare dell'autorizzazione.

    Quanto ai depositi fiscali, sono definiti con rinvio all'articolo 1, comma 2, lettera e) del Dlgs 504/95 (Testo unico delle accise).

    Le finalità anti frode perseguite dal decreto 70/2011 prendono la forma di specifici vincoli circa la garanzia da prestare per l'immissione in libera pratica di merci d'importazione destinate a essere introdotte in deposito.

    Ai sensi del comma 4, lettera b), dell'articolo 50-bis del Dl 331/93, queste operazioni sono eseguite senza pagamento dell'Iva.

    Per prassi, la dogana provvede a incamerare una cauzione per l'imposta non corrisposta all'atto dell'importazione, che poi è svincolata a seguito della restituzione di una copia della bolletta doganale munita dell'attestazione del depositario dell'avvenuta presa in carico delle merci.

    M. Mantovani/B. Santacroce - 25 luglio 2011 – tratto da Il sole 24 ore

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  • Lavoro e previdenza  »»  25/07/2011

    Ho versato contributi in diverse gestioni previdenziali. In particolare, ho lavorato come dipendente per sei anni e, quindi, ho contributi Inps. Dopo, ho versato contributi alla gestione separata di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 335/1995, come collaboratore, per altri cinque anni. Infine, sono iscritto alla Cassa degli architetti, dove sto versando da circa 10 anni.
    Vorrei sapere se si possono mettere insieme tutti questi periodi per esercitare la facoltà della totalizzazione e quali sono le condizioni. Ho sentito anche che con la recente riforma la
    decorrenza slitta di 18 mesi dal raggiungimento del diritto. È così?
    L. F. – MILANO

    Il versamento della contribuzione presso più gestioni previdenziali comincia a diventare un fenomeno diffuso, che può far sorgere perplessità in merito all'utilizzo della contribuzione. Senza
    dubbio, in questi casi un ausilio viene dato dallo strumento della totalizzazione, attraverso la quale, in sostanza, si dà la possibilità di "sommare" i contributi ai fini pensionistici.

    La legge 247/2007
    Con la legge 247/2007, è diventato possibile cumulare i periodi contributivi versati nelle varie gestioni previdenziali per almeno tre anni (e non più per almeno sei); inoltre, sarà possibile
    esercitare la totalizzazione anche nell'ipotesi in cui l'interessato abbia maturato il diritto ad un trattamento pensionistico.

    Esaminando analiticamente la norma, l'articolo 1, comma 76, della legge 247/2007 ha stabilito che, in attesa di una complessiva riforma dell'istituto della totalizzazione dei contributi assicurativi
    che riassorba e superi la ricongiunzione dei medesimi, sono adottate, a decorrere dal 1° gennaio 2008, le seguenti modifiche legislative.

    Secondo la lettera a) del citato comma 76, all'articolo 1, comma 1, del Dlgs 2 febbraio 2006, n. 42, le parole «di durata non inferiore a sei anni» sono sostituite dalle seguenti: «di durata non
    inferiore a tre anni».

    Dunque, non sarà più necessario possedere almeno sei anni di contributi in ogni singola gestione previdenziale obbligatoria per esercitare la totalizzazione, ma basteranno almeno tre anni di
    contribuzione in ogni singola gestione.

    Inoltre, la lettera b) dello stesso comma 76 prevede che all'articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 184 del 30 aprile 1997 sono soppresse le seguenti parole: «che non abbiano maturato
    in alcuna delle predette forme il diritto al trattamento previdenziale».

    In altri termini, la facoltà di totalizzazione potrà essere esercitata anche nell'ipotesi in cui l'interessato abbia maturato il diritto a un trattamento di pensione, non essendone però ancora
    titolare.

    I destinatari
    Per quanto riguarda i soggetti destinatari, bisogna fare riferimento all'articolo 1, comma 1, del Dlgs 42/2006, nel quale si individuano coloro che possono esercitare la facoltà di sommare i
    periodi contributivi.

    In maniera specifica, sono interessati i soggetti iscritti a due o più forme di assicurazione obbligatoria per invalidità, vecchiaia e superstiti, alle forme sostitutive, esclusive ed esonerative
    della medesima, alle forme pensionistiche obbligatorie gestite dagli enti di cui ai decreti legislativi 30 giugno 1994, n. 509, e 10 febbraio 1996, n. 103; i lavoratori iscritti alla gestione separata di
    cui all'articolo 2, comma 26, della legge 335 dell'8 agosto 1995; nonché i soggetti iscritti al Fondo di previdenza del clero e dei ministri di culto delle confessioni religiose diverse dalla cattolica.
    In sintesi, la totalizzazione potrà essere esercitata:

    • dai lavoratori dipendenti;
    • dai lavoratori autonomi, intendendo con questo termine: gli artigiani, gli esercenti un' attività commerciale, i coltivatori diretti ed i coloni e mezzadri, gli imprenditori agricoli professionali;
    • dai lavoratori parasubordinati, cioè coloro che sono iscritti alla gestione separata di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335;
    • dai sacerdoti secolari e ministri del culto delle confessioni diverse dalla religione cattolica autorizzate dal ministero dell'Interno con relativo decreto iscritti nell'apposito Fondo di previdenza;
    • dai liberi professionisti iscritti a una delle Casse privatizzate e private;
    • dagli iscritti alle forme assicurative sostitutive ed esclusive dell'assicurazione generale obbligatoria.

    L'alternativa
    In ogni caso, ha sottolineato l'Inps con la circolare 69/2006, è necessario chiarire il raccordo tra la normativa in esame e le altre disposizioni concernenti il cumulo dei periodi contributivi, in quanto
    l'articolo 7, comma 4, del Dlgs 42/2006 fa salve tutte le normative predette e, di conseguenza, continuano ad applicarsi le norme in materia di cumulo dei contributi versati all'Inps e all'Enpals,
    all'Inps e all'Inpgi, nonché all'assicurazione generale obbligatoria e alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi.

    Ne deriva che è facoltà dell'assicurato scegliere la liquidazione della pensione con l'applicazione delle disposizioni riguardanti il cumulo dei periodi contributivi, oppure con l'applicazione delle
    regole concernenti la totalizzazione dei periodi assicurativi.

    Allo stesso modo, deve intendersi il raccordo tra la normativa prevista dal decreto legislativo in argomento e la disciplina sul cumulo dei periodi contributivi contenuta nell'articolo 1 del Dlgs 184
    del 1997.

    Tale ultima disposizione è riferita ai lavoratori i cui trattamenti pensionistici sono liquidati esclusivamente con il sistema contributivo.
    Pertanto, è applicabile, in alternativa alle altre norme in materia di cumulo dei periodi contributivi già menzionate, a quegli assicurati che possiedono contributi negli enti previdenziali pubblici solo a
    partire dal 1° gennaio 1996 e possiedono contributi nelle Casse privatizzate di cui al Dlgs 509 del 1994 non anteriori alla data di adozione del sistema contributivo fissata dalle delibere adottate
    dalle Casse stesse.

    Aldo Forte - 20 luglio 2011 - tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  22/07/2011

    L'elusione fiscale non è penalmente rilevante, in quanto non si tratta di evasione.
    Il carattere elusivo va accertato in sede di cognizione, mentre davanti al giudice penale va accertato il reato; sicché, ove esista un fumus di dichiarazione infedele, si legittima la misura cautelare a garanzia di una futura riscossione (sequestro preventivo per equivalente).

    Questa distinzione è stata lucidamente e sottilmente formulata dalla Cassazione (26723/11) rispetto a una vicenda, una complessa operazione realizzata attraverso un insieme di condotte e negozi che, sebbene leciti, potevano apparire finalizzati a evadere Iva e Irpef «attraverso una vicenda riconducibile all'abuso del diritto in materia tributaria».

    Ciò che rileva ai fini penali - precisa la Corte di cassazione - è che il Tribunale del riesame ha accertato redditi maggiori di quelli dichiarati, quindi una dichiarazione infedele, nella quale peraltro la mancanza dell'elemento soggettivo configura soltanto il fumus del reato previsto dalla legge.

    Il profilo dell'elusione, dunque, non coincide con quello penale che si fonda sull'elemento quantitativo della differenza di redditi. Semmai è stato il contribuente a esaltare il profilo dell'elusione allo scopo di evitare l'incriminazione.
    Malgrado la copertura formale di elementi elusivi per quanto riguarda la sostanza del reato, la Cassazione ha negato ogni rilevanza penale all'elusione precisando che il carattere elusivo andrà accertato in sede di cognizione.
    La condotta elusiva ha comportato una dichiarazione infedele perché gli elementi attivi non sono stati dichiarati nel loro effettivo ammontare.

    E. De Mita - 21 luglio 2011 – tratto da Il sole 24 ore -

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  • Fisco e tasse  »»  21/07/2011

    Alla fine, anche dal nuovo regime dei super minimi verrà fuori una (mini) stangata per i contribuenti; a fronte della riduzione dell'aliquota ridotta al 5%, infatti, la stretta sulla platea dei beneficiari finirà per buttar fuori dal regime agevolato il 96% dei contribuenti che ora ne godono, con un risultato netto complessivo di circa 100 milioni di euro di recupero per l'erario.

    Così anche una delle poche misure della manovra salutata con favore fin dall'inizio, cela, a una più attenta lettura, un risvolto negativo destinato a tutti coloro che dovranno essere accompagnati fuori dal regime dei minimi a decorrere dal 1 gennaio prossimo.

    L'articolo 27 del dl n. 98 del 2011 convertito in legge 111/2011 dispone che, a partire dal 1 gennaio 2012, il regime di cui all'articolo 1, commi da 96 a 117 della legge 24 dicembre 2007, n. 244 si applica, per il periodo d'imposta in cui l'attività è iniziata e per i quattro successivi, esclusivamente alle persone fisiche che intraprendono un'attività d'impresa, arte o professione e a quelle che l'hanno intrapresa successivamente al 31 dicembre 2007.

    A partire dal 1 gennaio 2012 l'imposta sostitutiva dell'imposta sui redditi e delle addizionali regionali e comunali prevista dal comma 105 dell'articolo 1 della legge n. 244 del 24 dicembre 2007 è ridotta al 5%.

    In sede di conversione in legge è stato (ri)esplicitato il limite dei 35 anni per accedere al regime che connota l'agevolazione come diretta alle nuove iniziative produttive; si prevede, infatti che la disciplina sia applicabile anche oltre il quarto periodo di imposta successivo a quello di inizio dell'attività ma non oltre il periodo di imposta di compimento del trentacinquesimo anno di età.
    In questo modo l'agevolazione, pur mantenendo un carattere di temporaneità, risulta applicabile per un maggior periodo di tempo a favore di soggetti di giovane età.

    A. Felicioni - 20 luglio 2011 – tratto da Italia Oggi

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  • Normative complementari  »»  20/07/2011

    Partite Iva inattive da oltre tre anni revocate d'ufficio.

    Lo ha previsto la manovra (articolo 23, comma 22 del decreto legge 98, in legge in).

    In particolare, la misura viene adottata se per tre anni consecutivi il titolare non ha esercitato l'attività d'impresa o di arti e professioni o, se obbligato alla presentazione della dichiarazione annuale Iva, non ha adempiuto a tale obbligo.
    La soluzione servirà a ridurre il numero di partite Iva, pari a oltre sette milioni. Di questi, qualche milione è costituito da contribuenti che hanno dimenticato di possederla.
    Il provvedimento di revoca è impugnabile davanti alle Commissioni tributarie. Nell'ultima sanatoria, che si è conclusa nell'aprile del 2004, i contribuenti che dovevano chiudere la partita "morta", oltre a pagare l'importo fisso di 100 euro, dovevano anche comunicare la cessazione attività, presentando il relativo modello entro il 31 maggio 2004.

    Il forfait
    I titolari di partita Iva, sebbene obbligati, che non hanno tempestivamente comunicato la cessazione dell'attività, possono sanare la violazione versando, entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legge 98 (quindi entro il 4 ottobre), un importo pari alla sanzione indicata nell'articolo 5 del decreto legislativo 471/97, da un minimo di 516 a un massimo di 2.065 euro, ridotta a un quarto.

    In pratica, si potrà sanare l'omessa dichiarazione di cessazione attività pagando, entro i 90 giorni, un forfait di 129 euro, cioè un quarto di titolari di partita Iva 516 euro.

    L'agenzia delle Entrate, con la risoluzione 72/E dell'11 luglio, ha istituito il codice tributo 8uo che va indicato nel modello F. La norma di favore si applica a condizione che la violazione non sia stata già constatata con atto di contestazione portato a conoscenza del contribuente.

    T. Morina –19 luglio 2011 - tratto da Il sole 24 ore

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  • Lavoro e previdenza  »»  19/07/2011

    Svolta nella riscossione Inps con l'emissione dei primi avvisi di addebito esecutivi che le aziende stanno ricevendo in questi giorni.

    La riforma del sistema di recupero crediti, introdotta dalla manovra estiva 2010 (decreto legge n. 78), ha infatti abbandonato lo strumento della cartella esattoriale (ruolo) dal 1 gennaio 2011 per passare alla notifica dell'avviso di addebito con valore di titolo esecutivo: come comunicato dall'istituto di previdenza con il messaggio n.12782 del 14 giugno scorso - rivolto alle aziende che operano con il sistema Uniemens - le elaborazioni centralizzate propedeutiche alla formazione degli avvisi sono state avviate a partire dallo scorso 20 giugno.

    Proprio da giugno, le strutture territoriali dell'Inps sono state invitate a ultimare le attività di gestione degli archivi che evidenziassero versamenti e crediti tali da incidere sulla posizione debitoria relativa ai periodi oggetto di formazione dell'avviso stesso.

    Le aziende e i soggetti che risultano debitori nei confronti dell'Inps stanno ricevendo i primi avvisi e, in questa fase di avvio della nuova metodologia, è il momento opportuno per scoprire le caratteristiche di questo strumento, le cautele per "maneggiarlo" e le strade da percorrere qualora si voglia contestare la pretesa impositiva.

    A. R. Porta - 18 luglio 2011 – tratto da Il sole 24 ore -

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  • Normative complementari  »»  18/07/2011

    Muore durante il torneo di calcio, responsabile l'associazione che l'ha organizzato
    L'attività sportiva agonistica non può mai essere disgiunta dai relativi controlli medici. Una regola nota a tutti sulla carta, ma spesso disattesa nella pratica. Ora la Cassazione chiarisce che la semplice organizzazione di tornei, in quanto basati sulla competizione tra i partecipanti, rientra fra le attività agonistiche. E, dunque, gli organizzatori rispondono penalmente e civilmente dei danni alla salute dei partecipanti in caso di omessi controlli. Con questa motivazione, i giudici di Piazza Cavour, sentenza 15394/2011 (si legga il testo integrale sul sito di Guida al diritto), ha condannato l'Acsi (Associazione centri sportivi italiani) a risarcire la moglie di un calciatore dilettante di trenta anni, morto negli spogliatoi per infarto dopo aver accusato un malore durante un girone di un torneo di calcio.

    In sede civile la direzione dell'associazione riteneva di non dover pagare
    Il responsabile locale dell'Acsi e il presidente della squadra erano già stati condannati in sede penale per omicidio colposo per aver ammesso la partecipazione al torneo del calciatore senza la preventiva visita medica (con elettrocardiogramma sotto sforzo), che avrebbe rivelato la grave patologia di cui soffriva la vittima, così precludendogli la partecipazione al torneo e dunque il decesso. In sede civile, però, la direzione nazionale dell'associazione riteneva di non dover pagare in quanto la sede territoriale godeva di una propria autonomia e dunque le eventuali mancanze dovevano esserle direttamente imputate.

    L'ambiguità dello statuto non può ricadere su terzi
    Di diverso avviso la Cassazione, secondo cui in assenza di un patrimonio di riferimento l'indipendenza amministrativa e finanziaria deve essere interpretata restrittivamente. Del resto, proseguono i giudici, l'ambiguità dello statuto non può ricadere sui terzi, il cui legittimo affidamento va tutelato. Dunque la responsabilità dell'Acsi risiede nel non aver predisposto un regolamento del torneo che prevedeva l'obbligo della visita medica e comunque nel non aver sottoposto ai relativi controlli la vittima, senza neppure aver chiesto la produzione di una adeguata certificazione medica.

    Per i giudici la tutela passa anche dalla prevenzione
    Secondo i giudici di Piazza Cavour, infatti, «gli enti sportivi sono tenuti e a tutelare la salute degli atleti anche attraverso la prevenzione degli eventi pregiudizievoli la loro integrità psicofisica». E con riguardo al carattere agonistico specificano che «non può non ritenersi agonistico un torneo sportivo fondato sulla gara e sulla competizione tra i partecipanti, come il torneo di calcio in questione, tale da implicare un maggior impegno psicofisico ai fini del "prevalere" di una squadra sull'altra».

    Francesco Machina Grifeo - 13 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  15/07/2011

    Per chi svolge contemporaneamente l'attività di socio lavoratore e di amministratore in una società a responsabilità limitata esercente attività commerciale, in periodi di versamenti Inps, vanno tenute presenti la prevalenza della attività e la possibile coesistenza di più forme pensionistiche sullo stesso soggetto. Anche perché in giurisprudenza si registrano posizioni che potrebbero lasciar presagire sviluppi favorevoli ai contribuenti.
    Per questi soggetti, il 2010 è stato caratterizzato, in un primo tempo, dalla sentenza 3240 del 12 febbraio delle Sezioni unite della Cassazione, che ha affermato l'incompatibilità tra l'iscrizione alla gestione commercianti e alla gestione separata e, successivamente, dal cambio di rotta determinato dal varo della norma di interpretazione autentica (articolo 12, comma 11, del Dl 78/2010), secondo la quale il carattere della prevalenza è connaturato alle sole gestioni artigiani e commercianti, ma non alla gestione separata lavoratori autonomi.
    Su questa disposizione, che ha di fatto reso obbligatoria (anche per il passato) la doppia iscrizione ogni qual volta l'attività di amministratore non prevale su quella "operativa", si registrano interessanti pronunce della giurisprudenza. In particolare la sentenza n. 2581 del 6 giugno 2011, pronunciata dalla sezione lavoro del tribunale di Milano, e all'ordinanza n. 59 del 22 novembre 2010, della Corte d'appello di Genova.
    Nel primo caso, il soggetto, socio di una Srl commerciale, era stato iscritto per alcuni anni come socio lavorante (pagando i relativi contributi) e, successivamente, aveva richiesto la cancellazione, sostenendo di svolgere prevalentemente attività di amministratore, remunerata a compenso, regolarmente assoggettato ai contributi per la gestione separata. Il passaggio dall'una all'altra situazione, invero, era stato giustificato, nei fatti, dal l'incremento delle dimensioni della Srl. Secondo l'Inps il fatto di intrattenere rapporti con i clienti, fornitori e banche, oltre all'attività di coordinamento delle maestranze, concretizzerebbe lo svolgimento di attività operative, e non solo decisionali, con la conseguenza che sussisterebbe prevalenza e, dunque, obbligo di iscrizione (anche) alla gestione commercianti. Secondo il tribunale, tuttavia, l'Inps non ha provato adeguatamente le proprie affermazioni, mentre il contribuente ha dimostrato l'esistenza di una struttura in grado di ben operare in modo autonomo, e quindi nessun obbligo di iscrizione alla gestione commercianti.
    Il caso trattato dalla Corte d'appello di Genova, ha riguardato una persona fisica che, pur remunerata come consigliere di amministrazione, lavorava materialmente in un negozio.
    L'organo giudicante ha ritenuto sussistenti gli elementi per ritenere che la disposizione "interpretativa" contenuta nel Dl 78/2010 possa porsi in contrasto con il dettato della Costituzione, in particolare per l'assenza di motivi di interesse generale diversi da quello di cassa che legittimino l'intervento, nonché per una evidente violazione del principio della parità delle parti processuali e del diritto dei cittadini ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti.

    Giorgio Gavelli - 14 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  15/07/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi – n. 09/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    VARIAZIONI DEL TASSO BCE E CONSEGUENZE FISCALI
    DECRETO SVILUPPO E MANOVRA ECONOMICA - RINVIO
    BLACK LIST E SOGGETTO IDENTIFICATO DIRETTAMENTE AI FINI IVA NELLA UE
    L’USCITA DEL SOCIO DALLA SOCIETÀ DI PERSONE
    CEDOLARE SECCA SUGLI AFFITTI E I CHIARIMENTI DELLA CIRCOLARE 26/2011
    SCADENZARIO FISCALE AGOSTO 2011 – PRIMI GIORNI DI SETTEMBRE 2011

    Per consultarla/scaricarla occorre andare nell'area "newsletter", riservata ai clienti.
    Ricordiamo che l'iscrizione è completamente gratuita.
    Iscriversi è semplicissimo:
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    Buona navigazione!

    Signa, 15.07.2011
    Studio Bambagioni

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  • Normative complementari  »»  14/07/2011

    Le aziende sanitarie del Servizio sanitario nazionale devono adottare nuove procedure telematiche per consentire il pagamento online delle prestazioni erogate e la consegna dei referti medici tramite web, posta elettronica certificata o altre modalità digitali. Lo prevede l'articolo 6, comma 2, lettera d), nn. 1 e 2 del decreto Sviluppo.
    Sulla carta le Asl dovrebbero mettere a disposizione dell'utenza il servizio di pagamento online e passare alla consegna dei referti medici esclusivamente in forma digitale entro 180 giorni dell'entrata in vigore del provvedimento: entro 90 giorni dovrebbe essere adottato il regolamento applicativo con apposito Dpcm, e nei successivi 90 giorni le aziende sanitarie dovranno adeguarsi. Difficile, tuttavia, che si possano rispettare tempi così stretti, tenuto conto che sono interessati ben 4 ministeri (Innovazione, Economia, Salute e Semplificazione) e la Conferenza Stato-Regioni ed è previsto il parere preventivo del Garante per la protezione dei dati personali.
    Il provvedimento si inquadra espressamente nell'alveo del Codice per l'amministrazione digitale (Dlgs 82/2005) e dovrà seguirne le regole tecniche. I servizi devono quindi essere progettati e realizzati mirando alla migliore soddisfazione delle esigenze degli utenti, in particolare garantendo la completezza del procedimento, la certificazione dell'esito e l'accertamento del grado di soddisfazione dell'utente.
    Tra i principi epressamente richiamati, l'articolo 63 del Codice impone alla Pa di individuare le modalità di erogazione dei servizi in rete in base a criteri di efficacia, economicità e utilità e nel rispetto dei princìpi di eguaglianza e non discriminazione, tenendo comunque presenti le dimensioni dell'utenza, la frequenza dell'uso e l'eventuale destinazione all'utilizzazione da parte di categorie in situazioni di disagio. Considerato che i principali utenti dei servizi sanitari sono le fasce deboli della popolazione (anziani ed ammalati), quest'ultima previsione appare di particolare rilievo: per chi non sa o non vuole impiegare gli strumenti informatici è previsto il diritto di ricevere, anche a domicilio, copia cartacea del referto.
    Una ulteriore possibilità da esplorare è la previsione dell'articolo 1, comma 2, lettera f) del Dlgs 153/2009 (nuovi servizi in farmacia) che prevede la possibilità per gli assistiti di avvalersi della rete anche informatica delle farmacie per prenotazioni, pagamento e ritiro dei referti, coniugando così la capillarità delle farmacie con l'efficienza dell'informatica.
    Come ha sottolineato il Garante della privacy, i nuovi servizi delle farmacie devono infatti puntare in modo significativo sulle infrastrutture telematiche, garantendo la massima sicurezza dei dati. Già esistono varie esperienze locali, che potrebbero essere estese a tutto il territorio nazionale.
    Sul piano opertivo, come previsto dal Codice della Pa digitale (articolo 64) l'accesso ai sistemi online potrà avvenire tramite la carta d'identità elettronica e la carta nazionale dei servizi, oppure con altri strumenti di identificazione informatica sicura.
    Il decreto, poi, vieta nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica: con il rischio, quindi, che le norme restino, per lungo tempo, solo sulla carta, o che i relativi oneri finiscano per gravare o sui cittadini, o sugli operatori privati. Sempre che le Asl non riescano a realizzare risparmi con cui finanziare l'innovazione.

    Marcello Tarabusi - 12 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  13/07/2011

    È il 1° giugno 2012 il termine minimo che sarà stabilito con decreto del ministro dell'Ambiente per la proroga del Sistri a favore dei piccolissimi produttori di rifiuti pericolosi. La soglia dimensionale risiede nella dotazione di dieci dipendenti e la futura proroga riguarderà anche coloro che raccolgono e trasportano i rifiuti da sé stessi prodotti. Questo è quanto dispone l'articolo 6 del Dl Sviluppo convertito ieri in legge dall'aula del Senato.

    Non si tratta di una proroga vera e propria, ma di un mandato al ministro dell'Ambiente ad adottare un provvedimento di proroga che consenta ai piccolissimi produttori di rifiuti pericolosi di partire con il Sistri non dal 2 gennaio 2012 (come previsto dal Dm 26 maggio 2011) ma dalla data che il ministro individuerà e che, in ogni caso, «non può essere antecedente al 1° giugno 2012». Fino alla nuova data, dunque, i soggetti interessati continueranno a operare con il criterio del 'doppio binario': registri e formulari obbligatori e possibilità di utilizzo del Sistri.

    La modifica trova la sua motivazione nella necessità di «garantire che un adeguato periodo transitorio consenta la progressiva entrata in operatività» del Sistri. Il che è più che comprensibile a fronte della complessità del sistema e della dimensione dei soggetti destinatari dell'obbligo.

    In ordine al sistema sanzionatorio, anche questa futura proroga varrà al pari di quelle intervenute per le altre categorie di soggetti obbligati con il Dm 26 maggio 2011. Infatti, le sanzioni previste per il Sistri si applicano a partire dal giorno successivo alla scadenza del regime del 'doppio binario'. Il Dm 26 maggio 2011 ha reso graduale la dismissione di tale regime e graduale sarà anche l'applicazione delle sanzioni che saranno applicabili solo da quando le singole categorie di soggetti saranno obbligate alla dismissione del 'doppio binario'.

    Quasi tutte le sanzioni in materia di Sistri sono amministrative pecuniarie, anche quelle in materia di iscrizione e pagamento dei contributi. Come tutte le sanzioni appartenenti a questa tipologia, anche quelle del Sistri sono disciplinate dalla legge 24 novembre 1981, n. 689. Nell'articolo 1 di questa legge si reperiscono i principi di legalità, di irretroattività e di divieto di analogia; il che comporta l'assoggettamento della condotta considerata alla legge del tempo in cui tale condotta si è verificata. Pertanto, poiché le sanzioni del Sistri saranno applicabili solo da quando finirà il 'doppio binario', la mancata osservanza dei termini per le iscrizioni e per il pagamento dei contributi annuali, ben difficilmente potrà essere punita prima che per ogni singola categoria scada la dead line prevista per la graduale dismissione del registro e del formulario in favore dell'esclusiva tenuta del Sistri.

    Di questo sembra essere consapevole anche il ministero dell'Ambiente che, infatti, nell'accordo stipulato con le organizzazioni di categoria si è impegnato a introdurre un sistema sanzionatorio attenuato e graduale per il primo semestre di operatività del Sistri.

    Paola Ficco - 08 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  12/07/2011

    L' Agenzia delle Entrate ha pubblicato oggi sul sito le disposizioni per l'addio agevolato alle partite Iva non utilizzate, con sanzioni ridotte e un percorso semplificato. I contribuenti che, pur essendo titolari di una partita Iva, non presentano la relativa dichiarazione da almeno tre anni oppure non svolgono alcuna attività hanno, dal 6 luglio, novanta giorni per chiudere la propria posizione, pagando solo una sanzione minima di 129 euro.La regolarizzazione potrebbe riguardare, secondo le stime dell'Agenzia, due milioni di partite Iva inattive.

    Mettersi in regola è facile: basta pagare con il modello F24 «elementi identificativi», indicando il codice tributo 8110, la partita Iva da chiudere e l'anno di cessazione dell'attività. Chi non adotta questa misura rischia una multa che può arrivare fino a 2.065 euro. La posizione va regolarizzata entro novanta giorni, calcolati a partire dal 6 luglio 2011, data di entrata in vigore del decreto legge n. 98/2011. Va ricordato che la norma di favore si applica a condizione che la violazione non sia stata già contestata con atto portato a conoscenza del contribuente.

    Le istruzioni nel dettaglio
    I titolari di partita Iva che, sebbene obbligati, abbiano dimenticato di comunicare la cessazione della propria attività, entro i 30 gg prescritti dalla norma - articolo 35, comma 4, del Dpr 633/1972 - possono ora sanare la violazione versando spontaneamente, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legge n. 98/2011, un importo pari a 129 Euro, somma che equivale al 25 per cento, cioè 1/4, della sanzione minima dovuta secondo la norma vigente.

    In pratica, per aderire alla norma di favore è sufficiente provvedere al versamento tramite F24, entro 90 gg dalla data di entrata in vigore della legge, dell'importo di 129 Euro, indicando il codice tributo 8110, la partita Iva da chiudere, e l'anno di cessazione dell'attività. Nell'ottica della semplificazione non è necessario presentare anche la dichiarazione di cessazione attività, con il mod. AA7 (previsto per i soggetti diversi dalle persone fisiche) o il mod. AA9 (previsto per le imprese individuali e lavoratori autonomi), perché la chiusura della partita Iva verrà effettuata dall'Agenzia sulla base dei dati desunti dal modello F24 presentato.

    Per i contribuenti che, benchè obbligati, hanno omesso di presentare a suo tempo la dichiarazione di cessazione attività e non colgono l'opportunità che il decreto legge 98/2011 ora concede, l'Agenzia può procedere alla chiusura d'ufficio della partita Iva, con una sanzione fino al massimo di 2.065 euro.

    11 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  12/07/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Lavoro e Previdenza n. 04/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    CERTIFICATI DI MALATTIA– INVIO TELEMATICO
    EMERGENZA UMANITARIA PER I CITTADINI NORDAFRICANI
    INTERRUZIONE DELLA GRAVIDANZA E CONGEDO PER MATERNITÀ
    RICORSI AMMINISTRATIVI ALL’INPS
    ASSISTENZA FISCALE 2011 – ADEMPIMENTI DEI SOSTITUTI D’IMPOSTA
    DEBITI CONTRIBUTIVI E TASSI DI DILAZIONE – DIFFERIMENTO – SANZIONI CIVILI
    ATTIVITÀ ISPETTIVA 2011
    CONCILIAZIONE DEI TEMPI DI VITA E DI LAVORO
    L’ISCRIZIONE ALLA GESTIONE SEPARATA INPS
    ASSEGNO PER IL NUCLEO FAMILIARE
    VERIFICA PERIODICA DELLE ATTREZZATURE
    LAVORI USURANTI – COMUNICAZIONI DEI DATORI DI LAVORO
    L’INAIL COMUNICA TRAMITE PEC
    DETASSAZIONE
    CITTADINI EXTRA UE – CONTRATTO DI SOGGIORNO
    STRESS LAVORO CORRELATO
    LA GIURISPRUDENZA
    SCADENZARIO LAVORO: LUGLIO 2011, AGOSTO 2011 PRIMI GIORNI SETTEMBRE 2011

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    Signa, 12.07.2011
    Studio Bambagioni

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  • Normative complementari  »»  11/07/2011

    «Una Borsa da età dell'incertezza», dice Carlo Gentili, capitano di lungo corso a Piazza Affari. Un mercato che, con l'incendio greco non ancora domato, in Europa è iper reattivo al news flow sul debito sovrano Ue (come dimostra il downgrade su Lisbona). E un po' meno, invece, alla più tradizionale e probabile mossa di oggi della Bce. Un contesto difficile insomma, in cui il signor Rossi si domanda: come difendere i propri risparmi?

    Gli esperti interpellati dal Sole24Ore, rispondono dividendosi in due partiti. Da un lato chi pensa a un mercato in sali-scendi, nervoso; per operazioni solo di medio-breve periodo. Dall'altra invece, chi è più ottimista e, condividendo recenti sondaggi le cui stime indicano le Borse in rialzo oltre l'8% entro l'anno, pensa si possa investire in ottica di più lungo periodo.

    Al primo gruppo appartiene Maurizio Milano, direttore analisi tecnica di Banca Sella: «L'S&P500, per esempio, non è così forte sui fondamentali - dice -. La spinta arriva, essenzialmente, dai bassissimi tassi della Fed che permettono di avere liquidità quasi a costo zero da re-investire. O sull'equity americano oppure, con il carry trade, sugli asset europei e asiatici». In tal senso, «l'attuale correzione offre interessanti opportunità di investimento, ma da seguire con attenzione. Nelle discese le posizioni vanno chiuse». Perché? «Il rischio è che, a fronte dell'irrisolto problema sul debito europeo, il saldo sia zero e non solo sulle Borse del Vecchio continente». Il bicchiere, al contrario, è mezzo pieno per Luca Ramponi, direttore investimenti di Aureo gestioni Sgr. «Non si possono dimenticare gli utili aziendali - afferma -. Nel 2011 le stime sui profitti, per esempio, della corporate America indicano un rialzo del 10 per cento. Non siamo sui livelli del 2010, quando si viaggiava su rialzi del 30%. Ma il valore è interessante».

    Inoltre, «se è ben vero che c'è un rallentamento sul sentiero della crescita - dice Sergio Pigoli, consulente indipendente - questo è stato anche causato dallo shock esogeno dello tsunami in Giappone. Un evento che, nella filiera produttiva mondiale, ha creato un'impasse per i componenti elettronici. Oggi tutto questo è alle spalle». La stessa casa d'affari Pictet è propensa a credere che il nodo Giappone sia risolto, seppure torna a porre l'accento sull'economia Usa: «i 300 miliardi di dollari di investimenti del primo trimestre» sono stati usati essenzialmente per «il rinnovo dei macchinari esistenti». Servirebbe, invece, uno sforzo «in nuova capacità produttiva». Insomma: va bene l'export e la locomotiva degli emergenti. Tuttavia, deve ripartire la domanda interna Usa che, invece, stenta: anche perché l'immobiliare, settore essenziale nelle riprese del ciclo, è assente.

    Al di là delle divergenze sul futuro delle Borse, su un punto sembra sussistere un fil rouge: per un risparmiatore, con un rapporto rischio/rendimento medio, l'esposizione sull'equity non deve andare comunque oltre il 25-30% del portafoglio. «Una percentuale sempre da diversificare su differenti opzioni - indica Ramponi-. Tra queste, per esempio, il comparto della big industry europea o statunitense». Quei conglomerati, cioè, «export oriented - aggiunge Gentili -, esposti alla crescita dei mercati emergenti». «Le large cap europee - ricorda Rory Bateman, capo dello European equity di Schroders - offrono un rendimento attorno al 4%; un valore più alto di quello di molti governativi europei, esclusi i paesi periferici dell'Ue».

    Fin qui i settori e le indicazioni sulle Borse. C'è, però, in un periodo di bassi tassi e alta liquidità un altro aspetto interessante per l'investitore. Lo spiega Credit Suisse: molte società sono 'piene' di cassa; quelle stesse società (escluse i finanziari) il cui indebitamento è basso (il debito netto sull'ebitda in Europa è solo 1,4). Ciò significa che le aziende sono spinte, anche per la non grande visibilità sulla crescita interna, a usare la cassa su due fronti: le acquisizioni e i buy back. Quali i settori che saranno più attivi? Per gli esperti elvetici le telecom e il farmaceutico. Uno scenario che potrebbe spingere le quotazioni. Il bicchiere qui è mezzo pieno.

    Vittorio Carlini - 07 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  08/07/2011

    Le cessioni e le altre operazioni che possono dare luogo ai redditi diversi in base all'articolo 67 del Tuir (azioni, quote di srl, altre partecipazioni, diritti di opzione eccetera) devono essere indicate nel modello 770 ordinario, quadro SO, anche se dalle cessioni scaturisce una minusvalenza.

    Chi effettua la compilazione
    Lo si desume dalle istruzioni allegate per la compilazione del modello, che va presentato in via telematica entro il 22 agosto.

    I soggetti interessati alla compilazione di questo quadro sono i notai, gli altri intermediari professionali, e le società ed enti emittenti che intervengono, anche come controparti, in queste operazioni.

    I dati sull'operazione da indicare nel quadro SO sono: la causale, l'oggetto, la data, l'ammontare, la quantità, il numero degli intestatari, la percentuale e il codice fiscale del soggetto cointestatario.

    Con riferimento alla compilazione del punto 16, va indicato l'ammontare dell'operazione, «espresso in euro alla data indicata nel punto 15, ad esempio: ammontare degli eventuali corrispettivi, differenziali e premi ...». Il riferimento generico alla necessità di indicare il corrispettivo induce a ritenere che i dati dell'operazione debbano essere segnalati anche se il contribuente ha realizzato, a seguito della operazione di cessione, una minusvalenza.

    Tale interpretazione è confermata dalla prima parte delle istruzioni: si precisa che la comunicazione va effettuata per le operazioni «che possono generare redditi diversi di natura finanziaria ai sensi dell'art. 67, comma i ...» del Tuir. Il "possono" vuol significare la necessità di indicare tutte le operazioni.

    N. Forte – 6 luglio 2011 - tratto da Il sole 24 ore -

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  • Fisco e tasse  »»  07/07/2011

    Il decreto Sviluppo (articolo 7, comma 2, lettera s) introduce anche una deroga, in situazioni prestabilite, al principio di competenza sempre in riferimento ai soggetti in regime di contabilità semplificata. Così le imprese minori possono dedurre in misura integrale i costi, concernenti contratti a corrispettivi periodici, relativi a spese di competenza di due periodi d'imposta, nell'esercizio in cui è stato ricevuto il documento probatorio, a condizione che l'importo del costo indicato nel documento di spesa non sia superiore a mille euro.

    La finalità
    La disposizione è volta ad esimere le imprese minori dalla rilevazione di ratei e risconti, ossia di rilevare, rispettivamente, lo stanziamento di un costo non risultante dalla contabilità ma di competenza dell'anno e la separazione del costo di competenza di un anno rispetto a quello successivo. Come evidenziato dalla relazione illustrativa al decreto, si è inteso uniformare il criterio di competenza previsto dal Tuir con quello della rilevanza della registrazione documentale ai fini Iva, atteso che i libri Iva, per i soggetti in contabilità semplificata, costituiscono il principale supporto documentale.
    A quest'ultimo proposito, qualche difficoltà applicativa potrebbe derivare dalla circostanza che, ai fini Iva, di solito si provvede all'annotazione delle fatture nel mese di dicembre, anche se il documento è fisicamente ricevuto nei primi giorni di gennaio, con data riferita al periodo precedente.
    Dal tenore letterale della norma, è ipotizzabile inquadrarla come una previsione obbligatoria. In pratica, il legislatore non pare aver lasciato ai soggetti interessati la libertà di scelta se farsi carico o meno dell'adempimento di rilevazione dei ratei e risconti. Di conseguenza, la disposizione del Dl Sviluppo ha verosimilmente introdotto un obbligo di imputazione integrale di alcuni costi «a cavallo di due esercizi» in un unico esercizio. Si vengono così a creare due diverse modalità di rilevazione di determinate spese, di competenza di due esercizi, a seconda che le stesse siano o meno superiori all'ammontare di mille euro.

    Il riferimento
    Si deve trattare di costi relativi a corrispettivi periodici di competenza di due periodi di imposta. Caso tipico è quello della bolletta telefonica o di fornitura di luce, gas e acqua, relativa a consumi del bimestre «dicembre-gennaio», ricevuta nel mese di febbraio. Secondo il principio della competenza si dovrebbe prevedere una fattura da ricevere di importo pari ai consumi relativi al mese di dicembre mentre, secondo le nuove regole, il costo è interamente deducibile nel periodo di imposta di ricevimento della bolletta.
    Altra frequente fattispecie è quella dei contratti di assistenza tecnica. Un possibile caso è quello di una fattura per la manutenzione periodica di personal computer relativa al periodo dicembre-gennaio, ricevuta nel mese di dicembre. Con le nuove regole il costo è interamente deducibile in dicembre, mentre secondo il principio della competenza occorrerebbe riscontare la quota di canone relativa al mese di gennaio.

    Resta la competenza
    Ci sono, però, specifiche circostanze in cui si continua ad applicare il criterio della competenza. È possibile individuare, a titolo esemplificativo, le seguenti ipotesi:
    1 -fattura per consulenza prestata nel mese di dicembre ricevuta nel mese di gennaio;
    2 -fattura per canoni di locazione del bimestre gennaio – febbraio anticipata nel mese di dicembre;
    3 - fattura per l'acquisto di beni consegnati nel mese di dicembre, ricevuta nel corso del mese di gennaio.
    Nelle prime due ipotesi, infatti, il costo non è di competenza di due periodi di imposta. Mentre nell'ultima circostanza la deroga non trova applicazione, in quanto il costo deve essere imputato nell'anno di consegna del bene, mediante l'imputazione contabile di una fattura da ricevere di pari importo.

    Ricapitolando:
    01 | L'OBIETTIVO
    La disposizione introdotta dal decreto Sviluppo è finalizzata a esimere le imprese minori dalla rilevazione di ratei e risconti, ossia di rilevare, rispettivamente, lo stanziamento di un costo non risultante dalla contabilità ma di competenza dell'anno e la separazione del costo di competenza di un anno rispetto a quello successivo

    02 | LA LETTURA
    La norma ha verosimilmente introdotto un obbligo di imputazione integrale di alcuni costi «a cavallo di due esercizi» in un unico esercizio Si vengono così a creare due diverse modalità di rilevazione di determinate spese, di competenza di due esercizi, a seconda che le stesse siano o meno superiori all'ammontare di mille euro

    04 luglio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  06/07/2011

    L'amministrazione finanziaria non fa sconti sugli studi di settore.

    Anche perché nella manovra è spuntata ieri una norma che consentirà di effettuare accertamenti di tipo induttivo per chi commette errori (sia pure gravi) nella compilazione dei modelli relativi agli studi.

    La novità che dovrà naturalmente passare al vaglio del Parlamento arriva negli stessi giorni in cui dall'agenzia delle Entrate, come avviene ormai da quattrocinque anni, sono partite le segnalazioni delle anomalie.

    In particolare, a 122.408 contribuenti, che pure sono stati congrui, sono state inviate le comunicazioni relativi a indici di incoerenza riscontrati per il periodo 2007-2009 sulla base dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore.

    M. Bellinazzo – 5 luglio 2011 - tratto da Il sole 24 ore -

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  • Fisco e tasse  »»  05/07/2011

    Lo spesometro va a regime. Dal 1° luglio l'obbligo di comunicare le transazioni rilevanti ai fini Iva di importo non inferiore a 3.000 euro non è più limitato alle operazioni documentate da fattura, ma riguarda anche quelle per le quali viene rilasciato lo scontrino o la ricevuta fiscale (commercio al dettaglio, laboratori artigiani, alberghi e ristoranti ecc.).

    In assenza di fattura, la soglia è elevata a 3.600 euro, Iva inclusa.

    Intanto l'Agenzia delle entrate, con il provvedimento del 21 giugno scorso, con il quale sono stati esonerati dall'adempimento gli enti di diritto pubblico, ha approvato le nuove specifiche tecniche per la comunicazione telematica, ossia il quadro delle informazioni da fornire al fisco, modificando sensibilmente il tracciato originario.

    Tra le novità, che rendono necessari ulteriori chiarimenti, la soppressione del codice di attività e l'introduzione dei dati delle note di variazione. Operazioni effettuate dal 1 luglio 2011.

    In fase di prima applicazione, il provvedimento attuativo dell'Agenzia delle entrate del 22 dicembre 2010, come si ricorderà, ha escluso dalla comunicazione telematica le operazioni per le quali «non ricorre l'obbligo di emissione della fattura» effettuate fino al 30 giugno 2011 (termine così prorogato dal provvedimento del 14 aprile 2011).

    L'esclusione è venuta a cessare, dunque, per le operazioni effettuate dal 1° luglio 2011, le quali, se superano la soglia di rilevanza, dovranno essere comunicate anche se non documentate mediante fattura, con un unico invio annuale da effettuarsi, esclusivamente in via telematica, entro il 30 aprile 2012.

    R. Rosati – 4 luglio 2011 - tratto da Italia Oggi -

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  • Normative complementari  »»  04/07/2011

    COSA E’:
    ϖ Chi vende l'immobile in nuda proprietà è di solito un anziano, ma molto spesso in Italia, si tratta di genitori che la vendono ai propri figli assicurando così il passaggio del patrimonio di famiglia senza tasse di successione. Oppure viene utilizzata tra coppie, per tutelare il partner più debole.
    ϖ Chi vende non perde il godimento della propria abitazione, conservando quindi le proprie abitudini domestiche e la conoscenza del quartiere, così importante per gli anziani.
    ϖ Intasca subito una somma significativa, anche se scontata, e si garantisce, nel caso di pagamento misto (acconto+vitalizio mensile a vita) un ingresso costante di liquidità (attenzione però, il vitalizio è tassato) non andando così a gravare su figli e parenti. In alcuni casi, aumentati con la crisi economica, i soldi servono agli anziani genitori per aiutare i figli adulti a mantenere la propria famiglia.
    ϖ Chi vende può anche affittare la casa che ha in usufrutto, traendone ulteriore beneficio.
    ϖ Chi compra è di solito un padre/madre di figli adolescenti, a cui si cerca di garantire una casa quando saranno adulti. Ha la possibilità di acquistare un immobile con uno sconto importante (dal 20% a punte del 40-50%), che diminuisce in relazione alla sempre maggiore anzianità del venditore e quindi alla probabilità più vicina di entrare in possesso della piena proprietà.
    ϖ Chi compra ha un risparmio fiscale sulle imposte, di solito dovute da chi acquista, può beneficiare delle agevolazioni sulla prima casa , deve pagare solo le spese condominiali straordinarie.
    ϖ La nuda proprietà non va inserita nella dichiarazione dei redditi. Ogni anno il valore della nuda proprietà si rivaluta in media del 3% che si somma alla rivalutazione naturale dell'immobile nel tempo.

    VANTAGGI:
    -la nuda proprietà si può rivendere in qualsiasi momento
    -non si pagano Irpef, Ici e spese condominiali ordinarie, oltre alla manutenzione, che sono a carico dell'usufruttuario
    -le imposte da pagare (registro catastale e ipotecaria) sono calcolate soltanto sulla percentuale di rendita catastale attribuita tramite precise tabelle stilate dal Fisco. La nuda proprietà non va inserita nella dichiarazioni dei redditi.
    -si può comprare una casa che altrimenti, visti i valori della case libere, non potremmo permetterci.
    -si può usufruire della agevolazioni prima casa
    -è un buon investimento nel lungo periodo

    SVANTAGGI:
    - l'usufruttuario può cedere in affitto la casa o vendere l'usufrutto. Per evitare la possibilità di avere in casa un ospite indesiderato, il nudo proprietario può chiedere di inserire nel contratto una clausola di prelazione.
    - Di solito queste transazioni sono pagate in contanti. Per avere un mutuo bisognerebbe far firmare anche l'usufruttuario che, difficilmente , si accollerà il rischio di pagare la rata qualora il nudo proprietario non la versasse.
    - le spese di amministrazione straordinaria sono a carico del nudo proprietario
    - se l'usufruttuario decide di lasciare la casa e trasferirsi altrove (per esempio una casa di riposo) può chiedere una buonuscita.
    - imposta di registro sulla costituzione di una rendita vitalizia e tassazione del vitalizio

    Monica Lodi - 27 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  01/07/2011

    In un periodo come l'attuale, caratterizzato da forti restrizioni del credito, diventa pressoché naturale, per molte società di capitali, ricorrere ai finanziamenti dei soci per la copertura delle ordinarie necessità di liquidità. Di regola, proprio in conseguenza di queste finalità, questi finanziamenti sono erogati a titolo gratuito e, in quanto tali, non producono redditi imponibili in capo ai soci.

    Quando il socio che eroga il finanziamento è una società di capitali, l'importo degli interessi maturati al termine dell'esercizio costituisce un componente positivo del reddito di impresa da calcolare sulla base delle condizioni esposte nella delibera di erogazione del finanziamento. Pertanto, come regola generale, si dovrebbe ritenere che, se non viene prevista alcuna remunerazione, nessuna base imponibile possa formarsi ma la Cassazione, con la sentenza 2735 del 4 febbraio 2011, si è orientata in modo opposto.

    Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, una srl aveva erogato un finanziamento infruttifero a un consorzio che, invece, l'agenzia delle Entrate aveva ritenuto dato a titolo di mutuo e quindi produttivo di interessi. Contro questo accertamento, la società aveva proposto ricorso che era stato rigettato in primo grado e poi accolto dalla locale Ctr (sentenza 75 del 28 maggio 2005). La decisione d'appello si era basata sul fatto che la società aveva prodotto un verbale del proprio Cda da cui risultava, appunto, l'infruttuosità del finanziamento.

    La Cassazione ha annullato la sentenza di secondo grado ricordando, innanzitutto, che in base all'articolo 45, comma 2 del Tuir, per i capitali dati a mutuo gli interessi si presumono percepiti alle scadenze e nella misura pattuite per iscritto e che, se le scadenze non sono indicate, gli interessi si presumono percepiti nell'ammontare maturato nel periodo di imposta. Inoltre, l'ultimo periodo della norma citata stabilisce che, se la misura degli interessi non è determinata per iscritto, gli stessi si computano al saggio legale.

    Al contribuente spetta l'onere di provare la natura gratuita del finanziamento erogato. Questa prova, però, non può essere data con qualunque mezzo perché, come stabiliva l'articolo 43 del Tuir, nel testo in vigore fino al 31 gennaio 2003, le somme versate alle società di persone dai loro soci «si considerano date a mutuo se dai bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi della società non risulta che il versamento è stato fatto ad altro titolo». Secondo la Cassazione, l'articolo 43 del Tuir conteneva una presunzione legale per la quale la prova contraria può essere data unicamente nei modi stabiliti dalla suddetta norma, ovvero sulla base dei bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi. Nessun valore probatorio assume la non onerosità del finanziamento risultante da altro documento, quale, ad esempio, un verbale del Cda.

    Riccardo Patimo - 28 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  30/06/2011

    Precisazioni sulle novità di modelli e del software per il periodo di imposta 2010, richiamo dei correttivi anticrisi, giustificazione di alcuni aspetti non del tutto chiari delle note metodologiche e annuncio della possibilità di inviare giustificazioni alla posizione di non congruità entro il prossimo dicembre, con un apposito software in via di predisposizione.

    Queste le principali informazioni che risaltano da una prima lettura della circolare 30/E, emanata ieri dall'agenzia delle Entrate; peraltro, il documento in gran parte ripropone stralci della documentazione già nota, con la conseguenza che appare necessario "individuare" tra le righe le precisazioni e gli aspetti di novità.

    A titolo di esempio, è sufficiente citare la parte relativa ai correttivi anti-crisi, limitata a tre facciate; successivamente, però, si rinvengono preziose indicazioni per la compilazione del quadro X, in relazione ai dati necessari per l'applicazione del correttivo congiunturale individuale (soggetti con periodi precedenti di durata diversa da u mesi, soggetti che non hanno compilato il modello studi in quanto esclusi, soggetti che non hanno compilato il modello studi in quanto non hanno prodotto reddito di impresa o di lavoro autonomo).

    Sull'applicazione retroattiva degli studi, se più favorevoli al contribuente, viene confermata l'indicazione già presente nella circolare 28/E, vale a dire la possibilità di utilizzare il minor livello di congruità di Gerico, ovviamente senza tenere in considerazione l'effetto ribasso dei correttivi anticrisi; si precisa, tuttavia, che ciò appare possibile in quanto la revisione, basata sui dati del periodo 2008, non ha determinato significativi stravolgimenti, come a dire che, ove ciò dovesse avvenire in futuro, l'applicazione retroattiva sarebbe preclusa.

    In merito all'adeguamento per importi superiori al 10% dei ricavi o compensi annotati, che comporta la maggiorazione del 3% con esclusione degli studi nuovi o revisionati, le Entrate ribadiscono che le modifiche derivanti dai correttivi anticrisi non possono essere considerate una revisione, ma solo una integrazione.

    G. P. Ranocchi/G. Valcarenghi- 29 giugno 2011 - tratto da Il sole 24 ore -

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  • Lavoro e previdenza  »»  29/06/2011

    Il giorno di riposo settimanale può non coincidere con la domenica nelle aziende che adottano modelli organizzativi di lavoro a turni. Questa in sintesi la risposta ad interpello 26/2011 con la quale il ministero del Lavoro interviene a riconoscere la piena legittimità della fruizione da parte dei lavoratori turnisti del riposo settimanale in giornata diversa dalla domenica.

    Il riposo settimanale di almeno 24 ore consecutive ogni sette giorni da cumulare con le ore di riposo giornaliero può essere calcolato come media in un periodo non superiore a 14 giorni, secondo le modifiche apportate all'articolo 9, comma 1 del decreto legislativo 66/2003 dall'articolo 41 del Dl 112/2008. Risulta escluso l'obbligo per chi è addetto ad attività di lavoro a turni ogni volta che, cambiando turno o squadra, non può usufruire, tra la fine di un servizio e l'inizio del successivo, dei periodi di riposo (articolo 9, comma 2, lettera a).

    L'elencazione dei casi in cui è ammesso il riposo settimanale in giorno diverso dalla domenica si trova nell'articolo 9, comma 3 del decreto legislativo 66/2003, mentre il comma 4 fa salve le disposizioni speciali che consentono il riposo settimanale non domenicale.

    D'altronde la deroga al riposo domenicale non costituisce violazione del precetto costituzionale contenuto nell'articolo 36 della Costituzione che sancisce un diritto al riposo settimanale, ma nulla dice in merito al giorno della settimana nel quale il riposo deve aver luogo.

    Anche l'articolo 2109 del Codice civile prevede che i lavoratori hanno diritto a un giorno di riposo ogni settimana "di regola", quindi non necessariamente, in coincidenza con la domenica.

    Con precedente risposta a interpello 60/2009 il ministero del Welfare aveva già ammesso l'individuazione di un giorno di riposo settimanale diverso dalla domenica precisando che ciò non deve contrastare con la periodicità del riposo al fine di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori e dell'ambiente di lavoro in generale.

    L'interpello 26/2011 argomenta la derogabilità del riposo domenicale in funzione dell'articolo 9, comma 3 del decreto legislativo 66/2003, secondo cui il riposo settimanale non domenicale può essere fruito dal personale occupato in «modelli tecnico-organizzativi di turnazione particolare», senza rilievo specifico per il settore produttivo di appartenenza.

    Se l'azienda adotta un modello organizzativo di lavoro a turni per assicurare una continuità produttiva è legittimo, nell'interpretazione ministeriale, riconoscere la fruizione del riposo settimanale non domenicale a tutto il personale coinvolto nel sistema di turnazione, compresi gli addetti ai lavori preparatori o complementari o che devono essere presenti, a prescindere dal tipo di lavorazioni effettuate.

    Rimane ovviamente intatto l'obbligo della periodicità del riposo settimanale anche non domenicale, calcolata come media in un periodo fino a 14 giorni.

    Pierluigi Nausei/Michele Tiraboschi - 28 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  28/06/2011

    Per chi intende proteggere la propria abitazione con sistemi di videosorveglianza esistono regole articolate.

    Sono quelle previste dal provvedimento che il Garante della privacy ha messo a punto nell'aprile dello scorso anno, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 99 del 29 aprile 2010 e consultabile sul sito dell'Autorità www.garanteprivacy.it (documento web n. 1712680).

    Il provvedimento generale, che ha sostitutito quello del 2004, riguarda un largo spettro di utilizzo dei dati personali raccolti dalle telecamere.

    A. Che. - 27 giugno 2011- tratto da Il sole 24 ore -

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  • Normative complementari  »»  27/06/2011

    Giudice dell'udienza preliminare di Brescia, sentenza 23 marzo 2011
    Alessandro Daddea, avvocato - (Lex24)

    Con pronuncia del 23 marzo 2011, il GUP di Brescia assolveva dalla imputazione di accesso abusivo ad un sistema informatico - art. 615 ter commi 1, 2 e 3 Codice Penale- un agente in servizio presso la Procura della Repubblica del predetto Tribunale.
    L’accusa riguardava un accesso al sistema informatico RE.GE. del Tribunale volto a controllare la posizione giuridica di alcuni agenti “chiaccherati”, senza ulteriori condotte. Il Giudice, con una analisi attenta alla giurisprudenza di legittimità sul reato “de quo”, assolse l’imputato ritenendo l’accesso compiuto, ma non svolto con finalità illecite.

    La sentenza stimola alcune riflessioni sul reato di accesso abusivo ad un sistema informatico ex art.615 ter, introdotto nell’anno 1993, ma ancora oggetto di dibattito sulla natura del reato, di danno o di pericolo, nonché sul senso da attribuire all’avverbio abusivamente.
    Quanto alla questione, reato di danno o di pericolo, le divisioni dottrinali e giurisprudenziali appaiono più dogmatiche che reali, pur foriere di conseguenze rilevanti, come la configurabilità o meno del reato tentato: i sostenitori dell’illecito di danno ritengono che l'intrusione nell'elaboratore altrui, indipendentemente dal fatto che nello stesso siano contenuti dati o programmi di qualsivoglia natura, realizzi compiutamente la lesione del bene protetto: la privacy informatica.
    Orbene tale tesi non è così differente da quella degli assertori della natura di reato di pericolo, per i quali si configura il reato anche allorquando l'agente possa carpire, penetrando nella memoria del computer invito domino, quanto di più riservato possa esservi, cosicché si ritiene il reato perfetto anche allorquando l'intrusore non abbia preso cognizione di alcuna informazione.
    Sul punto la Cassazione si è espressa in maniera generica, con una posizione mediana rispetto alle predette tesi, sostenendo che “il delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico, che è reato di mera condotta, si perfeziona con la violazione del domicilio informatico, e quindi con l'introduzione in un sistema costituito da un complesso di apparecchiature che utilizzano tecnologie informatiche, senza che sia necessario che l'intrusione sia effettuata allo scopo di insidiare la riservatezza dei legittimi utenti e che si verifichi una effettiva lesione alla stessa”.
    La equipollenza fra le nozioni di domicilio informatico e di domicilio domestico, accolta dalla Cassazione, finisce per fare arretrare il momento della punibilità così da farlo quasi coincidere con il reato di pericolo. Pure problematica è la individuazione del corretto significato da attribuire all’avverbio “abusivamente”, da riferirsi alla condotta di chi si inserisca nel domicilio informatico altrui senza averne titolo, ma, secondo la tesi maggioritaria, anche verso colui il quale, inserendosi legittimamente nel sistema altrui, si trattenga poi “invito domino”, realizzando il cosiddetto abuso mediato.
    Questa situazione, come quella giudicata dal Tribunale di Brescia, è di frequente oggetto delle massime di legittimità: la questione inerisce quei soggetti che detengano correttamente “passwords” per inserirsi in un sistema protetto ma che poi ne facciamo un utilizzo diverso da quello loro consentito.
    Nelle ipotesi valutate, la Cassazione, però, non è mai riuscita ad esprimere un indirizzo unitario: in due recenti sentenze la Quinta e la Sesta Sezione hanno assunto indirizzi contrastanti.
    La quinta Sezione più rigorosamente ha statuito che: “Integra il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.) il pubblico ufficiale che, pur avendo titolo e formale legittimazione per accedere al sistema, vi si introduca su altrui istigazione criminosa nel contesto di un accordo di corruzione propria; in tal caso l'accesso del pubblico ufficiale è in sé abusivo e integrativo della fattispecie incriminatrice di cui all'art. 615 ter c.p., in quanto effettuato al di fuori dei compiti d'ufficio e preordinato all'adempimento dell' illecito accordo con il terzo, indipendentemente dalla permanenza nel sistema contro la volontà di chi ha il diritto di escluderlo”.
    In casi simili, però, la Sesta Sezione valutò non sussistente il reato: “Non commette il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico il soggetto il quale, avendo titolo per accedere al sistema, se ne avvalga per acquisire informazioni per finalità estranee a quelle di ufficio, ferma restando la sua responsabilità per i diversi reati eventualmente configurabili, ove le suddette finalità vengano poi effettivamente realizzate”.
    Il quadro è, dunque, eterogeneo: la pronuncia in esame abbraccia l’indirizzo della Sesta Sezione ritenendo lecite le condotte dell’operante di Polizia, inseritosi nel sistema informatico della Procura, di cui deteneva i codici di accesso, per controllare la situazione giuridica di suoi colleghi.
    Due passaggi, però, non convincono: innanzitutto è difficile discriminare fra condotte che abbiano una finalità lecita ed una illecita, allorquando ci si riferisca a dati contenuti in sistemi informatici; laddove lo scopo della norma di cui all’art.615 ter, sia proprio quello di tutelare il bene giuridico “domicilio informatico”, la valutazione sul successivo utilizzo dei dati risulta del tutto ininfluente ai fini della configurabilità del reato. Inoltre, come scritto da Foti, “incentrare la consumazione dell’illecito nella presa di cognizione dei dati aggiunge alla norma elementi non espressamente richiamati, avendo essa anticipato la punibilità ad uno stadio anteriore; per altro verso la conoscenza di alcuni dati è inevitabilmente presente in ogni ipotesi di accesso, in quanto l’agente, introdottosi nella memoria del sistema, vede riprodotto nello schermo l’insieme dei documenti e dei programmi in esso contenuti”.
    Da ultimo una chiosa sulla formula assolutoria “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”; la scelta lascia perplessi, poiché, se la condotta ascritta all’imputato non fosse da ritenersi “abusiva”, la formula più corretta sarebbe stata quella perché il “fatto non sussiste”.
    In conclusione, anche dalla sentenza del GUP di Brescia, emerge la necessità di un intervento chiarificatore degli aspetti problematici dell’art.615 ter.
    Va, pertanto, segnalata con apprezzamento la decisione della Quinta Sezione della Corte di Cassazione che ha rimesso alle Sezioni Unite, con ordinanza n. 11714/2011 depositata il 23 febbraio, la questione della configurabilità del reato allorquando il soggetto agente sia abilitato ad accedere ad un sistema informatico protetto, ma si introduca per scopi estranei a quelli per cui la chiave di accesso gli venne attribuita.

    16 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  24/06/2011

    Il Fisco è chiamato a pagare in contanti il credito tributario definitivamente accertato così come richiesto dal contribuente. Pertanto non può compensare l'importo da corrispondere con eventuali debiti ancora da estinguere. A precisarlo la Cassazione nella sentenza 11450/2011. La controversia scaturiva dal rimborso di un credito Irpeg-Ilor del 1983 a una Spa senza corrispondere gli interessi maturati. La società ricorreva in Ctp, che li riconosceva nell'importo di 200mila euro. A quel punto comunicava all'Erario le modalità di rimborso: metà circa con la chiusura parziale di alcuni debiti tributari ancora pendenti, la parte restante con accredito sul conto corrente bancario.
    Nonostante ciò l'amministrazione compensava la seconda tranche con i debiti della ricorrente. Da qui un nuovo ricorso. Il giudice dell'esecuzione (ottemperanza) accoglieva l'impugnazione e assegnava all'ufficio quaranta giorni per la restituzione degli interessi da pagare con la procedura dell'ordine in conto sospeso nei confronti del tesoriere provinciale. Il giudice si riservava altresì, in caso di inadempimento dell'ufficio, di nominare un commissionario ad acta.

    Il ricorso
    L'amministrazione finanziaria ricorreva in Cassazione perché, a suo avviso, la decisione avrebbe violato la speciale disciplina sull'ottemperanza prevista dal l'articolo 70 del Dlgs 546/92: il giudice avrebbe dovuto dichiarare la cessazione della materia del contendere e così estinguere il giudizio, perché gli interessi erano stati tutti rimborsati; inoltre si era pronunciato oltre il dovuto, poiché aveva precisato le modalità con le quali procedere al rimborso. Ma la Suprema corte ha rigettato il ricorso. In primo luogo, il collegio ha rilevato come la Ctp non potesse dichiarare l'estinzione del giudizio per il venir meno della controversia perché, nonostante il giudicato, il rimborso non era stato totalmente eseguito. Poi la censura era improponibile per carenza di interesse poiché il giudice aveva consigliato la procedura contabile del conto sospeso sul presupposto di assenza di disponibilità finanziare del relativo capitolo di spesa. Soluzione che non avrebbe impedito all'amministrazione di usare tale capitolo in presenza di fondi.

    I precedenti
    La Corte ha richiamato alcuni suoi precedenti (sentenze n. 30058/2008,13681/2005, 25696/2009) secondo i quali il giudizio di ottemperanza è un procedimento «chiuso» e, pertanto, sarebbe vietato compensare crediti e debiti così come prevede l'articolo 1242 del Codice civile. L'eventuale estinzione del giudizio comporterebbe, infatti, un accertamento del controcredito del Fisco (su sussistenza, liquidità, esigibilità, ed epoca di insorgenza del credito) incompatibile nel giudizio di ottemperanza. E, comunque, i fatti estintivi del credito accertato possono essere fatti valere in sede di ottemperanza soltanto se posteriori alla formazione del giudicato.
    Sulla stessa linea si collocavano altre due sentenze solo apparentemente in dissonanza con i principi espressi. La pronuncia n. 22761/2004 aveva ammesso la compensazione nel giudizio di ottemperanza tributario in quanto si era perfezionato tra amministrazione e contribuente un accordo sul riconoscimento della compensazione. Nella sentenza n. 27044/2007 il controcredito del fisco era stato accertato con sentenza passata in giudicato.

    Le modalità
    Ad avviso della Cassazione, poi, la società era pienamente titolata a precisare le modalità del rimborso. Infatti l'incasso di un credito vantato sotto forma di liquidità risulta essere più vantaggiosa, e in ogni caso diversa, rispetto a quella che avrebbe potuto conseguire riducendo la propria esposizione debitoria tramite compensazione.

    Ferruccio Bogetti - 20 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  23/06/2011

    Le autovetture vanno nello spesometro, gli immobili no.

    E' questo uno dei passaggi più significativi, in tema di spesometro, della circolare 28/E di ieri con cui l'agenzia delle Entrate ha formalizzato le risposte fornite nel corso degli incontri tenutisi a gennaio 2011 con la stampa specializzata, in particolare in occasione di Telefisco.

    Proprio in considerazione della datazione, le posizioni espresse nella circolare di ieri sono in parte superate da quanto chiarito con una precedente circolare - la 24/E del 30 maggio scorso - la cui emanazione ha altresì giustificato l'eliminazione di alcune risposte fornite in quelle occasioni (ad esempio, quella che induceva a ritenere necessaria l'inclusione delle prestazioni non territoriali riepilogate in Intrastat).

    Rimane invece di attualità la questione della segnalazione delle automobili e degli immobili, come dimostra la reiterata presenza di questo tema nei quesiti posti agli esperti del Sole 24 Ore in occasione del forum sullo spesometro tenutosi dal 17 al 20 giugno.

    In particolare, è stato da più parti chiesto se l'auto acquistata da un professionista o da un imprenditore per un importo superiore alla soglia di 3mila euro dovesse essere oggetto di comunicazione, così come la cessione, anche a privati.

    Il dubbio nasce dal fatto che, secondo una idea ricorrente, il particolare regime pubblicistico a cui sono sottoposte le autovetture (iscrizione al Pra) escluderebbe l'obbligo di segnalazione, in quanto la necessaria informativa sarebbe già a disposizione del fisco.

    In proposito, confermando quanto espresso nel corso di Telefisco, nella circolare di ieri l'agenzia delle Entrate ha ufficializzato la necessità di includere nello spesometro gli acquisti e le vendite di automobili.

    M. Mantovani/B. Santacroce – 22 giugno 2011 - tratto da Il sole 24 ore

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  • Normative complementari  »»  22/06/2011

    L'individuazione della data a partire dalla quale decorrono gli effetti della trasformazione ha rilievo sostanziale. Bisogna fare riferimento a quest'ultima per la suddivisione dell'esercizio in due distinte frazioni e per definire il momento in cui la società passa da soggetto Irpef a soggetto Ires (o viceversa).
    Nella normativa tributaria non è rinvenibile alcuna disposizione che consente di individuare la data di decorrenza degli effetti della trasformazione; è, invece, di ausilio la norma civilistica. Infatti, nel caso di trasformazione da società di persone a società di capitali, l'articolo 2500 del codice civile stabilisce che la società di capitali viene a giuridica esistenza con l'iscrizione nel registro delle imprese della delibera di trasformazione (risoluzioni 26 settembre 1975, n.11/953; 18 novembre 1976, n.9/2059; 1° agosto 1984, n. 9/802; circolare 6/E/2002). Non è ammessa, ai fini delle imposte sui redditi, la retrodatazione degli effetti della trasformazione. La delibera di trasformazione non può prevedere una decorrenza degli effetti della trasformazione diversa ed anteriore a quella individuata sulla base del criterio enunciato. La ragione di questo divieto è la stessa che giustifica la divisione di due distinti periodi d'imposta dell'esercizio in cui è attuata la trasformazione. Non avrebbe senso, infatti, elevare la frazione di esercizio antecedente la trasformazione ad autonomo periodo d'imposta, al fine di impedire alla società di scegliere ex post le modalità di tassazione dei redditi conseguiti, ed al contempo attribuirle il potere di retrodatare l'operazione, e quindi di cancellare tale autonomia.
    Nessuna preclusione, al contrario, sembra sussistere – almeno dal punto di vista civilistico - a una trasformazione con spostamento in avanti del momento in cui si perfezionano gli effetti della stessa. La funzione antielusiva risulta, infatti, soddisfatta in quanto non si incide sulle modalità di tassazione di redditi già conseguiti ma di redditi ancora da conseguire. In tal senso si è espresso il notariato del Triveneto con la massima K.A.10 secondo il quale il differimento non può comunque essere superiore a 60 giorni. Tuttavia, dal punto di vista fiscale, tale orientamento non ha mai trovato espressa conferma.
    Per quanto riguarda i termini di presentazione della dichiarazione dei redditi, l'articolo 5-bis del Dpr 322/1998 dispone che in caso di trasformazione di una società non soggetta all'imposta sul reddito delle persone giuridiche in società soggetta a tale imposta, deliberata nel corso del periodo d'imposta, la dichiarazione relativa alla frazione di esercizio compresa tra l'inizio del periodo d'imposta e la data in cui ha effetto la trasformazione deve essere presentata, in via telematica, entro l'ultimo giorno del nono mese successivo a tale data.
    Ad esempio, in caso di trasformazione di società di persone in società di capitali avvenuta il 10 marzo 2010, i termini per la presentazione della dichiarazione della società di persone sono scaduti il 31 dicembre scorso. In caso, invece, di operazione effettuata il 10 settembre dell'anno passato, i termini per la presentazione della dichiarazione della società di persone scadono il 30 giugno 2011. Termini di presentazione della dichiarazione che, peraltro, assumono rilievo sostanziale agli effetti della tempistica dei versamenti.

    20 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  21/06/2011

    Una banca dati centrale per i fermi amministrativi.

    Le misure cautelari di cui all'articolo 69 del rd n. 2440/1923, finalizzate a bloccare eventuali pagamenti dovuti da altre amministrazioni dello stato al debitore, saranno raccolte in un database telematico appena realizzato dall'Agenzia delle Entrate.

    Ed è in arrivo anche una modulistica standard per omogeneizzare l'attività sul territorio.
    La banca dati consentirà dunque alle strutture periferiche di consultare con rapidità e precisione i fermi amministrativi emessi, revocati o ridotti per ciascun contribuente, offrendo la possibilità di effettuare ricerche selettive attraverso il codice fiscale, il nome, l'ente impositore o la data.

    V. Stroppa/C.Bartelli – 18 giugno 2011 - tratto da Italia Oggi -

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  • Lavoro e previdenza  »»  20/06/2011

    La proroga ministeriale sui certificati medici è ufficiale. L'addio definitivo al cartaceo per i datori di lavoro privati scatterà il 13 settembre: il nuovo sistema non partirà più, come inizialmente previsto da palazzo Vidoni, domani, 18 giugno.

    Nel corso della seconda riunione del Comitato tecnico di monitoraggio che si è tenuta ieri a Roma – e a cui hanno partecipato i rappresentanti di Dipartimento per la digitalizzazione della Pa e l'Innovazione, ministero del Lavoro, Inps, più quelli delle confederazioni dei datori di lavoro e dei medici di medicina generale comparativamente più rappresentative a livello nazionale – il ministero ha precisato che l'entrata a regime delle nuove disposizioni contenute nella circolare n. 4, firmata il 18 marzo scorso dai ministri Brunetta e Sacconi, sarà il 13 settembre, cioè al termine del periodo transitorio di tre mesi che ha preso avvio lunedì scorso, giorno della pubblicazione del documento sulla «Gazzetta Ufficiale».

    La circolare, pubblicata per la prima volta sul sito del ministero il 18 marzo, è stata emanata dopo che il collegato lavoro (articolo 25 della legge 183/2010, entrata in vigore il 24 novembre) ha previsto la trasmissione in via telematica dei certificati di malattia anche per le aziende. Terminato il periodo transitorio, dunque, il datore di lavoro privato non potrà più richiedere al proprio lavoratore l'invio della copia cartacea dell'attestazione di malattia, ma dovrà prendere visione delle attestazioni di malattia dei propri dipendenti avvalendosi esclusivamente dei servizi resi disponibili dall'Inps. È in ogni caso riconosciuta alle aziende la possibilità di richiedere ai propri dipendenti di comunicare il numero di protocollo identificativo del certificato, inviato in via telematica dal medico.

    Si chiude dunque una partita, quella sui certificati medici, che si è giocata nell'ultimo periodo a colpi di interpretazioni: quella ministeriale e quella delle organizzazioni datoriali. In un primo momento Palazzo Vidoni ha chiarito che i tre mesi di periodo transitorio sono partiti il 18 marzo, giorno di pubblicazione della circolare n. 4 sul sito del ministero: quindi dal 18 giugno i datori di lavoro privati si sarebbero dovuti adeguare alle nuove regole. Le aziende, invece, hanno fatto presente che, nonostante la strada fosse quella giusta e la trasmissione dei certificati medici vantaggiosa per tutti – lavoratori e imprese –, sarebbe stato necessario più tempo. I tre mesi – è stata (ed è tuttora) la tesi delle organizzazioni datoriali – sarebbero dovuti partire dalla pubblicazione della circolare ministeriale sulla «Gazzetta Ufficiale».

    Il 1° giugno, in occasione della prima riunione del comitato tecnico del monitoraggio, i rappresentanti ministeriali hanno adottato una posizione più flessibile, e la questione dell'entrata a regime del nuovo sistema è sembrata riaprirsi. Sensazione che ha trovato conferma all'indomani della pubblicazione del testo in Gazzetta, e che è stata ufficializzata nel corso dell'incontro di ieri.

    Le organizzazioni datoriali esprimono soddisfazione. In questi tre mesi si riusciranno a risolvere i problemi tecnici. A fine mese dovrebbe essere emanata dall'Inps una circolare che andrà a completare il quadro.

    La proroga è stata criticata da alcuni sindacati dei medici. Angelo Testa, presidente dello Snami, il sindacato nazionale autonomo medici italiani, afferma: «Siamo molto contrariati. Il sistema è pronto: per altri tre mesi dobbiamo continuare a stampare i certificati. Dovremo togliere tempo all'assistenza per impiegarlo nella parte burocratica».

    I passaggi

    01|LA SCADENZA DEL 13
    Dal 13 settembre i datori di lavoro privati saranno obbligati a ricevere i certificati medici dall'Inps in via telematica, con conseguente addio al cartaceo. Quel giorno, infatti, scadranno i tre mesi dalla pubblicazione della circolare ministeriale n. 4 del 18 marzo sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 135 del 13 giugno. Durante il periodo transitorio le aziende potranno chiedere al lavoratore l'invio della copia cartacea del certificato rilasciato dal medico o successivamente scaricata dal dipendente dal sito dell'Inps

    02|IL CALL CENTER
    Intanto per risolvere eventuali problemi (anche temporanei) di connessione a internet, l'Inps - spiega un comunicato ministeriale - renderà disponibile a breve un servizio di call center dedicato alla verifica delle attestazioni di malattia dei lavoratori dipendenti

    03|LE INTERPRETAZIONI
    In un primo momento, per il ministero il termine per l'entrata in vigore del nuovo meccanismo sarebbe dovuto essere domani, 18 giugno: tre mesi dalla pubblicazione sul sito della circolare n. 4. In occasione della riunione del Comitato tecnico di monitoraggio, che si è tenuta ieri, il ministero ha invece chiarito che il periodo transitorio è partito lunedì scorso, quando cioè è stata pubblicata in Gazzetta la circolare, e il sistema sarà del tutto operativo il 13 settembre.

    Andrea Carli - 17 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  17/06/2011

    Definiti i livelli di reddito - con effetto dal 1° luglio fino al 30 giugno 2012 - per la corresponsione dell'assegno per il nucleo familiare (Anf). I nuovi valori sono indicati nella circolare Inps (Direzione centrale Prestazioni a sostegno del reddito) n.83, pubblicata ieri, 13 giugno. Serviranno a determinare gli importi giornalieri, settimanali, quattordicinali e quindicinali della prestazione.

    La rivalutazione annuale, cioè la variazione percentuale dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolata dall'Istat tra il 2009 e il 2010, è pari all'1,6 per cento. Alla circolare sono allegate le tabelle con le nuove soglie reddituali e i corrispondenti importi mensili dell'Anf, in linea con i diversi tipi di nuclei familiari.

    La materia è stata caratterizzata da un'evoluzione normativa. Le novità più rilevanti sono state però introdotte dalla legge 296/06, che ha previsto la rivalutazione annuale dei livelli di reddito con effetto dal 1° luglio di ciascun anno.

    Quanto ai nuclei familiari con entrambi i genitori o un solo genitore e con almeno un figlio minore, in cui non siano presenti componenti inabili ( Tabelle 11 e 12), sono stati fissati diversi livelli di reddito familiare, in riferimento al numero dei componenti il nucleo: gli importi dell'assegno decrescono all'aumentare del reddito. I livelli risultano più graduati, dato che a ogni 100 euro di aumento del reddito familiare l'importo dell'assegno diminuisce di una cifra prefissata: da un massimo di 25 euro a un minimo di 0,5 euro.

    Per quanto riguarda l'assegno aggiuntivo per i nuclei con un solo genitore e almeno un figlio minore in cui non siano presenti componenti inabili, è introdotto un assegno aggiuntivo per le famiglie monoparentali: fino a un massimo di 1.000 euro annui per i nuclei con almeno tre o quattro componenti, tra cui un figlio minore oltre il genitore; fino a un massimo di 1.550 euro annui per quelli con cinque componenti oltre il genitore.

    Aldo Forte - 15 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  16/06/2011

    Il soggetto che svolge contemporaneamente attività di lavoro subordinato e autonomo non sfugge ai parametri. A chiarirlo la Cassazione con l'ordinanza n. 11147/11. Protagonista della vicenda un contribuente che ha ricevuto un avviso di accertamento Iva, Irpef e Irap con riferimento all'anno d'imposta 2000.

    L'iter
    Nel precedente grado di giudizio la Commissione tributaria regionale della Lombardia (sentenza 8 luglio 2009 n. 125) aveva dato torto al lavoratore secondo il quale al prestatore subordinato, proprio per la natura del rapporto, non potessero essere applicati i parametri. Ad avviso dei giudici di merito, il contribuente aveva dedotto in maniera del tutto generica lo svolgimento del lavoro dipendente: circostanza che non aveva consentito all'ufficio di creare una distinzione certa tra le due attività e, quindi, di poter applicare il criterio della prevalenza. Anche perché i giudici di appello hanno ricordato che il contribuente solo da un anno svolgeva attività autonoma e che, quindi, poteva avvalersi dei rapporti provenienti dalla precedente attività presso una struttura ospedaliera.

    La decisione di legittimità
    Il contribuente ha presentato, quindi, un ricorso in Cassazione per ottenere ancora una volta l'annullamento dell'avviso di accertamento. Questo perché, a suo avviso, la Ctr aveva ritenuto pienamente applicabili i parametri in una situazione lavorativa di duplice natura. Su questo fronte, la Corte ha precisato che nel panorama normativo non esiste alcuna disposizione che di fatto impedisca il ricorso ai parametri nelle situazioni in cui l'attività di libero professionista non costituisca l'unico lavoro svolto. E sulla valenza probatoria di tali elementi la Corte ha precisato che sono frutto del libero convincimento del giudice di merito il quale è tenuto solamente a fornire una congrua motivazione in merito alla decisine presa. Elementi che – si legge nell'ordinanza – non potevano essere riletti in una prospettiva migliore e più appagante per il cittadino visto che la valutazione degli elementi di prova compete al libero convincimento del giudice e che quindi un'eventuale richiesta in tale senso avrebbe portato a una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni di merito. A tal proposito è utile ricordare la sentenza n. 6519/2004 che sul punto ha osservato come «la ricostruzione degli elementi probatori e la relativa valutazione, rientri nei compiti del giudice di merito e sia insindacabile in Cassazione, se immune da vizi di motivazione rilevabili in sede di legittimità. È devoluta, poi, al giudice di merito la valutazione globale delle risultanze processuali, purché egli indichi gli elementi sui quali intende fondare il suo convincimento, nonché l'iter seguito per addivenire alle proprie conclusioni, ben potendo disattendere taluni elementi ritenuti incompatibili con la decisione adottata». Inoltre, il contribuente ha rilevato come i parametri dovessero essere ricondotti all'attività prevalente intesa per l'appunto come quella dalla quale derivavano i maggiori ricavi e che quindi avrebbe rappresentato meglio la propria capacità contributiva. Tuttavia i giudici hanno puntualizzato che questa separazione non era stata operata in quanto il contribuente svolgeva di fatto due attività contemporaneamente rendendo, quindi, impossibile all'ufficio comprendere quale delle due fosse prevalente sull'altra. In sostanza, ad avviso del ricorrente, se l'amministrazione finanziaria avesse considerato al posto dei parametri gli studi di settore, anche se approvati successivamente al periodo oggetto di accertamento, sarebbe arrivato certamente a importi decisamente minori. La Cassazione ha affermato, però, che la questione non era stata proposta in primo grado, ma soprattutto il contribuente non aveva fornito alcuna documentazione dei conteggi effettuati. Circostanza quest'ultima che non poteva essere valutata dal collegio di legittimità per difetto di autosufficienza. Inevitabile, pertanto, il rigetto del ricorso e la condanna alle spese.

    L'ordinanza 11147/11 della Cassazione

    In sintesi

    01|IL CASO
    Un contribuente che svolgeva contemporaneamente lavoro subordinato e autonomo aveva ricevuto un avviso di accertamento basato sui parametri

    02|IL PRINCIPIO
    La Cassazione ha precisato che quando vengono svolte contemporaneamente attività lavorative autonome e subordinate l'uso dei parametri è legittimo. Non sussiste, infatti, alcuna norma che preveda un espresso divieto in tal senso. Non si può applicare neanche il criterio della prevalenza visto che il lavoratore stesso non ha fornito le dovute spiegazioni per delineare meglio il peso delle due attività

    Giampaolo Piagnerelli - 13 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  15/06/2011

    Per la rinegoziazione dei mutui la platea si allarga.

    Con un emendamento dei due relatori, Giuseppe Marinello e Maurizio Fugatti il tetto per la richiesta della rinegoziazione è innalzato dagli originari 150 mila euro dell'articolo 8 del dl 70/2011 ai 200 mila euro mentre il reddito di chi può chiedere la rinegoziazione è ampliato dai 30 mila ai 35 mila euro.

    Un altro emendamento modifica la Dizione dei Distretti che il decreto sviluppo si prefigge di promuovere.

    Mentre il testo originale del provvedimento del governo parlava di Distretti turistico-alberghieri, la proposta di modifica dei due relatori parla più ampiamente di «Distretti turistici», allargando così la platea degli operatori che possono promuoverli.

    Il terzo degli emendamenti dei relatori riguarda i consorzi agrari. Intanto il voto in commissione sugli emendamenti, dopo che ieri il risultato è stato un pari, riprende oggi e il provvedimento sarà da mercoledì all'esame

    dell'Aula.

    E ieri proprio dopo la sospensione dei lavori Luigi Casero, sottosegretario all'economia ha annunciato che il governo potrebbe ricorrere a un maxiemendamento al decreto sviluppo, sul quale poi mettere la questione di fiducia in Aula: «D'altra parte la fiducia è stata già autorizzata» ha spiegato Casero, «come è stato anche preannunciato alla Conferenza dei capigruppo. Comunque», ha concluso, «aspettiamo domani (oggi ndr) per capire». Inoltre è stata annunciata una norma sul termine dei pagamenti tra i privati. Tutti i pagamenti dovranno essere perfezionati entro 60 gi orni, il limite vale per tutti i beni e se viene superato scattano gli interessi.

    Il termine, spiega Fugatti, può essere derogato con accordo fra le parti, salvo il caso di pagamenti che riguardino micro-imprese.

    Congelati invece gli emendamenti sul pacchetto fiscale.

    C. Bartelli/S.D'Alessio – 14 giugno 2011 - tratto da Italia Oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  14/06/2011

    Le indagini finanziarie sono un metodo efficace nella lotta all'evasione fiscale. Lo testimonia un dato di fatto: il ricorso sempre più frequente (e mirato) del fisco come strumento di accertamento.

    Nel 2010 gli avvisi emessi dopo (o con) verifiche sui conti correnti dei contribuenti sono stati quasi diecimila e il trend, almeno negli ultimi due anni, è in continua crescita. Un dato che deve necessariamente far riflettere in quanto gli uffici territoriali del fisco non possono utilizzarle liberamente ma vanno, invece, autorizzate dal direttore regionale dell'agenzia delle Entrate o dal comandante regionale della Guardia di finanza. Infatti, sono spesso una montagna insormontabile per il contribuente.

    13 giugno 2011 – tratto da Il sole 24 ore -

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  • Lavoro e previdenza  »»  13/06/2011

    La ricongiunzione alleggerisce il portafoglio del lavoratore, che può arrivare a sborsare anche 300mila euro. Prima della manovra d'estate (legge 122/2010), quella verso l'Inps era gratuita, mentre quelle "fuori dall'Inps" erano a pagamento, salvo casi particolari, quali, per esempio, gli statali (legge 322/58), i fondi elettrici e telefonici, il fondo Volo e altri: in questi casi, infatti, pur essendo fuori dall'ente le ricongiunzioni erano gratuite.

    Con le nuove regole - introdotte l'anno scorso per impedire che le dipendenti pubbliche potessero spostare gratis i loro contributi dall'Inpdap all'Inps ed evitare in questo modo l'innalzamento dell'età pensionabile - dal 1° luglio 2010 tutte le ricongiunzioni, a prescindere dalla gestione di provenienza e di destinazione, sono diventate a titolo oneroso.

    Per rendere l'idea della spesa che si cela dietro l'operazione, basta una simulazione: un dirigente telefonico di 59 anni ha 19 anni di contributi nell'Inps (Ago, assicurazione generale obbligatoria). Ha anche 18 anni di contributi nel Fondo telefonici, soppresso e confluito nell'istituto di previdenza, e tre anni nell'ex Fondo ferrovie, anch'esso passato all'ente. Gli potrebbe convenire la ricongiunzione di tutti i contributi nell'Inps. L'operazione, tuttavia, non sarebbe proprio a costo zero. Facciamo qualche calcolo: il dirigente ha una retribuzione annua di 260mila euro. Se decide di ricongiungere i contributi maturati all'Inps, deve pagare circa 285mila euro. Con questa mossa, consegue un'unica pensione, dell'importo di 170mila euro l'anno. Se invece non optasse per la ricongiunzione ma per la totalizzazione dei contributi, avrebbe tre quote di pensione distinte: una di 35mila dall'Inps, una di circa 10mila euro dal Fondo Ferrovie e circa 80mila dal Fondo telefonici. Il lavoratore, infine, avrebbe una terza possibilità: ricongiungere tutto non nell'Inps ma nel Fondo telefonici. In questa ipotesi, a causa del particolare meccanismo di calcolo (detto della "retribuzione teorica") che si applica per questo Fondo, conseguirebbe un'unica pensione di 135mila euro, pagando però un onere di ricongiunzione di 210mila euro. Il che, se paragonato alla prima ipotesi, quella di ricongiunzione all'Inps, significa 75mila euro in meno da pagare, ma anche 35mila euro di pensione in meno all'anno. In entrambe le ipotesi, il lavoratore potrà scaricare dalle tasse il 43% della somma spesa sostenuta per la ricongiunzione.

    Fin qui i numeri. Ci sono poi le storie, quelle reali. I lavoratori travolti dal passaggio dalla ricongiunzione gratuita a quella onerosa denunciano la mancanza di gradualità nell'applicazione del nuovo meccanismo. Un vicolo cieco che produce conseguenze pesanti per chi sta ultimando il proprio percorso lavorativo e non può più ricalibrare le strategie professionali. Stefano da 12 anni è dirigente d'azienda. Il prossimo anno raggiungerà i requisiti per la pensione d'anzianità secondo i criteri Inps (l'ente in cui è confluita la contribuzione ex Inpdai) in regime retributivo. Ha circa 22 anni di contribuzione precedente alla nomina a dirigente, che si trovano all'Enpals. Fino all'entrata in vigore della legge 122, il trasferimento dei contributi tra Enpals e Inps avveniva a titolo gratuito. «Per cui - spiega il dirigente - non avevo ancora richiesto il ricongiungimento ritenendo di farlo con il giusto anticipo rispetto alla richiesta di pensionamento. Il mancato esercizio di quella che era una mia facoltà fino al 30 giugno scorso ha determinato questa conseguenza: con il sistema retributivo e con gli attuali 34 anni circa di anzianità contributiva, dovrei andare in pensione con i criteri Enpals, riscuotendo circa il 28% della mia attuale retribuzione».

    Che fare? Attualmente c'è una proposta di legge bipartisan dei deputati Maria Luisa Gnecchi (Pd) e Giuliano Cazzola (Pdl). Se passerà, ha affermato Gnecchi, «si sommeranno semplicemente gli anni di contributi presso le diverse gestioni e ogni gestore erogherà una parte della pensione in relazione ai contributi che ha ricevuto». «Stiamo pensando di sospendere la normativa fino al gennaio 2012, in modo di aver tempo per approvare la nuova legge», ha aggiunto Cazzola. Il ministro del Lavoro Sacconi ha annunciato la convocazione di un tavolo.

    Andrea Carli e Francesco Papa - 05 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  13/06/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi - n. 08/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    PROROGA DEI TERMINI DI VERSAMENTO
    INDICAZIONI OBBLIGATORIE SULLA CORRISPONDENZA E SUL SITO WEB
    ELENCHI CLIENTI E FORNITORI OVVERO LA NUOVA COMUNICAZIONE
    TELEMATICA DELLE OPERAZIONI IVA – I CHIARIMENTI DELLA CIRCOLARE 24
    FAC-SIMILE RICHIESTA DATI A CLIENTI FORNITORI
    SCADENZARIO MESI DI LUGLIO 2011

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    Buona navigazione!
    Signa, 13.06.2011
    Studio Bambagioni

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  • Fisco e tasse  »»  10/06/2011

    Verifiche fiscali in guanti di velluto. Da subito.

    Anche se manca ancora il decreto ministeriale attuativo delle disposizioni contenute nel decreto sviluppo che impongono un coordinamento tra Agenzia delle entrate, Guardia di finanza e Inps per evitare di stressare in modo eccessivo i contribuenti.

    Nei limiti del possibile, infatti, le tre amministrazioni si coordineranno fin da ora per evitare duplicazioni delle verifiche e, nel caso ce ne sia una in corso, rinviare quella in preparazione.

    Ma nei casi in cui è a rischio la pretesa fiscale bisogna procedere motivando le ragioni che non possono rinviare l'azione di accertamento presso la pmi.

    Sono arrivate, secondo quanto risulta a Italia-Oggi, le prime indicazioni agli uffici dell'Agenzia delle entrate, sull'attuazione del decreto sviluppo sulla semplificazione fiscale.

    Le istruzioni agli uffici sono fornite nelle more dell'emanazione di un decreto ministeriale che fornirà le indicazioni, soprattutto sull'interscambio dei dati, ai tre soggetti (Inps, Guardia di finanza e Agenzia delle entrate). Per il momento, il controllo sarà compiuto attraverso il Muv (modello unificato di verifica) anche se sono solo Agenzia delle entrate e Gdf a sbirciare, con questo strumento, l'uno in casa d'altri.

    C. Bartelli – 9 giugno 2011 - tratto da Italia Oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  09/06/2011

    Dalla prossima settimana arrivano le indagine finanziarie dell'Agenzia delle Dogane sull'Iva intracomunitaria.

    Dopo lo sblocco della procedura nel 2010 l'Agenzia guidata da Giuseppe Peleggi ha approntato tutte le procedure per partire a caccia di irregolarità. Conclusa la sperimentazione dunque dalla metà del mese di giugno partiranno le interrogazioni all'Anagrafe dei rapporti sulla base di parametri di rischio messi appunti dall'amministrazione.

    Per l'Agenzia delle dogane si tratterà di richiedere informazioni e dati attraverso la Pec. E particolare attenzione dovranno porre gli operatori (come ad esempio le società fiduciarie o gli altri intermediari finanziari) che riceveranno una richiesta formulata in maniera diversa dalla posta elettronica certificata. In quel caso, infatti, le richieste diverse dal formato elettronico dovranno essere ritenute non accoglibili.

    Allo stesso modo le risposte dovranno essere inviate elettronicamente e con firma digitale.

    Gli indici di rischio terranno conto di alcuni parametri come ad esempio il comportamento fiscale tenuto nei periodi antecedenti la verifica, le irregolari movimentazioni di denaro o segnalazioni da parte di altri organi di controllo. Prima di procedere all'indagine finanziaria, la direzione regionale dell'Agenzia dovrà dare l'autorizzazione sulla base dell'esistenza dei presupposti di legittimità.
    Le richieste potranno seguire tre direzioni per contribuente, per operazioni e sia per soggetto sia per operazioni.

    In base alla richiesta per contribuente l'Agenzia delle dogane avrà una visione a 360 gradi del soggetto: potrà infatti acquisire informazioni anche in relazioni ai rapporti alle operazioni e ai movimenti riconducibili al soggetto indicato. Mentre la richiesta per operazioni o rapporti è dedicata specificatamente alle società fiduciarie.

    C. Bartelli – 8 giugno 2011 - tratto da Italia oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  08/06/2011

    II 16 giugno scade la prima rata di pagamento dell'Ici 2011.

    Se la situazione immobiliare non è cambiata rispetto all'anno scorso, il calcolo si effettua applicando all'imponibile di legge le aliquote e le detrazioni deliberate per li 2010 e dividendo l'importo a metà.

    Il pagamento va eseguito, in banca, con il modello F24, oppure in posta, con gli ordinari bollettini.
    È sempre possibile pagare in un'unica soluzione, entro la medesima data, utilizzando però le delibere 2011.

    Considerando tuttavia che quest'anno i termini per le delibere comunali sono slittati al 30 giugno non sempre sarà possibile per i contribuenti avere a disposizione in tempo i dati necessari per i calcoli.

    Con l'approssimarsi della scadenza si ripresenta all'attenzione degli operatori uno dei temi critici dell'Ici: la tassazione degli immobili d'impresa.

    Si tratta in particolare dei fabbricati di categoria catastale D, privi di rendita, interamente posseduti da imprese.

    Per tali tipologie immobiliari la difficoltà di individuare una rendita per fabbricati similari (rendita presunta) ha indotto il legislatore a far riferimento al valore risultante dalle scritture contabili, assunto al lordo delle quote di ammortamento e rivalutato sulla base di appositi indici ministeriali. Per questi immobili, la questione più controversa riguarda gli effetti della rendita catastale successivamente attribuita dagli uffici del Territorio.

    L' articolo 5, Dlgs n. 504/92, prevede al riguardo che il criterio del valore contabile abbia effetto sino all'anno dell'attribuzione della rendita.

    La formulazione della norma, quindi, sembra indicare che le tariffe d'estimo debbano essere applicate solo per il futuro. Sul punto la giurisprudenza di Cassazione si è divisa, talvolta optando per la portata costitutiva della rendita (applicazione per il futuro), talaltra perla natura dichiarativa della stessa (applicazione retroattiva).

    L. Lo vecchio - 6 giugno 2011 - tratto da Il sole 24 ore

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  • Normative complementari  »»  07/06/2011

    Gli ultimi "pentiti" hanno poche ore per ravvedersi e dichiarare al Fisco l'affitto che finora hanno tenuto nascosto. Da domani, infatti, entrano in campo le super-sanzioni introdotte insieme alla cedolare secca dal decreto sul Fisco municipale. In pratica, chi viene pizzicato a percepire un affitto non dichiarato dovrà riconoscere all'inquilino un canone a prezzo di saldo, inferiore fino al 90% rispetto ai valori di mercato. Il tutto per quattro anni a partire dalla registrazione del nuovo contratto, rinnovabili di altri quattro.

    La regola non lascia scampo, perché il nuovo canone sarà pari al triplo della rendita catastale – indicatore dal carattere archeologico – e terrà così gli introiti del proprietario lontanissimi dai livelli di mercato, traducendosi in una perdita di svariate migliaia di euro sulla distanza dei quattro (o degli otto) anni. Nelle intenzioni del Governo la stangata dovrebbe far cambiare abitudine ai tanti italiani – almeno 500mila, secondo le stime più prudenti – che ogni anno nascondono i propri redditi da locazione all'Erario.

    Ecco alcuni esempi che possono aiutare a disegnare bene i termini del problema: chi dà in locazione un bilocale a Roma, in una zona semi-centrale, come per esempio nei dintorni di corso Trieste, chiede al proprio inquilino 1.200 euro al mese. Se non li denuncia tutti con puntualità e viene scoperto, il canone sprofonderà a 165 euro al mese, con un taglio d'ufficio che sfiora i 50mila euro nel corso della durata del contratto. Conseguenze simili si incontrano a Milano, mentre la differenza fra i canoni di mercato e quelli che sarebbero imposti dal Fisco si attenua un po' nelle altre città, pur rimanendo sempre salata per l'eventuale "colpevole".

    Nella pratica, il peso reale di questa sanzione dipende dall'incrocio di due fattori: il tasso di aggiornamento delle tariffe d'estimo, su cui si calcola la rendita catastale, e i livelli di mercato.

    Questo spiega, per esempio, il fatto che la sanzione dell'affitto calmierato, se confrontata con quella delle altre metropoli, sia un po' più leggera a Torino, dove i valori catastali sono più elevati della media e il mercato chiede cifre decisamente più contenute rispetto a Milano o a Roma. Molto dipende anche dalle caratteristiche del singolo immobile: se l'edificio è di recente costruzione, o se il proprietario ha fatto rilevanti lavori di ristrutturazione e ha aggiornato la rendita, la differenza rispetto ai valori correnti sarà più contenuta. Una sanzione così congegnata dovrebbe avere un doppio effetto: oltre al deterrente per i proprietari, infatti, c'è l'incentivo alla denuncia da parte degli inquilini, che additando l'evasore all'Erario riuscirebbero a ottenere un mega-sconto almeno quadriennale sull'affitto da pagare. È il "contrasto d'interessi", da anni evocato come arma finale contro il nero immobiliare e oggi arrivato al debutto ufficiale. Nemmeno ora, però, le cose appaiono così semplici: a parte le iniziali incertezze degli uffici (raccontate nelle storie qui sotto), che potrebbero benevolmente essere spiegate con la novità del meccanismo, tutto dipenderà dalle carte che avrà in mano l'inquilino.

    Chi riscuote un canone completamente ignoto al Fisco, spesso ha l'accortezza di non intestare all'affittuario nessuna utenza, proprio per non lasciare tracce, e di farsi pagare solo in contanti. E naturalmente pochissimi padroni di casa sono così ingenui (o sprovveduti) da firmare e consegnare all'inquilino le ricevute di pagamento o addirittura la copia cartacea del contratto non registrato. Per superare questa impasse, la circolare 26/E dice chiaramente che l'inquilino può registrare di propria iniziativa il contratto d'affitto – e quindi far scattare il canone scontato – anche «in assenza di un apposito contratto scritto». E questo anche se si tratta di evidenziare l'esistenza di un canone reale più elevato di quello dichiarato al Fisco. In entrambe queste ipotesi, però, l'inquilino deve presentare all'ufficio una denuncia in doppio originale e il «modello 69» compilato. Il che vuol dire possedere i dati catastali dell'immobile affittato e i dati anagrafici del proprietario. Altrimenti, se mancano gli elementi per compilare il modello, l'unica via appare quella di una segnalazione alle Entrate, che poi faranno le proprie indagini ed eventualmente emetteranno un avviso di accertamento, registrando d'ufficio il contratto super-scontato. Ma in questo caso, è ovvio, i tempi si allungano.

    Inoltre, bisogna considerare le possibili difese del proprietario: 50mila euro di mancati guadagni valgon bene una causa, e un bravo avvocato – magari – potrebbe tentare di contestare la natura del rapporto sotto il profilo civilistico e dire, ad esempio, che l'inquilino non era un vero inquilino, ma solamente un ospite.

    Cristiano Dell'Oste/Gianni Trovati - 05 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  06/06/2011

    La condanna per non aver obbedito a un ordine di espulsione non pregiudica la regolarizzazione per colf e badanti straniere. E gli sportelli unici dell'immigrazione devono adeguarsi a questo principio. Il ministero dell'Interno, con la circolare 3958 del 24 maggio 2011, ha fornito indicazioni sui procedimenti di emersione di lavoro irregolare conclusi e non, dopo le recenti sentenze del Consiglio di Stato, adunanza plenaria, numero 7 e numero 8 del 2011.

    Con queste decisioni, i giudici amministrativi avevano chiarito appunto la non ostatività delle condanne inflitte in base all'articolo 14, comma 5-ter, del Testo unico dell'immigrazione, la cosiddetta «doppia espulsione», al beneficio della regolarizzazione di colf e badanti prevista nel 2009 (articolo 1-ter della legge 102/2009 di conversione del decreto legge 78/2009).

    Dopo circa sei mesi dalla scadenza del termine per inviare le domande di regolarizzazione dei rapporti di lavoro (30 settembre 2009), il ministero dell'Interno, il 17 marzo 2010, aveva diramato una circolare sui motivi ostativi al rilascio del permesso di soggiorno ai lavoratori stranieri (la «circolare Manganelli»).

    Il dipartimento centrale dell'Immigrazione e della polizia delle frontiere del ministero dell'Interno, per dirimere dubbi interpretativi sull'inquadramento della condanna per il reato previsto dall'articolo 14, comma 5-ter, del Dlgs 286/98 tra i reati ostativi alla fruizione della procedura di emersione, aveva sostenuto che «rientra nell'ambito dell'articolo 381 C.p.p. la prima figura di reato prevista dall'articolo 14 comma 5-ter che punisce con la reclusione da uno a quattro anni, lo straniero che senza giustificato motivo permane illegalmente nel territorio dello Stato in violazione dall'ordine impartito dal Questore di allontanarsi dal territorio nazionale entro cinque giorni».

    Dopo la pubblicazione della circolare, gli Sportelli unici per l'immigrazione hanno proceduto al rigetto delle domande di emersione e le Questure al rifiuto delle richieste di permesso di soggiorno. Le prime pronunce dei Tribunali amministrativi andavano in senso favorevole all'Amministrazione (vedi Tar Umbria) mentre successivamente (Tar Toscana) iniziava una giurisprudenza più adeguata della normativa.

    La stessa adunanza plenaria del Consiglio di Stato, lo scorso febbraio, aveva accolto la domanda cautelare.

    Le indicazioni agli Sportelli
    Dopo la decisione di merito del 10 maggio 2011 dell'adunanza plenaria, il dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Viminale invita ora gli Sportelli unici a conformarsi all'indirizzo della giurisprudenza agendo in autotutela, riaprendo i procedimenti non ancora definiti, sia, ovviamente, quando non sia stato già notificato il rigetto, sia quando sia pendente un ricorso presso i tribunali amministrativi o non siano trascorsi i termini per l'impugnazione.
    Se invece i procedimenti sono stati definiti, e cioè sono trascorsi i termini utili, o è già divenuta definitiva una sentenza di rigetto dell'impugnazione, su richiesta dello straniero (a cui normalmente non viene notificato il rigetto), caso per caso, potrà essere riaperta l'istruttoria. Le richieste da riesaminare potrebbero essere almeno 30mila, delle 494mila totali.

    Le Questure
    La circolare del Viminale è diretta agli Sportelli unici per l'immigrazione e per conoscenza è stata trasmessa al dipartimento della Pubblica sicurezza, da cui dipendono le Questure. La circolare del 24 maggio 2011 non prende, però, in esame i casi definiti in Questura: si tratta di quelle pratiche, per la verità numerose, di stranieri condannati sotto alias, perché inadempienti all'ordine di lasciare l'Italia. La condanna è emersa solo dopo il fotosegnalamento, in occasione della richiesta del permesso di soggiorno, e l'Ufficio immigrazione ha proceduto a notificare allo straniero (e non al datore di lavoro) il rigetto della domanda di soggiorno per lavoro subordinato. Se lo straniero non ha fatto ricorso contro il rifiuto della Questura, le domande di riesame potrebbero giacere nelle questure, in assenza di un augurato chiarimento da parte della direzione centrale dell'Immigrazione e della polizia delle frontiere.

    Marco Noci - 27 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  03/06/2011

    In presenza di una corretta contabilità l'Ufficio non può rettificare la dichiarazione sulla base di medie di settore che rischiano di essere delle mere congetture estimative. A precisarlo è la Corte di Cassazione con la sentenza 11985/2011 depositata ieri. Ad una società, l'Agenzia delle Entrate contestava maggiori ricavi, in via analitico induttiva, sulla base di alcune percentuali di ricarico medio.

    Il giudici di merito avevano già dato ragione al contribuente. In particolare la Commissione regionale evidenziava che non sussisteva alcuna ragione per procedere contro la società contribuente con un accertamento analitico induttivo, atteso che la contabilità, per quel periodo di imposta, era regolare.

    La Cassazione poi ha chiarito che le percentuali costituiscono presunzioni semplici che devono essere assistite dai requisiti di gravità, precisione e concordanza e desunte da dati di comune esperienza, oltreché da concreti e significativi elementi rilevabili dalla singola fattispecie. In presenza di scritture in ordine non è sufficiente il solo rilievo dell'applicazione di percentuali di ricarico formalmente diverse da quelle mediamente riscontrate nel settore di appartenenza. Le medie non costituiscono un fatto noto storicamente provato e sono inidonee a integrare gli estremi di una prova per presunzioni.

    La pronuncia è molto interessante perché, di recente, vari uffici delle Entrate hanno emesso numerosi accertamento (spesso per imprese congrue e coerenti con gli studi) sulla base del semplice scostamento del fatturato o del reddito dichiarato dalle imprese di determinate categorie, rispetto a medie e ricarichi elaborati artigianalmente dagli stessi uffici.

    Francesco Falcone - 01 giugno 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  01/06/2011

    La mia azienda ha intenzione di acquistare dei "voucher" per soggiorni turistici, degustazioni alimentari, trattamenti in centri benessere e così via, da omaggiare a clienti e dipendenti, per incentivare le vendite e il personale.
    Vorrei capire qual è il corretto trattamento dei "buoni acquisto" ai fini Iva. In particolare, non mi è chiaro se l'Iva debba essere applicata dal fornitore al momento dell'acquisto dei "voucher" e, in caso affermativo, se sia detraibile per l'azienda.
    A.C. – COMO

    La cessione di un «voucher» che attribuisce il diritto ad acquisire un bene o un servizio è un'operazione non rilevante ai fini Iva, perché è considerata una cessione di denaro e non rappresenta un pagamento anticipato del bene o del servizio a cui si riferisce. Sotto il profilo Iva, il «voucher» è semplicemente un titolo di legittimazione, ossia un documento che serve a individuare il soggetto che ha diritto al bene o al servizio. Questo è il condivisibile principio espresso dall'agenzia delle Entrate nella recente risoluzione 21/E del 22 febbraio 2011. Questo significa che la circolazione del «voucher» (cessione del titolo da parte dell'emittente e rimborso in favore del soggetto che lo ha accettato in pagamento) deve essere trattata come una «cessione di denaro o di un credito» esclusa dal campo di applicazione dell'imposta, ai sensi dell'articolo 2, comma 3, lettera a), del Dpr 26 ottobre 1972, 633.

    Vediamo, intanto, alcuni esempi di possibili utilizzi di «voucher».

    L'incentivazione
    Un'azienda specializzata nel settore promozionale propone a un'altra società dei «voucher» da regalare ai propri dipendenti (come forma di incentivazione del personale) o ai clienti, per finalità essenzialmente promozionali.
    I beneficiari dei buoni (dipendenti e clienti dell'azienda) possono utilizzarli a titolo personale per effettuare acquisti di beni e servizi (ad esempio: prodotti informatici, telefoni cellulari, ristoranti caratteristici, pacchetti turistici, eccetera) presso una rete di esercizi convenzionati, con la possibilità di integrare il pagamento, se il valore facciale del buono è inferiore al prezzo del bene o del servizio acquistato.
    Gli esercizi convenzionati si impegnano ad accettare come mezzo di pagamento il buono acquisto, che successivamente sarà rimborsato dalla società emittente, solitamente al netto della commissione concordata.

    Gli omaggi
    Per effettuare omaggi a parenti e amici, in occasione di ricorrenze o festività, è possibile acquistare, anche tramite internet, «cofanetti regalo» che possono essere spesi per ottenere diversi beni o servizi come, ad esempio, degustazioni gastronomiche, trattamenti presso centri benessere, biglietti per eventi sportivi o musicali, eccetera. Anche in questo caso, il «cofanetto regalo» può essere utilizzato presso esercizi commerciali convenzionati, che si sono impegnati ad accettare il buono acquisto come pagamento.

    Il regime precedente
    Sotto il profilo Iva, prima della risoluzione 21/E non era ben chiaro quale fosse il corretto trattamento di queste operazioni commerciali a fronte di due soluzioni alternative: considerare che l'operazione è effettuata già al momento della cessione del «buono acquisto», con conseguente anticipazione dell'Iva (tassazione all'origine) o, alternativamente, ritenere che la transazione si realizza solo con l'utilizzo del buono (tassazione «on redeption», al momento del consumo effettivo del bene o del servizio).
    Secondo la tesi della tassazione all'origine, che sino all'uscita della risoluzione 21/E del 2011 sembrava la più «accreditata» dall'Amministrazione finanziaria, l'operazione doveva essere assoggettata a Iva con aliquota ordinaria, già al momento della cessione del «voucher» come assunzione di un obbligo di fornire determinati beni e servizi, non ancora precisamente individuati, al possessore del voucher (risoluzioni agenzia delle Entrate numero 160/E del 30 maggio 2002, 228/E del 6 giugno 2008 e 27/E del 1° aprile 2010). In questa prospettiva, la successiva fornitura del servizio o del bene rappresentava la mera esecuzione di un obbligo per cui l'Iva era già stata precedentemente assolta. Questa soluzione ha suscitato sempre notevoli perplessità fra gli operatori e gli interpreti, soprattutto per due evidenti «effetti collaterali». L'applicazione dell'Iva al momento della distribuzione del «voucher» comportava inevitabilmente l'applicazione del regime Iva ordinario, con aliquota del 20%, anche se i beni o i servizi sottostanti hanno regimi Iva o aliquote differenti.
    Inoltre, nell'ipotesi (non infrequente) in cui i «voucher» fossero da utilizzare entro una determinata scadenza, l'assoggettamento a Iva all'origine comportava la tassazione Iva di un servizio su un'operazione che avrebbe potuto non essere mai effettuata.
    La tassazione al momento di utilizzo («on redenption»), invece, risolve questi problemi perché fa coincidere il momento impositivo con l'effettuazione dell'operazione economica sottostante, con un'impostazione più coerente con l'Iva, che è essenzialmente un'imposta sui consumi.

    I rapporti commerciali
    Nella realizzazione di un'operazione commerciale che comporta l'utilizzo di buoni regalo occorre prendere in considerazione i rapporti fra i diversi attori.
    a) Rapporto tra emittente e acquirente dei «voucher». La cessione dei buoni non assume rilevanza ai fini Iva: il relativo pagamento è una mera movimentazione di carattere finanziario. L'emittente non deve rilasciare fattura se non nell'ipotesi in cui sia addebitato un'eventuale servizio prestato verso corrispettivo specifico.
    b) Rapporto beneficiario-fornitore del bene o servizio. In questa fase, si realizza l'operazione economica soggetta a Iva. La base imponibile su cui determinare l'imposta dovuta è costituita dall'intero prezzo applicato, comprensivo anche della quota pagata con i «voucher».
    c) Rapporto tra dettagliante e società emittente.Anche la fase «finale» del ciclo di vita del voucher, quando i buoni sono restituiti all'emittente e da questo rimborsati agli esercenti, rappresenta un'operazione finanziaria non rilevante ai fini Iva. D'altra parte l'emittente, quando rimborsa i buoni, è tenuto ad emettere fattura, soggetta a Iva, per il pagamento della commissione, che potrebbe essere determinata come differenza fra il valore facciale del buono e la somma riconosciuta all'esercente.

    Diverso è il caso dei "ticket restaurant" che sono soggetti ad Iva al momento dell'emissione e del rimborso, come chiarito dalla risoluzione 49/E del 3 aprile 1996

    24 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  31/05/2011

    Stop, fino a nuova disposizione, delle procedure esecutive.

    È questa l'ultima indicazione che è arrivata nelle email dei dirigenti di Equitalia. La ragione è da ricercarsi, come spiegano alcuni addetti ai lavori a ItaliaOggi, nell'attesa delle correzioni da apportare al decreto legge sviluppo. Non avrebbe infatti senso intraprendere iscrizioni a ruolo rischiando con le nuove regole in arrivo di innescare ulteriori contenziosi su applicazioni retroattive o meno. Quindi la scelta è quella di sospendere qualunque iniziativa che si tratti di ipoteca o pignoramento in attesa che la situazioni si chiarisca.

    In alcune direzioni l'indicazione è che lo stop sia per 15 giorni in altre direzioni invece anche se si ribadisce che è a tempo determinato non si indica la dead line e si rinvia a ulteriori disposizioni.

    Al momento non si sa se queste laconiche indicazioni confluiranno in una direttiva del gruppo.

    La decisione è un passo ulteriore rispetto alla scelta di un'applicazione meno rigida delle disposizioni sulla fase esecutiva e sulla maggiore considerazione delle situazioni di disagio dei contribuenti richieste dal presidente di Equitalia, Attilio Befera, in due incontri dei giorni scorsi.

    Tutte queste azioni però non placano gli attacchi agli uffici della società di riscossione.

    Ieri infatti si è registrato un nuovo blitz con lanci di ortaggi, petardi e uova, contro le forze dell'ordine che presidiavano la sede di Gerit-Equitalia a Roma.

    C. Bartelli/V.Stroppa - 27 maggio 2011 – tratto da Italia Oggi -

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  • Normative complementari  »»  30/05/2011

    Il notaio che non esegue tempestivamente la trascrizione di un atto di compravendita non è in alcun modo responsabile del ritardo se l'acquirente non si sia attivato per tempo al fine di procurare al professionista le necessarie certificazioni anagrafiche.

    Non può infatti addebitarsi alcuna negligenza al professionista nel caso in cui, non essendogli stato conferito lo specifico incarico di reperire la documentazione, il cliente, pur sollecitato al riguardo, non abbia provveduto personalmente all'adempimento entro i termini di detta attività.

    Lo ha stabilito la Cassazione (sentenza n.8865/11), la quale, a conferma della sentenza di una corte territoriale, ha rigettato le istanze avanzate contro un notaio dagli acquirenti di un motopesca. Nel caso specifico, i quattro ricorrenti avevano contestato a un notaio pugliese, il quale aveva inizialmente rogato l'atto di acquisto del bene, di avere curato con ritardo la trascrizione dell'atto, «così consentendo ai creditori del venditore di intraprendere una procedura esecutiva», con successivo pignoramento dell'imbarcazione. Il presunto inadempimento del notaio, secondo gli acquirenti, aveva altresì comportato la necessità, da parte loro, di versare ingenti somme di denaro al fine di ottenere la cancellazione del gravame: di qui, la richiesta di condanna del notaio al risarcimento dei danni, quantificato in misura superiore a 350mila euro.

    Il giudizio di primo grado si concludeva in realtà con l'accoglimento della domanda e con la condanna del notaio a rifondere agli acquirenti una somma pari a circa 71mila euro. Ma il notaio non si dava per vinto e otteneva in appello la riforma della sentenza e il conseguente rigetto della domanda risarcitoria. La querelle si protraeva con il ricorso innanzi alla Corte di legittimità avanzato dai clienti del notaio, e con il deposito della sentenza di rigetto in esame.

    I Supremi Giudici, infatti, esaminati gli accertamenti di fatto richiesti in grado di appello, hanno ritenuto del tutto condivisibili le conclusioni dei giudici di merito. Provata, in particolare, la circostanza secondo cui «al notaio non era stato mai dato l'incarico di procurarsi la certificazione necessaria per procedere alla trascrizione, tant'è che tali certificati furono richiesti» dal notaio «e dalle sue collaboratrici più volte, all'atto della stipula ed in seguito». Corretta, dunque, l'interpretazione della Corte di appello la quale, sulla base della valutazione delle risultanze istruttorie, aveva pertanto escluso che l'operato del notaio fosse stato «in alcun modo negligente», giudicando conseguentemente addebitabile in via esclusiva agli acquirenti del motopesca il ritardo della trascrizione.

    Vano, ancora, il tentativo dei ricorrenti di invocare, da parte degli ermellini, «la riconsiderazione dell'accertamento di fatto compiuto dai giudici di seconde cure attraverso la rivalutazione delle deposizioni testimoniali raccolte».

    Come era lecito attendersi, infatti, i giudici di Piazza Cavour hanno precisato che «l'apprezzamento dei fatti attiene al libero convincimento del giudice di merito» e che, pertanto, «deve ritenersi preclusa ogni possibilità per la Corte di Cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso un'autonoma rivalutazione degli stessi».

    Senza seguito, infine, la censura avanzata dai ricorrenti e attinente ad un presunto vizio motivazionale. L'orientamento della Suprema Corte, a fronte della proposizione di motivi di ricorso per cassazione formalmente unici, ma in effetti articolati in profili autonomi e differenziati di violazioni di legge diverse, impone che una simile prospettazione si sostanzi nella proposizione cumulativa di più motivi.

    In sintesi
    La trascrizione tardiva di un atto di compravendita non può essere attribuita al notaio che ha fatto il rogito quando – come nel caso esaminato dai giudici di piazza Cavour – al professionista non è stato conferito lo specifico incarico di reperire la documentazione. E l'acquirente, pur sollecitato, non ha provveduto personalmente all'adempimento entro i termini. Il presunto inadempimento del notaio, secondo gli acquirenti, aveva comportato per loro la necessità di versare ingenti somme di denaro al fine di ottenere la cancellazione del pignoramento sull'imbarcazione oggetto della vendita. La Cassazione ha invece escluso che l'operato del notaio sia stato «in alcun modo negligente».

    Paolo Russo - 23 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  28/05/2011

    Rebus acconti 2011 per la cedolare secca.

    Il debutto del prelievo sostitutiva sugli affitti pone infatti qualche problema ai contribuenti, al bivio tra il rischio dell'applicazione di sanzioni e l'onere di una anticipazione finanziaria, derivante dalla duplicazione di Irpef e cedolare sul medesimo reddito.

    Il problema si pone in particolare per i contratti in corso al 7 aprile scorso.

    Il punto 6.2 del provvedimento delle Entrate del 7 aprile 2011 precisa che per queste locazioni l'opzione per la cedolare si esercita nel modello Unico 2012 per il 2011.

    Questo però non esonera dall'obbligo del pagamento dell'imposta sostitutiva già a partire da quest'anno.

    In particolare, l'acconto deve essere pari all'85% dell'imposta dovuta e deve essere sempre versato con il modello F24, anche per i soggetti che si avvalgono dell'assistenza fiscale.

    L'acconto deve essere corrisposto in due rate, il 6 luglio, per il 40%, e la restante parte entro il 30 novembre, se l'importo totale è almeno pari a 257,52 euro.
    Si ricorda inoltre che se il contratto ha decorrenza successiva al 31 maggio 2011, l'acconto si paga sempre in un'unica soluzione, al 3 novembre. In caso di locazione con effetti posteriori al 31 ottobre 2011, non si versa acconto ma l'intero importo di cedolare dovrà essere versato a saldo l'anno prossimo.
    Il problema è come determinare il reddito sul quale devono essere calcolati gli acconti dell'Irpef e della cedolare.

    Per evitare duplicazioni, si dovrebbe scomputare dal reddito complessivo 2010 l'importo del canone annuo di locazione relativo sempre al 2010.

    L. Lovecchio - 25 maggio 2011- tratto da Il sole 24 ore -

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  • Normative complementari  »»  27/05/2011

    Una intesa per rimodulare l'entrata in funzione del Sistri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti speciali e pericolosi è stata raggiunta ieri a tarda sera fra il ministero dell'Ambiente e le principali organizzazioni imprenditoriali, Confindustria e Rete Imprese. Il sistema partirà dal primo settembre prossimo. L'accordo, si legge in una nota del ministero dell'ambiente, «recepisce le esigenze evidenziate nelle ultime settimane dagli operatori del settore ribadendo il valore del Sistri quale importante strumento di legalità e trasparenza nel delicato campo dei rifiuti».

    «Abbiamo cercato e trovato una soluzione condivisa - afferma il ministro Stefania Prestigiacomo - nel comune intento di mettere in campo un sistema capace di coniugare trasparenza, semplificazione amministrativa, tutela della legalità. Un sistema che è stato pensato per agevolare il lavoro delle imprese non certo per complicarlo. Credo che la rimodulazione in chiave di progressività dell'entrata in vigore del Sistri sarà utile a collaudare al meglio il sistema e aiuterà le aziende a prendere confidenza con le nuove procedure elettroniche»

    Come funzionerà
    Secondo l'intesa raggiunta, il Sistri entrerà in vigore l'1 settembre 2011 per produttori di rifiuti "più grandi" che abbiano più di 500 dipendenti, per gli impianti di smaltimento, incenerimento, etc. (circa 5.000) e per i trasportatori che sono autorizzati per trasporti annui superiori alle 3.000 tonnellate (circa 10.000).

    Dal

    l'1 ottobre 2011 entrerà in vigore per i produttori di rifiuti medi che abbiano da 250 a 500 dipendenti e "Comuni, Enti ed Imprese che gestiscono i rifiuti urbani della Regione Campania”.

    L'1 novembre 2011 è la scadenza invece per produttori di rifiuti piccoli che abbiano da 50 a 249 dipendenti; l'1 dicembre 2011 per produttori di rifiuti che abbiano da 10 a 49 dipendenti e i trasportatori che sono autorizzati per trasporti annui fino a 3.000 tonnellate (circa 10.000).

    L'1 gennaio 2012, in ultimo, la scadenza prevista per produttori di rifiuti pericolosi che abbiano fino a 10 dipendenti.

    Le reazioni
    Positiva la proroga al primo settembre per Sistri, il nuovo sistema informatico per la tracciabilità dei rifiuti, anche se «per le imprese sarebbe meglio a fine anno». Lo affermano i senatori della Lega Nord in una nota. La proroga delle scadenze è una buona notizia per le aziende agricole, affermano la Coldiretti e la Cia. Soprattutto, rileva Coldiretti, dopo i risultati disastrosi del Sistri Day (la prova generale effettuata l'11 maggio) con il 90 per cento delle imprese che ha avuto problemi di accesso al sistema o non è riuscita, comunque, a portare a termine le operazioni richieste. I problemi operativi emersi nelle ultime settimane, rileva la Cia, avrebbero esposto le imprese coinvolte non solo ad aggravi e incertezze sulla propria attività, ma anche a possibili sanzioni in relazione a situazioni non determinate dalle imprese stesse. Il periodo che ora si apre, però, deve servire davvero - conclude l'organizzazione agricola - a un'effettiva semplificazione delle procedure.

    26 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  25/05/2011

    E ora cosa faranno da "grandi"? La vita degli studi di settore sembra essere arrivata a una svolta.

    Difficilmente scompariranno tanto è vero che la scorsa settimana la circolare delle Entrate ha indicato le linee guida dei controlli 2011 anche in questo specifico ambito. Molto probabilmente, però, saranno destinati a convivere con i nuovi strumenti di accertamento che la manovra estiva dello scorso anno ha consegnato al fisco: redditometro e spesometro. Anche perché qualcosa è cambiato dopo il dicembre 2009, quando la Cassazione ha definitivamente chiarito che gli studi da soli non bastano per provare l'evasione ma rappresentano delle "presunzioni semplici" e per essere provate vanno sempre corroborate da altri elementi.

    Fine dei giochi? No, perché la mutazione era già in atto. Complice anche la crisi economica (con l'introduzione dei correttivi) e una diversa impostazione politica sono diventati uno dei principali strumenti di compliance. Eppure non è stato sempre così. Basti pensare al passaggio della legislatura 2006-2008, quando vice-ministro dell'Economia era Vincenzo Visco. Allora la parola più accostata agli studi di settore era «stretta». Gli effetti si vedono a distanza di tempo: i contribuenti naturalmente congrui sono stati il 56-60% tra il 2006 e il 2008, mentre prima e dopo le percentuali sono state notevolmente più alte. Per i diretti interessati il ricordo della scansione temporale è tutt'altro che sfuocato.

    G. Parente - 23 maggio 2011 – tratto da Il sole 24 ore -

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  • Normative complementari  »»  24/05/2011

    Un'onda lunga di preoccupazione e la convinzione dell'inevitabilità di una proroga per rivedere l'intero impianto di Sistri. Il mondo delle imprese, all'indomani dell'esito del click day, torna ad analizzare i report di una giornata «tragica» e a chiedere a gran voce una riflessione tecnica seria sui punti di debolezza del tracciamento digitale dei rifiuti, per prendere il tempo necessario perché un sistema nato per la sicurezza e per la semplificazione non si trasformi in un disastro annunciato. L'ipotesi di una proroga – la terza – comunque, almeno a ieri sera, non è contemplata all'orizzonte ministeriale: «Per noi il sistema funziona – dicono all'Ambiente – anche perché abbiamo chiara la natura dei problemi verificati mercoledì sulla linea. Ci rendiamo conto che il debutto sarà arduo, ma siamo certi che in pochi giorni tutto andrà a regime, e per il meglio».

    Rassicurazioni che però alla luce delle esperienze del click day raccontate da centinaia di imprenditori, non bastano a placare l'ansia e la frustrazione di chi, oggi, percepisce il Sistri più come un ostacolo al proprio business che un fattore di semplificazione e di competitività. «Penso che un dato meglio di ogni altro spieghi che cosa sta succedendo – dice Alessandro Vardanega, delle Industrie Cotto di Possagno (Tv) –. Oggi, con il software che abbiamo sviluppato in azienda per la gestione dei rifiuti, in 35 secondi completiamo il cerchio della tracciabilità. Con Sistri il giorno dopo il click day (mercoledì abbiamo perso un'intera giornata per nulla), e solo per un movimento di carico, abbiamo impiegato 15 minuti, esclusa l'interfaccia con trasportatore e smaltitore, che non è ancora consentita». La proroga? «Mi sembra il minimo della ragionevolezza – aggiunge Vardanega –. Guardi, qui nessuno discute i principi, tanto è vero che noi il tracciamento digitale lo facciamo già da anni, ma l'operatività: le imprese rischiano di rallentare l'attività per un multiplo di 30, 40 volte rispetto a oggi, non mi sembra ragionevolmente e economicamente sostenibile un "accanimento" su questo Sistri».

    Secondo Ercole Tolettini, di Feralpi Group Lonato (siderurgia), «Sistri ha dimostrato di non reggere i collegamenti. Un'azienda come la nostra, che movimenta 50 mezzi al giorno in entrata e uscita, non può permettersi tempi di attesa di 15/20 minuti per operazioni che oggi facciamo in un minuto». Il punto di debolezza vero, secondo Tolettini, è tra l'altro «aver basato un sistema così importante su hardware ridicoli, come sono le chiavette Usb. Si tratta di dispositivi infettabili da virus e che possono quindi guastarsi e non funzionare. Cosa succederà quando una chiavetta è in riparazione? Fermo mezzi? E per quanto? E chi paga?».

    Anche per le aziende che trattano Raee, i rifiuti elettrici ed elettronici, l'orizzonte è a dir poco fosco. «Noi continuiamo a operare con i formulari cartacei – dice Claudio Tedeschi, della Dismeco di Bologna – non c'è alternativa anche perché il problema a oggi è paradossalmente più filosofico che operativo: del Sistri, stando all'esperienza delle 4mila imprese bolognesi affiliate a Confindustria, ancora oggi (ieri, ndr) non funzionava nulla. E purtroppo non è stato possibile nemmeno riuscire a ottenere l'assistenza dal call center. Se questo è lo scenario, non vedo altra via possibile che la proroga».

    Ma, come mercoledì, dal Ministero minimizzano: «A mezzogiorno di ieri 10.445 imprese sono riuscite a compiere 12.930 schede di movimentazione. Per noi il sistema funzionerà».

    Alessandro Galimberti - 13 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  23/05/2011

    Mantenere un livello di controlli adeguato senza insistere su accertamenti che dovessero rivelarsi infondati. Tra queste due coordinate si dovranno muovere gli uffici dell'agenzia delle Entrate secondo le indicazioni date con la circolare 21/E del 2011, diffusa ieri. L'idea è che «i margini di miglioramento» siano realizzabili attraverso un utilizzo più mirato delle banche dati e dell'incrocio delle informazioni a disposizone del Fisco. Un obiettivo che – spiega la circolare – non si potrà dire raggiunto fino a che ci sarà un numero rilevante di controlli che si concludono con esito «esiguo» o «negativo».

    Gli obiettivi monetari – la circolare lo ricorda – ci sono eccome. E in una precedente nota l'amministrazione centrale, nel prefissarli per le diverse realtà territoriali, aveva precisato che questi si ritengono raggiunti se i risultati finali si collocano in un risultato di confidenza che va dal 95 al 105% di quelli assegnati. Sottolinea però la circolare che pur tenendo fissi questi obiettivi si possono sia migliorare le prestazioni, sia evitare atteggiamenti vessatori contro i contribuenti, come ha sottolineato il direttore delle Entrate, Attilio Befera, da ultimo con la lettera dello scorso 5 maggio. Il messaggio che emerge costantemente dalla circolare è comunque che per ottenere gli obiettivi prefissati ogni passo va ponderato e nulla va mai dato per scontato. Per esempio mai abbandonare i contribuenti già accertati in passato per evitare fenomeni di "ricaduta".

    Nel caso del tutoraggio riservato ai contribuenti di grandi dimensioni si ricorda che questi (in modo particolare) in materia di prezzi di trasferimento, sulla base del Dl 78 del 2010, hanno avuto la possibilità di rapportarsi all'amministrazione attraverso un meccanismo di "disclosure", ovvero di trasparenza, che va valutato quando va tracciato il profilo di rischio per ciascuno di questi soggetti. Un elemento decisivo, visto che per i soggetti di grandi dimensioni tra gli indicatori di rischio più rilevanti c'è il ricorso a operazioni di arbitraggio internazionale e l'arbitraggio basato sullo sfruttamento di strumenti/soggetti ibridi o di strumenti finanziari complessi.

    Inoltre quest'anno il tutoraggio raggiunge 2mila imprese, pari a 2/3 della platea complessiva dei soggetti di rilevanti dimensioni, che dal 2009 al 2010 si è ridotta di circa mille unità (passando da 4mila a 3mila), ma gli uffici vengono invitati a prepararsi al 2012 quando al tutoraggio saranno sottoposti tutti i soggetti con volume d'affari o ricavi superiori a 100milioni di euro.

    Tra le altre novità che riguardano questi soggetti, le nuove modalità di accertamento nel caso del consolidato, semplificate dal Dl 78 del 2010. Un monito che viene dato agli uffici per questi contribuenti è che una volta che sia stata data la risposta a un interpello, gli uffici locali tengano sotto controllo che le soluzioni prospettate dall'Agenzia vengano adottate poi effettivamente dalle imprese.

    Per le imprese di medie dimensioni, sulla scorta del Dl 78, il piano di controllo prevede che ne sia messo sotto la lente circa un quinto del totale. Per questi soggetti la "competenza" è delle direzioni provinciali che ormai sono attive in tutta la penisola. Una prima indicazione per queste è il coordinamento con Guardia di finanza per i controlli da effettuare, ma anche tra gli uffici provinciali e quelli territoriali. Tre le mosse per dare scacco all'evasore: mappatura, censimento dei rischi e selezione dei contribuenti da sottoporre a controllo. Un "occhio di riguardo" sarà riservato alle imprese che non sono state controllate negli ultimi quattro anni e che presentano perdite "sistemiche". In ogni caso l'agenzia si aspetta recuperi rilevanti di evasione dai controlli su questa fascia di contribuenti.

    Anche sul Terzo settore e gli enti che beneficiano di regimi agevolati (cooperative e agricoltura) la guardia resta alta. I risultati del 2010 in questo settore sono stati rilevanti, ma i controlli proseguono, perseguendo soprattutto le situazioni che possono nascondere i fenomeni di evasione più rilevanti.

    Oltre alle attività mirate su tipologie di contribuenti, vengono segnalate, come da tradizione, anche quelle "trasversali", legate cioè alle caratteristiche delle azioni da mettere sotto osservazione. In materia di antifrode per esempio viene indicato l'obiettivo di affinare l'analisi di rischio, ma anche di mettere in atto controlli tempestivi, nel caso servissero azioni cautelari. E un posto rilevante in questo ambito verrà riservato comunque alle indebite compensazioni Iva. Allo stesso modo resta alta l'attenzione sulle fittizie residenze all'estero e sulle esterovestizioni.

    Antonio Crescione - 19 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  20/05/2011

    Il membro del consiglio di amministrazione di una società che riveste la qualifica di "responsabile della gestione aziendale" risponde in prima persona dell'infortunio occorso al dipendente. Se poi l'azienda non è neppure in regola con le norme antinfortunistiche, allora alla "colpa generica" si aggiunge quella "specifica". Il caso è quello di un amministratore di una azienda della provincia di Milano, attiva nel ramo della meccanica, il cui ricorso è stato respinto dalla Corte di cassazione, con la sentenza 19555 di oggi. I giudici di Piazza Cavour hanno bocciato tutti i motivi sollevati e in particolare quello mirante a escludere la responsabilità del datore perché l'incidente si sarebbe potuto evitare «con un minimo di attenzione» da parte del lavoratore, confermando la condanna a 15 giorni di reclusione inflitta dalla Corte di Appello meneghina.

    La dinamica dell'infortunio
    L'incidente aveva provocato a un operaio della fabbrica una lesione grave alle dita della mano sinistra «per aver inavvertitamente appoggiato la mano sulla lama della macchina rettificatrice» senza averla preventivamente arrestata«allorché aveva allungato la stessa mano nel tentativo di fermare la caduta a terra di uno dei pezzi che aveva allineato sulla macchina».

    La condotta imprudente non solleva l'impresa
    Il fatto che «alla produzione dell'evento avesse concorso la parte offesa, con condotta imprudente, per aver fatto verosimilmente eccessivo affidamento sulla pregressa esperienza», "ovviamente", secondo i giudici, «non vale ad escludere la responsabilità» dell'amministratore, in qualità di datore di lavoro, e «tantomeno potrebbe condurre ad escludere l'aggravante» dovuta alla violazione della disciplina antinfortunistica. Infatti la «macchina rettificatrice» non solo «era già obsoleta all'epoca del fatto» ma «non era stata adeguata, per omissione dell'amministratore agli specifici congegni di sicurezza, individuati dal progredire della tecnica». Nel caso specifico, come precisato dal tecnico della Asl, con il montaggio di alcuni "scudi di sicurezza" in grado di «bloccarne il funzionamento in difetto di espresso consenso all'apertura, elettricamente azionabile dall'operatore».

    Francesco Machina Grifeo - 18 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  19/05/2011

    L'assoggettamento a imposta sostitutiva del 10% delle somme erogate ai dipendenti per l'incremento della produttività e competitività dell'impresa comporta effetti favorevoli anche nel calcolo della situazione economica equivalente (Isee).

    Con la circolare 20 del 13 maggio l'agenzia delle Entrate interpreta a favore dei percipienti le disposizioni del decreto legge 185/2008 che, nel prorogare le misure previste dall'articolo z, comma 1, lettera c) del Dl 93/2008, sembrava aver trascurato le ulteriori disposizioni fra cui quella del comma 2 dello stesso articolo che esclude dalla determinazione della situazione economica equivalente alla formazione del reddito complessivo del percipiente o del suo nucleo familiare le somme che hanno beneficiato dell'agevolazione, entro il limite massimo di 3mila euro.

    Il mero richiamo al comma 1 aveva, pertanto, fatto ritenere che questa esclusione non fosse più operante negli anni successivi al 2oo8 e che di queste somme si dovesse, pertanto, tenere conto nel reddito complessivo del nucleo familiare.

    M. R. Gheido – 18 maggio 2011 - tratto da Il sole 24 ore

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  • Fisco e tasse  »»  18/05/2011

    La cassazione conferma: sul rimborso di tutti i tributi pagati in eccedenza spettano gli interessi anatocistici ai sensi dell'articolo 1283 del codice civile.

    Oltre, quindi, ad ampliare la platea delle imposte che maturano gli interessi anatocistici, la Corte ha così implicitamente affermato che la legge n.248/06 (che ha stabilito che i tributi non producono gli interessi sugli interessi) ha natura innovativa. Queste le conclusioni della cassazione tributaria che si leggono nella sentenza n.6894/11, depositata nella cancelleria della Corte lo scorso 25 marzo. Quindi, per crediti maturati sino al quattro luglio 2006, data in cui il legislatore, con la pubblicazione della legge n.248/06, articolo 37, comma 50 ha definitivamente chiarito che i tributi, di qualsiasi tipo, non producono interessi anatocistici (interessi sugli interessi), sarà legittimo richiedere i maggiori interessi maturati sui tributi richiesti a rimborso.

    B. Fuoco/N.Fuoco – 17 maggio 2011 - tratto da Italia Oggi

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  • Fisco e tasse  »»  17/05/2011

    La cedolare non è solo un problema di aliquote. Vero che si paga solo 21% (se la casa è affittata a mercato libero) o il 19% (se si tratta di un canone "concordato") al posto dell'Irpef e dell'imposta di registro. Il che rende abbastanza semplice considerare che chi abbia un reddito complessivo sotto i 15mila euro (affitti esclusi) nel primo caso o 28mila euro (sempre al netto dei canoni) nel secondo caso non ha, di fatto, un vantaggio nello scegliere la cedolare. Gli altri però, e sono la maggior parte, sì. Ma ci sono altri fattori da considerare, che possono essere valutati solo basandosi sulla situazione reale.

    1) L'Istat
    Chi sceglie la cedolare non potrà chiedere adeguamenti Istat all'inquilino. Nessuno può prevedere l'inflazione ma l'andamento di questi ultimi anni fanno sperare male e un'ipotesi del 2% annuo sembra probabile. Il che vuol dire, su un affitto da 600 euro a mese, 144 euro all'anno che oltretutto entrano a far parte del canone, quindi si tratta di una specie di "interesse composto" che funziona come l'anatocismo: l'anno seguente l'Istat si calcola non su 7.200 ma su 7344 euro annui e va a 147 euro. E così via.

    2) Gli aumenti periodici
    Chi ha in mente di tarare l'affitto con canoni progressivi, magari basati su un accordo con l'inquilino che effettua una serie di lavori e, per un paio d'anni, paga un affitto più basso per poi tornare al regime normale dal terzo anno in poi, se lo può scordare. Il divieto di aumentare il canone per il periodo della cedolare è assoluto.

    3) L'addizionale regionale
    Ogni regione ha la sua addizionale e, dato che la cedolare le assorbe, dove è più alta lì è più vantaggioso. Ma ci sono differenze che vanno dal Lazio (1,7 per cento) all'Umbria (0,7 per cento). Con l'esempio di prima, la differenza è di 72 euro a parità assoluta di condizioni.

    4) L'addizionale comunale
    Ma c'è anche l'addizionale comunale, decisamente più varia (molti comuni non la hanno affatto applicata): a Milano, per esempio, i proprietari sono meno interessati alla cedolare perché non pagano l'addizionale comunale comunale, a Roma l'appeal è forte perché arriva allo 0,9 per cento.

    5) La burocrazia
    Considerando che per i nuovi contratti va fatta una speciale denuncia online (tranne pochi casi nei quali si usa il vecchio modello 69), per la quale ci si deve accreditare e ottenere il pincode, dopo di che si avrà a che fare con una nuova imposta e adempimenti separati dall'Irpef, se l'importo a vantaggio della cedolare è minimo (100-200 euro) forse i nuovi impegni burocratici non valgono la candela.

    6) Gli affitti in nero
    Chi sinora non ha pagato le tasse, evitando anche di registrare il contratto, dovrebbe essere spinto a farlo dal fatto che l'inquilino potrebbe provvedere direttamente alla registrazione. Ottenendo così un canone pari al triplo della rendita catastale (poche centinaia di euro all'anno, in media) per quattro anni. L'occasione della cedolare dovrebbe quindi influenza la decisione dei proprietari dei circa 500mila immobili abitativi affittati in nero. Ma ci sono due fattori contro: primo, chi registra un nuovo contratto deve mentire, fingendo che sia iniziato proprio in quel momento, sperando che il fisco non vada ad accertare le annualità precedenti, altrimenti tra sanzioni e interessi va a sborsare parecchie migliaia di euro. Secondo, l'inquilino che volesse effettuare la registrazione incontrerebbe parecchie difficoltà, dato che molti uffici delle Entrate vogliono vedere la copia del contratto, che non sempre c'è, e poi vanno indicati i dati catastali, spesso assenti dalla copia del contratto (quando c'è). Poi va considerato che nei centri minori i rapporti tra inquilino e proprietario sono caratterizzati da parentela, amicizia o lunga consuetudine, per cui nessuno si sognerebbe di fare uno "sgarbo" all'altro. E che gli affitti non sono da rapina come nelle grandi città, dove l'inquilino incattivito sogna di prendersi una rivincita. Le speranze del governo di recuperare gran parte del "nero" con lo spauracchio dell'inquilino-delatore sono, quindi, fondate solo in parte. Il proprietario in nero dovrà quindi soppesare da una parte i rischi dell'emersione (sanzioni sul pregresso e cedolare da pagare) e dall'altra quelli del nero (sanzioni sul pregresso e crollo del canone d'affitto su denuncia dell'inquilino, che però ha le armi un po' spuntate).

    Saverio Fossati - 15 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  16/05/2011

    Un'onda lunga di preoccupazione e la convinzione dell'inevitabilità di una proroga per rivedere l'intero impianto di Sistri. Il mondo delle imprese, all'indomani dell'esito del click day, torna ad analizzare i report di una giornata «tragica» e a chiedere a gran voce una riflessione tecnica seria sui punti di debolezza del tracciamento digitale dei rifiuti, per prendere il tempo necessario perché un sistema nato per la sicurezza e per la semplificazione non si trasformi in un disastro annunciato. L'ipotesi di una proroga – la terza – comunque, almeno a ieri sera, non è contemplata all'orizzonte ministeriale: «Per noi il sistema funziona – dicono all'Ambiente – anche perché abbiamo chiara la natura dei problemi verificati mercoledì sulla linea. Ci rendiamo conto che il debutto sarà arduo, ma siamo certi che in pochi giorni tutto andrà a regime, e per il meglio».

    Rassicurazioni che però alla luce delle esperienze del click day raccontate da centinaia di imprenditori, non bastano a placare l'ansia e la frustrazione di chi, oggi, percepisce il Sistri più come un ostacolo al proprio business che un fattore di semplificazione e di competitività. «Penso che un dato meglio di ogni altro spieghi che cosa sta succedendo – dice Alessandro Vardanega, delle Industrie Cotto di Possagno (Tv) –. Oggi, con il software che abbiamo sviluppato in azienda per la gestione dei rifiuti, in 35 secondi completiamo il cerchio della tracciabilità. Con Sistri il giorno dopo il click day (mercoledì abbiamo perso un'intera giornata per nulla), e solo per un movimento di carico, abbiamo impiegato 15 minuti, esclusa l'interfaccia con trasportatore e smaltitore, che non è ancora consentita». La proroga? «Mi sembra il minimo della ragionevolezza – aggiunge Vardanega –. Guardi, qui nessuno discute i principi, tanto è vero che noi il tracciamento digitale lo facciamo già da anni, ma l'operatività: le imprese rischiano di rallentare l'attività per un multiplo di 30, 40 volte rispetto a oggi, non mi sembra ragionevolmente e economicamente sostenibile un "accanimento" su questo Sistri».

    Secondo Ercole Tolettini, di Feralpi Group Lonato (siderurgia), «Sistri ha dimostrato di non reggere i collegamenti. Un'azienda come la nostra, che movimenta 50 mezzi al giorno in entrata e uscita, non può permettersi tempi di attesa di 15/20 minuti per operazioni che oggi facciamo in un minuto». Il punto di debolezza vero, secondo Tolettini, è tra l'altro «aver basato un sistema così importante su hardware ridicoli, come sono le chiavette Usb. Si tratta di dispositivi infettabili da virus e che possono quindi guastarsi e non funzionare. Cosa succederà quando una chiavetta è in riparazione? Fermo mezzi? E per quanto? E chi paga?».

    Anche per le aziende che trattano Raee, i rifiuti elettrici ed elettronici, l'orizzonte è a dir poco fosco. «Noi continuiamo a operare con i formulari cartacei – dice Claudio Tedeschi, della Dismeco di Bologna – non c'è alternativa anche perché il problema a oggi è paradossalmente più filosofico che operativo: del Sistri, stando all'esperienza delle 4mila imprese bolognesi affiliate a Confindustria, ancora oggi (ieri, ndr) non funzionava nulla. E purtroppo non è stato possibile nemmeno riuscire a ottenere l'assistenza dal call center. Se questo è lo scenario, non vedo altra via possibile che la proroga».

    Ma, come mercoledì, dal Ministero minimizzano: «A mezzogiorno di ieri 10.445 imprese sono riuscite a compiere 12.930 schede di movimentazione. Per noi il sistema funzionerà».

    Alessandro Galimberti - 13 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  14/05/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi - n. 07/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    IRAP DETERMINAZIONE DELLA BASE IMPONIBILE
    DETERMINAZIONE DELLA BASE IMPONIBILE IRAP PER LE SOCIETÀ DI CAPITALI
    DETERMINAZIONE DELL’IRAP PER LE SOCIETÀ DI PERSONE E IMPRESE INDIVIDUALI
    DETERMINAZIONE DELL’IRAP PER I PROFESSIONISTI
    LE DEDUZIONI IRAP
    ALTRE DISPOSIZIONI IRAP

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    Studio Bambagioni

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  • Fisco e tasse  »»  13/05/2011

    La cedolare secca e gli studi di settore trascinano la proroga dell'autotassazione 2011. Il primo appuntamento con il pagamento delle imposte sarà, infatti, il prossimo 6 luglio, e senza maggiorazioni. Lo prevede la bozza di Dpcm su cui l'amministrazione finanziaria è al lavoro. I contribuenti avranno così venti giorni in più per metabolizzare le principali novità di quest'anno, tra cui spiccano quelle introdotte con il Dlgs 23/2011 sul fisco municipale.
    Il differimento dal 16 giugno al 6 luglio sarebbe motivato dai «nuovi adempimenti connessi alla predisposizione delle dichiarazioni e alla definizione dei versamenti che impegnano i contribuenti e, dal punto di vista organizzativo, in modo particolare i produttori di software e gli intermediari». Inoltre, c'è da considerare che sulla cedolare secca è attesa la circolare (a cui stanno lavorando le Entrate) per chiarire i dubbi interpretativi su calcolo e successivo pagamento del primo acconto dell'imposta sostitutiva.
    Le proroghe non si fermano alle persone fisiche che possiedono un immobile concesso in locazione. Il ritardo accumulato finora sugli studi di settore concede un po' più di respiro anche a professionisti e imprese (nel complesso sono oltre 3,5 milioni di contribuenti) che dovranno allineare ricavi e compensi ai risultati di Gerico. All'appello, infatti, manca proprio il software di gestione degli studi di settore: il programma (che consente il calcolo della congruità e della coerenza) dovrà tenere conto dei correttivi congiunturali per il periodo d'imposta. Anche in questo caso lo slittamento segue lo stesso percorso. Entro il 6 luglio il versamento dell'imposta potrà quindi essere effettuato senza alcuna maggiorazione mentre dal 7 luglio al 5 agosto sarà possibile procedere all'adempimento con l'aggiunta dello 0,40 per cento. Le date riguardano gli "appuntamenti" con il fisco conseguenti sia alla dichiarazione dei redditi quanto quelli per la dichiarazione Irap. Si ripeterebbe così quanto avvenuto lo scorso anno, quando le difficoltà tecniche nel rilascio di Gerico portarono uno slittamento, rispettivamente, al 6 luglio e al 5 agosto.
    Il Dpcm prevede un intervento anche per i contribuenti che scelgono l'assistenza fiscale del sostituto o del Caf. Il Dpcm in corso di definizione differisce i termini di presentazione delle dichiarazioni da parte dei dipendenti e pensionati e di trasmissione delle dichiarazioni 730/2011. Il differimento, in questo caso, troverebbe una valida motivazione a causa di ritardi che si sarebbero verificati quest'anno nella consegna dei Cud 2011. La scadenza (ormai passata) per consegnare il modello 730 al proprio sostituto d'imposta guadagna un mini tempo supplementare: l'intenzione del provvedimento (nel testo attuale) sarebbe quella di spostarla a lunedì prossimo 16 maggio. A quel punto - e questo è l'effetto principale - gli stessi sostituti potranno consegnare al contribuente interessato la copia del modello elaborato e il prospetto di liquidazione entro il prossimo 15 giugno. Maggior respiro anche ai Caf (i centri di assistenza fiscale) e ai professionisti abilitati. Potranno ricevere il 730 fino al 20 giugno (il termine attualmente previsto è, invece, il 31 maggio).
    Il differimento opera anche sui passaggi successivi. Consegna della copia elaborata al lavoratore dipendente o al pensionato entro il 30 giugno e comunicazione del risultato finale delle dichiarazioni entro il successivo 12 luglio. Stessa data anche per la trasmissione telematica alle Entrate. L'ultimo capitolo di intervento del Dpcm riguarderà le scadenze di agosto. Per evitare ingorghi da vacanze estive, c'è l'intenzione di spostare il pacchetto di scadenze, adempimenti e versamenti (come compensazioni o rateazioni delle imposte), concentrati nei primi venti giorni del mese a lunedì 22 agosto: il tutto senza maggiorazioni (principio che esclude di pagamenti con lo 0,40% che il Dpcm intende spostare al 5 agosto).

    Marco Mobili - 12 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  12/05/2011

    Convertire in compensazione le somme precedentemente richieste a rimborso, come risultano dalla dichiarazione dei redditi. È la possibilità offerta al contribuente dall'articolo 7, comma 1, lettera g) e comma 2, lettera i) dello decreto legge Sviluppo 2011. Il legislatore ha infatti inserito un ulteriore comma all'articolo 2 del Dpr 322/1998: il numero 8-ter, successivo ai due commi (8 e 8-bis) relativi alla presentazione di dichiarazioni correttive a sfavore e a favore del contribuente.

    Il nuovo comma 8-ter prevede ora che il contribuente possa cambiare scelta e passare dal rimborso alla compensazione, anche orizzontale, del credito d'imposta (non è ovviamente consentita l'opzione contraria), a condizione che il rimborso richiesto non sia stato nemmeno in parte erogato.

    Il contribuente che in sede di dichiarazione dei redditi (o dichiarazione Irap) risulta dunque a credito d'imposta, sceglie, nel quadro RX del modello Unico oppure nel quadro IR per la dichiarazione Irap la modalità di utilizzo prescelta. Il credito può infatti essere richiesto a rimborso, utilizzato in compensazione orizzontale o rinviato a credito nella successiva dichiarazione annuale.

    Il contribuente ha la possibilità di ripensarci e modificare la scelta del rimborso in compensazione, entro 120 giorni dal termine ordinario di presentazione del modello Unico (30 settembre di ogni anno) presentando una nuova dichiarazione sostitutiva della precedente. La modifica va effettuata usando i modelli conformi a quelli ministeriali. La variazione di utilizzo del credito è consentita sia per le imposte dirette che per l'Irap, la cui dichiarazione viene ormai presentata separatamente da Unico. La facoltà di convertire la richiesta di rimborso in compensazione è limitata alle dichiarazioni dei redditi e dell'Irap e quindi sembra essere esclusa l'Iva.

    Le compensazioni sull'Iva sono state comunque nuovamente oggetto di esame da parte dell'agenzia delle Entrate. Con circolare 16/E del 19 aprile, l'Agenzia ha fornito ulteriori chiarimenti sull'articolo 10 del Dl 78/2009, che regola l'uso in compensazione del credito Iva annuale o trimestrale. In primo luogo, l'Agenzia ha confermato che le compensazioni del credito Iva relativo all'anno d'imposta 2009, effettuate nel corso dell'anno solare 2011 prima della presentazione del modello dichiarativo (codice tributo 6099/2009 nel modello F24), concorrono al raggiungimento dei limiti di compensabilità stabiliti dall'articolo 10 del Dl 78/2009, in continuità con quelle effettuate nel corso dell'anno solare 2010.

    Per la corretta quantificazione del plafond massimo compensabile (10mila euro senza presentazione della dichiarazione, 15mila euro con la presentazione della dichiarazione non munita del visto di conformità) si devono quindi sommare tra loro gli utilizzi del credito effettuati nel corso del 2010 con quelli effettuati nel corso del 2011. Ciò in considerazione del fatto che i limiti sono da intendersi come riferiti all'anno di maturazione del credito e non all'anno solare di utilizzo in compensazione (circolare 1/E/2010). Il plafond di riferimento, pertanto, è unico, indipendentemente dall'anno in cui avviene l'utilizzo. Il secondo (atteso) chiarimento riguarda l'interazione tra utilizzo del credito Iva annuale e compensazioni effettuate con il credito maturato trimestralmente, tramite presentazione del modello TR. Secondo la risposta dell'Agenzia, esistono due distinti plafond liberi: uno relativo al credito annuale e l'altro relativo al credito trimestrale.

    Le due forme di alimentazione non interagiscono mai tra di loro, anche se relative alla stessa annualità. La circolare 16/E si occupa poi delle possibilità di correzione. In particolare, è considerata la seguente ipotesi: un contribuente, inavvertitamente, presenta due volte la dichiarazione annuale Iva, la prima (autonoma) contenente il visto di conformità, la seconda (compresa, per errore, nel modello Unico), priva di visto. Il problema nasce dal fatto che la seconda dichiarazione viene considerata «correttiva nei termini» (e quindi sostitutiva) di quella precedentemente presentata in forma autonoma (con visto di conformità).

    Per questo motivo, eventuali deleghe di pagamento contenenti compensazione di credito Iva per importi superiori a 15mila euro, presentate successivamente all'invio del modello Unico, sono oggetto di scarto da parte della procedura automatizzata di controllo. Per ripristinare la possibilità di compensare il proprio credito Iva per importi superiori a 15mila euro, si può agire in due modi alternativi: annullare l'invio del modello Unico, contenente la dichiarazione Iva erroneamente inclusa, oppure presentare una terza dichiarazione Iva in forma autonoma, con apposizione del visto di conformità. In entrambi i casi, il credito Iva, per importi superiori a 15mila euro, sarà nuovamente disponibile per la compensazione a partire dal giorno 16 del mese successivo a quello di regolarizzazione della posizione. Con la prima soluzione, tuttavia, è necessario presentare nuovamente (entro il termine del 30 settembre) la dichiarazione dei redditi, originariamente contenuta nel modello Unico oggetto di annullamento.

    Per chiedere all'Agenzia chiarimenti sullo scarto di compensazioni Iva operati telematicamente e per segnalare l'avvenuta regolarizzazione, tramite ravvedimento, di indebiti utilizzi in compensazione, si può usare l'indirizzo di posta elettronica certificata.

    G.Gavelli/G.P.Tosoni - 10 maggio 2011 - tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  11/05/2011

    Il lavoratore che viene pagato "al nero" deve comunque dichiarare al fisco i compensi percepiti, in quanto l'inosservanza dell'obbligo di dichiarazione da parte della società datrice di lavoro (sostituto) non assorbe anche ogni altro obbligo del lavoratore (sostituito). A stabilire questo principio è stata la Cassazione con la sentenza numero 9867 depositata ieri, 5 maggio 2011.

    Una contribuente ha impugnato un avviso di accertamento Irpef con il quale il competente ufficio della agenzia delle Entrate aveva recuperato a tassazione i redditi erogati, e non dichiarati, da una società. I pagamenti effettuati "al nero" dalla società risultavano dalle ricevute della lavoratrice, rinvenute e acquisite in occasione di una verifica fiscale effettuata a carico della stessa società.

    Sia la Commissione tributaria provinciale che quella regionale avevano dato ragione alla contribuente, in quanto per i giudici di merito non risultava che datore di lavoro e lavoratore avessero stretto un accordo per non dichiarare gli emolumenti in questione. In più la lavoratrice non era obbligata a controllare le scritture contabili del datore di lavoro e quindi non poteva sapere che la società non aveva operato le ritenute alla fonte. In ogni caso, per i giudici di merito, la ricorrente aveva agito in buona fede, ritenendo di non dovere presentare la dichiarazione dei redditi derivanti dal suo unico rapporto di lavoro.

    Avverso questa decisione l'Agenzia ha proposto appello, ritenendo che in presenza di pagamenti "al nero" sussiste in capo alla contribuente/lavoratrice l'obbligo di dichiarare al fisco tali pagamenti. Né tantomeno, per l'amministrazione finanziaria, era valida la conclusione formulata dalla Commissione regionale, per la quale la contribuente era esonerata da ogni obbligo fiscale per il solo fatto che vi era l'obbligo primario del sostituto.

    Per i giudici di legittimità la conclusione cui era giunta la Commissione tributaria regionale è del tutto errata, e per questo è stato accolto il ricorso dell'agenzia delle Entrate.

    In particolare la Cassazione ha ritenuto di non doversi discostare da un precedente orientamento giurisprudenziale, in base al quale in caso di mancato versamento della ritenuta d'acconto da parte del datore di lavoro, il soggetto obbligato al pagamento del tributo è comunque anche il lavoratore contribuente. E infatti, in presenza dell'obbligo di effettuare la ritenuta di acconto (diretta in sé ad agevolare non solo la riscossione ma anche l'accertamento degli obblighi del percettore del reddito), l'intervento del "sostituto" lascia inalterata la posizione del "sostituito", il quale è specificamente gravato dall'obbligo di dichiarare i redditi assoggettati a ritenuta, poichè essi concorrono a formare la base imponibile sulla quale, secondo il criterio di progressività, sarà calcolata l'imposta dovuta, detraendosi da essa la ritenuta subita come anticipazione di prelievo. Per questi motivi la Corte ha ritenuto che, quando la ritenuta non sia stata operata su emolumenti che pur costituiscono componente di reddito, alla omissione il percettore dovrà ovviare, dichiarando i relativi proventi e calcolando l'imposta imponibile alla cui formazione quei proventi hanno concorso.

    F.Falcone/A. Iorio - 06 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  10/05/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Lavoro e Previdenza - n. 03/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    I CERTIFICATI MEDICI DI MALATTIA DEI LAVORATORI VIAGGIANO SOLO PER VIA TELEMATICA
    LA DETASSAZIONE PER L’ANNO 2011
    LAVORATORI EXTRACOMUNITARI E AUTENTICITÀ DEI DOCUMENTI
    PERMESSI PER ASSISTENZA AI DISABILI
    AUMENTATO LO SGRAVIO CONTRIBUTIVO SUI PREMI DI RISULTATO 2009
    IL CONTRATTO A TEMPO DETERMINATO – PROFILI GIURISPRUDENZIALI
    LAVORATORI ASSUNTI DALLE LISTE DI MOBILITÀ E SGRAVI CONTRIBUTIVI
    OBBLIGO DELLA RITENUTA SULLE QUOTE DI PIGNORAMENTO DELLO STIPENDIO
    ESTENSIONE DEL CONGEDO PER MATERNITÀ
    INDENNITÀ DI MOBILITÀ E ATTIVITÀ LAVORATIVA
    MODIFICHE AI MODELLI DI COMUNICAZIONE OBBLIGATORIA PER IL COLLOCAMENTO
    CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI E DURC
    IL MANCATO GODIMENTO DI ROL ED EX FESTIVITÀ E REGISTRAZIONE NEL LUL
    STUDI PROFESSIONALI – APPLICABILE LA MOBILITÀ
    INSTALLAZIONE DI IMPIANTI AUDIOVISIVI NEI LUOGHI DI LAVORO
    LA GIURISPRUDENZA
    SCADENZARIO LAVORO: MAGGIO 2011, GIUGNO 2011, PRIMI GIORNI DI LUGLIO 2011

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    Studio Bambagioni

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  • Normative complementari  »»  10/05/2011

    Novanta giorni per avere il «permesso di costruire», quello che una volta si chiamava licenza edilizia; i giorni diventano 150 nelle città con più di 100mila abitanti o per progetti particolarmente complessi. Il silenzio-assenso scatta ora per gli interventi edilizi privati più pesanti dopo che la liberalizzazione negli ultimi anni aveva coinvolto tutta l'edilizia minore con l'estensione della Dia (denuncia inizio attività) e della Scia (segnalazione certificata di inizio attività).

    Entro i termini previsti dal decreto legge per lo sviluppo varato ieri il cittadino dovrà avere una risposta chiara alla propria domanda: un sì, un no oppure comunque scatterà il silenzioassenso.

    Il termine ordinario per il silenzio assenso si potrà allungare qualora siano necessarie le «interruzioni» previste in due casi: qualora il responsabile del procedimento richieda «modifiche di modesta entità» alla richiesta originaria (l'interessato avrà 15 giorni di tempo per rispondere e integrare la documentazione) oppure qualora siano necessarie integrazioni alla documentazione (in questo caso il termine per il silenzio-assenso riparte dalla data in cui la documentazione viene presentata). Ci potrà essere una sola interruzione del termine, quindi, non si andrà comunque molto oltre i 90 giorni per i piccoli centri e i 150 per le città maggiori.

    Le opere interessate

    Vediamo, però, la "pratica" dall'inizio. Anzitutto per quali opere sia ancora obbligatorio il permesso di costruire. Il testo unico per l'edilizia (Dpr 380/2001) ha risentito della liberalizzazione e le tipologie per cui il permesso è ancora obbligatorio sono solo tre: nuove costruzioni, ristrutturazioni urbanistiche (si tratta di operazioni di trasformazione di intere porzioni di città come demolizioni e ricostruzioni o riqualificazione di aree dismesse), ristrutturazioni edilizie. Questa terza tipologia si articola però in sei varianti: frazionamento immobiliare (aumento di unità immobiliari), aumento del volume, modifica della sagoma, variazione dei prospetti o modifica delle superfici, cambiamento di destinazione d'uso per i soli centri storici. Si aggiunga che molte regioni hanno spinto la liberalizzazione edilizia anche oltre gli standard nazionali e alcune di queste tipologie sono realizzabili con la cosiddetta Super-Dia.

    La domanda

    Dovrà essere presentata allo sportello unico per l'edilizia del comune. Si dovrà allegare anzitutto l'attestazione del titolo di legittimazione a presentare la domanda (per esempio il titolo di proprietà dell'immobile). Poi gli elaborati progettuali e altri documenti eventualmente previsti dal regolamento edilizio. Infine la dichiarazione di un progettista abilitato che asseveri la conformità del progetto agli strumenti urbanistici approvati o adottati, ai regolamenti edilizi, alle norme di settore e in particolare alle norme antisismiche, di sicurezza, antincendio igienico-sanitarie, di efficienza energetica.

    L'iter

    Dopo dieci giorni lo sportello unico nomina un responsabile del procedimento. Entro sessanta giorni il responsabile del procedimento dovrà notificare una proposta di provedimento, corredata da una dettagliata relazione, con la qualificazione tecnico-giuridica dell'intervento richiesto. Questo termine diventa di 120 giorni nei comuni con oltre 100mila abitanti o per i progetti particolarmente complessi (devono essere definiti così dal responsabile del procedimento). Nei trenta giorni successivi alla presentazione della proposta di provvedimento, il responsabile dovrà presentare il provvedimento definitivo. Qualora l'esito sia di rigetto, altri dieci giorni per motivarlo.

    I vincoli sul bene

    Il silenzio-assenso non si applica nel caso sull'immobile siano presenti vincoli ambientali, paesaggistici e culturali. In questi casi si segue una procedura diversa. Se il vincolo compete all'amministrazione comunale, il termine per il silenzio-assenso decorre a partire dal rilascio dell'atto di assenso. Ove tale atto «non sia favorevole», decorso il termine per l'adozione del provvedimento conclusivo del responsabile del procedimento, si intende formato il silenziorifiuto. Un margine di dubbio resta qualora l'amministrazione titolare del vincolo non si esprima: decorre comunque il silenzio-assenso? Dallo spirito della norma sembra di poterlo escludere, dalla lettera no.

    L'altro caso è quello in cui la titolarità della salvaguardia del vincolo spetti a un'amministrazione diversa da quella comunale, per esempio alla Soprintendenza. In questo caso il responsabile del procedimento dovrà convocare una conferenza di servizi e acquisire lì il parere. Anche in questo caso l'esito «non favorevole» fa scattare il silenzio-rifiuto, mentre la mancata pronuncia (o mancata partecipazione alla conferenza di servizi) non viene esplicitamente prevista.

    Giorgio Santilli - 06 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  09/05/2011

    Il part time non è mai un diritto del lavoratore. Anche se la possibilità di riduzione dell'orario è prevista dal contratto collettivo. E il lavoratore si trovi nelle condizioni indicate come prioritarie per la concessione dall'accordo integrativo aziendale.

    La scelta infatti è "discrezionale" e spetta sempre all'imprenditore che è l'unico a poter valutare se in quel determinato momento - il tempo parziale - è giustificato da "esigenze organizzative e produttive", o meno.

    I problemi di salute non bastano

    Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza di oggi n. 9769 accogliendo il ricorso di una banca contro la Corte di appello di Ancona che, all'opposto, aveva riconosciuto il diritto del dipendente alla trasformazione del contratto in part time. Secondo la Corte territoriale, infatti, il ricorrente si sarebbe trovato in una situazione "preferenziale", a causa dei problemi di salute, rispetto ad altri colleghi ai quali il part time era stato concesso.

    Il diritto al risarcimento del danno

    I giudici di Piazza Cavour hanno così chiarito meglio l'ambito di competenza dell'imprenditore ed i margini che invece restano al dipendente. Al datore spetta, dunque, in via esclusiva e discrezionale scegliere se l'azienda "abbia bisogno di prestazioni a tempo parziale e se le richieste avanzate in tal senso dai dipendenti rispondano alle esigenze aziendali medesime". Però, una volta stabilito che "in una determinata unità produttiva e con riguardo a specifiche mansioni" vi è una simile esigenza, allora "la decisione di concedere o negare la trasformazione del rapporto a part time non è più discrezionale". Ma deve seguire i criteri stabiliti dalla contrattazione collettiva e dagli accordi integrativi aziendali.

    E se tali accordi non vengono applicati rispettando i principi di correttezza e buona fede, scatta la legittimazione del dipendente, che si ritenga leso, "ad agire per il risarcimento del danno" anche in forma specifica, per ottenere la trasformazione del rapporto.

    In definitiva, secondo la Suprema corte "va escluso il diritto del dipendente di sindacare le decisioni datoriali in ordine alla sussistenza o meno delle esigenze organizzative e produttive compatibili con prestazioni rese in regime di tempo parziale" mentre "si può ravvisare in capo al dipendente una posizione di diritto soggettivo suscettibile di tutela risarcitoria relativamente alle modalità di esercizio di quel potere" e, quindi, "relativamente al potere del datore di scegliere a chi accordare il part-time tra quei dipendenti che ne abbiano fatto richiesta".

    Francesco Machina Grifeo - 04 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  06/05/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi - n. 06/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    DICHIARAZIONE DEI REDDITI - DOCUMENTAZIONE DA PREDISPORRE
    DICHIARAZIONI 2011 - LE SCADENZE
    LA COMPILAZIONE DEL QUADRO RW
    OBBLIGO DI COMUNICAZIONE DEGLI ELENCHI PROROGA PER I COMMERCIANTI AL MINUTO
    LA CEDOLARE SECCA NUOVA FORMA DI TASSAZIONE SUGLI AFFITTI
    L’IVA PER CASSA – RINVIO
    SCADENZARIO FISCALE: MAGGIO 2011, GIUGNO 2011, PRIMI GIORNI LUGLIO 2011

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  • Normative complementari  »»  06/05/2011

    Sarà una prova generale del funzionamento e della tenuta del Sistri, il sistema informatico per la tracciabilità dei rifiuti, in vigore dal 1° giugno. Con il Sistri click day, mercoledì 11 maggio, oltre 300mila imprese sono chiamate dalle organizzazioni imprenditoriali di riferimento a usare i dispositivi Sistri per una puntuale verifica.

    Dovranno dunque usare chiavette Usb e black box per registrare le movimentazioni dei rifiuti prodotti e gestiti quel giorno. Il click day, in concomitanza con l'entrata in vigore del Dm 52/2001 (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale 95 del 26 aprile) che ha riunito in un solo testo i precedenti cinque decreti emanati sulla materia, è stata promossa da Confindustria e Rete Imprese Italia (Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti), a cui si sono poi aggiunte le altre organizzazioni di categoria. Dal 1° giugno, infatti, per tracciare i rifiuti non sarà più possibile usare i tradizionali registri e formulari. Si dovranno usare esclusivamente i dispositivi elettronici Sistri.

    L'esperimento

    Il Sistri click day è una verifica di quanti riescono a operare e a collegarsi al sistema ed è quantomai necessaria, anche considerando le pesanti sanzioni che entreranno in vigore dal 1°giugno. L'11 maggio le imprese iscritte al Sistri sono chiamate a usare il nuovo sistema e a riferire gli esiti sia al Sistri, sia alla propria organizzazione di categoria, contribuendo anche alla raccolta dei dati avviata dalle organizzazioni imprenditoriali. Che hanno avanzato più di un dubbio sulle criticità del nuovo sistema: per Confindustria Veneto, il Sistri rischia di essere un esempio di «malaburocrazia».

    Chi partecipa e come

    Tutte le imprese e le loro unità locali iscritte al Sistri (produttori e gestori di rifiuti) sono tenute a partecipare al click day. Sono invitate anche le imprese prive di dispositivi informatici: queste dovranno comunicare agli indirizzi infosistri@sistri.it, clickday@confindustria.it (o alla omologa e-mail della propria organizzazione) che non dispongono dei dispositivi Sistri, spiegandone il motivo. Partecipando al Sistri click day l'impresa si accerta del funzionamento (o meno) dei dispositivi in suo possesso. Può segnalare in tempo eventuali malfunzionamenti e chiedere la sostituzione o il ripristino dei dispositivi ricevuti. Dimostrerà così anche la propria buona fede, in vista di eventuali sanzioni. Salvo complicazioni, il tempo necessario a completare la procedura dovrebbe essere compreso fra 30 e 60 minuti.

    Paola Ficco - 05 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  05/05/2011

    Per dedurre le provvigioni passive, non è sufficiente che il preponente e il terzo-cliente concludano l'affare, procurato dall'agente, ma è necessario che il preponente esegua la prestazione prevista contrattualmente e registri il ricavo.

    Sono queste le indicazioni della Cassazione nella sentenza 29 aprile 2011, n.9539.

    In Italia, la direttiva n. 653/86 è stata recepita sulla falsariga del modello tedesco, distinguendo il «momento di acquisizione della provvigione» (ovvero del suo diritto), che si verifica quando l'operazione promossa dall'agente viene conclusa tra le parti, dal «momento di esigibilità della provvigione già acquisita», che scatta quando il preponente ha eseguito, o avrebbe dovuto eseguire, la prestazione (Cassazione 2 maggio 2000, n. 5467). Nella nuova disciplina giuridica, dunque, «il fatto costitutivo della provvigione è la conclusione del contratto» tra preponente e terzo-cliente.

    Nel caso trattato nella sentenza n. 9539, la società ricorrente ha dedotto la provvigione nell'anno in cui l'agente ha concluso il contratto con il terzo-cliente, in quanto in quel momento nasce il corrispondente e contestuale diritto dell'agente al corrispettivo.

    La Cassazione, però, non è di questa opinione, in quanto ai fini dell'individuazione del periodo di competenza per la deduzione del costo delle provvigioni deve essere considerata la «data di esecuzione del contratto» tra il preponente e il terzo-cliente, la quale fiscalmente è individuata dall'articolo 109, comma 2, lettere a) e b), Tuir: consegna o spedizione per i beni mobili, stipulazione dell'atto per gli immobili o ultimazione per le prestazioni di servizi. Questa disposizione fiscale, infatti, non può essere abrogata da quella del Codice civile. Non è possibile, quindi, collegare la nascita del diritto alla provvigione in capo all'agente al diritto del preponente a dedurre il costo" della stessa.

    L'orientamento della Cassazione concorda con quello delle Entrate, in quanto anche se nella risoluzione 8 agosto 2005, n. 115/E, è stato detto che la deduzione del costo per le provvigioni passive deve avvenire nell'esercizio della stipula del contratto promosso dall'agente con il terzo-cliente, nella successiva risoluzione 12 luglio 2006, n. 91/E, si è precisato che questa affermazione è «esaustiva nell'eventualità in cui il periodo d'imposta in cui si verifica la conclusione del contratto promosso dall'agente coincide con il periodo d'imposta in cui il preponente, adempiendo la propria prestazione – ad esempio, con la consegna o spedizione del bene mobile – imputa a conto economico il relativo ricavo». Quindi «il generale principio della competenza di cui all'articolo 109, comma 2, del Tuir, deve essere applicato in combinazione con il corollario della correlazione, secondo cui i costi devono essere correlati con i ricavi dell'esercizio». Per dedurre il costo quando si registra il ricavo, è irrilevante la clausola che lega il diritto alla provvigione al reale incasso del credito da parte della ditta mandante (risoluzione 8 agosto 2005, n. 115/E).

    Luca De Stefani - 30 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  04/05/2011

    Da domani la stagione delle dichiarazioni dei redditi 2010 entra nel vivo. I primi in ordine di tempo a essere interessati sono i contribuenti che hanno deciso di presentare il modello 730. Coloro che non riusciranno a presentarlo al proprio sostituto d'imposta entro domani hanno però ancora un mese di tempo. Entro il 31 maggio, infatti, è possibile avvalersi dell'assistenza fiscale di un Caf o di un professionista abilitato, presentando il 730 unitamente alla documentazione necessaria per il rilascio del visto di conformità, costituita prevalentemente dalle attestazioni delle ritenute subite (ad esempio il Cud) e dai giustificativi delle spese per le quali si chiede uno sconto fiscale.

    Il soccorso di Unico
    Chi non può presentare il 730 ha a disposizione il modello Unico, eventualmente anche nel formato mini, con la doppia scadenza del 30 giugno per la consegna del cartaceo in posta e del 30 settembre per la trasmissione telematica diretta, attraverso i canali internet o entratel, o tramite un intermediario. Per la verità la presentazione del modello cartaceo è consentita solo ai contribuenti che, pur possedendo redditi che possono essere dichiarati con il 730, non possono utilizzarlo perché privi di un datore di lavoro o non titolari di pensione ovvero da chi ha l'obbligo di comunicare dati utilizzando i quadri RM, RT, RW e AC di Unico. L'Unico cartaceo è consentito anche a chi presenta la dichiarazione dei redditi per conto di contribuenti deceduti o da chi è privo di un sostituto d'imposta perché è cessato il rapporto di lavoro. Sono obbligati a presentare Unico, tra gli altri, tutti i titolari di partita Iva, come i professionisti e gli imprenditori individuali, i soci di società di persone, i non residenti, coloro che sono tenuti a presentare dichiarazioni Iva, Irap o 770 e, in generale, i contribuenti che devono dichiarare redditi non presenti nel 730 come, ad esempio, le plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni qualificate.
    Per i soggetti diversi dalle persone fisiche, come ad esempio le società di persone, le società di capitali e gli enti commerciali e non commerciali, l'Unico deve essere necessariamente trasmesso in via telematica, di norma entro il 30 settembre, tranne in casi particolari. Unico comprende sempre il modello degli studi di settore o dei parametri, quando sono obbligatori, e può comprendere anche la dichiarazione Iva. I contribuenti che intendono utilizzare in compensazione ovvero chiedere il rimborso del credito Iva, infatti, possono presentare la relativa dichiarazione in via autonoma dal 1° febbraio al 30 settembre di ciascun anno. Il modello 770, invece, sia semplificato sia ordinario, e la dichiarazione Irap non possono mai essere allegati a Unico, ma vanno trasmessi in via telematica separatamente.

    Luciano De Vico - 01 maggio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  03/05/2011

    Il 770 semplificato svela i misteri sulla nuova gestione delle somme oggetto di pignoramento nel corso del 2010.

    Il modello contiene, infatti, il nuovo quadro SY, che ospita tutti i dati relativi ai pignoramenti eseguiti, sia dal lato del terzo erogatore delle somme (colui che ha effettuato i pagamenti in favore del creditore pignoratizio) sia dal lato del debitore principale che li ha subiti. L'obiettivo – dichiarato dall'agenzia delle Entrate – è quello di fornire all'amministrazione finanziaria tutte le informazioni per tracciare i pagamenti effettuati tramite pignoramento e, quindi, poter fare i controlli incrociati utili ad evitare che tali somme sfuggano al prelievo. Sebbene le istruzioni siano molto sintetiche, le informazioni richieste sono importanti e delicate e, in caso di dichiarazioni mendaci, hanno conseguenze penali.

    La normativa
    L'articolo 19 comma 2 del Dl 78/2009 ha introdotto l'obbligo, da parte del sostituto, di effettuare una ritenuta d'acconto del 20% sulle somme liquidate a mezzo di pignoramento, qualora quelle oggetto del credito siano da assoggettare a ritenuta (Dpr 600/1973 Titolo III).

    Nel provvedimento del 3 marzo 2010 e nella circolare n. 8/2011, l'obbligo della ritenuta del 20% sussiste se ricorrono tali condizioni: il terzo erogatore deve essere un sostituto d'imposta; le somme oggetto del debito (cioè quelle non pagate spontaneamente) devono scontare la ritenuta alla fonte del Dpr 600/1973 e dell'articolo 11 della legge 413/1991; il creditore pignoratizio deve essere un soggetto Irpef.

    A queste condizioni, a decorrere dal 5 marzo 2010, il terzo erogatore deve effettuare la ritenuta del 20%, nonché a versarla con il codice tributo 1049. L'Agenzia precisa che il terzo erogatore non deve effettuare accertamenti sulla natura delle somme e se devono scontare la ritenuta. L'onere spetta al creditore. Altrimenti, il terzo erogatore sarà tenuto ad effettuarla. Da tale obbligo discendono gli adempimenti del sostituto d'imposta (consegna/trasmissione al creditore pignoratizio entro il 28 febbraio di una certificazione con le somme corrisposte e le ritenute nonché il modello 770). Il Provvedimento delle Entrate ha però introdotto ulteriori obblighi, indipendenti dalla ritenuta: il terzo erogatore sostituto d'imposta deve comunicare con il 770 anche le somme corrisposte al debitore senza effettuazione della ritenuta; il debitore, se tenuto alla presentazione della dichiarazione del sostituto, deve indicare nel 770 le somme che, tramite il pignoramento, sono state pagate al creditore.

    Per consentire al debitore di indicare gli importi pagati, il terzo erogatore deve trasmettergli una comunicazione informale nella quale indicare per singolo creditore pignoratizio, le somme corrisposte. La circolare 8/2011 precisa che va fatta in forma libera, può essere trasmessa anche online (purchè il mittente abbia prova della ricezione), e che, senza un termine di scadenza, va effettuata nei termini utili affinché il debitore possa riportare i dati nel proprio 770.

    Il nuovo quadro SY
    La prima sezione del quadro è dedicata al terzo erogatore delle somme pignorate, che deve compilarla in ogni caso, indipendentemente dalla ritenuta del 20 per cento. Compileranno la sezione i sostituti che nel 2010 hanno effettuato pagamenti di somme pignorate e che su questi hanno versato la ritenuta.

    In questo caso, oltre al codice fiscale del debitore principale e del creditore pignoratizio, saranno indicate le somme erogate e le ritenute. Inoltre, compileranno la sezione, senza indicare le ritenute (e previa barratura del campo "ritenute non operate") anche i sostituti che hanno effettuato pagamenti di somme pignorate sulle quali non abbiano effettuato alcuna ritenuta (ad esempio, perché il creditore pignoratizio era un soggetto Ires o le somme riguardavano redditi fondiari o, ancora, erano dovute come risarcimento del danno emergente e non imponibili Irpef). I sostituti dovranno raccogliere le informazioni su tutte le somme pagate per conto del debitore a seguito di qualsiasi pignoramento.

    La seconda sezione è, invece, riservata al debitore principale, che, se obbligato alla presentazione del 770 (in quanto ha erogato, nel 2010, redditi di lavoro dipendente/assimilato e/o autonomo), deve fornire: codice fiscale del creditore pignoratizio; somme pagate attraverso il terzo erogatore; natura delle somme oggetto del debito. Con queste informazioni, l'Agenzia potrà verificare che le somme siano state correttamente trattate.

    Nevio Bianchi/Barbara Massara - 27 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  02/05/2011

    Paletti più rigidi per l’accertamento delle infrazioni al limite di velocità tramite autovelox. Le ultime sentenze della Cassazione, infatti, definiscono meglio il quadro delle tutele per gli automobilisti.
    Così, per esempio, se il dovere di segnalare in anticipo il dispositivo elettronico è uno dei punti ormai acclarati dalla giurisprudenza, per la prima volta, è stato riconosciuto un uguale obbligo informativo anche a beneficio di chi proviene da strade laterali. Infatti, i giudici di Piazza Cavour, con una recente sentenza, hanno riconosciuto le ragioni del guidatore in quanto il cartello segnaletico era apposto unicamente sulla strada principale e non anche sulla provinciale che più avanti l’intersecava.

    Con un’altra recente pronuncia, invece, la Suprema Corte ha annullato una multa in quanto dal verbale non emergeva la presenza dell’agente di polizia municipale nella fase di “elaborazione dell’accertamento”, avendo il comune interamente esternalizzato la gestione del servizio.

    Mentre, per quanto riguarda i rilevamenti in città, le multe elevate su percorsi urbani “ordinari” sono sempre annullabili anche quando vi è stato il placet del prefetto all’installazione. Vale quindi la pena ripercorre le principali decisioni in materia ed i punti fermi sui cui gli automobilisti, almeno fino ad oggi, possono contare.

    Il dispositivo va sempre segnalato
    Non basta la segnalazione in anticipo della presenza del dispositivo quando fra il cartello e l’autovelox vi siano degli incroci con altre strade. Infatti, in tal caso il soggetto che si immette sulla strada “controllata” può correttamente sostenere di non essere stato informato.

    Lo ha stabilito la Cassazione con l’ordinanza n. 680/2011 riconoscendo le ragioni dell’automobilista che lamentava, dopo essersi immesso sulla statale, “di non aver incontrato alcun cartello segnalante la successiva presenza dell’autovelox”. Per i giudici: “In siffatto contesto, non sarebbe stato, dunque, sufficiente, accertare l’esistenza di un unico e qualsiasi cartello premonitore, sulla strada statale, essendo necessario verificarne invece, in coerenza alle finalità perseguite dalla legge: la presenza specifica ed a congrua distanza tra la suddetta intersezione e la successiva postazione fissa”. Non solo ma “il relativo onere probatorio, in mancanza di attestazione fidefacente al riguardo contenuta nel verbale, incombeva sull’amministrazione opposta, trattandosi di una condizione di legittimità della pretesa sanzionatoria”.

    No alla indicazione del cartello nel verbale
    Invece, la circostanza che nel verbale di contestazione di una violazione dei limiti di velocità, accertata mediante autovelox, non sia indicato che la presenza dell'apparecchio era stata preventivamente segnalata mediante apposito cartello non rende nullo il verbale stesso “sempre che di detta segnaletica sia stata accertata o ammessa l'esistenza”, Cassazione ordinanza n. 680/2011.

    L’"elaborazione" della sanzione va fatta dai vigili
    Se ad elaborare la multa fatta con l’autovelox non è stato un agente della municipale allora ci sono speranze di vedersi annullata la sanzione. Infatti, dal verbale di accertamento deve emergere "adeguatamente" che il rilevamento è stato fatto da “un agente preposto al servizio di polizia”. Lo ha deciso la Corte di cassazione con la sentenza del 5 aprile 2011 n. 7785. I Supremi giudici hanno infatti accolto le doglianze dell’automobilista che lamentava la mancata partecipazione della polizia municipale nelle fasi di “elaborazione dell'accertamento”.

    Il comune aveva esternalizzato l'intera gestione a una ditta esterna, indicando poi soltanto genericamente una "supervisione" da parte della Polizia municipale. Così facendo, però, risultava “indimostrata” l'esistenza di quell'elemento “di certezza e legalità” che “solo la presenza del pubblico ufficiale può garantire al cittadino”. Sul Comune, dunque, incombeva l’onere - non assolto - di provare che la presenza del privato era limitata alla fase di installazione ed impostazione degli apparecchi; mentre la gestione degli stessi era “rimasta riservata ai pubblici ufficiali”; e che comunque il ruolo degli operatori tecnici fosse sempre “subordinato a quello dei vigili urbani".

    In città rilevamenti solo su strade ad “alto scorrimento”
    Secondo l’articolo 4 della legge 168/2002 che disciplina i controlli di velocità da ”remoto”, questi sono sempre possibili sulle strade “extraurbane principali” ma non sulle strade “urbane ordinarie”, mentre per quelle “extraurbane ordinarie” e per quelle “urbane di scorrimento” occorre l’autorizzazione del prefetto. L’autorità di governo può, dunque, autorizzare gli autovelox sulla base di alcuni elementi quali: la pericolosità, il traffico o la difficoltà di fermare il veicolo.

    È accaduto però, secondo la Cassazione, sentenza 3701/2011, che alcuni comuni hanno forzato un po’ la mano ai prefetti ottenendo un lasciapassare all’installazione anche in strade prive delle caratteristiche previste dalla legge. Ragion per cui i giudici, pur riconoscendo l’autonomia dei prefetti, hanno annullato i verbali. Secondo un’altra sentenza, la 7872/2011, i margini di manovra del prefetto nel definire i tratti di viabilità ordinaria su cui autorizzare le postazioni fisse “trovano come limite insuperabile il tipo di strada, che è individuato con certezza dalla legge 168/02”.

    L’omologazione dell’apparecchio non “scade” mai
    In relazione alle apparecchiature di controllo automatico, il legislatore non ha adottato nessuna disposizione che commini la decadenza delle omologazioni rilasciate. Secondo la Cassazione, sentenza 17361/2008, ne consegue che “nel giudizio di opposizione alla sanzione amministrativa, non sussiste alcun ulteriore onere probatorio, a carico dell'Amministrazione, relativo alla perdurante funzionalità delle predette apparecchiature”.

    No alla taratura periodica
    Non vi sono neppure norme che impongono un obbligo di taratura periodica dell’autovelox. Dunque, l'attendibilità degli accertamenti effettuati non può ritenersi inficiata dalla assenza di controlli periodici. Non solo ma l'efficacia probatoria rimane sino a che non risulti accertato, in quanto dedotto ed espressamente provato, il mal funzionamento dello strumento, o il difetto di costruzione, installazione, Tribunale di Potenza, sentenza 11 novembre 2010 n. 1496.

    E sempre il tribunale di Potenza, sentenza 1305/2010, ha chiarito che “il sistema nazionale di taratura di cui alla L. n. 273/1991 non si applica alle apparecchiature per la rilevazione delle violazioni dei limiti di velocità fissati dal codice della strada, le quali, invece, sono soggette esclusivamente ad una verifica di perfetta funzionalità (omologazione) da parte del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture. Tale verifica, peraltro, è indispensabile solo in relazione al "modello" di apparecchio e non deve essere effettuata di volta in volta sul singolo esemplare”. E, dunque, “il verbale [...] fa piena prova della sussistenza della violazione anche quando i dati relativi all'omologazione, riportati, non si riferiscano specificamente all'apparecchio utilizzato ed a prescindere dal rispetto della taratura periodica”. Concetto espresso anche dalla Cassazione, sentenza 22207/2010, “In materia di accertamento di violazioni delle norme sui limiti di velocità la necessità di omologazione dell'apparecchiatura di rilevazione automatica - ai fini della validità del relativo accertamento - va riferita al singolo modello e non al singolo esemplare“.

    Non necessaria la contestazione immediata
    L'eccesso di velocità deve essere contestato immediatamente soltanto se verificato mediante strumenti che consentono la misurazione ad una congrua distanza prima del transito del veicolo davanti agli agenti. L'utilizzazione di apparecchiature diverse, quali l'"autovelox", invece, “rientra di per sé tra le ipotesi di esenzione da tale obbligo e l'attestazione del loro impiego, contenuta nel verbale di accertamento, costituisce valida ragione giustificatrice della mancanza di una contestazione immediata, né sono sindacabili in sede giudiziaria le modalità di organizzazione del servizio di polizia stradale, come quelle relative al numero delle pattuglie operanti”, Cassazione n. 9308/2007.

    Francesco Machina Grifeo - 22 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  29/04/2011

    Pensione anticipata per i lavori usuranti. Per l'entrata in vigore del decreto legislativo che prevede sconti su età e contributi per i lavoratori che hanno svolto attività particolarmente faticose manca solo la pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale».

    Per l'entrata in vigore del decreto legislativo sul lavoro usurante manca solo la pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale». La nuova normativa riconosce il diritto ad accedere anticipatamente alla pensione ai lavoratori che hanno svolto (per almeno sette degli ultimi dieci anni e, a partire dal 2018, per almeno metà della vita lavorativa) alcune attività lavorative specifiche: lavori in galleria, lavori nelle cave (ad alte temperature), lavorazione del vetro, addetti alla catena di montaggio, conducenti di autobus e pullman turistici.

    Sono ammessi al beneficio anche i lavoratori notturni, a condizione che abbiano svolto lavoro notturno per almeno 64 notti l'anno (che diventano 78 per chi matura i requisiti pensionistici tra il 1° gennaio 2008 e il 30 giugno 2009).

    Il beneficio previdenziale riconosciuto a queste persone cambia, in relazione alla data di maturazione dei requisiti pensionistici. Per chi matura i requisiti tra il 1° luglio del 2008 e il 30 giugno del 2009, il requisito anagrafico è fissato a 57 anni, e il requisito contributivo a 35 anni. Per chi matura i requisiti tra il 1° luglio 2009 e il 31 dicembre 2009, servono 57 anni di età anagrafica e la quota scende a 93. Per gli anni 2010, 2011 e 2012 si prevede un aumento crescente dello sconto sull'età anagrafica e sulla quota, che produce il risultato di mantenere inalterata, per il triennio, l'età minima richiesta (57 anni), e non cambia neanche il valore della quota, fissata a 94.

    Regole particolari sono previste invece per i lavoratori a turni. Una volta maturati i requisiti, il lavoratore deve presentare la domanda di accesso al beneficio al proprio ente previdenziale, allegando gli elementi di prova necessari ad attestare lo svolgimento di lavoro usurante. La legge fa riferimento alla necessità di esibire elementi di prova aventi data certa, e stabilisce l'obbligo per il datore di lavoro di collaborare alla formazione di tale prova. È prevista una sanzione pesante per l'eventuale produzione di documenti falsi: il lavoratore è tenuto al pagamento in favore degli istituti previdenziali, a titolo di sanzione, di una somma pari al doppio di quanto indebitamente erogato.

    I termini per la presentazione delle domande variano in funzione della data di maturazione del diritto. Nel caso in cui i requisiti siano stati maturati o saranno maturati entro il 31 dicembre 2011, la domanda dovrà essere presentata entro il 30 settembre 2011. La domanda andrà invece presentata entro il 1° marzo dell'anno di maturazione dei requisiti, qualora i requisiti siano maturati a decorrere dal 1° gennaio 2012.

    Il ritardo nella presentazione della domanda non preclude l'accesso al diritto, ma comporta un differimento della decorrenza del trattamento pensionistico (in media, per ogni mese di ritardo il diritto differisce di un mese, fino a un massimo di tre). È previsto un meccanismo di salvaguardia per il caso in cui le domande assorbano risorse maggiori di quelle stanziate. In particolare verrà data priorità ai trattamenti maturati prima e, in caso di ulteriore eccedenza, alla data di presentazione delle domande.

    Giampiero Falasco - 23 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  28/04/2011

    Il Sistri si dota di un Testo unico. Dopo una lunga attesa e l'esame favorevole del Consiglio di Stato, infatti, è approdato alla Gazzetta Ufficiale di ieri 26 aprile il decreto ministeriale 18 febbraio 2011, n. 52 che riunifica in un solo testo tutti i cinque decreti finora emanati sul Sistri (Sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti) e che, dal prossimo 11 maggio, data di entrata in vigore del decreto, "cessano di produrre effetti".

    Tuttavia, restano salve le proroghe finora intervenute per l'avvio operativo del sistema (1° giugno 2011) e per la trasmissione dei dati di quanto prodotto e smaltito o recuperato nel 2010 e nel 2011 (rispettivamente, 30 aprile e 31 dicembre 2011 - articolo 12, commi 1 e 2, Dm 17 dicembre 2009 e circolare del ministero dell'Ambiente 2 marzo 2011). Inoltre, si conferma l'obbligo di tenuta di registri e formulari fino alla piena funzionalità del Sistri.

    Il nuovo Dm Sistri non reca alcuna proroga in ordine alla data di effettivo avvio del sistema che, pertanto, ad oggi, resta fissata nel 1° giugno 2011.

    Il nuovo regolamento chiarisce che le imprese e gli enti che effettuano operazioni di recupero o di smaltimento e che sono produttori di rifiuti derivanti da tali attività devono iscriversi "anche" come produttori indipendentemente dal numero dei dipendenti.

    Inoltre, il Dm sposta dal 31 gennaio al 30 aprile il termine per il pagamento dei contributi annuali che migliaia di imprese italiane devono versare al Sistri . Si tratta di un vero e proprio mutamento della disciplina di base; infatti, il 30 aprile è il nuovo termine per i versamenti da effettuare anche in futuro.

    Per il 2011, si registra un disallineamento temporale tra il pagamento entro il 30 aprile e l'entrata in vigore dell'11 maggio. Tuttavia, le sanzioni decorreranno dal 1° giugno 2011 e quindi non riguardaeranno i pagamenti anche se effettuati entro il prossimo 31 maggio (termine del periodo transitorio).

    Sotto il profilo sostanziale non si registrano importanti cambiamenti, tuttavia sono state fatte alcune modifiche che è opportuno sottolineare:
    - i trasportatori in conto terzi (articolo 212, comma 5, Dlgs 152/2006) possono dotarsi del dispositivo Usb (la chiavetta) relativo alla sola sede legale oppure, in alternativa, di un'ulteriore chiavetta per ciascuna unità locale. In questo secondo caso, il contributo va versato per ogni unità locale dotata di chiavetta. Resta fermo l'obbligo di pagare il contributo annuale e di dotarsi di una chiavetta per ogni veicolo a motore adibito al trasporto di rifiuti;
    - la non necessità di accesso al Sistri da parte del trasportatore almeno due ore prima della movimentazione, per i rifiuti pericolosi, viene confermata per la microraccolta ed estesa alle attività di raccolta dei rifiuti prodotti da attività di manutenzione, purché i rifiuti siano trasportati direttamente all'impianto di recupero o smaltimento da parte del soggetto che ha effettuato la manutenzione. Resta fermo l'obbligo per il trasportatore di compilare la scheda Sistri Area movimentazione prima della movimentazione medesima;
    - per il trasporto marittimo dei rifiuti, l'armatore o il noleggiatore che effettuano il trasporto possono delegare gli adempimenti Sistri al raccomandatario marittimo di cui alla legge 135/77. In tal caso, il raccomandatario consegna al comandante della nave la copia compilata della scheda Sistri - Area movimentazione. All'arrivo, il comandante consegna la copia della scheda al raccomandatario rappresentante l'armatore o il noleggiatore presso il porto di destino;
    - i produttori di rifiuti pericolosi non inquadrati in un'organizzazione di ente o di impresa adempiono all'obbligo di tenuta del registro di carico e scarico attraverso la conservazione, in ordine cronologico, delle copie della scheda Sistri Area movimentazione, relative ai rifiuti prodotti. Restano soggetti al registro di carico e scarico i produttori di rifiuti non pericolosi non obbligati ad iscriversi al Sistri.

    Paola Ficco - 27 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  27/04/2011

    Nullo l'accertamento Iva basato sul rinvenimento presso un cliente dell'azienda, da parte della Guardia di finanza, di una fattura non registrata. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 8563 di ieri, ha respinto il ricorso dell'Agenzia delle entrate.

    Il caso riguarda una srl di Napoli. Durante un controllo presso un cliente le Fiamme gialle avevano trovato una fattura risultata poi non registrata. Così l'ufficio, senza altre motivazioni, aveva spiccato un accertamento Iva. La contribuente lo aveva impugnato e la Ctp partenopea le aveva dato ragione. La decisione era stata poi confermata dalla ctr della Campania. Così l'amministrazione finanziaria ha fatto ricorso in Cassazione ma, ancora una volta, senza successo.

    D. Alberici – 15 aprile 2011 - tratto da Italia Oggi -

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  • Normative complementari  »»  26/04/2011

    Parte la ritargatura dei vecchi motorini. Chiunque abbia ciclomotori (o microcar da città, ad essi equiparate per legge) col vecchio targhino (contrassegno di identificazione) dovrà immatricolarli, quasi come moto o auto. Ciò implica il rilascio del certificato di circolazione e l'obbligo di registrare i passaggi di proprietà, finora evitato a chi aveva il targhino. Finirà così il doppio regime iniziato il 14 luglio 2006, quando entrò in vigore l'attuale sistema di targatura e – contrariamente alle prime previsioni legislative – lo si applicò solo agli esemplari nuovi.
    L'estate scorsa, la riforma del Codice della strada ha ristabilito parità di trattamento. La differenza sostanziale tra vecchio e nuovo sistema sta nel fatto che ogni mezzo è abbinato univocamente a una targa e a un proprietario. Nel vecchio sistema, invece, era registrato solo l'abbinamento tra il targhino e il suo titolare, che poteva così spostarlo su qualsiasi ciclomotore utilizzasse (quindi chi ne ha due o più, col nuovo sistema, dovrà munirsi di altrettanti targhe e certificati); di conseguenza, il documento di circolazione del mezzo (il certificato d'idoneità tecnica) riportava solo numero di telaio e caratteristiche tecniche e, in caso di passaggio di proprietà, seguiva il veicolo senza formalità di registrazione. Un sistema semplice, ma poco controllabile, che per questo si prestava a truffe e abusi sia nelle compravendite sia nell'uso dei ciclomotori (con difficoltà anche nel rintracciare i responsabili di incidenti o reati). Altra differenza importante riguarda la possibilità di trasportare un passeggero, consentito se il mezzo è omologato per due persone. Dai certificati di circolazione tale circostanza risulta (quando è vera), dai vecchi certificati d'idoneità tecnica no. Quindi il trasporto è vietato anche sugli esemplari omologati per due, se hanno ancora il targhino. Resta poi (è un principio generale) il divieto per chiunque sia minorenne, anche se guida un mezzo omologato e con targa nuova.
    I primi chiamati alla ritargatura sono gli esemplari il cui attuale targhino riporta una sequenza numerica che inizia con 0, 1 oppure 2: dovranno chiedere targa e certificato di circolazione entro il 1° giugno. Entro il 31 luglio dovrà invece provvedere chi ha una sequenza che parte con 3, 4 o 5. Il 29 settembre scadrà il termine per chi ha 6, 7 oppure 8. Il 28 novembre sarà invece l'ultima data utile per chi ha una sequenza numerica che inizia per 9 oppure una sequenza alfanumerica che inizia con A.
    Chi non presenta la domanda entro queste date non rischia sanzioni per questo. Ma, visto che la consegna di nuove targhe e certificati potrebbe tardare (periodi di penuria ci sono già stati in passato), potrebbe essere difficile riceverli entro il 13 febbraio 2012, data dalla quale scatteranno multe di 389 euro per chi avrà ancora il targhino.
    Le modalità di richiesta dei nuovi documenti, in assenza di disposizioni specifiche, sono le stesse finora seguite per gli esemplari nuovi o per i passaggi volontari al nuovo sistema. Dunque, si può andare in qualsiasi ufficio provinciale della Motorizzazione o in un'agenzia abilitata come Centro servizi motorizzazione (in grado di rilasciare direttamente targhe e certificati) e dichiararsi proprietari, comproprietari, acquirenti, usufruttuari, locatari con facoltà di acquisto o acquirenti con patto di riservato dominio. Per i minorenni, la dichiarazione va firmata da chi ha la potestà genitoriale o la tutela.
    La domanda va fatta sugli appositi modelli (scaricabili anche dal sito ufficiale www.ilportaledellautomobilista.it), allegando le ricevute di tre versamenti.
    Non è ancora chiaro se i vecchi targhini e certificati di idoneità tecnica vadano distrutti dagli interessati o consegnati alla Motorizzazione.
    In caso di passaggio di proprietà, non occorre autenticare la firma del venditore né redigere un atto di vendita da registrare al Pra. Il venditore dovrà comunicare alla Motorizzazione o in agenzia la sospensione della circolazione a suo nome e togliere la targa, che potrà conservare o distruggere (basta che indichi quale scelta fa). L'acquirente, se non ha già una targa non abbinata ad altro mezzo, deve chiederne una presentando copia del certificato di sospensione (autenticata dal venditore con dichiarazione sostitutiva di atto notorio) e del documento d'identità del vecchio proprietario.

    Maurizio Caprino - 17 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  22/04/2011

    Il bilancio approvato dall'assemblea di una società è immodificabile (salvo la possibilità di impugnativa per nullità e/o annullamento prevista dagli articoli 2377 e 2379 del Codice civile).

    Il progetto di bilancio predisposto dagli amministratori in vista dell'assemblea e depositato presso al sede sociale almeno 15 giorni prima della stessa assemblea può essere invece modificato, in casi eccezionali: se cioè, fra la data di formazione del bilancio e quella della sua approvazione in assemblea si verificano eventi tali da pregiudicare l'attendibilità del rendiconto nel suo complesso. L'approvazione del bilancio da parte dell'assemblea è il momento finale di un percorso che inizia con l'adozione del progetto di bilancio da parte dell'organo amministrativo.

    Il progetto di bilancio
    Il progetto di bilancio predisposto dagli amministratori è dunque suscettibile di modifiche in casi eccezionali. L'articolo 2423 bis del Codice civile impone infatti al redattore di bilancio di considerare rischi e perdite di competenza dell'esercizio, anche se conosciuti dopo la chiusura dello stesso. Anche il principio contabile nazionale 29 e il principio internazionale Ias 10 prevedono che se fra la data di formazione del bilancio e la data di approvazione da parte dell'organo assembleare si verificano eventi tali da pregiudicare l'attendibilità del prospetto nel suo complesso, gli amministratori dovranno apportare le modifiche necessarie. Il progetto di bilancio modificato deve poi essere trasmesso al revisore legale dei conti e/o al collegio sindacale. Questi dovranno predisporre una nuova relazione, che non potrà avere data antecedente rispetto a quella del bilancio modificato.

    Gli eventi rilevanti
    Non tutti gli eventi sopravvenuti sono tali da imporre una modifica al progetto di bilancio. Bisogna dunque distinguere tra i fatti che richiedono modifiche ai valori delle attività e delle passività e i fatti che, non richiedendo variazione dei valori di bilancio, devono essere menzionati in nota integrativa o, a seconda dei casi, nella relazione sulla gestione, perché comportano, nell'esercizio successivo, variazioni straordinarie o rilevanti della situazione di attività o passività esistenti alla data di chiusura.

    Il termine massimo per tenere conto di questi eventi è generalmente costituito dalla data di redazione del progetto di bilancio da parte degli amministratori. I casi in cui gli amministratori devono intervenire sul progetto di bilancio sono limitati: si pensi, ad esempio, alla definizione di un minor prezzo di vendita su una cessione avvenuta entro fine anno, di impatto tale da stravolgere il risultato d'esercizio. O alla scoperta di un errore nella determinazione delle rimanenze di magazzino. Deve trattarsi comunque di eventi che, sebbene avvenuti successivamente, si riferiscono a fatti o situazioni già in atto alla data di bilancio.

    Fatti successivi
    Diverso è il caso di eventi avvenuti dopo la chiusura di bilancio (e anche dopo l'approvazione del relativo progetto), relativi a situazioni nuove e successive rispetto alla chiusura. In queste ipotesi, salvo che gli eventi non siano tali da mettere in discussione la continuità aziendale, l'organo amministrativo non deve intervenire sulla bozza di bilancio predisposta e depositata, ma riferirne in modo esaustivo in assemblea.

    Cristina Odorizzi - 20 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  21/04/2011

    Oltre 500 quesiti in meno di due giorni sono la prova diretta dell'enorme interesse suscitato dalla cedolare secca sugli affitti. Alcune di queste sollevano questioni che hanno bisogno di un chiarimento o di una conferma da parte dell'agenzia delle Entrate. Eccone una selezione.

    1 - Quando deve essere inviata la raccomandata all'inquilino?
    La norma (articolo 3, Dlgs 23/2011) non fissa un termine ma dice che la raccomandata va inviata «preventivamente». Si può ritenere che l'invio debba precedere la presentazione dei modelli Siria e 69 o, meglio ancora, raccordarsi con l'adeguamento Istat per comunicare che viene sospeso. Quando il regime transitorio consente di applicare la cedolare nel 730 o in Unico 2012, invece, l'invio dovrebbe avvenire prima del versamento del primo acconto (16 giugno o 30 novembre 2011).

    2 - La raccomandata va inviata anche in caso di contratti transitori che non prevedono aumenti del canone?
    La norma richiede l'invio della raccomandata a pena di inammissibilità al regime della cedolare secca. La formulazione generica lascia pensare che l'invio sia sempre necessario, anche per contratti sotto i 30 giorni, a meno che non vengano dettate eccezioni in considerazione della sostanziale inutilità della raccomandata.

    3 - Come si sceglie la cedolare in caso di proroga del contratto?
    Chi nel 2011, dopo il 7 aprile, effettua la proroga di un contratto, afferma il provvedimento delle Entrate, deve scegliere la cedolare con il modello 69. Chi invece aveva già un contratto in corso al 7 aprile e nel 2011 deve semplicemente versare l'annualità dell'imposta di registro, può applicare la cedolare nel 730 o in Unico 2012. La norma cita solo la «proroga» e non anche il «rinnovo automatico» di quattro anni tipico dei contratti a canone libero, il che fa pensare che le due situazioni siano assimilate. In attesa di conferme, chi affronta il rinnovo automatico farebbe meglio a utilizzare il modello 69, senza attendere Unico 2012.

    4 - L'aggiornamento Istat incassato nel 2011 prima di optare per la cedolare va restituito all'inquilino?
    Poiché l'opzione della circolare è esercitata su tutti i canoni percepiti nel 2011, anche il mancato incremento Istat dovrebbe riguardare tutti gli stessi canoni. Quindi i maggiori introiti andrebbero restituiti. Serve però una conferma ufficiale, anche per stabilire se gli adeguamenti Istat sospesi durante il periodo di opzione per la cedolare possano entrare a far parte del canone in caso di ripensamento del proprietario.

    5 - La società semplice può scegliere la cedolare?
    La società semplice, per sua natura, non esercita attività commerciale ed è equiparabile alle persone fisiche (soggetto Irpef). Quindi dovrebbe poter optare per la cedolare. Anche questo aspetto potrebbe essere chiarito dalle Entrate nella circolare di prossima emanazione.

    6 - Come si può applicare la cedolare in caso di alloggio di proprietà condominiale?
    Il reddito derivante dagli immobili di proprietà comune va dichiarato pro quota da ogni condomino. È però difficile esercitare l'opzione in sede di registrazione del contratto, dato che nel contratto appare solo l'amministratore e il condominio ha un codice fiscale. La disciplina va integrata.

    7 - Come evitare la duplicazione tra acconto Irpef 2011 nel 730 e acconto sulla cedolare?
    Il soggetto che presta assistenza fiscale, calcola l'acconto Irpef 2011 tenendo presenti i canoni da locazione del 2010. Se il proprietario opta per la cedolare, deve versare l'acconto dell'85% sulla cedolare dovuta nel 2011 e rischia una duplicazione. Per evitarla, potrebbe indicare nel quadro F del 730 di voler versare un minor acconto Irpef, calcolato escludendo dall'imposta dovuta per il 2010 quella relativa al reddito dei fabbricati per i quali si opta per la cedolare secca. Sarebbe opportuna una conferma da parte dell'Agenzia della legittimità dell'autoriduzione. L'alternativa, in ogni caso, è versare l'intero acconto Irpef e farsi rimborsare l'eccedenza con il 730 del prossimo anno.

    C.Dell'Oste/S.Fossati - 20 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  20/04/2011

    Scattano i tempi supplementari per pagare le rate con il fisco. I contribuenti non in regola con le scadenze dei pagamenti possono allungare fino a 6 anni il periodo di dilazione dei debiti fiscali e contributivi, a patto che dimostrino di avere avuto un peggioramento della loro situazione economica.
    Lo rende noto Equitalia, che ha firmato la direttiva che fornisce alle società partecipate le indicazioni operative per concedere il beneficio previsto dal decreto milleproproghe.
    Dal 2008 a oggi Equitalia ha concesso 1,1 milioni di rateizzazioni per un importo che supera i 15 miliardi.

    Come ottenere la proroga
    Come già avviene per le rateazioni, se la richiesta di proroga riguarda debiti per un importo fino a 5mila euro, sarà concessa a semplice richiesta motivata attestante la situazione di difficoltà peggiore rispetto a quella in cui versava il contribuente. Per gli importi superiori a 5mila euro l'accertamento della temporanea situazione di obiettiva difficoltà viene effettuato in maniera differenziata in base alla tipologia giuridica dei soggetti.

    Documentazione richiesta
    Le richieste presentate da persone fisiche o titolari di ditte individuali in regimi fiscali semplificati sono valutate utilizzando l'indicatore della situazione economica equivalente del nucleo familiare del debitore (Isee). Il contribuente interessato alla proroga della dilazione è tenuto ad attestare il temporaneo peggioramento della sua situazione di obiettiva difficoltà mediante la presentazione di un nuovo modello Isee di valore inferiore rispetto al precedente. In caso non sia trascorso il termine di validità annuale del modello Isee, mediante la sola dimostrazione di eventi posteriori che hanno determinato una radicale modifica della situazione reddituale e patrimoniale. Le richieste di rateazione in proroga presentate da altre categorie giuridiche di soggetti, per esempio le società di capitali, vengono esaminate mediante l'applicazione dei parametri costituiti dall'Indice di Liquidità e dall'Indice Alfa. Con riferimento infine al numero di rate concedibili verrà utilizzato sempre l'indice Alfa.

    Claudio Tucci - 18 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  19/04/2011

    Lo spesometro slitta al 1° luglio. Il differimento di due mesi è stato disposto ieri con provvedimento del direttore dell'agenzia delle Entrate, Attilio Befera, per consentire il completamento dei «necessari adeguamenti, anche di tipo tecnologico, connessi all'adempimento». I commercianti, dunque, non dovranno più comunicare già dal prossimo 1° maggio al Fisco i dati relativi agli acquisti di beni e servizi superiori alla soglia dei 3.600 euro, Iva inclusa, per i quali non è prevista l'emissione di fattura.
    Adeguamento tecnologico sì, ma anche un importante margine di tempo in più per consentire all'Economia di ritoccare il nuovo strumento di accertamento: sul tappeto ci sono sempre le duplicazioni di dati che gli esercenti avrebbero dovuto comunque inviare al fisco. Lo stesso direttore dell'Agenzia aveva annunciato che lo spesometro sarebbe entrato in vigore senza la "duplicazione" delle carte di credito (ma anche probabilmente di altri strumenti tracciabili, come, ad esempio, i pagamenti attraverso assegni bancari). I tempi troppo stretti per una correzione normativa alla tracciabilità degli acquisti sopra i 3.600 euro e l'assenza di un veicolo legislativo su cui fare salire l'esclusione dagli obblighi di comunicazione degli acquisti con mezzi già individuabili dall'amministrazione finanziaria, hanno certamente spinto il direttore delle Entrate a prendere due mesi di tempo in più. Con il decreto "omnibus" all'esame del Senato (quello sulla cultura e le frequenze tv) blindato dal Governo, il primo treno normativo utile per uno spesometro solo "in contanti" potrebbe arrivare per la prima settimana di maggio con il decreto sviluppo.
    Il direttore delle Entrate aveva già precisato che nelle intenzioni dell'amministrazione c'era la volontà di ridurre il carico degli obblighi di comunicazione per i contribuenti. In sostanza – secondo Befera – non si sarebbe arrivati a richiedere agli esercenti dati e informazioni su operazioni che all'atto del pagamento sono già tracciate.
    Ma per soddisfare questa esigenza, non basta un provvedimento amministrativo, bensì occorre una modifica legislativa. La modifica normativa in arrivo dovrebbe escludere dagli obblighi di comunicazione tutti gli acquisti effettuati con moneta elettronica, i cui dati oggi restano di difficile reperimento da parte del fisco se non passando per le indagini finanziarie.
    Cosa diversa per il fisco sarebbe invece spingersi più in avanti, magari prevedendo un sostanziale obbligo per i gestori di carte di credito e di debito di comunicare i dati sulle transazioni effettuate con moneta elettronica. Il recupero di questi dati potrebbe spingere il "grande occhio fiscale" a guardare anche oltre-confine, potendo di fatto monitorare e acquisire i dati degli acquisti e dei servizi effettuati all'estero. Dati che invece oggi sfuggono completamente al l'amministrazione.

    Marco Mobili - 15 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  18/04/2011

    Tassi all'insù. La lunga pausa espansiva orchestrata dalla Banca centrale europea è terminata. Al suo posto, sono in arrivo una serie di mini-strette che dovrebbero portare il costo del denaro intorno al 3% nell'arco dei prossimi 2-3 anni. Che siamo entrati in una fase di politica monetaria restrittiva lo ha indicato la stessa Bce che - dopo il rialzo dei tassi giovedì 7 aprile dall'1 all'1,25%, il primo da luglio 2008 - non ha escluso altre strette di qui a fine anno. Tra le previsioni più accreditate fra gli esperti l'ipotesi è di un doppio rialzo, sempre da un quarto di punto: uno a luglio e il secondo entro dicembre, oppure a inizio 2012.

    Che siamo entrati in una fase di politica monetaria restrittiva lo indicano anche i future sull'Euribor a 3 mesi che proiettano questo indicatore - amato e odiato da chi ha stipulato un mutuo a tasso variabile - appunto intorno al 3% nel 2014.

    Insomma, complice lo spauracchio dell'aumento dell'inflazione (il cui controllo entro la soglia del 2% resta l'obiettivo primario dell'attività della Banca centrale europea) e una lenta armonizzazione del quadro macroeconomico europeo (dopo la pesante recessione del 2009) il costo del denaro ha iniziato un cammino (seppur lento) verso la normalizzazione intorno alla media storica degli ultimi 10 anni, ovvero verso il traguardo del 3 per cento.

    Mutuo variabile: che fare?
    Ne consegue, che i soggetti che sono alle prese con il rimborso di un mutuo a tasso variabile dovranno prepararsi a pagare rate via via più care. Il periodo di vacche grasse (con Euribor e tassi Bce ai minimi storici e rate ridotte ai minimi termini) è terminato. Ciò non vuol dire che la nuova fase che si sta aprendo sia, di riflesso, allarmante (posto che le banche non ne approfittino per aumentare gli spread). Questo perché i tassi restano decisamente più bassi della media storica (3%) e prima che vi arrivino - dando una sbirciata al mercato dei future - ci vorranno ancora almeno un paio d'anni. E quand'anche vi arrivino non è detto che continuino poi a crescere. Tutto, trattandosi di macroeconomia, è legato al quadro congiunturale dell'Eurozona. Più forte sarà la ripresa, maggiore sarà la spinta verso la normalizzazione dei tassi. E viceversa.

    Pertanto, chi sta rimborsando un mutuo a tasso variabile - prima di valutare un eventuale passaggio al fisso, attraverso lo strumento della surroga con un altro istituto qualora non vada in porto il tentativo di rinegoziazione con il proprio - farebbe bene a effettuare uno stress test sulla rata del mutuo, ipotizzando come questa evolverebbe in ragione di vari ritocchi all'insù (che probabilmente ci attendono).

    Quanto aumenterà la tua rata?
    A livello generale, potrebbe attestarsi intorno al 2,5%. Aumento peraltro anticipato dall'andamento degli Euribor che hanno inglobato la stretta con una decina di giorni di anticipo (cosiccome ora, essendo l'Euribor a 3 mesi all'1,33%, iniziano già a scontare un nuovo rialzo estivo).

    Euribor a 3 mesi scatta all'1,33%
    Come indicato, gli Euribor a 3 mesi continuano a salire anticipando la prossima stretta monetaria, ipotizzata in estate. Oggi il parametro a 3 mesi - a cui è agganciata la maggior parte dei nuovi mutui a tasso variabile erogati - si è portato all'1,33%, sui livelli di maggio 2009. Si tratta del 20esimo rialzo consecutivo per l'Euribor, l'indice che esprime il tasso di interesse interbancario a cui le banche si prestano capitali fra loro, fissato ogni giorno, dal lunedì al venerdì, dall'European Banking Federation alle ore 11. In rialzo anche l'Euribor a 1 mese all'1,156 per cento.

    Mutuo a tasso fisso che fare?
    Chi ha intenzione di surrogare un variabile a fisso o di stipulare un nuovo mutuo a tasso fisso deve tener conto che anche gli Eurirs - i tassi a cui sono agganciate le rate dei mutui fissi - sono in risalita. Questo perché la risalità dei tassi fa risalire anche i rendimenti del Bund tedesco al cui andamento sono indirettamente collegati gli Eurirs. L'indice a 20 anni è balzato al 4,07% (rispetto al 3,9% del mese scorso e al 2,67% di fine agosto). Si tratta di un valore vicinissimo alla media di questo parametro degli ultimi 10 anni (4,12%). Pertanto, affidandosi alla statistica, si ricava che i mutui a a tasso variabile sono ancora a sconto (Euribor all'1,32% rispetto a una media del 3%), mentre quelli a tasso fisso si stanno attestando su una sorta di "fair value virtuale", un valore corretto ipotetico.

    Pertanto, al netto di eventuali spropositati spread o alti costi impliciti, in questa fase i mutui a tassi fisso (che in molti casi hanno superato il tasso finale del 5%) risultano più cari di circa 250-300 punti base rispetto ai variabili (che viaggiano intorno al 2,5% ma sono destinati a salire e via via ad annullare questo forte vantaggio iniziale). Ma rispetto alla media storica dei tassi fissi non risultano nè troppo cari, nè troppo scontati.

    Vito Lops - 14 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  15/04/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi - n. 04/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    CONTRIBUTI 2010 ARTIGIANI E COMMERCIANTI E GESTIONE SEPARATA
    mod. 730-4 – DATI TELEMATICI
    TASSA CONCESSIONE GOVERNATIVA SULLE VIDIMAZIONI
    TELEFONI E COMPUTER REVERSE CHARGE DA APRILE 2011
    LE NOVITA' DEL DECRETO MILLEPROROGHE CONVERTITO IN LEGGE
    SCADENZARIO FISCALE: MARZO 2011
    SCADENZARIO FISCALE: APRILE 2011
    SCADENZARIO FISCALE PRIMI GIORNI MAGGIO 2011

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    Signa, 15.03.2011
    Studio Bambagioni

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  • Normative complementari  »»  15/04/2011

    La proroga «verde» c'è ma non si vede. Ovvero: entro il 30 aprile prossimo, per effetto di uno slittamento dei termini dal 31 gennaio alla fine del mese corrente, le imprese che producono, gestiscono, trasportano rifiuti, e che devono aderire al nuovo sistema di tracciabilità degli rifiuti (in sigla «Sistri»), dovranno provvedere al pagamento dei contributi annuali 2011.

    Dov'è il provvedimento che stabilisce questa nuova scadenza? È contenuto, per il momento, ancora in un semplice comunicato «online» inserito ormai circa tre mesi fa sul sito www.sistri.it (dal ministero dell'Ambiente) che recita: «Si informa che è in fase di registrazione finale e di successiva pubblicazione sulla G.U. il Testo unico dei decreti ministeriali che hanno disciplinato il Sistri. Il provvedimento stabilisce lo slittamento del termine relativo al pagamento dei contributi dal 31 gennaio al 30 aprile p.v.».

    Era il 26 gennaio. Da allora il Testo unico Sistri non è ancora approdato in Gazzetta e mancano solo due settimane alla «dead line» per i pagamenti di quest'anno.

    S. Saturno – tratto da Italia Oggi - 14 aprile 2011 -

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  • Fisco e tasse  »»  14/04/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi - n. 05/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    I L B I L A N C I O 2 0 1 0
    Premessa
    - Collegio Sindacale
    - Principi contabili internazionali –
    Soggetti obbligati alla redazione del Bilancio
    - Termini di approvazione del Bilancio
    - Possibilità di accedere al maggior termine –
    Principi di redazione 2423 bis c.c.
    - Gli schemi di bilancio
    - Informazioni sugli strumenti finanziari derivati
    - I beni in locazione finanziaria
    - Lease back
    - Operazioni di pronti contro termine
    - Operazioni in valuta
    - Finanziamenti dai soci
    - Informativa sugli strumenti finanziari
    - Immobilizzazioni – perdita durevole di valore
    - Patrimonio netto
    - Gruppi societari e bilancio
    - Disinquinamento fiscale e quadro EC
    - Vincoli di distribuzione
    - Fiscalità differita
    - Nota Integrativa
    - Informativa sulle operazioni realizzate con parti correlate
    - RELAZIONE SULLA GESTIONE
    - Il nuovo formato XBRL
    VARIAZIONI DEL TASSO BCE E CONSEGUENZE FISCALI

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    Signa, 14.04.2011
    Studio Bambagioni

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  • Lavoro e previdenza  »»  14/04/2011

    I lavoratori che hanno esercitato attività usuranti e che, dal 2008 fino al 31 dicembre di quest'anno, hanno maturato i requisiti per la pensione – grazie agli sconti su età e anzianità contributiva – devono presentare la domanda per l'assegno anticipato entro il 30 settembre. A regime l'istanza va avanzata entro il 1° marzo dell'anno di maturazione dei requisiti.
    Lo schema di decreto legislativo sui requisiti ridotti per la pensione a vantaggio di chi ha esercitato attività considerate particolarmente faticose arriva oggi al Consiglio dei ministri. Dopo il parere delle commissioni parlamentari, questo dovrebbe essere il passaggio che apre la strada alla pubblicazione del decreto sulla «Gazzetta Ufficiale».
    Il provvedimento, nell'ultima stesura, conferma nella sostanza la versione approvata in prima lettura dal Consiglio dei ministri del 28 gennaio. Hanno diritto agli sconti: i dipendenti impegnati in lavori di cave e gallerie, ad alte temperature, in ambienti ristretti eccetera (Dm 19 maggio 1999); gli addetti alle linee di catena e ad attività in serie; i conducenti di mezzi pubblici (con almeno nove posti); i lavoratori «notturni». In quest'ultima definizione rientrano quanti, per l'intero anno lavorativo, svolgono la loro attività per almeno tre ore nell'intervallo tra la mezzanotte e le cinque. Inoltre, sono ricompresi i turnisti che lavorano per almeno sei ore comprensive del periodo mezzanotte-cinque per almeno 78 notti l'anno per quanti maturano i requisiti tra il 1° gennaio 2008 e il 30 giugno 2009 e per almeno 64 notti l'anno per quanti raggiungono le condizioni per il pensionamento anticipato dal 1° luglio 2009.
    Per gli assegni che hanno decorrenza entro il 2017, il diritto allo sconto su età e contributi richiede lo svolgimento di una delle attività considerate usuranti per almeno sette anni, compreso quello di pensionamento, negli ultimi dieci; a regime va "dedicata" almeno la metà della vita lavorativa.
    Dal 1° gennaio 2013 con l'agevolazine si potrà andare in pensione con 58 anni e quota 94 (il mix tra anzianità anagrafica e contributi). Tra il 1° luglio 2008 e il 30 giugno 2009 il requisito è 57 anni di età e 35 di contributi; tra il 1° luglio 2009 e il 31 dicembre 2009 occorrono 57 anni e quota 93; per il 2010 la quota sale a 94 (con 57 anni di età); 57 anni di età e quota 94 sono fissati anche per il 2011 e per il 2012. In generale, lo sconto varia da uno a due anni su età e contributi; l'agevolazione è di tre anni dal 2013. Dal 1° luglio 2009 per chi fa turni – con 64-71 notti – il requisito anagrafico è 58 anni nel 2008 e nel 2009; 59 nel 2011 e nel 2012, 60 nel 2013. Per chi fa tra 72 e 77 notti, il requisito è rispettivamente: 57, 58, 59 anni.
    Per il pensionamento valgono le finestre in vigore al momento della maturazione dei requisiti (da quest'anno, occorre aspettare 12 mesi).

    Maria Carla De Cesari/Davide Colombo - 13 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  13/04/2011

    Per la cedolare, pian piano, le nebbie si diradano. Dopo la pubblicazione via internet del provvedimento direttoriale del 7 aprile è diventata chiara almeno la casistica delle situazioni in cui si possono trovare i locatori e i relativi moduli da usare. In realtà ci sono tre casi.

    Il primo, quello più diffuso, riguarda i contratti in corso: per i locatori (figura che può anche non coincidere sempre con il proprietario) il comportamento corretto da tenere, se intendono scegliere la cedolare, consiste nel pagare, alla scadenza dell'Irpef, l'acconto per la cedolare secca, nella misura dell'85% dei canoni previsti per il 2011. Il pagamento avverrà con il modello F24, per il quale si è ancora in attesa del codice.

    Occorre usare un accorgimento: segnalare nel 730 o in Unico la scelta di pagare un acconto inferiore a quello derivante dai calcoli della dichiarazione ("scontando" cioè l'importo dei canoni 2011), in modo da evitare di pagare due volte e poi chiedere il rimborso dell'Irpef. Da ultimo, l'anno prossimo, il locatore indicherà la scelta per la cedolare direttamente nella dichiarazione dei redditi Unico 2012 o 730/2012.

    S. Fossati - 12 aprile 2011 – tratto da Il Sole 24 Ore -

    Alla sezione servizi/servizi on line di questo sito è consultabile il seguente link: “cedolare secca - istruzioni e moduli”

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  • Fisco e tasse  »»  12/04/2011

    L'opzione per la cedolare secca, nel caso di contratti d'affitto per i quali i termini di registrazione scadono da oggi (7 aprile) al 6 giugno, non ha effetti per il saldo dell'Irpef relativo ai redditi dell'anno 2010.

    Chi opta per la cedolare secca, sul canone di locazione annuo stabilito dalle parti, dovrà pagare un'imposta sostitutiva del 21 per cento.

    Il forfait scende al 19% nel caso di contratti cosiddetti concordati (articoli 2, comma 3, e 8 della legge 431/1998) relativi alle abitazioni che si trovano nei comuni di cui all'articolo 1, comma 1, lettere a) e b), del decreto legge 551/1988, e negli altri comuni ad alta tensione abitativa.

    Chi sceglie la cedolare secca, oltre a non pagare l'Irpef e le relative addizionali, non deve pagare le imposte di registro per la registrazione del contratto, nemmeno in misura fissa. Ai fini delle imposte dovute per l'anno 2011, la scelta per la cedolare secca potrà avere effetti solo sugli acconti.

    Al riguardo, è stabilito che l'acconto per il 2011 è dovuto nella misura dell'85 per cento. Questo significa che l'acconto dovuto a titolo di prima rata per il 2011 è pari al 40% dell'85%, cioè pari alla misura del 34%, ed è pari al 60% dell'85%, cioè alla misura 51% per la seconda rata di acconto da versare entro novembre.

    Tenuto anche conto dei 60 giorni di tempo concessi in più per eseguire la scelta, i contribuenti dovranno eseguire l'acconto del forfait, entro il 16 giugno 2011, o dal 17 giugno al 18 luglio 2011, con lo 0,40% in più, in caso di contratti stipulati entro maggio 2011, con l'opzione per la cedolare secca.

    Considerata la novità, in mancanza della base di riferimento storico, l'acconto per il 2011 dovrà essere determinato su base previsionale.

    I contribuenti che eseguiranno l'acconto della cedolare secca dovranno tenere conto della corrispondente riduzione degli acconti Irpef per l'anno 2011. La prima rata per il 2011 non è dovuta per i contratti stipulati a partire da giugno.

    Rimane fermo che, così come è previsto per gli acconti Irpef, gli eventuali versamenti in più per la cedolare secca, che risulteranno dalle dichiarazioni presentate, potranno poi essere usati per ridurre gli altri versamenti per gli anni successivi, così come potranno essere usati come crediti in compensazione con i pagamenti da fare con il modello F24.

    Tonino Morina - 07 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  11/04/2011

    Un permesso di soggiorno "umanitario" di sei mesi che consente comunque tre mesi di libera circolazione nei Paesi dell'area Schengen. Lo possono chiedere gli stranieri giunti in Italia dal 1 gennaio 2011 alla mezzanotte del 5 aprile 2011. Il rilascio è gratuito e la consegna avviene presso le questure con procedura d'urgenza. Attenzione: non possono richiederlo, tra l'altro, chi appartiene alle categorie socialmente pericolose e sia destinatario di un provvedimento di espulsione ancora efficace, notificato prima del 1 gennaio 2011.

    Ecco un rapido vademecum per sapere tutto sul permesso di soggiorno per motivi umanitari.

    Cosa è il permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari
    Il testo unico sull'immigrazione prevede, all'articolo 20, rubricato «Misure straordinarie di accoglienza per eventi eccezionali», la possibilità di emanare un Dpcm le misure di protezione temporanea dell'immigrato - da adottarsi anche in deroga a disposizioni del testo unico - per rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all'Unione Europea. Il premier Silvio Berlusconi ha firmato il Dpcm, che prevede un permesso di soggiorno, ai fini della protezione umanitaria, di sei mesi, garantendo comunque tre mesi di libera circolazione nei Paesi dell'area Schengen.

    Chi può beneficiare del permesso
    Il Dpcm firmato dal premier Silvio Berlusconi, prevede che il permesso di soggiorno sia applicabile ai cittadini appartenenti ai Paesi del Nord Africa affluiti in Italia dal 1 gennaio 2011 alla mezzanotte del 5 aprile 2011.

    Chi non può ottenere il permesso
    Il Dpcm prevede poi che il permesso di soggiorno non possa essere rilasciato qualora l'interessato, pur appartenendo a uno dei Paesi del Nord Africa, si trovi in una di queste quattro condizioni: a) sia entrato in Italia prima del 1° gennaio 2011 o successivamente al 5 aprile 2011; b) appartenga a una delle categorie socialmente pericolose; c) sia destinatario di un provvedimento di espulsione ancora efficace, notificato prima del 1° gennaio 2011; e d) risulti denunciato per reati che prevedono l'arresto in flagranza (articoli 380 e 381 Cod. proc. pen.), salvo che i relativi procedimenti si siano conclusi con un provvedimento che esclude il reato o la responsabilità dell'interessato, ovvero risulti che sia stata applicata nei suoi confronti una misura di prevenzione, salvi, in ogni caso, gli effetti della riabilitazione, ovvero sia stato condannato per uno dei predetti reati, con esclusione delle denunce e condanne per i reati che comportino l'espulsione dello straniero (T.U. immigrazione, articoli 13, comma 13 e 14, comma 5-ter e 5-quater).

    Come si chiede il permesso
    Il Dpcm prevede che la richiesta del permesso di soggiorno sia presentata dall'interessato entro 8 giorni dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del presente Dpcm. Il rilascio del permesso di soggiorno è a titolo gratuito e la consegna presso le questure avviene con specifiche procedure d'urgenza, da concordare con il Tesoro. Attenzione: gli stranieri già in possesso di altro permesso di soggiorno (compreso quello per la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale) possono chiedere la conversione degli stessi nel permesso di soggiorno per motivi umanitari. Al richiedente la protezione internazionale, può essere rilasciato il permesso di soggiorno per motivi umanitari solo previa presentazione di rinuncia all'istanza di riconoscimento della protezione internazionale o se la medesima istanza è stata rigettata. In ogni caso, il rilascio del permesso di soggiorno umanitario non preclude la presentazione dell'istanza di riconoscimento della protezione internazionale.

    Cosa succede se non viene rilasciato il permesso di soggiorno umanitario
    Il Dpcm prevede che sia disposto il respingimento o l'espulsione. L'espulsione è disposta con l'accompagnamento immediato alla frontiera qualora, dall'esame del singolo caso, emerga il rischio che l'interessato possa sottrarsi all'effettivo rimpatrio.

    Claudio Tucci - 08 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  08/04/2011

    Consegnate quasi tutte le Usb e le Black Box per far partire il sistema Sistri, il sistema elettronico di controllo che consente la tracciabilità dei rifiuti speciali. Lo ha annunciato il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, rispondendo, ieri, durante il Question Time, ad una interrogazione di Karl Zeller (Misto, minoranze linguistiche) sulle problematiche connesse alla prossima entrata in vigore del sistema Sistri.

    Infatti, ogni produttore dei rifiuti, attraverso un programma fornito con una chiavetta Usb, dovrà predisporre la propria scheda per il trasferimento dei rifiuti prodotti. La stessa operazione sarà effettuata dal trasportatore sulla propria chiavetta Usb, che verrà inserita dal conducente del mezzo sulla black box installata sul suo mezzo.

    Il ministro ha ricordato che «al 31 marzo 2011 sono state consegnate il 97% delle chiavette Usb e il 95% delle black box» e sottolineato che, per quanto riguarda i costi, «il ministero dell'Ambiente ha dimostrato grande sensibilità sul problema dei fondi sollevata dalle piccole imprese e con decreto ministeriale del 9 luglio 2010 ha ridotto i costi proprio per le piccole imprese».

    Italia Oggi - 7 aprile 2011

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  • Fisco e tasse  »»  07/04/2011

    I proventi esenti dall'Iva percepiti dalle concessionarie automobilistiche in relazione ai finanziamenti erogati dalle società finanziarie agli acquirenti dei veicoli non rientrano nell'oggetto proprio dell'attività, per cui non comportano l'applicazione del prorata di detrazione; ciò a condizione che l'impiego di mezzi per realizzare tali operazioni non sia tale da configurare lo svolgimento di una distinta attività finanziaria.

    Questo il parere espresso dall'Agenzia delle entrate con la risoluzione n. 41 del 5 aprile 2011, in merito al trattamento applicabile, agli effetti dell'Iva, alle operazioni realizzate dalle concessionarie per favorire le vendite di automobili, consistenti nel procacciamento di finanziamenti a beneficio dei clienti.

    F. Ricca – 06 aprile 2011 – tratto da Italia Oggi

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  • Normative complementari  »»  06/04/2011

    L'opzione per la cedolare sugli affitti viaggerà online. L'agenzia delle Entrate ha messo a punto un software che sarà disponibile sul sito Internet a giorni, per consentire ai proprietari di immobili dati in locazione di scegliere la tassa piatta (21% per i canoni liberi e 19% per quelli concordati) o la tassazione ordinaria che cresce insieme alle attuali aliquote Irpef.

    All'agenzia delle Entrate è ormai tutto pronto (o quasi): si lavora ai dettagli, per arrivare con il regolamento attuativo della prima vera rivoluzione del federalismo fiscale al momento della sua entrata in vigore fissata per il 7 aprile, dopodomani. Per giovedì o al massimo nelle 24 ore successive l'amministrazione finanziaria conta, infatti, di definire tutti i dettagli del provvedimento attuativo che secondo la riforma federalista sulla fiscalità dei comuni doveva essere emanato nei 90 giorni successivi all'entrata in vigore del decreto attuativo.

    La scelta per la cosiddetta tassazione piatta sugli affitti porta con sé una serie di dubbi che dovranno essere sciolti dal provvedimento (e probabilmente da una successiva circolare esplicativa delle Entrate).

    M. Mobili/G. Trovati – 5 aprile 2011 - tratto da Il Sole 24 Ore -

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  • Fisco e tasse  »»  05/04/2011

    I correttivi per la crisi si fanno più "accorti". Puntando l'attenzione, per quel che riguarda gli indici individuali, non più sui ricavi ma sui costi variabili. In particolare, saranno monitorati la dinamica dei costi variabili relativi a beni e servizi e l'andamento dei costi del personale per evitare un utilizzo troppo disinvolto dei correttivi.
    La soluzione ha suscitato qualche perplessità, soprattutto da parte di artigiani e professionisti, nel corso della riunione della commissione degli esperti svoltasi ieri a Roma, dove Sose e agenzia delle Entrate hanno presentato i correttivi che saranno inseriti in Gerico 2011. Incontro dal quale è uscita l'idea di una crisi molto diversa da quella dell'anno precedente. Alcuni contribuenti, probabilmente, pur non essendo usciti dalle difficoltà, potranno vedere sconti meno accentuati in ragione del lieve recupero avvenuto nel 2010.
    La struttura dei correttivi ripercorrerà le orme di quella dell'anno scorso, con indici relativi alla normalità economica, di settore e individuali.
    Una delle voci più a "rischio" intercettate dagli indicatori di normalità economica è il magazzino, cercando di neutralizzare i "rigonfiamenti" fittizi a fini fiscali. Il correttivo di normalità economica dell'anno scorso concedeva una tregua sul magazzino, mentre quest'anno l'occhio potrebbe essere chiuso solo a certe condizioni. In particolare potrebbe essere chiesta una coerenza iniziale: su questo punto, dunque, non si dovranno notare manovre degli anni passati.
    Il correttivo di settore non cambierà molto, se non che andrà a intercettare le caratteristiche della crisi 2010, che, come spiegano gli esperti dell'amministrazione, è stata molto diversa dall'anno precedente.
    Completa il quadro il correttivo individuale che si giocherà sulla questione dei costi. In pratica i costi variabili di ciascun contribuente verranno confrontati con quelli del settore, per vedere se c'è una riduzione dell'attività. Infatti, il timore è che si possano verificare "aggiustamenti" dei ricavi per addomesticare i risultati di Gerico.
    Una novità importante, ricordata dalla Lapet, riguarda i professionisti, per i quali gli studi terranno conto del fatto che i clienti sempre più spesso pagano un acconto e rateizzano il resto della parcella.
    La questione "costi" in realtà ha preso gran parte dei lavori della giornata di ieri. Lo stesso documento si conclude non con un'approvazione, sia pure con riserva, della proposta, ma «conferma la necessità dei diversi livelli di intervento proposti e raccomanda un'attenta valutazione sulla concreta capacità che gli studi di settore adeguati avranno di rappresentare la realtà a cui si riferiscono». Rispetto al nuovo correttivo individuale la situazione è di attesa e non di rifiuto, visto che se ne vogliono vedere gli effetti. Probabilmente l'amministrazione terrà conto di molte delle obiezioni sollevate da categorie e associazioni.
    Giampietro Brunello, amministratore delegato di Sose (la società per gli studi di settore), sottolinea: «Il nostro impegno resterà quello di garantire che gli studi rappresentino in modo più preciso possibile il risultato effettivo dell'attività dei contribuenti». Per questo il modello che l'amministrazione metterà in pista in questi giorni sarà verificato, come chiede il verbale di chiusura della riunione di ieri, con le 300mila contabilità inviate nei mesi scorsi alla Sose da parte delle associazioni.
    I primi commenti delle categorie non sono di chiusura, ma di attesa. Afferma Andrea Trevisani di Confartigianato: «È importante che ci sia un confronto e una valutazione condivisa dei risultati che produrrà la sostituzione dei costi ai ricavi come elemento per intercettare la crisi». Preoccupazione condivisa da Claudio Carpentieri di Cna: «I costi – afferma – non sempre si possono ridurre e per questo occorrerà vedere bene gli effetti di questo criterio di ingresso al correttivo individuale».

    LA PAROLA CHIAVE

    Correttivo individuale
    Il correttivo è in generale un elemento che permette di riconoscere che in un periodo di crisi la situazione economica presa a riferimento per la costruzione degli studi di settore possa non essere rappresentativa per individuare il ricavo effettivo del contribuente. Del correttivo individuale possono fruire tutti i contribuenti. L'anno scorso era legato a una contrazione dei ricavi, quest'anno potrebbe essere legato alla contrazione dei costi variabili rispetto al settore di appartenenza

    Antonio Crescione - 01 aprile 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  04/04/2011

    Dopo due anni di attesa la Camera ha approvato ieri, in prima lettura, il disegno di legge sull'attività del costruttore edile e delle imprese «affini» (finitura e restauro). Il sì è arrivato con una maggioranza trasversale schiacciante di 437 favorevoli, 15 astenuti e la sola Ileana Argentin (Pd) contraria.

    Il provvedimento stabilisce dei requisiti di accesso al settore (dalla formazione, all'onorabilità fino all'attrezzatura tecnica minima) che dovrebbero espellere dal mercato tutte le imprese non strutturate gestite da costruttori o artigiani «improvvisati».

    «In edilizia – spiega la relatrice Manuela Lanzarin (Pdl) – purtroppo sono molto frequenti episodi di concorrenza sleale, incidenti sul lavoro o di scarsa qualità che derivano proprio dalla presenza di imprese nate dall'oggi al domani senza requisiti».

    La storia del «patentino» per il costruttore parte da molto lontano: è dal 2004 infatti, due legislature fa, che si tenta di approvare un provvedimento del genere. «Noi ci lavoriamo dal 2009 – continua Lanzarin – siamo riusciti ad elaborare un testo riunendo sette proposte bipartisan e lavorando a stretto contatto con le categorie: dagli artigiani, ai costruttori dell'Ance e ai sindacati».

    Dall'arrivo della nuova legge, chi vorrà fare l'imprenditore edile dovrà avere alcuni requisiti di onorabilità. In pratica, non dovrà avere riportato condanne penali definitive per reati contro la pubblica amministrazione, bancarotta, usura ed emissione di assegni a vuoto. Sul fronte penale saranno ostative solo le condanne a una pena superiore ai due anni.

    Anche sul piano tecnico la conduzione dell'azienda dovrà essere affidata a un responsabile. Il Ddl fissa indica chi può ricoprire questo incarico (peraltro non da consulente esterno, ma solo da dipendente o titolare): gli unici a poter partire subito saranno i professionisti tecnici (architetti, ingegneri, geometri e periti) iscritti all'Ordine e in attività da due anni almeno. Tutti gli altri, compresi i neolaureati, dovranno affrontare un corso che va da un minimo di 80 ore a un massimo di 250 per gli operai. Previsto anche un esame finale da svolgersi presso gli enti bilaterali paritetici (costruttori–sindacati) che già oggi si occupano di formazione. I programmi dettagliati dei corsi saranno stabiliti su base regionale.

    Infine l'imprenditore dovrà soddisfare anche requisiti di natura tecnica: dovrà dimostrare di possedere attrezzatura per 15mila euro (valgono anche leasing e noleggio). Con un emendamento approvato ieri, poi, la Camera ha dimezzato questa soglia per la categoria degli «affini» (dall'imbianchino al parquettista, esclusi gli impiantisti). Sempre ieri la Camera ha anche eliminato il balzello di 500 euro per la prima iscrizione alla futura sezione edilizia della Camera di commercio. Ma le Camere potranno chiedere quote per la copertura di eventuali oneri.

    Una volta approvata la legge – che ora passa al Senato – varrà solo per le nuove imprese: tutte le realtà già esistenti saranno abilitate anche in deroga ai requisiti richiesti per la nuova figura del responsabile tecnico.

    Valeria Uva - 30 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  31/03/2011

    Chi costruisce o ristruttura installando fonti di energia rinnovabili avrà diritto a un premio di cubatura (potrà costruire il 5% in più). Procedure semplificate per gli impianti: basta una comunicazione preventiva, come per gli interventi edilizi liberi. Ma anche obbligo di progetto energetico per le pratiche edilizie. È quanto prevede la sezione amministrativa del decreto legislativo 28/2011 sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, pubblicato sul supplemento ordinario n. 81 alla Gazzetta Ufficiale n. 71 del 28 marzo 2011, in vigore dal 29 marzo 2011.

    A. Ciccia – 30 marzo 2011 - tratto da Italia Oggi

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  • Fisco e tasse  »»  30/03/2011

    Le plusvalenze derivanti da operazioni di lease-back concorrono alla formazione della base imponibile Irap secondo i criteri civilistici e non in base alle regole del Tuir. La soluzione al caso è contenuta nella risposta ad un interpello fornita dalla agenzia delle Entrate ad una società di capitali lo scorso gennaio.
    L'articolo 2425-bis, comma 4, del Codice civile, prevede che le plusvalenze derivanti dalle operazioni di compravendita con locazione finanziaria siano ripartite in funzione della durata del contratto di locazione del fabbricato, vale a dire, di norma, in un periodo non inferiore a 18 anni, durata minima imposta dall'articolo 102, comma 7 del Tuir, nell'ambito della determinazione del reddito d'impresa. Analoghi criteri di rilevazione contabile valgono per le imprese tenute ad applicare i principi contabili internazionali (paragrafo 59 dello Ias 17).

    A. Antonelli/A. Mengozzi – 29 marzo 2011 – tratto da Il Sole 24 Ore-

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  • Fisco e tasse  »»  29/03/2011

    I minimi finiscono sotto monitoraggio. L'agenzia delle Entrate si sta muovendo, infatti, per verificare se e come il boom dei minimi registrato dai dati sulle dichiarazioni dei redditi 2010 relative al periodo d'imposta 2009 sia stato "forzato" dai contribuenti per entrare in un regime fiscale più conveniente. Uscendo, per esempio, dall'Irap e dagli studi di settore. Anche su questo fronte si fanno sentire, infatti, gli effetti della crescita numerica dei minimi: aumentano, infatti, i congrui naturali proprio perché non rientrano più negli studi di settore contribuenti che, in passato, spesso rientravano fra coloro che sceglievano la strada dell'adeguamento.

    Uno strumento flessibile
    Gli studi di settore, in ogni caso, mostrano una buona flessibilità rispetto all'andamento della realtà economica dei contribuenti che li applicano. E così mentre sono alle ultime battute i lavori per elaborare i correttivi rispetto alla crisi 2010, uno studio della Sose (società per gli studi di settore) fa il punto sull'effetto che gli studi hanno avuto «a garanzia della tax-compliance». Un dato significativo è rappresentato anche dalla riduzione progressiva della forbice tra i volumi d'affari dichiarati da alcune categorie di soggetti che applicano gli studi (una parte di quelli ritenuti meno "virtuosi" in quanto in contatto con i consumatori finali) e i consumi delle famiglie rilevati dall'Istat, che mostrano come ancora nel 2009 il livello del volume d'affari non dichiarato sia rimasto stabile al 16,7% (come nel 2008, tenendo conto che solo nel 2007 era sceso al 14,9 per cento). Un buon risultato visto che dallo stesso confronto nel 1995 la differenza era del 42 per cento.

    In sede di dichiarazioni 2010 è stato il 12,2% dei contribuenti ad adeguarsi spontaneamente ai risultati di Gerico. Il 3,7% dei soggetti, pur non raggiungendo il ricavo o compenso puntuale, ne dichiara uno superiore al minimo stabilito, mentre la percentuale dei contribuenti non congrui, con ricavo o compenso dichiarato inferiore al minimo, è del 15,7 per cento.

    Un indice di flessibilità degli studi individuato da Sose, nonostante il periodo di forte crisi economica, è l'aumento dei contribuenti congrui naturali, che salgono al 68,4 per cento. Un risultato che è stato possibile solo grazie al fatto che per il periodo d'imposta 2009 oltre 2.700.000 soggetti, quasi l'80% della platea di contribuenti che hanno applicato gli Studi di Settore, hanno usufruito dei correttivi anticrisi. Tra quanti non erano congrui, ma non hanno neanche ritenuto in sede di dichiarazione di dovere adeguarsi, è ulteriormente cresciuto il numero di coloro che hanno utilizzato il campo annotazioni: sono passati a 277.000 dai 265.000 dell'anno precedente (i cui c'era stato un vero e proprio boom nell'utilizzo di questo strumento di comunicazione).

    La compliance
    La flessibilità non sembra però indicare una sorta di "arrendevolezza". Nel corso del tempo infatti i ricavi dichiarati dai contribuenti non i ricavi medi dichiarati dalle imprese soggette all'applicazione degli Studi di Settore sono di fatto più che raddoppiati dal 1999 al 2009. E i redditi dichiarati sono cresciuti del 30 per cento considerando però che negli ultimi due anni c'è stato l'effetto della crisi, perché al 2007 l'incremento era del 56 per cento. Risultati notevolmente inferiori si registrano dal punto di vista della crescita dei valori dichiarati per le imprese oltre la soglia degli studi e quelle non tenute ad applicarli. E il risultato fiscale di fronte alla crisi resta meno grave nelle imprese che applicano gli studi.

    «Gli strumenti – spiega l'amministratore delegato della Sose, Giampietro Brunello – hanno tenuto sia dal punto di vista dei redditi che da quello dei ricavi. Oltre a confermare la propria capacità di affrontare con flessibilità il periodo della crisi». Questo anche grazie ai correttivi varati in passato. E proprio questa flessibilità porterà a rivedere i correttivi per il periodo d'imposta 2010: individuando strumenti in grado di favorire i contribuenti ancora colpiti dalla crisi. Per gli altri settori, invece, l'uscita dalla crisi si accompagnerà a un recupero di ricavi.

    I minimi
    Sullo sfondo il nodo-minimi. Nel 2009 i soggetti che hanno scelto questo regime sono stati 627.322, in forte crescita rispetto all'anno precedente (+ 23,8%). Da qui l'intenzione di andare a vedere quando la scelta di questo regime è stata strumentale ed è stata effettuata solo per trovare vantaggi fiscali. Il successo ha portato, dunque, il nuovo regime sotto i riflettori. Con analisi che sono in corso per verificare le situazioni considerate a rischio evasione.

    A.Crescione/J.M. Del Bo - 25 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  28/03/2011

    Il giudice può disapplicare il modulo di constatazione amichevole (Cid), in caso di incidente stradale, se ritiene di dover escludere che il sinistro si sia verificato secondo la dinamica descritta nello stesso modulo. Questo in base ai riscontri del consulente tecnico d'ufficio e alle fotografie. Lo stabilisce la Cassazione (terza sezione civile), nella sentenza 6526/2011 depositata ieri.

    La Corte chiarisce che «la dichiarazione confessoria, contenuta nel modulo di constatazione amichevole del sinistro, resa dal responsabile del danno proprietario del veicolo assicurato (...) non ha valore di piena prova nemmeno dei confronti del solo confitente, ma deve essere liberamente apprezzata dal giudice». In particolare, secondo la Cassazione, si deve applicare la norma dell'articolo 2733, terzo comma del codice civile, in base alla quale «in caso di litisconsorzio necessario, la confessione resa da alcuni soltanto dei litisconsorti, è, per l'appunto, liberamente apprezzata dal giudice».

    Il caso su cui si è pronunciata la Suprema Corte è quello della richiesta di risarcimento danni presentata da un automobilista rimasto vittima di un tamponamento, nei confronti della controparte e della sua società assicuratrice per la Rca. Prima il giudice di pace, poi il tribunale di Chieti, nel 2005, avevano ritenuto che nonostante la sottoscrizione del Cid, da parte dell'automobilista che aveva tamponato e la confessione della sua responsabilità, fossero da condividere le conclusioni del consulente tecnico d'ufficio, secondo cui «data la pochezza dei danni subiti dai due veicoli nel preteso punto d'urto», era da escludere che l'incidente si fosse verificato con le modalità descritte. Il tribunale aveva quindi condannato l'automobilista che si era autoaccusato, ma aveva respinto la domanda di risarcimento nei confronti della compagnia assicuratrice.

    La Cassazione ha respinto i ricorsi dell'automobilsta danneggiato e dell'assicurazione, ribadendo che «in tema di responsabilità dei sinistri derivanti dalla circolazione stradale, l'apprezzamento del giudice del merito in ordine alla ricostruzione delle modalità di un incidente e al comportamento delle persone alla guida dei veicoli in esso coinvolti si concreta in un giudizio di mero fatto, che resta insindacabile in sede di legittimità, quando sia adeguatamente motivato e immune da vizi logici e da errori giuridici».

    22 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  25/03/2011

    Un passo avanti per pensioni più adeguate per i professionisti. La commissione Lavoro del Senato ha approvato, all'unanimità, gli emendamenti correttivi sul disegno di legge Lo Presti (S 2177), che consente alle Casse di previdenza dei professionisti, che calcolano le pensioni con il sistema contributivo, di elevare il contributo integrativo, quello sul volume d'affari, fino al 5 per cento. Una parte delle entrate potrà essere accreditata sul conto previdenziale del professionista.
    È stata la commissione Bilancio del Senato a richiedere due modifiche al testo approvato dalla Camera: si è dovuto specificare che il contributo integrativo non può essere inferiore al 2% e superiore al 5%; inoltre l'aumento fino al 5% non deve comportare maggiori oneri per la finanza pubblica.
    «Si tratta di modifiche non sostanziali - afferma il relatore del Ddl in commissione lavoro, Tomaso Zanoletti - ma abbiamo preferito accoglierle invece di contestarle, per non ritardare ancora i tempi di approvazione. Ora dobbiamo aspettare che il Ddl sia calendarizzato, ma visto che l'aula è abbastanza libera mi aspetto che il tutto si concluda in tempi ragionevoli». Soddisfatto del voto di ieri Nino Lo Presti, autore e primo firmatario della proposta sull'integrativo: «Si fa un passo avanti - afferma - e se si va in Aula la prossima settimana sarà un vero successo». Dopo il voto di Palazzo Madama il testo modificato passerà alla Camera per un'altra lettura: al primo passaggio la misura è stata approvata con 499 voti favorevoli e uno solo contrario.
    Il contributo integrativo, che verrà pagato dal cliente in fattura, potrà andare ad arricchire il montante individuale ed elevare così la pensione degli iscritti delle Casse nate con il sistema di calcolo contributivo.
    Questi enti, istituiti in base al decreto legislativo 103/1996, ora per legge hanno un'aliquota sul volume d'affari pari al 2 per cento. Se passerà la riforma, agrotecnici, biologi, infermieri, periti agrari, periti industriali, agronomi e forestali, attuari, geologi, chimici e psicologi potranno contare su un contributo più elevato sul volume d'affari, con la possibilità di "integrare" la dote dei contributi individuali. Le nuove casse del decreto legislativo 103 pagano oggi pensioni molto basse: gli enti contano circa 95mila iscritti e nel 2009 hanno erogato 4.481 pensioni che andavano da un minimo di 863 euro all'anno per gli agrotecnici, a un massimo di 2mila euro all'anno per i periti industriali (si tratta del valore medio).
    Questa situazione si spiega in parte con la storia contributiva degli iscritti per ora limitata (una quindicina d'anni di versamenti), in parte con i bassi redditi dichiarati e con la quota dei contributi soggettivi molto ridotta (il 10%). Da qui, la possibilità – prevista dal Ddl – di elevare il contributo integrativo e di attribuire parte delle entrate ai conti individuali. L'obiettivo è trovare una leva per adeguare le prestazioni. Peraltro, l'esigenza di pensioni dignitose si pone anche per le "vecchie" casse che hanno scelto il contributivo, quelle dei dottori commercialisti e dei ragionieri. Una delibera dell'ente dei dottori commercialisti, in attesa di approvazione da parte dei ministeri del Lavoro e dell'Economia, propone di collegare l'aumento dell'integrativo, accreditato in parte sui conti individuali dei giovani, al versamento di un contributo soggettivo più elevato rispetto alla quota minima (ferma al 10%).

    Federica Micardi - 23 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  24/03/2011

    I contribuenti irreperibili sono penalizzati dal Fisco che è legittimato a non informarli con raccomandata dell'avvenuta notifica di un atto di accertamento. Se il contribuente è irreperibile la notifica dell'accertamento tributario è eseguita in modo rituale solo con l'affissione dell'avviso nell'albo comunale. La Corte di cassazione, con la sentenza 6102 del 16 marzo 2011, ha stabilito che non è necessaria la spedizione della raccomandata con avviso di ricevimento, come disposto dall'articolo 140 del Codice di procedura civile.

    Sergio Trovato - 17 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  23/03/2011

    Il trasferimento della proprietà di un'azienda tramite contratto di compravendita rappresenta un'operazione che, sotto il profilo accertativo, risulta alquanto delicata attesa la possibilità dell'ufficio di rettificare i valori dichiarati incrementando il gravame fiscale dovuto dalle parti. La rettifica dell'ufficio non riguarda solo l'imposta indiretta di registro, ma ormai da diversi anni colpisce anche l'imposizione diretta, in forza di un consolidato indirizzo della Cassazione che legittima l'operato dell'ufficio in questo senso, indirizzo inaugurato nel 2002 e più volte confermato successivamente (come da ultimo sostenuto nella sentenza n. 5078/11). Tuttavia, va rimarcato che contro tale orientamento dei giudici di legittimità inizia a profilarsi una diversa interpretazione non solo da parte della dottrina, ma anche della giurisprudenza di merito (Ctp Milano, sentenza 202/2010) che induce a sperare in un possibile "ripensamento" da parte della Suprema corte.

    L'unicità dell'accertamento
    La sentenza della Cassazione che ha aperto la strada ad accertamenti di congruità sul prezzo dichiarato per la cessione d'azienda è la n. 4117/2002. In tale occasione la Suprema corte ha introdotto il concetto di legittimità dell'accertamento da parte dell'amministrazione finanziaria oltre che sul valore venale dichiarato ai fini dell'imposta di registro, anche sulla congruità del prezzo dichiarato dal contribuente per la cessione.
    Pur ammettendo l'inesistenza di un vincolo giuridico, secondo cui un valore divenuto definitivo ai fini di un'imposta, lo sia anche ai fini di un'altra imposta, la Corte ricavava questo assunto dai principi costituzionali. Il valore accertato dall'amministrazione finanziaria ai fini applicativi di un'imposta comporta che la stessa amministrazione anche nell'ambito applicativo di altri tributi, ove i fatti economici siano i medesimi e le singole leggi d'imposta non stabiliscono differenti criteri di valutazione, debba pervenire a uguali importi sotto il profilo delle determinazione dell'imponibile. In definitiva il dato accertabile ai fini dell'imposta di registro, cioè il valore, viene trasferito al comparto delle imposte dirette, lasciando al contribuente l'onere di provare, anche con le scritture contabili, che il prezzo effettivo sia inferiore rispetto al valore accertabile. Quale sia, poi, l'effettiva rilevanza probatoria delle scritture contabili non è ben chiaro, poiché è facile immaginare che in tutti gli atti il prezzo dichiarato trovi conferma nelle scritture contabili, per cui se l'accertamento sul prezzo fosse smontabile semplicemente esibendo le scritture contabili il problema non sussisterebbe. Ma il timore è che dalle scritture contabili si pretenda qualcosa in più sul piano probatorio che non risulta semplice individuare.

    Le tesi contrarie
    Contro questa tesi si pronuncia larga parte della dottrina, basti ricordare la norma Adc 171 («Rilevanza ai fini delle imposte dirette del maggior valore definito ai fini dell'imposta di registro in caso di cessione d'azienda») che enfatizza i diversi presupposti da cui muovono l'imposta di registro e l'imposta sul reddito, rispettivamente il valore e il prezzo. Ma recentemente si aggiunge a questo filone interpretativo anche una autorevole pronuncia della Ctp di Milano, sentenza 202 del 2010, in cui si afferma che la circostanza che ai fini dell'imposta di registro l'acquirente abbia definito un certo valore più elevato del dato dichiarato non vincola il cedente a ritenere fondato quel maggior valore ai fini delle imposte sul reddito.
    In modo esplicito la citata sentenza afferma: «Quindi detto valore, calcolato ai fini del registro non può essere assunto tout court quale elemento di prova nell'ambito degli accertamenti ai fini dell'imposta sui redditi... Gli accertamenti presuntivi basati sull'applicazione automatica della definizione di maggiori valori ai fini del registro, non possono trovare validità anche sul versante delle imposte dirette».
    Certo è ancora presto per dire che siamo di fronte a un'inversione di tendenza, però non può non essere rimarcata l'importanza di questa pronuncia che determina un'inversione dell'onere probatorio: non è il cedente che deve dimostrare la veridicità e la fondatezza del prezzo di cessione, ma è l'ufficio che se vuole rettificarne l'importo deve munirsi di elementi probatori ulteriori rispetto alla semplice constatazione che ai fini dell'imposta di registro il valore dell'azienda sia superiore rispetto al dato dichiarato in atto.

    Paolo Meneghetti - 21 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  22/03/2011

    Con il decreto legge 40 del 25 marzo 2010 – convertito con legge 73 del 22 maggio 2010 – sono state introdotte norme finalizzate a contrastare le frodi fiscali. In particolare, è stato istituito l'obbligo, a carico dei soggetti passivi Iva, di comunicare all'amministrazione finanziaria, in via telematica, i dati degli scambi di beni e/o servizi intervenuti con soggetti stabiliti in paesi a fiscalità privilegiata (cosiddetti "black list"). Le disposizioni attuative di tali norme sono contenute nel decreto ministeriale 30 marzo 2010 e in alcuni provvedimento del direttore dell'agenzia delle Entrate. Inoltre, la circolare 2 dell'Agenzia stessa, datata 28 gennaio 2011, ha fornito diversi chiarimenti.
    L'articolo 1 del Dl 40/2010 introduce l'obbligo di "monitoraggio" per «contrastare l'evasione fiscale operata nella forma dei cosiddetti "caroselli" e "cartiere", anche in applicazione delle nuove regole europee sulla fatturazione elettronica», considerato che, secondo la relazione illustrativa al Dl stesso, «l'esperienza degli ultimi anni dimostra ... come tali paesi (quelli a fiscalità privilegiata, ndr) siano stati spesso utilizzati come mero schermo di operazioni finalizzate all'evasione dell'Iva».

    Ambiti di applicazione
    L'articolo 1 del decreto attuativo, riportando la stessa indicazione contenuta nell'articolo 1 del Dl 40/2010, individua quali soggetti obbligati alla comunicazione in esame i «soggetti passivi all'imposta sul valore aggiunto» (esercenti attività d'impresa oppure arti e professioni) identificati, ai fini Iva, nel territorio dello stato. Pur in assenza di una specifica previsione normativa, dalla circolare 53/E/2010 si evince che sono esonerati dall'obbligo di comunicazione i cosiddetti "contribuenti minimi" (ex articolo 1, commi 96-116, della legge 244/2007) e i soggetti che hanno optato per il regime fiscale agevolato per le nuove iniziative produttive di cui all'articolo 13 della legge 388/200.
    L'ambito oggettivo dell'obbligo di comunicazione riguarda le operazioni (cessioni di beni o prestazioni di servizi) effettuate con "operatori economici" aventi sede, residenza o domicilio negli stati o nei territori a fiscalità privilegiata individuati dai decreti del ministro delle Finanze 4 maggio 1999 e 21 novembre 2001. Ai fini dell'obbligo di comunicazione, peraltro, non rilevano i limiti soggettivi e oggettivi previsti dal citato Dm 21 novembre 2001: pertanto dovranno essere inserite nel modello, a esempio, le operazioni rilevanti perfezionatesi con operatori economici residenti in Svizzera, prescindendo dalla tipologia societaria e dall'assoggettamento a particolare regimi fiscali.
    Per quanto riguarda, infine, il concetto di "operatore economico", ai fini della verifica della sussistenza di tale "status", a parere dell'agenzia delle Entrate, possono essere utilizzati come elementi probatori l'eventuale certificazione rilasciata dall'autorità fiscale competente degli stati black list, attestante lo svolgimento di un'attività economica, o la dichiarazione della controparte attestante lo svolgimento di una attività economica.
    Più in particolare, le operazioni soggette a "monitoraggio" sono le cessioni di beni effettuate, le prestazioni di servizi rese, gli acquisti di beni effettuati e, infine, le prestazioni di servizi ricevute, registrate o soggette a registrazione ai sensi delle disposizioni in materia di Iva, siano esse imponibili, non imponibili, esenti o non soggette a Iva (si veda più avanti).
    In attuazione della delega conferitagli, il ministro dell'Economia e delle finanze, con decreto del 5 agosto 2010, ha escluso dall'obbligo di comunicazione le attività che realizzano operazioni esenti ai fini Iva sempreché il contribuente abbia optato per la dispensa dagli adempimenti di cui all'articolo 36-bis del Dpr 633/72. Con tale decreto ha inoltre esteso – come si vedrà più approfonditamente – l'obbligo di comunicazione alle prestazioni di servizi territorialmente non rilevanti ai fini Iva in Italia, rese nei confronti di operatori economici stabiliti in paesi black list o ricevute dai medesimi soggetti.

    Tempi e modi
    La comunicazione è effettuata con riferimento a periodi trimestrali – per i soggetti che hanno realizzato, nei quattro trimestri precedenti e per ciascuna categoria di operazioni (cessioni di beni e prestazioni di servizi) un ammontare totale trimestrale non superiore a 50.000 euro – e a periodi mensili per i soggetti che non si trovano nella condizione citata. Coerentemente con quanto avviene in materia di presentazione degli elenchi Intrastat, il superamento della soglia deve essere verificato in modo distinto con riguardo alle singole categorie di operazioni oggetto di comunicazione (cessione di beni/prestazioni di servizi rese/acquisti di beni/prestazioni di servizi ricevute). Il superamento della soglia in una singola categoria comporta l'applicazione della periodicità mensile anche per tutte le altre categorie.
    I soggetti che sono tenuti all'effettuazione della comunicazione con periodicità trimestrale possono effettuarla con periodicità mensile per l'intero anno solare. Invece, i soggetti che effettuano la comunicazione con periodicità trimestrale i quali, nel corso di un trimestre, superano la soglia sopra indicata, devono effettuare la comunicazione con periodicità mensile a partire dal mese successivo a quello in cui tale superamento si è verificato (in questo caso sono presentati gli elenchi riepilogativi, appositamente contrassegnati, per i periodi mensili già trascorsi).
    La comunicazione deve essere trasmessa alle Entrate esclusivamente per via telematica, utilizzando l'apposito modello, entro l'ultimo giorno del mese successivo al periodo di riferimento. Il modello da utilizzare per l'effettuazione della comunicazione è stato approvato con provvedimento del direttore dell'agenzia delle Entrate del 28 maggio2010, unitamente alle relative istruzioni.

    B.Zanardi - 16/03/2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  21/03/2011

    La cedolare secca al test di convenienza rischia di "perdere" fino a un terzo degli interessati: tutti i proprietari per i quali la scelta della nuova tassazione sugli affitti va fatta solo dopo una verifica personalizzata.

    Il nuovo regime è sicuramente vantaggioso per chi ha un reddito imponibile medio-alto: oltre i 15mila euro per i contratti a canone libero e oltre i 28mila euro per quelli a canone concordato. Sono questi, infatti, i livelli al di sopra dei quali scattano le aliquote marginali Irpef del 27% e del 38%, che perdono il confronto con la cedolare.

    Di fatto, però, molti contribuenti sono al di sotto di queste soglie. Il 19,5% delle persone fisiche titolari di case date in affitto dichiara un reddito minore o uguale a 10mila euro, mentre un altro 37,8% sta nella fascia tra 10mila e 26mila euro. I numeri sono nel volume «Gli immobili in Italia», redatto da agenzia del Territorio e dipartimento delle Finanze analizzando le dichiarazioni sul 2008, e gettano una luce diversa sulla cedolare.

    È senz'altro possibile che redditi così bassi nascondano una quota di evasione su altre fonti di guadagno o una sottodichiarazione dell'affitto, visto che il canone medio in questi casi va da 204 a 270 euro al mese (al netto delle deduzioni forfettarie). Quale che sia la spiegazione, comunque, resta un punto fermo: oggi un terzo dei proprietari si trova nel primo scaglione di reddito – quello con Irpef al 23% – e deve valutare caso per caso se il passaggio al nuovo regime è vantaggioso .

    A favore della cedolare secca gioca innanzitutto un'aliquota inferiore: 21% per i contratti a canone di mercato e 19% per quelli a canone concordato, al posto dell'aliquota marginale, anche se bisogna considerare che la cedolare si applica al canone intero (senza il 15% di deduzione forfettaria per il canone libero e il 40,5% per quello concordato). Inoltre, chi paga la cedolare non dovrà più versare l'imposta di registro (2% sul canone, per metà a carico del proprietario), l'imposta di bollo (15 euro) e l'addizionale comunale e regionale. Sulla convenienza finale, però, pesano altre tre considerazioni.

    È necessario valutare l'impatto delle detrazioni. Un contribuente con redditi da lavoro dipendente e detrazioni per familiari a carico, se avesse anche il 36% sulle ristrutturazioni e il 55% sul risparmio energetico potrebbe non riuscire a "incassare" tutto il credito d'imposta (da notare che il reddito sottoposto alla cedolare è comunque conteggiato per calcolare le detrazioni). Chi ha redditi che variano molto da un anno all'altro, inoltre, potrebbe far fatica a stimare il rischio di incapienza per gli anni seguenti.

    Se si opta per la cedolare, si deve rinunciare all'adeguamento Istat del canone, comunicandolo con raccomandata a/r all'inquilino.
    Una mossa rilevante per chi rientra nel primo scaglione Irpef e ha appena stipulato il contratto: immaginando un'inflazione annua del 2% e un canone di mercato di 1.000 euro all'anno, chi sceglie la cedolare incassa 3.160 euro in quattro anni; chi si tiene l'Irpef al 23%, invece, 3.200 euro (considerando registro e addizionali di Roma). Ipotizzando un'inflazione più alta, il vantaggio dell'Irpef al 23% diventa sensibile anche sulla distanza dei tre anni. Per i contribuenti che rientrano negli scaglioni superiori, invece, vince la cedolare, e il risultato non cambia almeno fino a un'inflazione del 4% annuo.

    Chi ha un contratto in corso e ha già pagato l'imposta di registro - magari in anticipo per tutti e quattro gli anni – e deve tenere conto che non ci sarà rimborso. Inoltre, va valutato l'eventuale versamento degli acconti d'imposta.
    Oggi in lista d'attesa per la flat tax ci sono 2,7 milioni di abitazioni affittate da persone fisiche. A questi dati ufficiali vanno poi aggiunte le case locate in nero, che sono almeno 500mila e dalla cui regolarizzazione – nei piani del governo – deve arrivare il gettito aggiuntivo con cui compensare le minori entrate tributarie sugli affitti già noti al fisco. Senza dimenticare la possibile emersione dei canoni sottodichiarati, anch'essi colpiti dalle supersanzioni previste dal legislatore.
    Sulla platea dei beneficiari, peraltro, Assoedilizia segnala un'incertezza. Posto che la cedolare non si applica se il proprietario è una società o una persona fisica che agisce nell'esercizio di un'impresa o di una professione, il nuovo regime vale per le locazioni abitative in cui il conduttore è una società? Il caso tipico è quello dei privati che affittano case a banche o imprese nelle grandi città. Assoedilizia propende per la lettura estensiva, ma rileva che il termine locazioni «effettuate», contenuto nella norma, è ambiguo e sta bloccando molti contratti. (Ha collaborato Vito Fanelli)

    Cristiano dell'Oste e Luigi Lo vecchio - 14 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  18/03/2011

    Novità a tutto campo sulla rateazione delle cartelle: dalla possibilità di ottenere il beneficio nonostante il contribuente abbia omesso di pagare una o più rate all'individuazione del giudice davanti al quale impugnarle (tributario, del lavoro ovvero ordinario) a seconda della natura del debito iscritto a ruolo, qualora il contribuente si veda negare la rateazione della cartella di pagamento.

    La richiesta di rateazione
    L'agente della riscossione, su richiesta del contribuente, può concedere la dilazione del pagamento delle somme iscritte a ruolo fino a un massimo di 72 rate mensili (6 anni) nelle ipotesi di temporanea situazione di obiettiva difficoltà. Sulle somme rateizzate si applicano gli interessi con un piano di ammortamento a scalare (rate costanti, in cui la quota capitale cresce e la quota interessi decresce in relazione alla durata della rateazione).
    A tal fine il contribuente deve presentare un'istanza, effettuare una serie di calcoli volti a dimostrare la difficoltà economica in cui egli versa ed allegare una serie di documenti differenti a seconda se l'istante sia una persona fisica o una società.
    In base all'articolo 19, comma 3 del Dpr 602/73 il debitore decade dal beneficio della dilazione, alternativamente, quanto abbia omesso il versamento della prima rata del piano di ammortamento, o quando abbia omesso il pagamento di due rate successive alla prima.

    Le novità normative
    Il Dl 225/2010 (cosiddetto milleproroghe), convertito con la legge 10/2011 è intervenuto proprio su quest'ultimo aspetto. La nuova norma prevede – con riferimento alle dilazioni concesse sino alla data del 27 febbraio 2011, in presenza di mancato pagamento della prima rata, o, successivamente, di due rate – che le dilazioni possano essere prorogate per un ulteriore periodo e fino a settantadue mesi a condizione che il debitore comprovi un temporaneo peggioramento della situazione di difficoltà posta a base della concessione della prima dilazione.
    Ne consegue che ora il contribuente non rischia più automaticamente di perdere il beneficio della dilazione, in quanto l'agente della riscossione può, a richiesta riconcederlo. È necessario però che sia dimostrato il temporaneo peggioramento della propria situazione di difficoltà posta a base della prima richiesta. Equitalia ha predisposto sul proprio sito internet un fac-simile per queste situazioni.

    La rateazione negata
    Inizialmente la direttiva di Equitalia (n. 2070 del 27 marzo 2008), che, si spera, venga ora ufficialmente modificata, riteneva che il diniego potesse essere impugnato solo innanzi al Tar. Ripetuti interventi delle Sezioni unite della Cassazione (7612/2010, 5928/2011) hanno invece affermato la giurisdizione delle commissioni tributarie qualora la rateizzazione della cartella riguardi debiti di natura tributaria.
    Secondo la Cassazione la legge attribuisce alla giurisdizione tributaria tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie comunque denominati. Ne consegue che la controversia attinente alla rateizzazione del debito tributario spetta certamente a detta giurisdizione. È evidente che queste pronunce delle Sezioni unite garantiranno per il futuro una maggiore tutela dei contribuenti stante la maggiore facilità dell'impugnazione di un atto davanti al giudice tributario rispetto al Tar.

    Alcuni accorgimenti
    Vi sono alcuni problemi di carattere operativo cui i contribuenti ricorrenti devono stare attenti. Innanzitutto la cartella, per la quale viene negata la rateazione, può contenere anche debiti non tributari (ad esempio previdenziali o violazioni al codice della strada). In questi casi è esclusa la giurisdizione delle commissioni tributarie a favore di quella del giudice del lavoro o del giudice ordinario, con la conseguenza che il contribuente è costretto a rivolgersi a vari giudici, e con riti differenti, per la stessa cartella.
    Occorre poi segnalare che il ripetuto articolo 19, comma 1 del Dpr 602/73 si limita a prevedere che l'agente della riscossione, su richiesta del contribuente, possa concedere, nelle ipotesi di «temporanea situazione di obiettiva difficoltà», la ripartizione del pagamento delle somme iscritte a ruolo fino ad un massimo di settantadue rate mensili.
    Equitalia, ha previsto alcuni indici che, partendo dai dati di bilancio devono essere utilizzati dagli agenti per stabilire la sussistenza della temporanea situazione di difficoltà economica. Si tratta però di parametri e indici decisi da Equitalia che non possono avere rilevanza esterna. È allora verosimile ritenere che, in caso di diniego ovvero di concessione di un numero di rate inferiore a quello richiesto, il contribuente ricorrerà ora al giudice tributario lamentando che pur sussistendo la «temporanea situazione di obiettiva difficoltà» economica richiesta dalla legge, l'agente della riscossione, con i suoi parametri, non l'ha rilevata.

    Antonio Iorio - 17 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  17/03/2011

    Un solo lavoratore può fare richiesta del permesso per assistere il disabile in famiglia. E il livello di parentela "si è accorciato", rispetto a prima, al primo e secondo grado. Restano quindi esclusi bisnonni, zii e nipoti sia diretti che acquisiti.
    Sono questi alcuni degli effetti del collegato lavoro, la legge 183 del 4 novembre 2010 che ha fatto ordine e riformato il sistema dei benefici per i lavoratori che hanno in famiglia un soggetto con handicap grave. Le nuove norme sono in vigore dal 24 novembre 2010.
    Un'eccezione alla regola "dell'unico beneficiario" è prevista per i genitori, anche adottivi, che possono fruirne alternativamente, per l'assistenza allo stesso figlio con handicap in situazione di gravità.

    15 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  16/03/2011

    Stop alla denuncia cartacea di assunzione dei domestici. Infatti, a partire dal 1° aprile ogni denuncia (assunzione, trasformazione, proroga o cessazione) relativa a un rapporto di lavoro di colf e badanti andrà effettuata all'Inps tramite internet, contact center o intermediari.

    Sempre dal 1° aprile, inoltre, stop ai bollettini di c/c postale per il versamento dei contributi: il pagamento sarà possibile tramite internet, presso il circuito di «reti amiche» (tabaccherie e sportelli Unicredit, tramite contact center (carta di credito) o utilizzando i bollettini Mav.

    Lo rende noto l'Inps nella circolare n. 49 di ieri.

    D. Cirioli - 12 marzo 2011 – tratto da Italia Oggi -

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  • Normative complementari  »»  15/03/2011

    Nuova informativa per gli elenchi telefonici. Il garante della privacy con il provvedimento di prescrizioni del 24 febbraio 2011, in corso di pubblicazione sulla G.U. impone alle società telefoniche di informare i nuovi e i vecchi abbonati sulle nuove modalità da utilizzare per non ricevere telefonate pubblicitarie. (...)

    L'inversione di rotta rende necessaria una capillare informazione sulle nuove modalità per gli abbonati attuali sia per coloro che attiveranno nuove linee telefoniche.
    Il garante, quindi, ha messo a punto due modelli di informativa che le società telefoniche dovranno utilizzare e nei quali vengono specificati i cinque modi per potersi iscrivere al Registro (per posta, tramite numero verde, via mail, via fax, direttamente sul sito web della Fondazione Bordoni).

    A. Ciccia – 12 marzo 2011 - tratto da Italia Oggi -

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  • Normative complementari  »»  14/03/2011

    Suscita già parecchie discussioni la nuova norma che impone di inserire nei contratti di compravendita di edifici una apposita clausola con la quale l'acquirente dà «atto di aver ricevuto le informazioni e la documentazione in ordine alla certificazione energetica degli edifici». La disposizione è contenuta nel decreto legislativo, di imminente entrata in vigore, attuativo della direttiva 2009/28/CE, in tema di promozione dell'uso di energia derivante da fonti rinnovabili, firmato ieri dal presidente della Repubblica.

    La clausola richiamata presuppone (se è vero che l'acquirente deve appunto dare atto di aver ricevuto la documentazione) che il fabbricato oggetto del contratto sia già stato dotato dell'Ace prima della stipula del contratto stesso.

    Già ci si chiede se si tratti di una disposizione inderogabile, in quanto disposta in ragione della tutela di interessi pubblicistici oppure se la norma sia dettata nell'esclusivo interesse dell' acquirente di un fabbricato, e quindi da questi disponibile. Così come era stata interpretata nel senso della derogabilità la norma (articolo 6, Dlgs 192/2005) che impone l'obbligo di «dotare» gli edifici oggetto di compravendita con l'attestato di certificazione energetica.

    Inoltre, non è chiaro cosa succeda nel caso di violazione di questa norma ove essa sia ritenuta inderogabile, e cioè se si debba parlare di nullità del contratto anche se la nuova disciplina espressamente non sancisce questa conseguenza.

    Un altro fattore oggetto di riflessione è l'impatto che questa norma avrà nella contrattazione avente a oggetto immobili ubicati in Regioni che a vario titolo hanno normato in tema di certificazione energetica degli immobili oggetto di contratto traslativo a titolo oneroso. Finora, infatti, le leggi regionali erano più restrittive della normativa nazionale: nelle Regioni senza una legislazione in materia si applica la legge statale e quindi la possibilità di derogare alla sussistenza dell'Ace all'atto della stipula del rogito; nelle Regioni che invece hanno legiferato sul punto si ha un panorama di maggior rigorosità rispetto alla legge statale fino a giungere all'estremo opposto rispetto ad essa, e cioè all'obbligo di allegazione punito, in caso di inadempimento, con salata sanzione pecuniaria.

    Con l'introduzione della nuova norma statale il quadro pare rovesciarsi: se la nuova disciplina fosse ritenuta inderogabile, non solo ci si dovrebbe adeguare ad essa per le compravendite nelle Regioni che non hanno leggi in materia, ma si potrebbe anche pensare a una sua prevalenza sulle leggi regionali (e quindi su tutte quelle finora emanate) in ogni caso in cui la legge regionale permettesse deroghe all'obbligo di sussistenza dell'Ace all'atto del rogito che la legge nazionale invece non consentisse. In quest'ultimo caso si apre infatti la questione se basti una qualsiasi norma regionale a escludere l'applicazione della legge statale oppure se la legge regionale può imporsi alla legge statale solo se le norme regionali siano più restrittive di quelle statali.

    EMILIA ROMAGNA
    La delibera dell'assemblea legislativa del 4 marzo 2008 n. 156 e la delibera di giunta regionale 28 ottobre 2008 n. 1754 hanno previsto l'obbligo di allegare l'Ace ma senza sanzioni in caso di inadempimento.

    LIGURIA
    La legge regionale 22/2007, come modificata dalla legge regionale 24 novembre 42/2008 fissano l'obbligo di consegna dell'Ace al momento della vendita ma non sono previste sanzioni.

    LOMBARDIA
    La delibera giunta regionale del 22 dicembre 2008 n. 8745 e le leggi regionali 24/2006 e 10/2009 stabiliscono che è obbligatorio allegare ai rogiti l'attestato di certificazione energetica. Il venditore che non ottempera questo obbligo di allegazione incorre nella sanzione amministrativa da 5mila a 20mila euro.

    PIEMONTE
    Le leggi regionali 13/2007 e 22/2009 e la delibera giunta regionale 4 agosto 2009, n. 43- 11965 hanno reso obbligatoria l'allegazione dell'Ace al rogito ed è prevista la sanzione amministrativa per il venditore che non ottemperi a questo obbligo (da mille a 10mila euro in base alla superficie del bene). Per il costruttore che viola l'obbligo di dotazione è prevista invece una sanzione amministrativa da 5mila a 30mila euro.

    FRIULI VENEZIA GIULIA
    La legge regionale 5/2007 del Friuli-Venezia Giulia dispone che copia semplice del certificato energetico venga depositata presso il comune competente a cura del costruttore o del proprietario dell'immobile all'atto della richiesta di agibilità dell'immobile.

    VALLE D'AOSTA
    La legge regionale 21/2008 ha deciso, nel caso di rogito che ha a oggetto un fabbricato di nuova costruzione, che sia obbligatorio allegare l'Ace.

    PUGLIA
    La legge regionale 13/2008 dispone una disciplina in materia di certificazione energetica, ma manca il regolamento attuativo, quindi la norma regionale rimane inattuata, con il risultato che si applica la normativa nazionale.

    LE ALTRE REGIONI
    La nuova disciplina statale avrà effetto nelle regioni dove non ci sono state normative specifiche.

    Angelo Butani - 08 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  11/03/2011

    Dal primo giugno parte a pieno regime il Sistri, il sistema elettronico di controllo che consente la tracciabilità dei rifiuti speciali e speciali-pericolosi su tutto il territorio nazionale e di quelli solidi urbani nella regione Campania. A presentarlo oggi è stato il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo. «Il Sistri è una rivoluzione di legalità e di efficienza nel settore dei rifiuti, uno strumento serio ed efficace per contrastare le ecomafie, una sfida che il Governo ha lanciato a chi ha massacrato il territorio, soprattutto in Campania e al Sud facendolo diventare una immensa discarica di veleni».

    Prestigiacomo: mezza Italia è in emergenza
    Il ministro non ha risparmiato critiche presentando ll nuovo sistema. «Non abbiamo risolto il problema dei rifiuti - ha detto Prestigiacomo - se è vero che abbiamo mezza Italia in emergenza. Bisogna conoscere ». Il progetto dovrebbe consentire una inversione di rotta assicurando maggiore trasparenza e controllo della movimentazione dei rifiuti, con la possibilità di monitorare tutti i dati in tempo reale. «In tal senso - ha chiarito ancora la Prestigiacomo - Sistri potrà garantire la tutela della salute, dell'ambiente e della sicurezza, la semplificazione delle procedura burocratiche e la riduzione degli oneri a carico dei soggetti obbligati, contrastando il fenomeno dell'illegalità, fortemente radicato in questo settore».

    Dispositivo Usb e scatola nera per monitorare il percorso dei rifiuti
    Le ultime informazioni complete relativamente ai rifiuti speciali in Italia risalgono al 2006. Con la sostituzione dell'attuale sistema cartaceo con il Sistri, basato su un flusso di dati in tempo reale, sarà possibile ottenere statistiche aggiornate con una frequenza molto maggiore. La quantità di rifiuti speciali prodotta in Italia nel 2006 è stata di 134,7 milioni di tonnellate: di questi 125,5 milioni di tonnellate erano rifiuti speciali non pericolosi e 9,2 milioni di tonnellate rifiuti speciali pericolosi. Il sistema Sistri prevede un dispositivo elettronico Usb per accedere al sistema, trasmettere i dati e memorizzare informazioni; una "scatola nera" da installare su ciascun veicolo che trasporta rifiuti speciali e che ha la funzione di monitorare il percorso del carico dal produttore al centro di smaltimento; infine, apparecchiature di videosorveglianza negli impianti di discarica, di incenerimento e di coincenerimento per controllare l'ingresso e l'uscita degli automezzi.

    Risparmi anche per le aziende
    Dal primo giugno quindi l'iscrizione al Sistri diventerà obbligatoria per tutti i produttori di rifiuti speciali. Il ministero spiega che la consegna dei dispositivi è ormai quasi ultimata: al 28 febbraio sono stati distribuiti 476.150 dispositivi Usb alle imprese, sono state consegnate 85.985 black box di cui 58.674 risultano già installate sui veicoli per il trasporto rifiuti. Sono stati selezionati oltre 500 impianti e discariche di smaltimento rifiuti su cui installare le apparecchiature di video sorveglianza e su 402 impianti il sistema è già attivo. Il Sistri dovrebbe comportare anche un risparmio significativo per le aziende. Il ministero della Pubblica amministrazione e dell'Innovazione ha valutato nel "Primo rapporto 2007-2008: misurazione e riduzione onere amministrativi" una spesa di 671 milioni di euro a carico delle imprese piccole e medie (quelle fino a 249 addetti) per la predisposizione del sistema cartaceo ambientale e un costo medio che varia da 1.183 euro l'anno per le imprese da 5 a 249 addetti a 464 euro l'anno per le imprese da uno a 4 addetti. Il Sistri ha ridotto questi costi abbattendoli dal 50% all'80 per cento.

    08 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  10/03/2011

    Anche i dipendenti degli studi professionali hanno diritto alla mobilità, prevista dalla legge 223/91 in caso di licenziamento per riduzione di personale o per cessazione dell'attività. Il parere del ministero del Lavoro – sull'interpello 10/2011 sollevato da Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro e da Confprofessioni – cambia gli orientamenti dei centri per l'impiego che spesso non vogliono iscrivere nelle liste di mobilità questi dipendenti, perchè non licenziati da «imprese».

    L'articolo 4 della legge 236/93 indica come destinatari dell'iscrizione nelle liste di mobilità i lavoratori licenziati da imprese, anche artigiane o coop di produzione e lavoro, che occupano anche meno di 15 dipendenti, quando il licenziamento è per giustificato motivo oggettivo riconducibile a riduzione, trasformazione o cessazione dell'attività lavorativa.

    Il riferimento all'impresa e non al datore di lavoro ha fatto sì che ai dipendenti licenziati dagli studi non fosse consentita l'iscrizione nelle liste. Anche se non costituisce titolo per percepire l'indennità di mobilità, consente ai datori di lavoro che assumono un lavoratore iscritto di fruire di agevolazioni contributive, versando per un certo periodo la contribuzione in misura pari a quella prevista per gli apprendisti.

    L. Cavestri/M. R. Gheido - 9 marzo 2011 – tratto da Il Sole 24 Ore -

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  • Lavoro e previdenza  »»  10/03/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Lavoro e Previdenza – n. 02/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    LEGGE DI STABILITÀ 2011
    LA DETASSAZIONE
    FESTIVITÀ DEL 17 MARZO E 25 APRILE 2011
    IL NUOVO FLUSSO UNIEMENS E I DATI RIFERITI ALLA CIG
    LA CONTRIBUZIONE AGLI ENTI BILATERALI
    LAVORO OCCASIONALE DI TIPO ACCESSORIO
    ASSUNZIONE DI LAVORATORI ISCRITTI NELLE LISTE DI MOBILITÀ
    IL DISTACCO DEL LAVORATORE
    IL DISTACCO DEI LAVORATORI IN AMBITO UE
    NUOVI VALORI PER IL CALCOLO DEI CONTRIBUTI
    L’AVVISO DELL’INPS È TITOLO ESECUTIVO
    NUOVA GESTIONE DELLE POSIZIONI CONTRIBUTIVE INPS
    IL SISTEMA DELLE DELEGHE INPS
    ASSUNZIONI A TERMINE IN SOSTITUZIONE DI MATERNITA’
    CERTIFICAZIONE MEDICA DI MALATTIA DEL LAVORATORE
    ASSISTENZA FISCALE – NEL 2011 INVIO DEI 730-4 AI DATORI DI LAVORO DIRETTAMENTE
    DALL’AGENZIA DELLE ENTRATE
    CONTRIBUTI 2011 ARTIGIANI E COMMERCIANTI – GESTIONE SEPARATA
    RICORSI AMMINISTRATIVI INPS PER VIA TELEMATICA
    IMPRESE DI AUTOTRASPORTO E PREMIO INAIL
    LA GIURISPRUDENZA

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  • Normative complementari  »»  09/03/2011

    Comunicazione entro il prossimo 30 aprile dei dati relativi ai rifiuti gestiti nel corso del 2010; entro il 31 dicembre 2011 dei dati relativi ai rifiuti gestiti tra il 1° gennaio 2011 e il 31 maggio 2011. Queste le scadenze che interessano i soggetti coinvolti nella filiera dei rifiuti e sottoposti al monitoraggio, in base all'uscente disciplina «Mud» e alla nuova disciplina «Sistri».

    A fare chiarezza sugli adempimenti in scadenza alla luce del parziale sovrapporsi delle due discipline (il nuovo sistema di monitoraggio telematico dei rifiuti meglio noto come «Sistri» entrerà a pieno regime solo il prossimo 1° giugno 2011, scalzando il Mud) è il ministero dell'ambiente, con circolare 2 marzo 2011 n. 6774.

    Vi si opera una distinzione tra soggetti tenuti alla sola presentazione del Mud entro il prossimo 30 aprile 2011 in relazione ai rifiuti gestiti nel corso del 2010 e soggetti che dovranno, invece, effettuare la speciale «dichiarazione Sistri» in relazione ai rifiuti gestiti nel 2010 e nel periodo del 2011 che precede la piena operatività del nuovo sistema di tracciamento.

    V. Dragoni – tratto da Italia Oggi - sabato 5 marzo 2011 -

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  • Fisco e tasse  »»  08/03/2011

    I contributi Inps versati in F24 entrano nel calcolo dell'Iva rimborsabile senza garanzie. Lo chiarisce l'agenzia delle Entrate con la circolare 10/E di ieri che illustra le modalità per determinare l'importo massimo rimborsabile senza fideiussione ai cosiddetti contribuenti virtuosi. Tra i crediti rimborsati che riducono il limite si comprendono, precisa la circolare, anche quelli utilizzati in compensazione per il pagamento di debiti tributari o contributivi. L'articolo 38-bis del Dpr 633/72 stabilisce, al settimo comma, che i rimborsi Iva (tranne quelli richiesti in relazione all'imposta assolta sull'acquisto di beni ammortizzabili) possono avvenire senza garanzie, nei confronti dei cosiddetti contribuenti virtuosi, cioè di quelle imprese che presentino talune caratteristiche circa la patrimonializzazione e la assenza di accertamenti o rettifiche superiori a determinate soglie.

    L. Gaiani - 5 marzo 2011 – tratto da Il Sole 24 Ore

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  • Normative complementari  »»  07/03/2011

    Anatocismo, cosa è
    Con il termine anatocismo (dal greco anà - di nuovo, e tokòs - interesse) si intende la capitalizzazione degli interessi su un capitale, affinché essi siano a loro volta produttivi di altri interessi (in pratica è il calcolo degli interessi sugli interessi). Nella prassi bancaria, tali interessi vengono definiti "composti". Un esempio di anatocismo è quello di capitalizzare (ossia sommare al capitale di debito residuo) gli interessi ad ogni scadenza di pagamento, anche se sono regolarmente pagati.
    (tratto da Wikipedia)

    Il decreto milleproroghe (Dl 225/2010 convertito in legge 10/2011) seppellisce le speranze dei clienti bancari vessati dall'anatocismo di veder riconosciute le proprie ragioni alla restituzione dei versamenti effettuati a copertura degli addebiti subiti per il calcolo di interessi anatocistici. L'articolo 2, comma 61 sancisce che «in ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l'articolo 2935 del Codice civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione di importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge» (disposizione che potrebbe presto essere esaminata dalla Corte costituzionale).
    Il testo è di difficile lettura, ma, in sostanza, significa che se sono passati più di dieci anni dal versamento effettuato dal cliente a copertura dell'addebito dell'anatocismo, non se ne può più chiedere la restituzione; sono salvi i clienti che abbiano già ricevuto il rimborso, cui non può essere ora eccepito che sia stato effettuato sulla base di una richiesta formulata quando già la prescrizione era compiuta. L'anatocismo è l'applicazione di un interesse a interessi maturati in precedenza: è il fenomeno dell'"interesse composto". Se un capitale produce interessi in un dato periodo, gli interessi calcolati nel periodo successivo sono anatocistici se, oltre a essere calcolati sul capitale, sono calcolati sugli interessi maturati. Con la sentenza n. 2374/1999 (confermata a Sezioni Unite con la sentenza n. 21095 del 4 novembre 2004), la Cassazione ha dichiarato la nullità delle clausole anatocistiche che, anteriormente al 22 aprile 2000 (quando entrò in vigore la riforma dell'anatocismo), disponevano una capitalizzazione più frequente degli interessi passivi (normalmente, in termini trimestrali) rispetto a una capitalizzazione "più lenta" degli interessi attivi (normalmente, in termini annuali). Infine, sempre dalle Sezioni unite (con la sentenza n. 24410/2010), venne stabilito che i versamenti del cliente della banca, effettuati sulla base di una clausola anatocistica nulla, avrebbero dovuto essere distinti a seconda che il cliente li avesse effettuati:
    - su un conto (presso la stessa banca) diverso da quello munito della clausola di apertura di credito;
    - sul conto dotato della clausola di apertura di credito, riportando lo scoperto di conto entro il tetto accordato;
    - sul conto dotato della clausola di apertura di credito, ma immettendo su tale conto somme di entità maggiore rispetto al fido accordato dalla banca.

    Nei primi due casi, per la Cassazione, il cliente non avrebbe potuto chiedere la ripetizione delle somme versate, se la richiesta di rimborso fosse stata proposta dopo dieci anni dal loro pagamento, anche se entro il decimo dalla chiusura del conto accreditato. Nel terzo caso, invece, il termine di prescrizione decennale avrebbe avuto decorso dalla data di chiusura del conto. Infatti, per la Corte, nel caso di apertura di credito in conto corrente, è solo alla chiusura del conto che si stabiliscono definitivamente crediti e debiti: infatti, l'apertura di credito consiste nella messa a disposizione di una somma di denaro da parte della banca a favore del cliente, somma che il cliente può riscuotere a più riprese e che, una volta utilizzata in tutto o in parte, può essere ripristinata con versamenti del correntista sul conto. Pertanto, finché dura il rapporto di apertura di credito il diritto alla restituzione sorge solo dalla chiusura del rapporto.

    Angelo Busani - 01 marzo 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  04/03/2011

    Per colpa delle pastoie burocratiche del Comune l'imprenditore rischia di ammalarsi: il permesso di costruire in variante arriva con due anni di ritardo e l'ente locale, accanto al danno patrimoniale, paga anche quello biologico come lesione alla salute dell'interessato scaturita dall'inerzia della pubblica amministrazione; è stata la legge 69/2009, quella che contiene fra l'altro la riforma del processo civile, a introdurre tra i livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale due elementi importanti come l'obbligo costituito in capo all'ente di concludere il procedimento entro il termine prefissato e le disposizioni relative alla durata massima dei procedimenti.
    È quanto emerge dalla sentenza n. 1271 del 28 febbraio 2011, emessa dalla quinta sezione del Consiglio di Stato.

    D. Ferrara – 3 marzo 2011 - tratto da Italia Oggi -

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  • Lavoro e previdenza  »»  03/03/2011

    Il terziario vara un contratto collettivo nazionale di lavoro in linea con i tempi. Il protocollo di intesa firmato il 26 febbraio scorso interviene su molti aspetti del precedente contratto. Nell'intesa le parti, per prevenire abusi, modificano in parte il trattamento economico di malattia, spaziano dalla contrattazione di secondo livello al welfare contrattuale, adeguano le retribuzioni, introducono un nuovo elemento retributivo.

    Dunque, un restyling accurato per il Ccnl del settore terziario i cui contraenti non si lasciano sfuggire di mano l'opportunità di recepire le novità introdotte dal collegato lavoro.

    N. Bianchi - 2 marzo 2011 – tratto da Il Sole 24 Ore

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  • Lavoro e previdenza  »»  02/03/2011

    Ho ricevuto una cartella di pagamento per debiti riferiti a contributi Inps; mi sono recato presso la sede dell'Istituto di previdenza sociale, competente per territorio, per presentare domanda di dilazione, ma mi è stato risposto che loro non sono più competenti a decidere sulle dilazioni delle cartelle.
    In particolare, mi è stato detto che l'Inps ora è competente soltanto per la dilazione dei debiti in fase amministrativa, mentre per quelli concernenti la cartella di pagamento la dilazione dovrà essere presentata ad Equitalia. Come devo procedere?
    R.M. – SASSARI

    L'Inps, dal 3 agosto 2010, si è spogliato della competenza a decidere sulle dilazioni relative alle cartelle di pagamento, ora avviso di addebito, che è passata all'agente di riscossione (Adr), cioè Equitalia;inoltre, sarà possibile dilazionare anche la contribuzione relativa alle quote a carico del dipendente e non sarà necessario versare subito il dodicesimo del debito contributivo al momento della presentazione della richiesta di rateazione.
    Queste sono le principali novità sulla dilazione dei debiti Inps, illustrati dallo stesso Istituto con circolare 106 del 3 agosto 2010. In particolare, è stato deciso che il datore di lavoro non deve necessariamente provvedere al pagamento, in un'unica soluzione, della quota di contribuzione a carico dei lavoratori mentre, in via generale per tutte le gestioni previdenziali, viene escluso l'obbligo del versamento della quota pari a 1/12 del dovuto prima dell'emissione del piano di ammortamento.
    Inoltre, viene stabilito che il pagamento della prima delle rate complessivamente accordate dovrà essere effettuato prima o contestualmente alla data di sottoscrizione, per accettazione, del piano di ammortamento. Per quanto riguarda la richiesta di dilazione all'Inps, il contribuente, prima dell'iscrizione a ruolo e della notifica della cartella, deve presentare un'istanza che comprenda tutti i crediti contributivi in fase amministrativa, accertati alla data di presentazione dell'istanza stessa.

    Le rate
    Restano immutate le rate, che possono essere concesse: fino a un massimo di 24 mensilità con la possibilità di un prolungamento fino a 36, autorizzato dal ministero del Lavoro; per particolari specifici casi, il ministro del Lavoro, di concerto con il ministro dell'Economia, può concedere con decreto una dilazione fino a 60 mensilità.
    Con la circolare 148 del 24 novembre 2010, l'Istituto ha precisato che, ai fini dell'istruttoria della domanda di dilazione amministrativa, dovrà essere accertata la circostanza che tutti i crediti ancora in fase amministrativa e quelli iscritti a ruolo, ma non ancora notificati al contribuente con la cartella di pagamento, siano inseriti nella stessa domanda. A tal proposito, è stato precisato che la presenza di eventuali ulteriori crediti iscritti a ruolo e notificati al contribuente dal competente Adr per i quali, in precedenza o contestualmente alla domanda in fase amministrativa, non risulti essere stata richiesta la rateazione presso Equitalia, non impedisce l'accoglimento dell'istanza da parte dell'Inps.

    Quote a carico dipendenti
    Con la circolare 106/2010 era precisato che l'accoglimento della rateazione amministrativa non è più subordinato al preventivo versamento al momento della richiesta delle ritenute previdenziali e assistenziali a carico dei lavoratori. È stato, altresì, chiarito che ciò non produce effetto sulla permanenza dell'obbligo dell'Inps di provvedere alla denuncia all'Autorità giudiziaria competente ai sensi dell'articolo 2, della legge 638/83, come modificato dal Dlgs n. 211/94.
    In particolare, ai fini della verifica dell'avvenuto versamento delle quote a carico dei lavoratori, concorrono anche gli importi delle rate versate in conto della rateazione. Qualora, peraltro, nei termini assegnati dal comma 1-bis dell'articolo 2 della legge n. 638/1983, il datore di lavoro non abbia ancora versato complessivamente un importo pari alle contribuzioni a carico dei lavoratori, potrà regolarizzare la sua posizione corrispondendo anticipatamente il numero di rate del piano di ammortamento sottoscritto fino alla concorrenza dell'importo necessario per coprire l'intero ammontare delle quote a carico dovute.
    Il datore di lavoro potrà sospendere il pagamento delle rate in scadenza dopo il versamento anticipato della "rata multipla" fino alla data di scadenza dell'ultima rata inclusa nel predetto pagamento anticipato. Tenuto conto che il mancato regolare versamento alle previste scadenze delle rate accordate comporta la decadenza dalla rateazione, i datori di lavoro che intendono avvalersi di tale soluzione dovranno essere autorizzati dalle competenti sedi che provvederanno anche a fissare il periodo di sospensione e la scadenza della prima rata che dovrà essere versata al termine del medesimo periodo.

    Il modello F24
    Con circolare n.4 del 13 gennaio 2011, l'Inps ha illustrato le nuove modalità di accesso alla rateazione amministrativa, sui crediti per i quali si deve ancora procedere alla formazione dell'avviso di addebito e alla contestuale consegna a Equitalia. Infatti, avvenuta la consegna dell'avviso di addebito, i crediti potranno essere richiesti in dilazione solo e direttamente al competente Adr individuato in base al domicilio fiscale del debitore alla data di formazione dell'avviso di addebito.
    Per quanto concerne la dilazione amministrativa, l'Inps fa presente che in seguito alla definizione della gestione della domanda di rateazione con la sottoscrizione del piano di ammortamento da parte del contribuente, che alla stessa data deve avere già versato la prima rata con modello F24, il piano stesso non verrà più trasferito ad Equitalia con le modalità adottate fino al 31 dicembre 2010; di conseguenza, non ci sarà più il ruolo spontaneo. Il versamento delle rate successive alla prima sarà effettuato mensilmente, sempre con modello F24, riportando la causale ed i codici già utilizzati per il versamento della prima rata; il pagamento di ogni rata mensile, successiva alla prima, dovrà avvenire entro i 30 giorni successivi alla scadenza del pagamento della rata precedente. Se il contribuente non provvede al versamento di due rate consecutive, l'Inps procederà alla revoca della dilazione ed i crediti residui verranno affidati all'Adr per il recupero coattivo; tali crediti non potranno essere oggetto di successivi provvedimenti di concessione di rateazioni da parte dell'Adr.

    A.FORTE - 28 febbraio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  01/03/2011

    Il contraddittorio per gli studi di settore non può essere ridotto a una pura formalità. Ed è quanto accadrebbe se l'ufficio non desse conto nell'atto di accertamento del perché non si tiene conto delle argomentazioni del contribuente per "smontare" i risultati di Gerico (o, precedentemente, dei parametri). L'ordinanza della Cassazione 4582/2011, depositata ieri, conferma l'orientamento che la stessa Corte aveva espresso nella recente pronuncia 3923/2011 sulla necessità non solo di far svolgere il contraddittorio, perché l'accertamento sia valido, ma anche di esprimere la confutazione degli argomenti  del contribuente contro i risultati dell'accertamento parametrico.

    Nello specifico la Corte conferma una sentenza della Ctr del Lazio secondo la quale, perseverare nell'atto di accertamento, come se nulla fosse, «nonostante gli elementi di motivazione offerti dal contribuente», porta al risultato di «trasformare un adempimento sostanziale (contraddittorio) in una formalità senza senso ed effettuata solo ed esclusivamente perché dovuta, in palese contrasto con la volontà del legislatore». Tradotto, si potrebbe dire che i contribuenti vanno presi sul serio.

    E sul serio in questo caso andava presa l'indicazione data dal proprietario di una ferramenta che aveva spiegato all'amministrazione come avesse dovuto diminuire i prezzi di vendita per affrontare la concorrenza dei vicini supermercati e poter restare sul mercato. L'agenzia delle Entrate, invece, aveva spiegato lo scorso anno (circolare 19/E/2010) che il contraddittorio era necessario, ma non l'esplicitazione dei motivi per cui non si accettavano le controdeduzioni dei contribuenti. Una posizione che forse ormai andrebbe cambiata.

    25 febbraio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  01/03/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi - n. 03/2011 – Speciale Chiusura Bilancio

    Questo l'unico argomento oggetto di approfondimento del numero speciale:
    LE SCRITTURE E GLI ADEMPIMENTI CONTABILI DI CHIUSURA DEL BILANCIO AL 31.12.2010

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    Signa, 01.03.2011
    Studio Bambagioni

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  • Normative complementari  »»  28/02/2011

    Ricordiamo che il prossimo 31 marzo, come per i precedenti anni, scadrà il termine per l'adeguamento alla legge 196/2003, meglio conosciuta come "Privacy".

    Chi intendesse usufruire del nostro studio per la prima stesura o per la rivisitazione annuale può prendere appuntamento con la sig.ra Barbara (Studio di Signa tel. 0558734401) o con la sig.ra Nicoletta (Studio di Firenze tel 0552344803).

    Per avere un quadro generale degli adempimenti necessari consigliamo di consultare il seguente documento su questo stesso sito internet: 23/02/2011 - Privacy in scadenza il 31 marzo 2011 alla sezione novità\normative complementari.

    Altri documenti sull'argomento sono a disposizione dei naviganti (ed altri ancora stanno per essere pubblicati). Il miglior modo per consultarli è andare sulla home page del nostro sito e posizionandosi nel motore di ricerca interno (in alto a destra) digitare la parola “privacy”: si otterrà la lista in ordine di data decrescente dei documenti che affrontano (o hanno affrontato) questa materia.

    Signa, 28 febbraio 2011
    Studio Bambagioni

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  • Normative complementari  »»  28/02/2011

    Una nuova carta acquisti da sperimentare per un anno in 10 città, che sarà distribuita ai beneficiari attraverso enti non profit attivi nel contrasto alla povertà alimentare (ovvero la gestione di mense) e nell'aiuto alle persone senza fissa dimora. Con una soglia Isee più "larga" dei 6.235 euro attuali per misurare il reddito dei beneficiari. È questo l'identikit della social card versione 2011, che sarà delineata dal decreto del ministero del Lavoro a cui il Dl milleproroghe ha affidato l'attuazione dell'ultimo intervento di contrasto alla povertà deciso dal governo.

    L'articolo 2 quater del milleproroghe che ha introdotto la sperimentazione della nuova social card non ha abolito la vecchia carta acquisti, caricata dallo Stato con 40 euro al mese da usare per la spesa alimentare e per pagare le bollette e distribuita a 734mila anziani e famiglie con bambini sotto i tre anni, da dicembre 2008 a dicembre 2010. I due sistemi, dunque, coesisteranno: chi ha i requisiti, può continuare a chiedere la vecchia carta.

    Quello che cambia, ora, è l'intermediazione affidata al terzo settore. Saranno cioè quelli che il milleproroghe definisce «enti caritativi» i destinatari della carta, che dovrà poi essere assegnata, da questi, alle persone «in condizione di bisogno». La nozione di «ente caritativo» giuridicamente non esiste e questo ha già creato polemiche e incertezze all'interno del terzo settore. Fonti del ministero del Lavoro assicurano comunque che l'interpretazione sarà «larga» e che nell'attuazione del programma saranno inclusi gli enti attivi nel contrasto alla povertà alimentare ed estrema, con l'apertura a diverse forme giuridiche, dalle associazioni alle organizzazioni di volontariato.

    La sperimentazione riguarda le città con più di 250mila abitanti, secondo lo schema delle aree metropolitane: ci saranno dunque Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli. E probabilmente Palermo o Catania.

    Ci saranno due sistemi di accreditamento per gli enti, uno nazionale, destinato alle associazioni maggiori, e uno comunale, per le piccole realtà locali. Il ministero conta di poter concludere la fase della selezione degli enti in tempi brevi, dopo l'emanazione del decreto attuativo (che dovrà avvenire 30 giorni dopo l'entrata in vigore della legge di conversione del Dl milleproroghe, ora all'esame della Camera).

    Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha prefigurato una social card «molto federalista» con una «soglia minima per tutti» a livello nazionale e differenze a livello territoriale, sia per quanto riguarda i requisiti minimi per ottenere la carta, sia per quanto riguarda l'importo accreditato.

    L'obiettivo della nuova sperimentazione è raggiungere anche le persone senza fissa dimora delle grandi città, escluse dalla vecchia social card perché prive della tracciabilità e della documentazione necessarie. La carta acquisti dovrebbe rappresentare, per queste persone, l'occasione per la presa in carico da parte degli enti non profit e dei servizi sociali del comune, e l'infrastruttura attraverso cui potranno passare anche altri servizi. Ai comuni spetterà l'accreditamento a livello locale degli enti beneficiari, l'eventuale integrazione dei fondi accreditati dallo Stato sulle carte e la valutazione della presa in carico dei soggetti bisognosi da parte degli enti non profit.

    Per la nuova sperimentazione della carta acquisti, il Dl milleproroghe prevede una spesa di 50 milioni di euro, che arriveranno dal fondo di circa un miliardo creato nel 2008 per finanziare la social card. Dal 2008 a oggi, sono stati spesi 500milioni, a beneficio di 734mila richiedenti.

    Il bilancio della prima edizione

    I NUMERI

    734mila
    I BENEFICIARI

    È il numero delle persone che hanno avuto accesso al programma carta acquisti da dicembre 2008 a dicembre 2010.

    386mila
    GLI OVER 65

    È il numero delle persone ultrasessantacinquenni che hanno avuto accesso alla carta acquisti da dicembre 2008.

    348mila
    SOTTO I TRE ANNI

    È il numero dei bambini di età inferiore a tre anni che hanno beneficiato della carta acquisti, richiesta e usata dai genitori.

    500mln
    I FONDI EROGATI

    È il totale dei fondi caricati sulle carte acquisti erogate da dicembre 2008 a dicembre 2010. Già spesi 475milioni.

    I VECCHI REQUISITI

    La platea
    La carta acquisti può essere richiesta da anziani ultrasessantacinquenni e da famiglie con figli sotto i 3 anni che hanno un Isee inferiore a 6.235 euro e un patrimonio mobiliare non superiore a 15mila euro.

    La pensione
    Gli anziani fino a 69 anni devono avere una pensione che arriva al massimo a 6.235 euro all'anno. Oltre i 70 anni di età, la pensione può raggiungere 8.313 euro.

    Valentina Melis - 18 febbraio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  25/02/2011

    Gli sconti fiscali sono "salvi" se la scheda carburanti è completa dei dati richiesti dalla legge. Solo in questo caso il contribuente può dedurre il costo delle schede carburanti e operare la detrazione dell'Iva.
    Per gli acquisti di carburanti per autotrazione effettuati presso i distributori di benzina, sono elementi fondamentali, per fruire degli sconti fiscali, l'indicazione del numero di targa su ciascuna scheda e la firma del benzinaio per convalidare la fornitura del carburante. La mancanza nelle schede carburanti di uno solo di questi dati esclude ogni beneficio fiscale. Così come è preclusa ogni deduzione o detrazione se nella scheda carburanti manca l'indicazione del numero dei chilometri indicato dal contachilometri del veicolo usato...
    I principi base delle regole sulle schede carburante sono stati ribaditi di recente dalla Corte di cassazione. Per la Corte, sezione V civile, la "dimenticanza" del numero della targa, o della firma dell'addetto, o del numero dei chilometri comporta la ripresa a tassazione del costo dedotto ai fini delle imposte sui redditi e dell'Iva detratta (sentenza 3947/2011). Nella sentenza, la Corte, richiamandosi a un'altra pronuncia (sentenza 21769/2005), ribadisce l'univoca volontà del legislatore che ritiene indispensabile l'indicazione, in ciascuna scheda carburante, «anche del numero di targa». Un'ulteriore conferma in questo senso è nella sentenza 26539/2008, della Cassazione, sezione tributaria, nel punto in cui si ribadisce la necessità che le schede carburanti «siano complete in ogni loro parte e debitamente sottoscritte» dall'addetto alla distribuzione di carburanti (si veda anche Cassazione, sentenza 21941/2007).

    Deduzioni e detrazioni
    In materia di costi auto, si ricorda che la deducibilità delle schede carburanti e degli altri costi, ammortamento, leasing, noleggio, spese di gestione e impiego, così come la detrazione dell'Iva, è totale nel caso di auto usate esclusivamente come beni strumentali nell'attività propria dell'impresa (ad esempio, autocarri). Negli altri casi, sia per i carburanti, sia per i costi, la deduzione e la detrazione dell'Iva spettano in misura ridotta.
    Ai fini Iva, si applica l'articolo 19-bis1 del Dpr 633/1972. La disposizione stabilisce che l'Iva relativa all'acquisto o all'importazione di veicoli stradali a motore e dei relativi componenti e ricambi è ammessa in detrazione nella misura del 40%, se tali veicoli non sono usati esclusivamente nell'esercizio d'impresa, dell'arte o della professione, fermo restando che il fisco considera beni strumentali solo le auto usate dalle autoscuole e dai noleggiatori (risoluzione 59/E/2007). La limitazione non si applica quando i veicoli formano oggetto dell'attività propria dell'impresa, nonché per gli agenti e rappresentanti di commercio che, perciò, possono detrarre l'Iva per intero.

    I veicoli
    Per veicoli stradali a motore si intendono tutti i veicoli a motore, diversi dai trattori agricoli o forestali, normalmente adibiti al trasporto stradale di persone o beni la cui massa massima autorizzata non supera 3.500 chilogrammi e il cui numero di posti a sedere, escluso quello del conducente, non è superiore a otto.
    L'Iva relativa all'acquisto o all'importazione di carburanti e lubrificanti destinati ad aeromobili, natanti da diporto e veicoli stradali a motore, è ammessa in detrazione nella stessa misura in cui è ammessa in detrazione l'Iva relativa all'acquisto o all'importazione di questi aeromobili, natanti e veicoli stradali a motore. Per la deduzione dei costi, ai fini delle imposte sui redditi (in base al Dpr 917/1986) si applica l'articolo 164 sui «limiti di deduzione delle spese e degli altri componenti negativi relativi a taluni mezzi di trasporto a motore, utilizzati nell'esercizio di imprese, arti e professioni».
    Per i veicoli "a uso promiscuo", utilizzati nell'esercizio di imprese, arti e professioni, ai fini della determinazione dei relativi redditi, i costi sono deducibili nella misura del 40%, con un limite massimo del costo del veicolo di 18.075,99 euro. Tale percentuale è elevata all'80% per i veicoli utilizzati dai soggetti esercenti attività di agenzia o di rappresentanza di commercio, con un limite massimo del costo del veicolo di 25.822,84 euro. Nel caso di esercizio di arti e professioni in forma individuale, la deducibilità è ammessa, nella misura del 40%, limitatamente a un solo veicolo; se l'attività è svolta da società semplici e associazioni, la deducibilità è consentita per un solo veicolo per ogni socio o associato.

    Salvina Morina/Tonino Morina - 24 febbraio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  24/02/2011

    Licenziamento illegittimo se la contestazione disciplinare arriva dopo due mesi. Ad affermarlo è la Cassazione con la sentenza n. 3043 dell'8 febbraio per la quale il principio di tempestività della contestazione degli addebiti, che costituisce una delle condizioni essenziali del procedimento disciplinare regolato dall'articolo 7 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, legge n. 300/1970, non risiede unicamente nella necessità di salvaguardare il diritto di difesa del lavoratore, ma si fonda anche sull'esigenza di evitare l'incertezza sulla sorte del rapporto di lavoro.

    La sentenza è molto chiara sotto questo aspetto e sottolinea che il principio di immediatezza, se da un lato è posto a tutela del diritto del lavoratore ad esercitare pienamente il contraddittorio, dall'altro mira ad evitare che le valutazioni del datore di lavoro sulla portata della condotta illecita possano essere protratte oltre un tempo minimo strettamente necessario.

    G. Bulgarini d'Elci - 22 febbraio 2011 – tratto da Il Sole 24 Ore

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  • Fisco e tasse  »»  23/02/2011

    La circolare dell'agenzia delle Entrate e del ministero del Lavoro 3/2011 ha confermato che per l'applicazione dell'imposta sostitutiva del 10% «è condizione sufficiente l'attestazione, da parte datoriale nel Cud, che le somme ... siano state erogate in attuazione di quanto previsto da uno specifico accordo o contratto collettivo territoriale o aziendale della cui esistenza il datore di lavoro, su richiesta, dovrà fornire prova».

    Appare chiaro l'intento premiale nei confronti della contrattazione di secondo livello, sia essa aziendale che territoriale; infatti il legislatore ha ritenuto non sufficiente la sussistenza di contratti collettivi nazionali. L'opzione del legislatore non appare comprensibile se non in un contesto di relazioni sindacali caratterizzato da qualche tempo da profonde lacerazioni.

    Gli accordi sindacali di secondo livello, che costituiscono la condizione necessaria affinché il datore di lavoro possa assoggettare le somme collegate a efficienza e competitività all'aliquota del 10% devono essere sottoscritti a livello territoriale, aziendale o di gruppo, con i rappresentanti sindacali territoriali o aziendali.

    La circolare insiste su una lettura non formalistica del dato contrattuale affermando che «per i contratti collettivi c.d. di diritto comune, in applicazione del principio generale di libertà di forma e come ribadito dalla giurisprudenza di Cassazione ... non esiste un onere di tipo formale, ragione per cui possono concorrere a incrementi di produttività, come non di rado avviene, accordi collettivi non cristallizzati in un documento cartolare e cionondimeno riconducibili, a livello di fonti del diritto, al generale principio di libertà di azione sindacale di cui all'articolo 39 della Costituzione».

    La Cassazione ha da tempo ricondotto la contrattazione collettiva post corporativa nell'ambito della disciplina di diritto comune delle obbligazioni e dei contratti, complice la mancata attuazione dell'articolo 39 della Costituzione e l'articolo 1350 del Codice civile che non elenca fra gli atti che devono essere fatti per iscritto la categoria dei contratti collettivi. Di conseguenza, da tempo si ritiene che l'accordo sindacale possa essere raggiunto anche in forma verbale. Peraltro, è indubbio che la stipula in forma scritta dell'accordo collettivo renderebbe più agevole per il datore di lavoro, in caso di accertamenti, la prova circa l'esistenza delle condizioni per l'applicazione del beneficio. Tra l'altro, l'ipotesi di accordi verbali appare remota nell'esperienza sindacale: di qui il pericolo che la precisazione sull'inesistenza di forma vincolata possa prestarsi ad abusi e omissioni.

    Un altro aspetto riguarda l'applicabilità del beneficio fiscale da parte di aziende di piccole dimensioni, nelle quali non ci sono rappresentanti sindacali. Si ritiene che la sottoscrizione di accordi tra azienda e singoli lavoratori, anche in forma di clausola generale inserita nel contratto di lavoro individuale, ovvero nella forma di accordo aziendale plurimo, non sia sufficiente. La circolare, infatti, pare confermare la necessità dell'esistenza di veri e propri accordi sottoscritti con soggetti collettivi, anche spontanei, ma comunque dotati di una qualche forma di organizzazione collettiva di tipo sindacale (articolo 39 della Costituzione), o che costituiscono una rappresentanza generalizzata dell'interesse collettivo dei lavoratori.

    Pertanto, in assenza di rappresentanze sindacali aziendali o rappresentanze sindacali unitarie, l'azienda potrà far riferimento - anche senza adesione a una associazione datoriale - ad accordi quadro già esistenti sul territorio.

    La necessità della sussistenza di un accordo sindacale di secondo livello, che rappresenta la principale novità introdotta per il 2011, pone anche la questione di valutare la portata di accordi sindacali sottoscritti successivamente con efficacia retroattiva ad inizio 2011.

    In tali ipotesi, si ritiene ammissibile che, qualora siano già state corrisposte ai lavoratori prima della sottoscrizione dell'accordo stesso, somme assoggettate ad aliquota ordinaria, il datore di lavoro possa effettuare i conguagli e applicare l'aliquota ridotta.

    Angelo Zimbelli - 18 febbraio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  23/02/2011

     
     download allegato »  2011.02.23_scadenza_privacy.pdf
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  • Lavoro e previdenza  »»  22/02/2011

    I ricorsi all'Inps viaggiano online. A partire da lunedì 21 febbraio, infatti, l'impugnazione di tutti i provvedimenti dell'istituto previdenziale (prestazioni pensionistiche, contributi ecc.) può avvenire anche tramite internet, da casa o da ufficio, collegandosi al sito web dell'Inps dove è operativa una specifica procedura guidata. Per due mesi, questo nuovo canale telematico si affiancherà a quello tradizionale di presentazione dei ricorsi, cioè tramite gli uffici in modalità cartacea.

    A partire al 22 aprile, il canale telematico diventerà la modalità esclusiva per presentare un ricorso amministrativo all'Inps. L'invio on-line è possibile direttamente da parte degli interessati (i cittadino dotato di Pin, per esempio) o tramite un intermediario abilitato (patronati, professionisti e consulenti del lavoro ecc.).

    C. De Lellis - 21 febbraio 2011 – tratto da Italia Oggi Sette -

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  • Normative complementari  »»  21/02/2011

    I telefonini che consentono lo scambio di dati, cosiddetti data enabled, avranno un caricabatterie unico nei prossimi mesi. Sono quei telefonini che possono essere collegati a un computer per scambiare ad esempio immagini, file e musica. Telefoni cellulari come gli smartphone sono ormai più del cinquanta per cento di quelli venduti sul mercato. «Invito l'industria ad accelerare i tempi della messa sul mercato, in modo che i cittadini europei possano godere al più presto dei vantaggi offerti dal caricabatterie unico», ha dichiarato il vicepresidente della Commissione Ue e responsabile per l'industria Antonio Tajani, in occasione del lancio ufficiale presso il palazzo Berlaymont a Bruxelles.
    Su mandato della Commissione europea gli organismi europei Cen-Cenelec e Etsi hanno stabilito gli standard armonizzati compatibili con il nuovo caricatore universale che utilizza la tecnologia del connettore micro-usb.
    Sono quattordici le case produttrici firmatarie dell'accordo: Apple, Emblaze Mobile, Huawei Technologies, Lge, Motorola Mobility, Nec, Nokia, Qualcomm, Research In Motion (Rim), Samsung, Sony Ericsson, Tct Mobile (Alcatel), Texas Instruments e Atmel. «Per quanto Nokia sia stata largamente impegnata nello sviluppo dei nuovi standard, non subirà particolari conseguenze nelle vendite. Il mercato non sarà stravolto perché i consumatori avranno sempre bisogno di caricabatterie per i propri telefoni - ha detto Peter Harrison per conto della Nokia -. Non siamo interessati al business dei caricabatterie perché è un mercato già estremamente competitivo».
    Antonio Tajani ha presentato quella che ha definito una piccola grande rivoluzione alla presenza di Bridget Cosgrave, direttore generale di Digital Europe, associazione che rappresenta l'industria del settore telecomunicazioni. Bridget Cosgrave ha sottolineato l'importanza della portata ecologica di questa innovazione: «Con il lancio del caricabatterie armonizzato, i nuovi dispositivi saranno in qualche maniera riciclati. Questo ridurrà i rifuti elettronici nel futuro e di conseguenza l'impatto ambientale».
    A livello di marketing il caricabatterie sarà inizialmente venduto con il telefono cellulare. «Noi della Nokia vendiamo insieme caricabatterie e telefono - ha precisato Peter Harrison -. Abbiamo un modello già commercializzato che rispetta gli standard armonizzati. È con il telefonino AC-10».
    Ancora bassa la diffusione nell'Unione europea, ma si comincia solo ora. Tajani guarda lontano: «I caricabatterie unici sono già in alcuni negozi e puntiamo a una larga diffusione il prima possibile». La stima della Commissione europea per una vasta commercializzazione è novembre, ma secondo Antonio Tajani non si può prevedere un periodo preciso: dipende dal mercato. E come fanno sapere dalla Commissione: «Potrebbe capitare che un'azienda comunichi già tra una settimana che a luglio i caricabatterie saranno diffusi dappertutto». Ora si mira ad aprire una strada che coinvolga in futuro anche i caricabatterie di computer portatili, lettori mp3, videocamere digitali e altri dispositivi. L'Unione internazionale delle telecomunicazioni è già al lavoro.

    Giovanni de Paola - 09 febbraio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  18/02/2011

    L'attività ispettiva, svolta nel 2010 dal ministero del Lavoro in collaborazione con Inps, Inail e Enpals, ha consentito il recupero di contributi e premi evasi per oltre 297 milioni di euro. Somma cui si devono aggiungere 112,6 milioni incassati per sanzioni amministrative e penali (+135% rispetto ai 47,8 milionii del 2009).

    L'anno scorso sono state ispezionate 262.014 aziende e il 66% (171.810) sono risultate irregolari, per un totale di 232.854 i lavoratori irregolari e 133.366 totalmente in nero (il 57% degli irregolari).

    Il ministro Maurizio Sacconi ieri ha commentato positivamente il lavoro della vigilanza annunciando per quest'anno ottantamila ispezioni mirate solo contro il lavoro nero "fatte bene".

    D. Colombo – 17 febbraio 2011- tratto da Italia Oggi -

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  • Normative complementari  »»  17/02/2011

    Per i medici che non invieranno all'Inps i cerficati malattia on-line le sanzioni saranno graduali, arriveranno solo dopo la reiterazione dell'illecito e secondo le regole di accordi e contratti di lavoro.

    Questo il succo della circolare n. 3, con cui i camici bianchi incassano dal ministro dell'Innovazione Renato Brunetta la garanzia che le punizioni fino al licenziamento o alla perdita della convenzione scatteranno solo in caso di dolo o di colpa grave per chi negli anni sarà stato già sanzionato più volte per non aver inviato i certificati on-line.

    I medici non ottengono il rinvio dell'entrata in vigore delle sanzioni come richiesto, ma ricevono dal ministro garanzie decisive nella definizione del sistema di invio telematico.

    P. Del Bufalo/B. Gobbi –16 febbraio 2011 - tratto da Il Sole 24 Ore - -

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  • Normative complementari  »»  16/02/2011

    Lo sportello unico doganale ai blocchi di partenza. La data di attivazione è prevista prima dell'estate, mentre la messa a regime dell'infrastruttura avverrà entro il 2014. Entro tre anni dall'attivazione dello sportello unico, pertanto, le diverse amministrazioni coinvolte nelle procedure di sdoganamento dovranno dialogare esclusivamente per via telematica e offrire alle imprese una «interfaccia» unitaria (one-stop-shop). Ma anche nella fase transitoria la parola d'ordine in sede locale sarà «coordinamento», con riguardo alle procedure che si svolgono contestualmente alla presentazione delle merci per unificare i controlli ai fini dello sdoganamento.
    La strategia e il piano operativo per l'implementazione dello sportello unico saranno illustrati oggi a Roma in una conferenza cui parteciperanno esponenti del governo, i vertici dell'Agenzia delle dogane e le associazioni di categoria.

    15 febbraio 2011 - tratto da Italia Oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  15/02/2011

    Anche l'Irap e le addizionali entrano nel sistema di compensazioni tra debiti e crediti: è questo quanto emerge dal comunicato stampa diffuso dal ministero delle finanze ad illustrazione del contenuto del decreto attuativo delle disposizioni contenute nell'articolo 31 del decreto legge n. 78 del 2010. La compensazione per le somme debito potrà essere effettuata anche in modo parziale e transiterà per il modello F24 in relazione al quale dovranno essere individuati appositi codici tributo.

    D. Liburdi – 12 febbraio 2011 – tratto da Italia Oggi

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  • Normative complementari  »»  14/02/2011

    Chi ha preso la patente da ieri può guidare solo autoveicoli poco potenti: sono entrati in vigore i limiti di potenza cui i neopatentati sono soggetti per tutto il primo anno di guida, secondo quanto stabilito a luglio 2010 dalla riforma del codice della strada (legge 120). In questi primi giorni, però, ci sarà qualche incertezza sull'applicazione della norma: solo i mezzi immatricolati dal 4 ottobre 2007 hanno la carta di circolazione dalla quale è desumibile con certezza se il veicolo supera o no i nuovi limiti e solo tra qualche giorno la Motorizzazione renderà possibile risalire tramite web a questa informazione per tutti gli altri veicoli (salvo limitatissime eccezioni).

    Le nuove limitazioni riguardano esclusivamente le patenti conseguite a partire da ieri. Coloro che hanno un documento ottenuto da meno di un anno non sono soggetti a questi nuovi vincoli, che riguardano sia la potenza assoluta sia il rapporto potenza/peso. La potenza assoluta non può superare i 70 kiloWatt (equivalenti a poco meno di 100 cavalli), per tutti i veicoli di categoria M1 (sostanzialmente le autovetture e i piccoli pullmini, quelli con un massimo di nove posti a sedere). Per qualsiasi tipo di autoveicolo, poi, vale il limite sul rapporto tra la potenza massima e il peso: 55 kiloWatt per tonnellata. Il peso in base al quale va calcolato tale rapporto è la tara, come stabilisce la nuova versione dell'articolo 117 del codice della strada introdotta dalla riforma.

    Le carte di circolazione rilasciate dopo il 4 ottobre 2007 contengono già espressamente il valore del rapporto potenza-tara (fu un accorgimento adottato in vista di analoghi limiti per neopatentati istituiti col Dl 117/07 e mai entrati in vigore). Chi ha un veicolo immatricolato in precedenza potrà ottenere il dato anche sulla carta di circolazione qualora faccia ristampare tale documento.

    Tutti gli altri cittadini, teoricamente, possono ricavare il dato anche dalle loro carte di circolazione. Tuttavia, la stratificazione delle direttive europee e delle prassi nazionali ha portato nel corso degli anni a riportare su questi documenti valori di peso differenti e questo ha causato nei giorni scorsi varie incertezze. Per questo, la Motorizzazione ha ricostruito nella sua banca dati il valore esatto della tara di ogni modello, salvo pochissime eccezioni di esemplari immatricolati con sistemi non meccanografici (cioè prima del 1977).

    Nel giro di qualche giorno, queste informazioni diverranno pubbliche sul sito ufficiale www.ilportaledellautomobilista.it, dove si potrà cercare il dato voluto digitando la targa del veicolo. Dopo poco arriverà anche i-Patente, applicativo per smartphone. Per i veicoli nuovi (che non hanno targa) occorre chiedere una dichiarazione di responsabilità al venditore. Per i veicoli ante-1977 non presenti nel database occorrerà rivolgersi al costruttore.

    01|55 KW/T
    Limite di rapporto potenza/tara per tutti gli autoveicoli guidabili nel primo anno di patente da persone che hanno ottenuto la licenza di guida da ieri 09/02/2011

    02|70 KW
    Limite di potenza assoluta, che si aggiunge a quello citato sopra in caso di autoveicoli M1 (cioè fino a nove posti a sedere)

    03|LA DEROGA
    Tutti questi limiti non si applicano a chi guida autoveicoli che sono al servizio di un disabile

    04|GLI ALTRI LIMITI
    Restano in vigore i limiti di velocità validi dal '94 nei primi tre anni di patente: 100 km/h (invece di 130) in autostrada e 90 (invece di 110) sulle strade extraurbane principali

    Maurizio Caprino - 10 febbraio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  10/02/2011

    Compensazioni ancora appese a un filo per chi ha ruoli scaduti e superiori a 1.500 euro. In vista della prossima scadenza, tra una settimana esatta, gli operatori dovranno fare sempre riferimento al comunicato stampa con cui l'agenzia delle Entrate il 15 gennaio ha "sospeso" il nuovo regime delle compensazioni. Il decreto ministeriale che dovrà permettere la piena applicazione del giro di vite disposto con il Dl 78/2010, infatti, è ancora all'esame della ragioneria generale dello Stato che sta effettuando un'analisi accurata sulla regolazione dei flussi finanziari all'interno del bilancio statale. Il provvedimento perciò potrebbe non essere firmato dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, prima del 16 febbraio.
    Una "pausa" che, a questo punto, potrebbe non essere sgradita ad alcune associazioni di categoria. «Quanto meno – spiega Andrea Trevisani, direttore Politiche fiscali di Confartigianato – ci sarà la possibilità di compensare con l'F24 evitando, a patto che si conservi una "provvista" pari alla cartella esattoriale inevasa, le pesanti sanzioni previste dalla nuova disciplina. L'emanazione del decreto ministeriale, dopo il 16 febbraio, darebbe inoltre un mese in più all'Agenzia per predisporre la circolare chiamata a risolvere i dubbi tuttora aperti». Lo scorso mese, l'Agenzia ha rinviato il debutto delle nuove regole – in attesa, appunto, del decreto – precisando che i contribuenti sono ammessi a effettuare le compensazioni dei propri crediti d'imposta con debiti tributari anche in presenza di ruoli scaduti e non saldati superiori a 1.500 euro. In simili circostanze, le compensazioni realizzate a gennaio sono state ritenute esenti da sanzioni a condizione che non si siano intaccati i crediti necessari a pagare i ruoli esistenti. A meno di un'accelerazione dell'iter nelle prossime ore, anche a febbraio ci si dovrà attenere a questo quadro.
    È severo il giudizio di Francesco Distefano, vicepresidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti: «Il Fisco accelera sugli adempimenti dei contribuenti quando si tratta di riscuotere, ma non rispetta i propri. La politica degli annunci non funziona. Soprattutto a livello normativo perchè danneggia tutti i cittadini».
    D'altro canto, professionisti e categorie sono costretti a fare i conti con aspetti ancora molto controversi delle novità. Nessuno discute dell'opportunità di una stretta complessiva contro le compensazioni-bancomat e le frodi. Una stretta che, come ha ricordato qualche settimana fa il direttore dell'Agenzia, Attilio Befera, ha garantito risparmi all'Erario nel 2010 per oltre 6 miliardi. In discussione c'è però la possibilità da parte dei contribuenti di far valere i propri crediti nei confronti del Fisco. A maggior ragione, in considerazione del fatto che è ancora in alto mare la possibilità di compensare i debiti tributari con i crediti che le imprese vantano verso le pubbliche amministrazioni per appalti e forniture.
    Nel corso degli ultimi incontri avuti con l'amministrazione finanziaria, Rete imprese Italia ha posto sul tavolo una serie di questioni sulle quali le Entrate hanno già fornito alcune indicazioni durante Telefisco 2011. Secondo i rappresentanti di artigiani e commercianti, per esempio, nel concetto di "imposte erariali" non dovrebbero rientrare le agevolazioni e i contributi erogati in forma di crediti d'imposta, l'Irap e le addizionali. Il divieto di compensazione in presenza di cartelle esattoriali oltre i 1.500 euro, poi, dovrebbe riguardare solo quelle orizzontali esposte in F24 (articolo 17, comma 1 del decreto legislativo 241/97), ma non quelle interne o verticali anche quando sono esposte in F24.
    «Oltre a questi aspetti – sottolinea Claudio Carpentieri, responsabile delle politiche fiscali di Cna – per limitare al minimo gli adempimenti dei contribuenti, occorrerebbe consentire agli intermediari di visionare nel cassetto fiscale la situazione dei ruoli dei propri clienti in tempo reale, magari ampliando la delega. Solo così si può evitare l'ulteriore disagio per le imprese di dover comunicare al proprio intermediario le cartelle esattoriali e gli avvisi di accertamento notificati».

    La successione degli interventi

    01 | LA NORMA DEL 2010
    L'articolo 31, comma 1, del decreto legge n. 78 del 2010 prevede che, a decorrere dal 1° gennaio 2011, la compensazione dei crediti relativi alle imposte erariali è vietata fino a concorrenza dell'importo dei debiti, di ammontare superiore a 1.500 euro, iscritti a ruolo e per i quali è scaduto il termine di pagamento

    02 | IL COMUNICATO STAMPA
    L'agenzia delle Entrate lo scorso 15 gennaio ha stabilito che, fino all'adozione del decreto ministeriale chiamato a dare attuazione al divieto, si potrà procedere alle compensazioni dei propri crediti d'imposta con debiti tributari anche in presenza di ruoli scaduti superiori a 1.500 euro, ma a condizione che la compensazione non vada a intaccare i crediti necessari per pagare i ruoli esistenti

    03 | IL DECRETO IN ARRIVO
    Con il decreto del ministero dell'Economia ancora all'esame dell'amministrazione dovranno essere disciplinate le modalità di compensazione delle somme iscritte a ruolo con i crediti d'imposta maturati dai contribuenti

    04 | LA CIRCOLARE E I DUBBI
    A seguito del decreto ministeriale, l'agenzia delle Entrate dovrà emanare una circolare interpretativa per fornire chiarimenti sui dubbi ancora aperti. Per gli operatori infatti va precisato, tra l'altro, se tra i ruoli che impediscono la compensazione ci sono quelli per i quali è concessa la sospensione o la rateazione. Come pure andrebbe chiarito il trattamento delle iscrizioni a ruolo provvisorio

    Marco Bellinazzo - 09 febbraio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  09/02/2011

    Nel mirino del Garante della privacy: investigatori privati, servizi informatici (in particolare quelli forniti mediante il cosiddetto «cloud computing»), istituti bancari e carte di credito, marketing (anche via sms ed e-mail), enti previdenziali.
    Sono queste le categorie inserite nel piano ispettivo dell'autorità presieduta da Francesco Pizzetti per il primo semestre 2011. Un'attività, quella ispettiva, che può essere molto fruttuosa. Nel 2010 sono state applicate sanzioni per circa 3 milioni e 800 mila euro.

    Ne dà notizia la Newsletter 345 del 4 febbraio 2011 del garante, che si è pronunciato anche in materia di privacy e utilizzabilità dei dati nel processo, credito al consumo e biometria nelle imprese di trasporto.

    A. Ciccia - Italia Oggi - 5 febbraio 2011 -

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  • Fisco e tasse  »»  08/02/2011

    Via libera al modello Unico PF 2011 definitivo, destinato alla dichiarazione dei redditi dell'anno 2010 delle persone fisiche che, oltre alla nuova veste grafica ed all'inserimento di nuove schede di sintesi, introduce un nuovo quadro da utilizzare per la restituzione della maggiore Irpef pagata (2008–2009) sui compensi relativi alla produttività, agli straordinari ed al lavoro notturno dai lavoratori dipendenti.

    F. G. Poggiani - Italia Oggi - 5 febbraio 2011 -

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  • Normative complementari  »»  07/02/2011

    Chi è in difficoltà con il pagamento del mutuo può chiedere la sospensione delle rate entro il 31 luglio 2011. La proroga di sei mesi per la presentazione delle domande per la sospensione delle rate dei mutui, prevista nel «Piano Famiglie dell'Abi», è stata annunciata oggi dal presidente dell'Associazione bancaria italiana (Abi), Giuseppe Mussari, e 12 associazioni di consumatori.

    L'accordo sullo stop alle rate
    L'intesa è stata raggiunta tra l'Associazione bancaria italiana e Acu, Adiconsum, Adoc, Assoutenti, Casa del Consumatore, Cittadinanzattiva, Confconsumatori, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori e si basa su «un contesto in cui la congiuntura economica segnala ancora elementi di ripresa debole», come si legge nel comunicato dell'Abi. In particolare, sottolinea la nota, «la proroga si è resa necessaria per supportare le famiglie che si dovessero trovare ancora in situazione di momentanea difficoltà».

    Chi può fare domanda
    Le richieste per lo stop al pagamento delle rate (che non comportano sconti da parte delle banche ma il differimento temporale dei pagamenti) possono essere effettuate in caso di eventi gravi come la perdita del posto di lavoro, la cassa integrazione, la morte o l'insorgenza di condizioni di non autosufficienza di un componente del nucleo famigliare. Gli eventi in base ai quali può essere chiesta la sospensione si devono essere verificati entro il 30 giugno 2011 e le domande possono essere presentate entro il 31 luglio.

    Il bilancio attuale del piano-famiglia di sospensione delle rate
    Intanto sempre in giornata sono stati diffusi i dati sulle sospensioni finora attuate. Nel dettaglio, tra febbraio e novembre 2010, le banche hanno sospeso mutui per 4,4 miliardi di euro a oltre 35 mila famiglie. «La misura», ha proseguito il numero uno di Palazzo Altieri, «è stata applicata a 35.472 contratti di mutuo e la liquidità in più per far fronte alla crisi ha raggiunto una quota pari a 245 milioni di euro. Ogni famiglia avrà dunque a disposizione in media 6.500 euro in più».

    La soluzione più frequente per le operazioni di sospensione ha riguardato l'intera rata (88% dei casi), la causa prevalente che ha determinato la necessità di ricorrere alla sospensione sia nelle posizioni "in bonis" che in quelle con ritardo nei pagamenti è stata la cessazione del rapporto di lavoro subordinato (rispettivamente 44,3% e 45,3%), mentre dal punto di vista territoriale il maggior numero di domande ammesse è stata registrata al Nord con il 53,3%, seguito dal Centro (25,2%) e da Sud e Isole (21,5%).

    Dal canto suo, il presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti, ha osservato che nel biennio 2009/2010 i pignoramenti di immobili sono cresciuti del 31%. Nel complesso, ha aggiunto sono 360mila famiglie in sofferenza nel pagare i mutui, ha aggiunto il rappresentante dei consumatori, che tuttavia ha anche consigliato di ricorrere alla procedura di sospensione solamente se si ha «l'acqua alla gola». «È un piano che apprezziamo nel complesso ma invitiamo anche le famiglie a verificare con l'istituto come si delineerebbe il nuovo piano di ammortamento per evitare che vi siano sovraccarichi futuri nei pagamenti».

    E poi c'è il fondo di solidarietà
    Il "Piano-famiglie" dell'Abi non va confuso con il Fondo di solidarietà che permette la sospensione dei mutui prima casa per le famiglie in difficoltà con il pagamento delle rate. La misura, promossa dal ministero del l'Economia e delle Finanze, è destinata a coloro che hanno perso il lavoro, hanno subito la morte o la condizione di non autosufficienza di un familiare, hanno sostenuto spese mediche o di assistenza domiciliare, spese per interventi di ristrutturazione o manutenzione straordinaria sull'immobile del mutuo, oppure hanno subito un forte aumento della rata per il prestito a tasso variabile. All'iniziativa possono accedere i clienti che hanno sottoscritto prestiti per l'abitazione principale di importo non superiore a 250mila euro e che hanno un reddito equivalente Isee non superiore ai 30mila euro l'anno. Da domani 15 novembre in poi gli interessati potranno presentare i moduli di richiesta (scaricabili dal sito internet www.dt.tesoro.it/fondomutuiprimacasa) alla banca presso la quale è stato acceso il mutuo insieme alla documentazione richiesta: dichiarazione dello stato di disoccupazione, lettera di licenziamento; certificato di morte o medico; fatture attestanti le spese mediche o di ristrutturazione; copia del contratto di assistenza domiciliare. È necessario consegnare anche l'attestazione Isee rilasciata da un soggetto abilitato (comune, Caf, Inps).

    Vito Lops - 26 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  04/02/2011

    Da gennaio la retribuzione minima imponibile ai fini del versamento della contribuzione previdenziale sale a 1.157 euro mensili. Il valore utile per il 2011 è frutto dell'aggiornamento Istat (più 1,6%) ed è contenuto nella circolare Inps n. 24/2011.

    La legge n. 389/1989 dispone che la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi di previdenza, non può essere inferiore all'importo delle retribuzioni stabilite da leggi, regolamenti, contratti o accordi collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da contratti individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo.

    L'art. 2, comma 25, della legge n. 549/1995 ha aggiunto che in caso di pluralità di contratti collettivi per uno stesso settore, la retribuzione da assumere ai fini del minimale contributivo, è quella stabilita dal contratto collettivo stipulato dalle organizzazioni sindacali (datoriali e dei lavoratori) comparativamente più rappresentative nella categoria.

    D. Comegna – 03 febbraio 2011 – tratto da Italia Oggi -

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  • Lavoro e previdenza  »»  03/02/2011

    Via libera dell'Inps alle agevolazioni contributive previste dalla Finanziaria 2010 a favore delle aziende che assumono lavoratori disoccupati.

    Le istruzioni operative per fruire dei benefici sono contenuti nella circolare n. 22/2011, con la quale l'ente ricorda peraltro che gli incentivi, introdotti in via sperimentale dalla legge n. 191/2009 per il 2010 (art. 2, commi 134, 135 e 151), sono stati prorogati dalla legge di stabilità (art. 1, comma 33, legge n. 220/2010) per il 2011, subordinati però all'emanazione di un apposito decreto ministeriale.

    G. Leonardi – 02 febbraio 2011 – tratto da Italia Oggi -

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  • Normative complementari  »»  02/02/2011

    Parte oggi il registro delle opposizioni. Che ha due facce. Quella per gli operatori, i quali prima di fare una campagna di marketing telefonica devono far ripulire l'elenco dal gestore del servizio (Fondazione Ugo Bordoni), sostenendo costi non trascurabili; e quella degli utenti telefonici che devono iscriversi nel registro per tenere lontani gli operatori. Sono stati rispettati i termini previsti dal dpr 178/2010, che è andato a sostituire la precedente regolamentazione sull'uso degli elenchi telefonici. Le istruzioni operative sono a disposizione, dunque, sul sito www.registrodelleopposizioni.it.

    E il Garante della privacy ha detto la sua con il provvedimento n. 16 del 19 gennaio 2011, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di ieri 31 gennaio 2011, con il quale sono state impartite prescrizioni per il trattamento di dati personali per finalità di marketing, mediante l'impiego del telefono con operatore, a seguito dell'istituzione del registro pubblico delle opposizioni.

    A. Ciccia – 01 febbraio 2011 – tratto da Italia Oggi -

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  • Lavoro e previdenza  »»  01/02/2011

    Nella lieve ripresa delle assunzioni che ha caratterizzato il 2010, un ruolo rilevante spetta ai contratti part-time, che registrano un aumento – anche secondo le ultime rilevazioni Istat – rispetto al 2009. Il part-time è un rapporto di lavoro subordinato caratterizzato da un orario lavorativo inferiore rispetto a quello previsto dalla legge o dalla contrattazione collettiva. Il contratto di part-time può essere stipulato sia a tempo determinato sia a tempo indeterminato. Il lavoratore può essere assunto direttamente con contratto di part-time oppure, su accordo delle parti messo per iscritto, è ammessa la trasformazione in part-time del rapporto di lavoro nato full-time. L'accordo scritto deve essere convalidato dalla direzione provinciale del Lavoro competente. Per agevolare la diffusione dei contratti part time, sono state introdotte nuove clausole:

    Clausole flessibili
    Consentono di cambiare la collocazione temporale dell'attività lavorativa (ad esempio dalla mattina al pomeriggio) e non la quantità di lavoro, che rimane quella pattuita. Il datore può esercitare questa facoltà di modifica in base a un patto scritto, stipulabile in qualunque fase del rapporto. La variazione deve essere comunicata al lavoratore con un preavviso di almeno cinque giorni, salvo diverso accordo tra le parti. Il mancato rispetto di questo obbligo comporta il pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno.

    Clausole elastiche
    Le clausole elastiche, invece, consentono al datore di aumentare la durata della prestazione lavorativa fissata in origine (ad esempio da 30 a 35 ore settimanali), senza che le ore aggiuntive siano computate come straordinario, con l'applicazione delle maggiorazioni previste dalla contrattazione collettiva. Questo incremento, in base a quanto concordato tra le parti, potrà essere definitivo o provvisorio.

    26 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  31/01/2011

    Non basta detenere software pirata per essere condannati per violazione del copyright. Bisogna provare anche il loro effettivo utilizzo o copia da parte dell'imputato. Sono queste le motivazioni, appena uscite, di una sentenza sui generis con cui il Tribunale di Roma (V sezione) ha assolto, a novembre, un imprenditore italiano. Nella sua azienda la Guardia di Finanza aveva trovato 270 software privi di licenza, distribuiti su 103 computer. C'erano prodotti Microsoft, Symantec, Adobe e persino un ampio armamentario di file crack presenti su un server usato da circa 300 persone, per aggirare le protezioni di quei software.

    E' una grave sconfitta per Microsoft e della Business Software Alliance Bsa (associazione che riunisce le multinazionali del software). Questa sentenza, per le sue motivazioni, renderà più difficile la lotta alla pirateria», commenta Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie e difensore dell'imprenditore. «La sentenza esonera di conseguenza il mio assistito dal pagare la multa di 284 mila euro applicata dalla Guardia di Finanza», continua Sarzana.

    Microsoft si era si era costituita parte civile nel procedimento penale chiedendo danni per centinaia di migliaia di euro. La Bsa aveva fornito ai militari della Guardia di finanza il personale per l'accertamento tecnico della violazione e la valutazione sul costo dei singoli software.

    In particolare, «si legge nella sentenza che la detenzione di software sprovvisti di licenza o con licenza scaduta (cioè pirata) non configura il reato di violazione del copyright. Anche se all'interno dei computer vengono trovati i dispositivi di aggiramento tecnologico in grado di far funzionare i software senza licenza, quelli che in gergo vengono chiamati crack», spiega Sarzana.

    «Applicando anche i principi già stabiliti dalla Corte di Cassazione in riferimento al mancato obbligo di apposizione del bollino SIAE sui supporti informatici, il Tribunale ha ritenuto che senza la prova della duplicazione del software da parte dell'imprenditore e senza quella dell'effettivo uso dei crack sulle singole macchine, il fatto non sussiste», continua Sarzana. «Ha insomma assolto l'imputato con la formula più ampia possibile». Se la sentenza farà scuola renderà le cose più difficili alle multinazionali dell'informatica, perché dovrebbero procurarsi anche le prove menzionate dal giudice.

    L'imprenditore ha insomma affermato di non sapere chi avesse messo quei software sui computer della sua azienda. A quanto è dato sapere, i software venivano utilizzati nel settore della formazione, in un contesto non commerciale, da una società che era riconosciuta come laboratorio di ricerca accreditato presso il Ministero dell'Università e della ricerca scientifica. «Fra i corsi erogati alcuni riguardavano proprio l'educazione alla legalità nel settore della proprietà industriale», dice Sarzana. «

    E' un caso da cui non è possibile trarre una regola generale secondo cui quella fattispecie non sia reato. Le leggi non sono cambiate. Resta il fatto che se si violano i diritti su un software si incorre in sanzioni, almeno sul piano civile», dice Simona Lavagnini, avvocato di Bsa. «Concordiamo con Bsa. Il giudice non ha rilevato il reato penale in questo caso peculiare, ma questo non cambia la normativa a tutela del copyright», aggiungono da Microsoft. «E' scorretto chiosare che la legge permetta di usare il software senza averne la licenza». Lavagnini aggiunge: «non ritengo corretto affermare che sia stata una grave sconfitta per Bsa, che non si è costituita parte civile ma si è limitata a prestare consulenza».

    Alessandro Longo - 25 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  28/01/2011

    I contribuenti Iva già in attività possono inviare la richiesta di autorizzazione per le operazioni intracomunitarie anche mediante raccomandata all'ufficio dell'agenzia delle entrate competente per le attività di controllo, allegando all'istanza la fotocopia di un documento di identità.

    Sono interessati all'adempimento, che comporta l'assoggettamento al monitoraggio dell'amministrazione, solo coloro che intendono effettuare operazioni intracomunitarie; pertanto, quanti abbiano presentato inutilmente l'istanza, possono fare dietrofront e chiedere di non essere inclusi nell'archivio dei soggetti abilitati. Entro il 1° febbraio l'agenzia metterà a disposizione sul proprio sito un servizio che consentirà di verificare l'elenco dei soggetti che, alla data del 30 gennaio 2011, possiedono i requisiti per l'inserimento nell'archivio; detti soggetti, pertanto, non dovranno presentare alcuna istanza. Questi i passaggi fondamentali del comunicato stampa diffuso ieri dall'agenzia delle entrate sull'argomento caldo del momento, ossia gli adempimenti connessi all'avvio del nuovo regime di autorizzazione per le operazioni intracomunitarie, introdotto dall'art. 27 del dl n. 78/2010 ed attuato con i provvedimenti del 29 dicembre 2010, in particolare la costituzione dell'archivio informatico delle partite Iva dei soggetti autorizzati (Vies).

    R. Rosati – 27 gennaio 2011 – tratto da Italia Oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  27/01/2011

    Per evitare di presentare la comunicazione dati entro il prossimo 28 febbraio è possibile anticipare, in forma autonoma, anche la dichiarazione annuale Iva che chiude con un debito d'imposta. Però il pagamento del saldo finale deve essere effettuato entro il prossimo 16 marzo, in unica soluzione ovvero rateizzando le somme dovute, senza poter effettuare i versamenti entro le più ampie scadenze di Unico.

    Questo è quanto disposto dalla circolare n. 1/E di ieri, con la quale l'agenzia delle Entrate, nell'ottica della semplificazione degli oneri amministrativi, consente la facoltà a tutti i soggetti passivi Iva (sia quelli a credito che quelli a debito) di anticipare la dichiarazione annuale in forma autonoma a febbraio, senza rispettare il più ampio termine previsto per l'invio telematico della dichiarazione unificata.

    R. Portale – 26 gennaio 2011 – tratto da Il Sole 24 Ore -

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  • Normative complementari  »»  26/01/2011

    In vigore da martedì 25 gennaio il nuovo codice dell'amministrazione digitale (Cad), dopo le modifiche introdotte dal decreto legislativo 235/2010. Disposizioni che hanno un impatto positivo anche sugli studi professionali.
    Per esempio, negli studi legali, la completa equiparazione tra notifica a mezzo posta e trasmissione del documento informatico per via telematica mediante posta elettronica certificata (Pec), impone innanzitutto agli studi legali di sensibilizzare in questo senso i propri clienti. Infatti, i termini per proporre eventuali azioni legali, ricorsi o impugnazioni decorrono dal momento della ricezione dell'atto di controparte nella propria casella di posta certificata. E questo perché il nuovo articolo 48 del Cad equipara la trasmissione del documento informatico tramite Pec alla notificazione per mezzo della posta ordinaria. Il testo precedente prevedeva invece che le ipotesi di equiparazione delle modalità di trasmissione dovevano essere espressamente previste dalla legge.
    Il nuovo Cad rovescia quindi la prospettiva, disponendo l'equiparazione come regola generale con eccezioni ammesse solo nei casi stabiliti normativamente. La data e l'ora di trasmissione e di ricezione di un documento informatico trasmesso a mezzo Pec sono inoltre opponibili ai terzi quando realizzate secondo le disposizioni del Dpr 68/2005. A questo proposito si ricorda come l'articolo 16, commi da 6 a 11, del decreto legge 185/2008 abbia reso obbligatoria, con tempistiche diverse, l'istituzione di una casella di posta elettronica certificata per le imprese, i professionisti iscritti in albi e le pubbliche amministrazioni.
    La consultazione telematica, libera e senza oneri, degli indirizzi di Pec presenti nel registro delle imprese o negli albi o elenchi permette così l'invio di atti e documenti, anche con rilevanza processuale, con valore giuridico pari a quello riconosciuto se trasmessi a mezzo raccomandata o tramite ufficiale giudiziario. Inoltre l'impulso dato dal governo alla digitalizzazione della giustizia, con la finalità di ridurne costi e tempistiche, richiede alla professione legale familiarità e consapevolezza nell'utilizzo degli strumenti informatici tali da potere sfruttare appieno le potenzialità offerte dal processo telematico.
    Considerazioni in parte simili valgono per dottori commercialisti ed esperti contabili, categorie professionali che peraltro già da tempo sono abituate a utilizzare nella gestione quotidiana dello studio gli strumenti tecnologici. L'uso generalizzato della Pec permette, per esempio, una gestione più funzionale dei rapporti con i propri clienti. Si pensi alla mole di fatture che il cliente presenta al professionista che gestisce la contabilità: attraverso la Pec è possibile l'invio delle fatture senza bisogno che il cliente si rechi presso lo studio per consegnare il documento in originale.
    Inoltre, la ricezione a mezzo di posta elettronica certificata favorisce lo sviluppo di sistemi di conservazione sostitutiva, con notevoli risparmi in termini di tempo, costi di gestione e reperimento delle informazioni. Con queste finalità, un dottore commercialista può strutturare un processo gestionale interno di conservazione a norma dei documenti contabili e fiscali dei clienti. Tale sistema può essere certificato da un conservatore accreditato presso DigitPa, in base agli articoli 44 e 44-bis del nuovo Cad, conferendo così una maggiore e più efficace valenza probatoria ai documenti conservati nei confronti della stessa agenzia delle entrate. Anche i notai sono particolarmente interessati dalle modifiche al Cad. La dematerializzazione non riduce le attività di uno studio notarile, ma anzi è in grado di potenziarle sia con riguardo alle attestazioni di conformità delle copie informatiche di un documento analogico, sia quanto alle autenticazioni delle firme elettroniche o di qualsiasi altro tipo di firma avanzata diversa da quella digitale.
    I notai possono attestare la conformità delle copie per immagine su supporto informatico di documenti originali formati in origine su supporto analogico. L'articolo 22, comma 3, del Cad riformato ha, infatti, previsto un nuovo regime della copia dell'originale unico quando la sua conformità è attestata con dichiarazione allegata al documento informatico, asseverata secondo particolari regole tecniche.
    La copia così formata non può essere disconosciuta e sostituisce a ogni effetto di legge gli originali formati su supporto analogico. Al contrario, le copie informatiche senza attestazione del pubblico ufficiale assumono rilevanza giuridica solo se la conformità non è disconosciuta da terzi.

    A.Mastromatteo/B. Santacroce - 24 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  25/01/2011

    Il contribuente che acquista un immobile come prima casa, assoggettando la compravendita all'Iva agevolata, risponde in via esclusiva della non spettanza del diritto, anche qualora dipenda da caratteristiche palesi dell'immobile trasferito.
    Il venditore, di contro, è esonerato da ogni responsabilità fiscale, nonostante al momento di stipula dell'atto sia perfettamente consapevole dell'impossibilità per l'acquirente di fruire dell'agevolazione.

    Queste sono le conclusioni a cui giunge la Corte di cassazione nella sentenza 26259/2010 del 29 dicembre scorso.

    N. Fuoco/B. Fuoco – tratto da Italia Oggi - sabato 22 gennaio -

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  • Fisco e tasse  »»  24/01/2011

    In Italia il carico fiscale è troppo elevato.
    La pensa così l'81% dei contribuenti intervistati nell'ambito di una ricerca realizzata dal Censis per il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti. La ricerca, realizzata su un campione di 1.000 contribuenti, mostra che per il 36% degli italiani il Fisco è «ingiusto». Continua a essere sostanzialmente negativa la percezione che gli italiani hanno del fisco: ingiusto per il 36,2%, inefficiente per il 25,5% ed esoso per il 23,7%. Solo il 9,9% lo giudica efficiente e il 4,7% solidale.

    Le imposte più indigeste sono canone Rai, bollo auto e Ici
    Le imposte più indigeste sono il canone Rai (per il 47,3%), il bollo auto (14,5%), l'Ici (12,7%), la tassa sulla nettezza urbana (12,1%) e l'Irpef (11,6 per cento). Ma le tasse non sono giudicate troppo alte in assoluto, quanto in relazione alla qualità dei servizi ricevuti (per il 58,1 per cento).

    Metà degli italiani disposti a più tasse ma con maggiori servizi
    Il 55,7% del campione é disposto a pagare più tasse in cambio di maggiori servizi. Per una riforma del sistema fiscale "solo" il 23,4% chiede di abbassare il livello dell'imposizione e il 22,1% di semplificare il sistema tributario. Aumentare le forme di tutela é la priorità per il 20% del campione, per il 16,6% é l'attuazione del federalismo fiscale per il 12,5% l'introduzione del quoziente familiare.

    Riforma fiscale: solo il 23,4% chiede di abbassare il livello dell'imposizione
    Parlando di una riforma del sistema fiscale, però, "solo" il 23,4% chiede di abbassare il livello dell'imposizione e il 22,1% di semplificare il sistema tributario. Aumentare le forme di tutela é la priorità per il 20% del campione, per il 16,6% é l'attuazione del federalismo fiscale per il 12,5% l'introduzione del quoziente familiare.

    Poche tutele di fronte al fisco
    La ricerca mette in luce che sono scarse le tutele per il cittadino di fronte al sistema fiscale: la complessità e la scarsa chiarezza del sistema tributario sono la principale fonte di disagio per il 79,9% del campione. Seguono la difficoltà a vedere tutelati i propri diritti di contribuente (72,3%) e la mole di documentazione necessaria per avere accesso alle agevolazioni (72,2 per cento). Il 68,2% lamenta poi i tempi di attesa troppo lunghi per ottenere rimborsi.
    Complessivamente, per il 36,8% degli intervistati il sistema fiscale degli ultimi tre anni é peggiorato, é rimasto uguale per il 48,6% ed é migliorato solo il 14,6 per cento. C'è, però, una eccezione positiva: la facilità di pagamento dei tributi, migliorata per il 52,7% del campione. Il fisco, però, continua ad apparire poco amico del cittadino. Quasi otto italiani su dieci (il 76,9%) si sentono poco o per niente tutelati e il 55,4% non ha mai sentito parlare dello Statuto del contribuente. Infine, l'82% degli italiani si affida al supporto di intermediari: per la dichiarazioni dei redditi il 40,5% si affida ai commercialisti e il 41,5% ai Caf. Il 76,5% giudica decisiva la funzione di intermediazione dei commercialisti, anche perché il 55,7% non usa internet per gli adempimenti fiscali, il 28,1% lo fa solo per cercare informazioni e solo il 15,7% effettua pagamenti per via telematica.

    Evasione: troppi la fanno franca
    Il tema dell'evasione fiscale preoccupa gli italiani: appaiono sempre più numerosi quelli che nonostante l'incremento degli accertamenti riescono a farla franca sottraendosi ai propri doveri di contribuenti. Infatti, ben il 60% degli italiani ritiene che l'evasione fiscale sia addirittura aumentata negli ultimi tre anni. Secondo l'indagine l'indicazione dell'evasione fiscale emerge quindi come il principale problema del fisco, secondo il 44,4% degli intervistati, esattamente il doppio di quanti (il 22%) individuano in un eccessivo livello di tassazione il male maggiore.

    Nicoletta Cottone - 20 gennaio 2010 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  24/01/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi – n. 02/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    LEASING IMMOBILIARE – IMPOSTA SOSTITUTIVA ENTRO IL 31 MARZO 2011
    ELENCHI CLIENTI E FORNITORI OVVERO LA NUOVA COMUNICAZIONE TELEMATICA DELLE OPERAZIONI IVA
    RICHIESTA DATI A CLIENTI FORNITORI
    DIVIETO DI COMPENSAZIONE IN PRESENZA DI ISCRIZIONI A RUOLO
    LA COMUNICAZIONE ANNUALE DEI DATI I.V.A.
    DICHIARAZIONE ANNUALE IVA – RACCOLTA DATI PER LA COMPILAZIONE

    Per consultarla/scaricarla occorre andare nell'area "newsletter", riservata ai clienti.
    Ricordiamo che l'iscrizione è completamente gratuita.
    Iscriversi è semplicissimo: -www.studiobambagioni.it
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    Buona navigazione!
    Signa, 24.01.2011
    Studio Bambagioni

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  • Lavoro e previdenza  »»  21/01/2011

    I sostituti d'imposta hanno tempo fino al 28 febbraio (salvo proroghe) per rilasciare ai lavoratori il certificato unico di imposta (Cud), necessario per attestare il reddito corrisposto ai lavoratori subordinati e assimilati nel 2010. Le istruzioni e il modello sono stati resi definitivi dal provvedimento del direttore dell'agenzia delle Entrate del 17 gennaio 2011. Il certificato deve essere rilasciato su carta oppure in forma telematica, nel rispetto delle indicazioni fornite dalle Entrate con la risoluzione 145 del 2006.In particolare, il sostituto di imposta, per consegnare la certificazione in formato elettronico, deve garantire che il lavoratore possa materializzare su carta il Cud 2011, per poter svolgere, poi, gli adempimenti conseguenti (per esempio, compilare il modello 730 o Unico 2011).

    18 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  20/01/2011

    Via libera definitiva al modello 730/2011, con la possibilità di recuperare la maggiore Irpef versata sugli straordinari che hanno incrementato la produttività aziendale nel 2008 e nel 2009.
    È questa la principale novità della dichiarazione dei redditi, per il 2010, dedicata a dipendenti e pensionati, che è stata pubblicata ieri, nella versione definitiva, sul sito intemet dell'agenzia delle Entrate.

    L. De Stefani – 19 gennaio 2011 – tratto da Il Sole 24 Ore -

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  • Fisco e tasse  »»  19/01/2011

    Cambiano per i soggetti Ires, dal periodo d'imposta 2010, le regole per la deducibilità degli interessi passivi. Le novità principali al debutto sono due: da una parte viene meno il tetto assoluto di deducibilita' che negli anni 2008 (10.000 euro) e 2009 (5.000 euro) ha garantito una uguale entità di interessi passivi deducibili.
    Dall'altra, l'eventuale ammontare del 30% del Rol (risultato operativo lordo) eccedente gli interessi passivi del periodo, potrà essere riportato di nuovo, senza limiti di tempo, aggiungendosi al Rol dei periodi successivi. In pratica, si creera' un maggiore importo di interessi passivi deducibili negli esercizi futuri.

    18 gennaio 2010 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  18/01/2011

    Tempi stretti per la presentazione del prospetto informativo sui lavoratori con disabilità da parte di tutti i datori di lavoro che al 31 dicembre 2010 occupano, a livello nazionale, almeno 15 dipendenti. Per la denuncia dell'anno in corso, il periodo a disposizione si riduce a 15 giorni (da sabato 15 a lunedì 31 gennaio), in luogo dell'intero mese di gennaio previsto normalmente per inviare queste informazioni.

    La compressione del periodo messo a disposizione dell'utenza è giustificato, secondo il ministero del Lavoro, dai tempi necessari per rendere funzionale il nuovo applicativo che consentirà ai datori di lavoro di compilare direttamente online il nuovo modello previsto dal decreto ministeriale del 2 novembre 2010.

    A fronte della riduzione dei tempi di invio, non è stata prevista, però, una proroga della scadenza, che resta fissata al 31 di questo mese. La proroga consentirebbe di diluire su più giorni la trasmissione dei dati.

    È probabile, infatti, che le aziende e gli studi professionali (che di sabato generalmente restano chiusi) inizieranno a utilizzare il nuovo applicativo web a partire da lunedì prossimo, 17 gennaio. Con questa tabella di marcia, i giorni lavorativi a disposizione per studiare la nuova procedura, inserire i dati, verificarli e inviare il prospetto si riducono a undici.

    I soggetti obbligati
    Devono inviare il prospetto informativo tutti i datori di lavoro pubblici e privati che, al 31 dicembre 2010, occupano, a livello nazionale, almeno 15 dipendenti.
    È previsto un particolare regime per le aziende che occupano da 15 a 35 lavoratori: l'obbligo di presentare il prospetto sorge solo dal momento in cui devono eseguire l'assunzione del soggetto diversamente abile. Questa circostanza si concretizza in caso di nuove assunzioni effettuate dopo il quindicesimo dipendente. Per verificare il superamento della soglia dei 15 dipendenti si devono considerare esclusivamente i lavoratori computabili e non il totale dei dipendenti occupati.

    Trasmissione e sanzioni
    Il prospetto è solo telematico (tra i soggetti abilitati all'invio ci sono pubbliche amministrazioni, consulenti del lavoro, avvocati, procuratori legali, dottori commercialisti, ragionieri e periti commerciali, associazioni di categoria delle imprese artigiane e delle piccole imprese, anche cooperative, associazioni di categoria delle imprese agricole, altre associazioni di categoria).

    Se si usa una modalità diversa da quella telematica si incorre nella sanzione amministrativa prevista per la mancata o tardiva presentazione del prospetto, vale a dire: 635,11 euro più 30,76 euro per ogni giorno di ritardo (gli importi sono stati aggiornati dal decreto ministeriale del 15 dicembre 2010, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 1 del 3 gennaio). È una sanzione progressiva che aumenta se l'omissione persiste. Si può applicare la diffida con la conseguente riduzione della sanzione a un quarto. Il prospetto è unico a livello nazionale.

    La sanzione prevista per la mancata assunzione di un lavoratore disabile, trascorsi i 60 giorni dalla data in cui insorge l'obbligo, è stata portata a 62,77 euro al giorno per ciascun lavoratore disabile che risulta non occupato.

    Il Dl 112/08 (convertito dalla legge 133/08) ha parzialmente modificato le regole che disciplinano l'obbligo di trasmissione, concedendo ai datori di lavoro la possibilità di non riproporre la denuncia se, rispetto all'anno precedente, non sono intervenute modifiche di rilievo. Le variazioni rilevanti sono quelle che fanno cambiare gli obblighi di assunzione di soggetti diversamente abili o che incidono direttamente sul computo della quota di riserva.

    Il prospetto deve essere inviato con cadenza annuale. Se durante l'anno, in seguito a variazioni sostanziali, l'azienda deve inserire un lavoratore con disabilità, è tenuta a inviare, entro 60 giorni, la sola richiesta di assunzione.

    L'aver ottemperato all'obbligo trasmettendo, congiuntamente, la richiesta e il prospetto, non la solleva dall'obbligo di inviare il prospetto annuale, entro la fine di gennaio.

    Antonino Cannioto/Giuseppe Maccarone - 12 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Normative complementari  »»  17/01/2011

    Anno nuovo mutuo nuovo? Val la pena pensarci, se le condizioni pattuite non ci convincono più, ma è indispensabile conoscere quali sono le alternative e come muoversi. Tanto più che recentemente il Consiglio di Stato è intervenuto in materia, sottolineando la scarsa chiarezza sulle procedure indicate dalla normativa originaria. Se invece le rate stanno diventando insostenibili si sappia che è ancora possibile sospenderle temporaneamente o accedere al fondo di solidarietà.

    Più chiarezza
    Nella sentenza 9322/2010 il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso dell'Autorità garante della concorrenza nei confronti di alcuni istituti bancari. I comportamenti delle banche ritenuti scorretti dall'Antitrust si sostanziavano nell'aver proposto ai clienti la sostituzione senza aver però evidenziato la possibilità di surroga che non comportava costi aggiuntivi. Secondo i giudici di palazzo Spada era tuttavia l'originario testo della legge 40/2007 a presentare la normativa in modo lacunoso, quindi nessuna colpa era addebitabile agli istituti bancari. Infatti solo con due successivi correttivi alla legge si poteva dire concluso l'iter delle procedure sulla portabilità. Oggi il risparmiatore insoddisfatto del mutuo sottoscritto si trova innanzi a regole più lineari e può più agevolmente muoversi tra portabilità (surroga), sostituzione e rinegoziazione del mutuo. Ma ecco una sintesi delle alternative e dei passi da compiere (si veda anche l'infografica realizzata sulla base delle indicazioni di www.pattichiari.it).

    «Migrazione»
    L'operazione di portabilità o surroga è il trasferimento del mutuo da una banca a un'altra (articolo 8 Dl 7/2007 convertito in legge 40/2007). Queste le linee guida emanate dall'Abi: prima il cliente deve verificare sul mercato le migliori condizioni offerte, individuando la banca con cui effettuare l'operazione. Poi richiederà alla nuova banca di effettuare la surroga (senza quindi doversi rivolgere alla banca originaria). A questo punto la banca subentrante, tramite una procedura interbancaria elettronica, comunica al l'istituto originario la data di formalizzazione dell'operazione e richiede contestualmente di trasmettere l'importo del debito residuo del cliente sino a quella data. Entro 10 giorni lavorativi dalla ricezione della richiesta da parte della banca originaria, sia quella subentrante sia il cliente devono conoscere le informazioni necessarie e fissare la data di trasferimento del mutuo.
    La "subentrante" procede al perfezionamento dell'operazione mediante la stipula del contratto di mutuo e alla richiesta di annotazione (articolo 2843, codice civile) del trasferimento a suo favore della garanzia ipotecaria precedentemente iscritta. L'operazione di portabilità deve completarsi entro 30 giorni dalla data della richiesta: trascorso tale termine, il cliente ha diritto a richiedere alla banca originaria un risarcimento pari all'1% del valore del mutuo da trasferire, per ciascun mese o frazione di mese di ritardo. Con la portabilità il cliente non deve sopportare alcun costo di spese notarili o di penali per l'estinzione anticipata, tuttavia può cambiare il tipo di tasso o la durata, ma non il capitale residuo.

    Estinzione e riaccensione
    Con la sostituzione, invece, si ha l'opportunità di estinguere il vecchio mutuo accendendone uno nuovo presso un'altra banca, di importo maggiore rispetto al precedente e a migliori condizioni. Dunque affinché l'operazione sia vantaggiosa è necessario che il risparmio prodotto dalla riduzione del tasso di interesse sia maggiore delle spese di sostituzione. Infatti, l'operazione può comportare l'applicazione di penali per l'estinzione anticipata di mutui accesi prima del 2 febbraio 2007. Inoltre, possono esserci spese notarili o per l'iscrizione della nuova ipoteca sull'immobile o per l'istruttoria, perizia e spese assicurative della nuova pratica.

    Condizioni riviste
    La terza alternativa non prevede il cambio di banca, ma solo un accordo tra banca e cliente. Il contratto originario resta valido ma cambiano alcune condizioni come ad esempio il tasso di interesse o la durata. Insomma, un'operazione semplice che consente al cliente di adeguare il rimborso a condizioni più in linea con la sua condizione economico-finanziaria. Quindi ci si può rivolgere alla propria banca concordando la variazione della tipologia del mutuo, il tasso d'interesse applicato o la durata. La legge 244/2007 consente al cliente di rinegoziare il mutuo senza l'onere di spese bancarie, sottoscrivendo semplicemente una scrittura privata anche non autenticata (ossia senza l'assistenza di un notaio). Dal maggio 2008 esiste una convenzione (tra Abi e governo) che consente al cliente di rinegoziare il proprio mutuo a tasso variabile in un mutuo a rata fissa (limitatamente ai finanziamenti a tasso variabile sottoscritti per la prima casa prima del gennaio 2007). Così, si avrà la trasformazione del mutuo ipotecario originario in rata fissa parametrata ai tassi di interesse applicati nel 2006. La differenza tra quanto dovuto con il mutuo iniziale e quello rinegoziato andrà accantonato in un conto di finanziamento accessorio intestato al cliente, sul quale si applicherà un tasso fisso pari al tasso Irs a 10 anni più uno spread dello 0,50 per cento. Alla scadenza del mutuo originario se il residuo del conto accessorio è negativo si allunga la durata del mutuo, con una rata fissa sino all'estinzione; se invece i tassi dovessero scendere sino ad azzerare il conto accessorio, il mutuo originario terminerà alla scadenza naturale.

    Il mercato
    MATTONE AMATO
    Se da un lato il mercato economico finanziario non agevola le famiglie nella crescita della ricchezza netta, dall'altro il mattone rimane l'investimento preferito: un recente studio di Banca d'Italia stima che nel primo semestre 2010 la ricchezza delle famiglie sarebbe calata dello 0,3% in termini nominali, in seguito alla diminuzione delle attività finanziarie e all'aumento delle passività, in particolare per l'accensione di mutui per l'acquisto della prima casa. La tendenza è confermata dall'Abi che nel rapporto di dicembre sottolinea che i finanziamenti bancari nei primi dieci mesi dell'anno sono cresciuti dell'8,2%, concentrandosi nel mercato dei mutui per l'acquisto di immobili.

    INTERVENTI
    La misura della sospensione temporanea del mutuo, secondo i dati dell'Abi ha interessato, fino a settembre 2010, quasi 31mila clienti per un debito residuo di 4 miliardi di euro. Sempre secondo rilevazioni Abi le surroghe e le sostituzioni rappresentano circa il 32% dell'erogato.

    Stefano Rossi - 03 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  14/01/2011

    Commette il reato di fatture false l'imprenditore che le ha emesse a fronte di operazioni inesistenti anche se dopo le ha annullate, aderendo, fra l'altro, al ravvedimento operoso. È quanto sancito dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 608 del 12/1/2011, ha confermato definitivamente la responsabilità di un imprenditore romano che aveva emesso con la sua azienda una serie di fatture false, annullandole in un secondo momento insieme ai falsi contratti. Non solo. Insieme alle altre imprese coinvolte nella frode aveva poi aderito al ravvedimento operoso ma non aveva mai versato l'imposta.

    Un rimedio, questo, che non ha intaccato l'impianto accusatorio. Infatti la terza sezione penale del Palazzaccio ha motivato la conferma di tutte le responsabilità penali nei confronti del contribuente spiegando che «tale circostanza è rilevante ai fini dell'elemento soggettivo del reato, posto che il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, di cui all'art. 8, dlgs 74/2000, è configurabile anche in caso di emissioni di fatture tra società facenti capo allo stesso soggetto, atteso che pure in tale ipotesi si delinea la intersoggettività richiesta per integrare la finalità di consentire a terzi la evasione di imposta».

    D. Alberici - 13 gennaio 2011 – tratto da Italia Oggi -

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  • Lavoro e previdenza  »»  13/01/2011

    Scatta alle 14 di oggi il click day per le imprese che vogliono investire in sicurezza. In palio ci sono 60 milioni messi a disposizione dall'Inail. Serviranno a finanziare progetti di investimento per migliorare le condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori, formazione, sperimentazione di soluzioni innovative e di strumenti organizzativi ispirati alla responsabilità sociale delle imprese.
    La gara è aperta a tutte le imprese- comprese quelle individuali - iscritte alla camera di commercio. La somma è stata ripartita dall'istituto in budget regionali, su un coefficiente che prende in considerazione il numero degli addetti e l'andamento degli infortuni. Lombardia, Lazio e Campania occupano i primi tre posti della classifica.

    L'incentivo è costituito da un contributo in conto capitale che può coprire dal 50% al 75% dei costi del progetto. Si va da un minimo di 5mila a un massimo di 100mila euro (per le imprese individuali e per i progetti di formazione sono previsti limiti più bassi).

    A. Carli – 12 ottobre 2010 – tratto da Il Sole 24 Ore -

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  • Fisco e tasse  »»  12/01/2011

    Non penalizzare ulteriormente le imprese di costruzione, in una situazione già difficile per il forte impatto che la crisi economica ha avuto sul settore immobiliare. È questo l'obiettivo della modifica normativa introdotta dal comma 86 dell'articolo 1 della legge di stabilità 2011 (legge 220/2010): è stato allungato di un anno il termine per la cessione dei fabbricati abitativi in regime di imponibilità Iva da parte delle imprese che li hanno costruiti o ristrutturati.
    Per effetto dell'intervento attuato sul numero 8-bis del comma 1 dell'articolo 10 del Dpr 633/72, le cessioni realizzate entro cinque anni (e non più entro quattro anni) dall'ultimazione della costruzione o della ristrutturazione sono soggette all'applicazione dell'imposta. Decorso questo termine temporale, scatta l'applicazione del regime di esenzione, con tutte le spiacevoli conseguenze che questo comporta.
    Al momento dell'introduzione del regime fiscale in questione, avvenuta con il Dl 223/06 (convertito dalla legge 248/06), il legislatore aveva previsto una deroga transitoria ad hoc per le imprese di costruzione e ristrutturazione, esonerandole dalla rettifica della detrazione Iva per gli immobili ultimati entro il 4 luglio 2002 (ossia quelli per i quali il termine dei quattro anni era già scaduto al 4 luglio 2006, data di entrata in vigore del provvedimento). Di conseguenza, per fare un esempio, per un immobile ultimato il 30 giugno 2003 e ceduto a fine 2007, il regime applicato è stato quello dell'esenzione, e in capo all'impresa di costruzione o ristrutturazione si sono quindi già manifestati i riflessi negativi che l'intervento della legge di stabilità 2011 vuole ora allontanare.
    Va tra l'altro segnalato che quest'ultima legge è entrata in vigore il 1° gennaio 2011, e, non essendo stata prevista una disposizione transitoria, non c'è quindi "copertura" per le cessioni effettuate nel corso del 2010.
    La disposizione del numero 8-bis del comma 1 dell'articolo 10 del Dpr 633/72, che tante critiche ha sollevato, è in realtà in linea con le indicazioni della direttiva 2006/112/Ce, che prevede l'applicazione del regime di esenzione per gli immobili considerati non più di nuova costruzione.
    L'articolo 12 della direttiva consente agli Stati membri di considerare un immobile di «nuova costruzione», la cui cessione è quindi imponibile, in base a criteri fra loro alternativi: accanto al criterio della prima occupazione, che è quello prioritario, possono essere applicati il criterio del periodo che intercorre tra la data di completamento dell'edificio e la data di prima cessione, con il limite temporale massimo di cinque anni, e quello del periodo che intercorre tra la data di prima occupazione e la data della successiva cessione (in questo caso il termine è di due anni).
    La scelta del legislatore italiano è ricaduta sul secondo criterio e, per effetto della modifica operata con la legge di stabilità, la norma interna contempla ora il lasso temporale massimo consentito dalla direttiva comunitaria per assoggettare a Iva la cessione: non appare quindi tecnicamente possibile, in quanto incompatibile con la direttiva, una ulteriore estensione del termine in questione, pur auspicata da alcuni commentatori.
    È da ritenere che la finalità perseguita dal legislatore comunitario sia di natura antielusiva. In altre parole, si vuole probabilmente contrastare il fenomeno delle imprese di costruzioni costituite con l'obiettivo (non dichiarato) di far abitare l'immobile, teoricamente destinato alla vendita, agli stessi costruttori, recuperando però l'Iva sui costi di realizzazione, ovvero di utilizzarlo comunque in nero.
    Il termine dei cinque anni dalla data di ultimazione consente quindi di evitare, o almeno di attenuare, rischi di questo tipo, concedendo però un lasso temporale ritenuto congruo alle vere imprese di costruzione o ristrutturazione per vendere gli immobili abitativi realizzati. La disposizione comunitaria, tuttavia, è stata pensata in presenza di una congiuntura economica diversa da quella attuale. La crisi del settore immobiliare, che dura tuttora, sta dimostrando come spesso neppure i cinque anni siano sufficienti alla vendita dell'immobile.

    ISTRUZIONI PER L'USO
    Per muoversi nella nuova disciplina
    La modifica introdotta dalla legge di stabilità 2011 sul regime Iva di cessione dei fabbricati si applica alle imprese costruttrici o ristrutturatrici di immobili abitativi. Mentre sino a tutto l'anno 2010 la linea di confine tra cessione imponibile ed esente dall'Iva era allo scadere dal quarto anno dall'ultimazione dei lavori, dal 2011 l'esenzione scatta dopo il compimento del quinto anno. La cessione dell'immobile in regime di esenzione comporta tre conseguenze negative per l'impresa, che la modifica normativa mira a superare. Innanzitutto, è limitata la detrazione sull'Iva versata per gli acquisti di tutti i beni e servizi dell'anno, con applicazione del pro rata di detraibilità nell'anno in cui avviene la cessione. Si ha poi il recupero della detrazione Iva relativa all'immobile ceduto per tanti decimi quanti sono gli anni mancanti al compimento del decennio. Infine, se la variazione pro rata è maggiore del 10%, scatta il recupero della detrazione Iva relativa agli altri beni ammortizzabili in misura pari a 1/5 o 1/10 (se immobili) della differenza derivante dalla variazione del pro rata.

    Giorgio Gavelli - 11 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  11/01/2011

    Entro il 31 gennaio sarà possibile regolarizzare, senza applicazione di sanzioni, eventuali violazioni nelle comunicazioni al fisco delle operazioni effettuate nei confronti di operatori economici in paesi black list, in relazione al terzo trimestre 2010 (soggetti trimestrali) o ai mesi da luglio a novembre 2010 (soggetti mensili). A prevedere la possibilità era stata la circolare 54/E/10 che ha riconosciuto le difficoltà degli operatori a individuare i dati rilevanti nella fase di prima applicazione della nuova disciplina.

    In sede di regolarizzazione, gli operatori dovranno quindi segnalare anche le operazioni poste in essere dalle proprie stabili organizzazioni all'estero con soggetti black list, come richiesto dalla risoluzione 121/E del 29 novembre 2010, con cui l'Agenzia delle entrate è tornata a occuparsi del ruolo della stabile organizzazione nell'ambito degli obblighi di comunicazione delle operazioni black list.

    A. Albano/G. Piciocchi – 10 gennaio 2010 – tratto da Il Sole 24 Ore

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  • Normative complementari  »»  10/01/2011

    Chi parcheggia l'automobile sul marciapiede rischia da quest'anno una multa compresa fra 80 e 318 euro, anziché fra 78 e 311 euro (gli importi in vigore fino al 2010). Così pure chi usa il telefono cellulare alla guida, potrà incorrere in una sanzione compresa fra 152 e 608 euro, anziché da 148 a 594 euro.
    Sono questi alcuni effetti dell'adeguamento biennale delle sanzioni amministrative previsto dal Codice della strada (decreto legislativo 285/92, articolo 195), che ha fatto scattare un aumento delle multe pari al 2,4% dal 1° gennaio.
    A fissare l'aggiornamento degli importi, in base alla variazione dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di impiegati e operai, accertata dall'Istat e riferita ai due anni precedenti, è stato il decreto del ministero della Giustizia del 22 dicembre 2010, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 305 del 31 dicembre 2010. Il decreto (di concerto con i ministri dell'Economia e delle Finanze, e delle Infrastrutture e dei trasporti), dovrebbe essere emanato entro il 1° dicembre ed entrare in vigore il 1° gennaio dell'anno successivo. Dalla data di entrata in vigore del nuovo Codice della strada (1° gennaio 1993), però, questa tempistica non è mai stata rispettata, con la conseguenza di una problematicità nell'applicazione degli aumenti, considerando l'elevatissimo numero di corpi di Polizia dello Stato e degli enti locali deputati all'applicazione delle novità.
    Il rincaro può essere applicato solo alle sanzioni che sono rimaste invariate per tutto il biennio precedente. Restano escluse, dunque, dall'applicazione degli aumenti le sanzioni che sono state inasprite nel frattempo (legge 94/2009 e 120 del 2010). Rimangono invariate, dunque, le sanzioni pecuniarie applicate alla circolazione vietata per smog, all'apposizione di segnali abusivi, al commercio di pezzi non omologati, all'uso di veicoli già sospesi dalla circolazione per mancata revisione, all'uso di motorini truccati o con targa non visibile, al rilascio di patente a soggetti privi dei necessari requisiti morali, all'eccesso di velocità dai 40 Km orari in su, al divieto di fermata o sosta per ciclomotori e moto a due ruote, alla violazione dei tempi di guida o di riposo obbligatori per gli autisti di mezzi pesanti, alla guida con ebbrezza lieve (con tasso alcolemico compreso fra 0,51 a e 0,80 grammi/litro).
    L'adeguamento delle multe all'inflazione fu concepito per mantenere inalterata la deterrenza delle sanzioni. Questo fine, però, risulta forse travalicato, rispetto alle intenzioni del legislatore, laddove all'aumento dei prezzi non corrisponda un adeguamento paritario dei redditi: in una fase di recessione, il rischio è quello di rendere la sanzione sproporzionata rispetto al danno, ipotetico o reale, prodotto dalla violazione. A titolo d'esempio, si consideri che nel 1993 il posteggio di un'auto sul marciapiede prevedeva una sanzione da 100mila a 400mila lire, mentre, dal 1° gennaio 2011 il minimo, cioè la cifra che è possibile pagare entro sessanta giorni, è pari 80 euro, con un massimo che raggiunge i 318 euro: l'aumento composto dal 1993 risulta così di poco inferiore al 55 per cento.
    Una volta accertato il tasso di inflazione del biennio precedente, l'aumento è applicato sui limiti edittali della sanzione pecuniaria (minimo e massimo). Nel caso, decisamente frequente, in cui l'operazione determini una cifra con decimali di euro, si applica il meccanismo di arrotondamento previsto dal comma 3 bis dell'articolo 195 del Codice della strada: per eccesso, se la frazione decimale risultante è pari o superiore a 50 centesimi di euro, per difetto se i decimali sono inferiori a questo limite.

    Silvio Scotti - 04 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  07/01/2011

    L'azienda è tenuta a emettere fattura per i compensi ricevuti in virtù di un appalto solo dopo il collaudo. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 25602 del 17 dicembre 2010, ha accolto il ricorso di una srl alla quale era stata contestata dal fisco l'omessa fatturazione di lavori a questa appaltati.
    Nel bocciare la decisione della commissione tributaria regionale di Messina la sezione tributaria della Suprema corte ha chiarito che «con riferimento ai contratti di appalto, concorrono alla formazione del reddito di impresa, in un periodo determinato, esclusivamente i ricavi per i corrispettivi dei lavori ultimati, ovverosia di quelli in ordine ai quali sia intervenuta l'accettazione del committente, derivante dalla positiva esecuzione del collaudo o conseguente all'espressione, per facta concludentia, di una volontà incompatibile con la mancata accettazione (accettazione tacita) secondo quanto stabilito nell'articolo 1665 cc».

    D. Alberici - 21 dicembre 2010 - Tratto da Italia Oggi -

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  • Fisco e tasse  »»  05/01/2011

    La scadenza del saldo Ici 2010 e la conseguente apertura dei termini per il ravvedimento operoso mettono i comuni di fronte alla necessità di applicare le nuove disposizioni introdotte dalla legge di stabilità 2011 in questa materia.

    Con l'intento di rendere meno allettante il ricorso al ravvedimento (che dal 2010 – complice anche la riduzione all'1% annuo del tasso di interesse legale applicabile ai tardivi pagamenti spontanei – era di fatto diventato una procedura ordinaria per dilazionare il pagamento delle imposte), la legge di stabilità ha infatti ridotto le agevolazioni di cui al l'articolo 13 del Dlgs 472/1997, rispetto a quelle introdotte dall'articolo 16, comma 5 del Dl 185/2008, convertito in legge 2/2009.

    È stato stabilito che – a decorrere dal 1° febbraio 2011 – la sanzione dovrà essere ridotta a un decimo del minimo, anziché a un dodicesimo, nei casi di omesso versamento, se eseguito entro 30 giorni dalla scadenza; a un ottavo del minimo, anziché a un decimo, se la regolarizzazione avviene entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all'anno nel corso del quale è stata commessa la violazione o, quando non è prevista dichiarazione periodica, entro un anno dall'omissione o dall'errore. Anche se l'applicabilità delle nuove sanzioni dovesse essere esclusa, le novità sono senza dubbio efficaci sul ravvedimento operoso ai fini Ici, che i contribuenti potranno effettuare utilizzando ancora la riduzione a 1/12 nel caso di pagamento entro un mese dalla scadenza del saldo 2010 (da effettuare entro il 15 gennaio 2011), mentre a decorrere da tale data il ravvedimento dovrebbe essere effettuato con la riduzione della sanzione a 1/10 nel caso di pagamento effettuato entro il 31 gennaio 2011 e con la riduzione a 1/8 per il pagamento effettuato a partire dal 1° febbraio 2011 e fino all'anno successivo a quello in cui è stata commessa la violazione. L'applicazione di queste nuove percentuali di riduzione delle sanzioni pone peraltro un problema di legittimità, in quanto contrasta con il principio di legalità dettato dall'articolo 3, comma 3 del Dlgs 472/1997 (meglio conosciuto come principio del favor rei), il quale dispone che se la legge in vigore al momento in cui è stata commessa la violazione e le leggi posteriori stabiliscono sanzioni di entità diversa, si applica la legge più favorevole, salvo che il provvedimento di irrogazione sia divenuto definitivo. Appare evidente che il contribuente il quale, al momento dell'omissione o del parziale versamento dell'Ici o di un altro tributo dovuto nel 2010, avrebbe potuto ravvedersi con l'applicazione delle riduzioni più favorevoli previste prima della modifica introdotta dalla legge di stabilità, dovrebbe poter continuare a ravvedersi applicando tale riduzione anche dopo il 1° febbraio 2011, e non invece dando applicazione alle nuove percentuali di riduzione che, in quanto meno favorevoli al contribuente, diventeranno di fatto applicabili solo alle violazioni commesse a decorrere dal 1° febbraio 2011. Per tale ragione, appare necessario che i comuni, al pari di tutti gli altri enti impositori, nell'informare i contribuenti della possibilità di avvalersi delle nuove percentuali di riduzione delle sanzioni introdotte dalla legge di stabilità, comunichino correttamente le sanzioni applicabili al ravvedimento, al pari del tasso di interesse legale applicabile alle somme da versare in sede di ravvedimento (che dal 1° gennaio 2011 è stato elevato all'1,5%, in luogo dell'1% annuo applicabile nel 2010), per evitare la successiva presentazione di istanze di rimborso, nel caso in cui il contribuente dovesse versare somme più elevate, dando automatica applicazione alle nuove percentuali di riduzione delle sanzioni. Le nuove modifiche apportate al sistema del ravvedimento potrebbero infine rappresentare l'occasione per completare tale strumento, rendendolo utilizzabile non soltanto entro il termine massimo di un anno, bensì – a seguito dell'introduzione del cosiddetto ravvedimento "lungo", basato eventualmente anche su una sanzione più elevata di quella prevista per il pagamento spontaneo entro un anno – in ogni momento precedente a quello in cui la violazione sia stata constatata dall'ente impositore. Al pari di quanto previsto dall'articolo 6, comma 5 bis del Dlgs 472/1997 per la regolarizzazione degli errori formali compiuti in sede di dichiarazione che non incidano sulla determinazione dell'imposta dovuta e che non arrechino pregiudizio all'esercizio delle azioni di controllo da parte del comune. Tale modifica consentirebbe infatti di rendere il ravvedimento operoso un vero strumento di collaborazione con l'ente impositore, che oggi trova invece un limite inspiegabile nel termine annuale previsto per la correzione spontanea da parte del contribuente.

    Maurizio Fogagnolo - 03 gennaio 2011 – tratto da sole24ore.com

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  • Fisco e tasse  »»  05/01/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Fisco e Tributi – n. 01/2011

    Questi i principali argomenti oggetto di approfondimento:
    INTERESSI LEGALI ALL'1,5% DAL 1.1.2011
    LE TARIFFE DEI RIMBORSI CHILOMETRICI
    DOCUMENTAZIONE DA PREDISPORRE PER LA RICHIESTA DI VISTO DI CONFORMITÀ IVA
    OPERATORI INTRACOMUNITARI NUOVO OBBLIGO DI COMUNICAZIONE
    LA FINANZIARIA O LEGGE DI STABILITÀ 2011 – COMMENTATA
    TERRITORIALITÀ IVA SERVIZI CULTURALI SCIENTIFICI FIERE ECC. – NUOVE REGOLE 2011

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  • Lavoro e previdenza  »»  05/01/2011

    Si comunica che nell'area riservata ai clienti del nostro sito è pubblicata la seguente newsletter: Lavoro e Previdenza – n. 01/2011

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  • Normative complementari  »»  04/01/2011

    Nel prossimo anno ci saranno tra le 630 e le 650mila compravendite immobiliari in Italia. Di queste, la maggior parte sarà completata attraverso la stipula di un mutuo ipotecario. Parola di Tecnocasa, che prevede un altro anno di transizione sul fronte immobiliare, né caldo né freddo dal versante prezzi.

    Che anno sarà, invece, sul fronte dei tassi? Se lo chiedono coloro che stanno rimborsando un mutuo a tasso variabile (e temono un rincaro delle rate dopo oltre due anni di vacche grasse), coloro che stanno pagando un mutuo a tasso fisso (tentati dall'ipotesi di una surroga o rinegoziazione per migliore le condizioni del prestito). E se lo chiedono, ovviamente, anche coloro che dal prossimo anno entreranno nel girone dei mutuatari e si porranno la fatidica domanda: meglio il fisso o il variabile?

    Tasso variabile
    Quanto al tasso variabile, va detto che gli indici Euribor - a cui è agganciata la maggior parte dei mututi indicizzati concessi dalle banche italiane - sono in retromarcia. Il parametro a 3 mesi è salito a piccoli passi ininterrottamente dal 30 marzo (0,635%) all'11 novembre (1,049%) ma poi ha perso forza ed ha ripreso a scendere (giovedì 23 dicembre è stato fissato all'1,015%). Stesso percorso per il "fratello", l'Euribor a 1 mese, fissato al momento allo 0,805 per cento (a inizio anno era allo 0,45%).

    Cosa c'è da aspettarsi per il 2011? Guardando i future sul contratto Euribor a 3 mesi scambiati sul mercato Liffe di Londra le previsioni indicano un moderato rialzo. A marzo l'indice dovrebbe portarsi a quota 1,055% per arrivare all'1,32% a settembre e all'1,485% a fine dicembre. Insomma, al netto di stravolgimenti macroeconomici e di un'improvvisa accelerazione dell'economia (che spingerebbe la Banca centrale europea ad alzare il tasso di riferimento dalla soglia fissata nel maggio 2009, e mai più ritoccata, dell'1%) l'Euribor a 3 mesi dovrebbe crescere di 50 punti base nel 2011. Il che, tradotto in rate equivale a un aumento di 12 euro per le rate mensili di un mutuo ventennale di 100mila euro, che diventano 35 se l'importo del prestito è di 300mila euro.

    Tutto sommato, quindi, l'aumento prospettato per il 2011 sul fronte del variabile è di lieve entità e certamente inferiore rispetto al divario di 200 punti base (dal 2% al 4%) fotografabile oggi tra l'attuale miglior mutuo a tasso variabile e il corrispettivo miglior prestito a tasso fisso. Se poi si allunga lo sguardo, i contratti future proiettano l'Euribor a 3 mesi al 2,145% a fine 2012, al 2,745% a fine 2013 e al 3% a giugno 2014. Questa, quella del 3%, è una soglia rilevante. Prima di tutto perché è la media storica dell'Euribor negli ultimi 10 anni, il livello che corrisponde a condizioni economiche "normali". E poi perché equivarebbe a un aumento di 200 punti base rispetto all'attuale tasso dei mutui variabili. Esattamente, come detto, la distanza che oggi separa il variabile dal fisso. In pratica, le condizioni future attualizzate indicano che ci vorranno 30 mesi per far sì che le rate di un variabile stipulato oggi raggiungano quelle di un fisso stipulato oggi. In sostanza, chi opta adesso per il variabile ha 30 mesi di bonus (in termini di risparmi mensili) rispetto al fisso.
    Dopodiché comincerebbe a pagare qualcosa in più (rispetto al fisso che otterrebbe oggi). Ed è in questo range che va effettuato il calcolo della convenienza. Considerato che per un mutuo di 150mila euro a 20 anni con il variabile si risparmiano oggi 150 euro al mese (rata fissa a 908 euro contro 758 del variabile). Questa soglia di 150 euro andrà via via assottigliandosi (per effetto del progressivo aumento degli Euribor) ma dovrebbere essere sempre positiva per i prossimi 30 mesi. In pratica: chi stipula oggi incamera un risparmio in 30 mesi dai 3 ai 4.500 euro rispetto al fisso.

    Tasso fisso
    Quanto al tasso fisso, oltre a quanto già indicato nelle precedenti righe, va detto che ad oggi gli Eurirs - i parametri di riferimento con cui le banche calcolano le rate dei mutui fissi - sono vicini ai minimi storici. Il che permette di stipulare, in partenza, un mutuo a tasso fisso a condizioni statisticamente molto vantaggiose e cioè intorno al 4% (spread compreso), per quanto il variabile, anch'esso agganciato ad Euribor sui minimi, costi il 2% in meno.

    Cerchiamo di capire come potrebbero evolversi le offerte di mutui a tasso fisso nei prossimi mesi. Per farlo bisogna partire dagli Eurirs, che seguono tendenzialmente l'andamento dei tassi a lungo termine e del Bund, le obbligazioni emesse dal governo tedesco, considerato il titolo più affidabile nell'eurozona. I tassi dei Bund tendono a salire quando la domanda di Bund diminuisce. La domanda di Bund diminuisce quando il clima sui mercati è più sereno e c'è più appetito per il rischio (gli investitori cercano soluzioni con rendimenti più attraenti, sia sul lato governativo che azionario). C'è più appetito per il rischio quando l'economia è in ripresa. Quindi, gil Eurirs aumenterebbero (e con essi le rate dei mutui a tasso fisso) qualora l'economia europea desse nuovi segnali di ripresa. Il caso contrario (quello di un'economia stagnante o recessiva) sarebbe, al momento per chi intende sottoscrivere un mutuo a tasso fisso, una bella notizia.

    Vito Lops - 23 dicembre 2010 – tratto da sole24ore.com

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  • Lavoro e previdenza  »»  03/01/2011

    La previdenza è un cantiere sempre aperto.
    Anche quando il legislatore non interviene con riforme strutturali la materia subisce aggiustamenti continui perché il traguardo della sostenibilità complessiva del sistema non è ancora stato raggiunto. Il 1° gennaio entrano in vigore alcune innovazioni introdotte negli ultimi anni, con il protocollo del welfare (la legge 247/2007) e con la manovra anticrisi del maggio scorso (decreto legge 78/2010). Vediamo che cosa cambia.

    Le nuove finestre
    Nel 2011 entra in vigore il nuovo sistema di calcolo delle "finestre". Questo meccanismo serve a separare la data in cui si maturano i requisiti pensionistici dal momento (successivo) in cui decorre la pensione; si tratta di un meccanismo che garantisce l'innalzamento dell'età pensionabile, senza il clamore che accompagnerebbe una riforma esplicita dei requisiti pensionistici. Sino all'approvazione del Dl 78/2010, vigeva un sistema di finestre "rigide": una volta che si maturava il diritto alla pensione, per fruire del relativo trattamento bisognava aspettare la prima "finestra" utile, coincidente con una data fissa. Dal 1° gennaio, la finestra si trasforma in un termine che si calcola per ciascun lavoratore, a partire dalla data di maturazione dei requisiti (finestre "mobili"). Questo termine, che è fissato in 12 mesi per i lavoratori dipendenti e che sale a 18 mesi per gli autonomi e per i parasubordinati, vale per tutti i trattamenti.

    Sono escluse dall'applicazione delle finestre mobili solo alcune categorie di lavoratori: primi fra tutti i soggetti che maturano i requisiti pensionistici entro il 31 dicembre del 2010.

    Salgono le quote
    Dal 1° gennaio aumentano anche i requisiti necessari per andare in pensione di anzianità. La maturazione del diritto alla pensione di anzianità, infatti, non dipende più solo dal raggiungimento di un numero minimo di contributi, ma è subordinata anche al raggiungimento di un'età anagrafica minima; inoltre, la somma di queste due voci (contributi ed età) non può essere inferiore a una cifra, la cosiddetta "quota". Secondo la legge 247/2007, questa quota cresce annualmente, fino a stabilizzarsi nel 2013. Per il 2011, il valore della quota è fissato a 96, con un'età minima che non può essere inferiore a 60 anni. Per gli autonomi artigiani, commercianti, coltivatori diretti, è prevista una regola più penalizzante: la quota è fissata a 97, con un minimo di 61 anni di età.

    Cosa cambia per le donne
    L'innalzamento delle quote necessarie per andare in pensione di anzianità produce la sostanziale abrogazione di questo istituto per le donne (salvo il caso in cui le lavoratrici riescano a maturare 40 anni di contributi, e allora non si applica alcun requisito anagrafico). L'età minima prevista per andare in pensione di anzianità nel 2011, infatti, coincide con l'età minima necessaria per la pensione di vecchiaia nel sistema privato: 60 anni. Quindi, viene meno la possibilità di pensionamento anticipato. Questa parificazione non si verifica nel pubblico impiego, dove il requisito per la pensione di vecchiaia è fissato a 61 anni nel 2011 e sale bruscamente (come imposto dalla Ue) a 65 nel 2012; questa soglia può essere anticipata nel caso cui una lavoratrice avrà 60 anni di età e 36 di contributi.

    Il calcolo contributivo
    Dal 1995 è stato introdotto il calcolo contributivo: ciò significa che gli assegni sono parametrati ai contributi versati. Al momento della pensione la dote accumulata da ciascun lavoratore viene trasformata in rendita mensile con un coefficiente che tiene conto dell'età e dell'aspettativa di vita. Questi coefficienti di trasformazione sono stati aggiornati al ribasso dal 1° gennaio 2010: il risultato è una nuova limatura degli assegni a partire da quella data.

    Gli adeguamenti
    Dal 1° gennaio aumenta di 7 euro l'importo delle pensioni minime (460,97 euro). Cresce nella stessa misura percentuale anche l'importo dell'assegno sociale e della pensione sociale. Per quanto riguarda le pensioni medie (comprese cioè tra 3 e 5 volte il trattamento minimo Inps), l'aumento per il 2011 è inferiore all'aumento del costo della vita; per le pensioni di importo mensile superiore a 1.382,91 euro, si applica un incremento pari al 90% dell'aumento Istat, per le pensioni superiori a 2.304,85 euro, la crescita è pari al 75%.

    Giampiero Falasca - 29 dicembre 2010 – tratto da sole24ore.com

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